ALMANACCO: 18 Dicembre muore il liutaio Antonio Stradivari

Liutaio italiano formidabile, Antonio Stradivari, noto anche come Antonius Stradivarius, muore il 18 Dicembre del 1737. È stato un costruttore di strumenti a corde di straordinaria fattura come ad esempio di violini, viole, violoncelli, chitarre, arpe, e in quest’ambito è universalmente riconosciuto come uno dei migliori di tutti i tempi.

Nacque a Cremona nel 1644, da una famiglia di umili origini, di cui però non si hanno dati certi. Lavorò inizialmente per l’architetto Francesco Pescaroli e dal 1667 fu allievo della bottega di Nicola Amati, illustre liutaio, che influenzò moltissimo la vita del ragazzo. Fu infatti successivamente a questo apprendistato che iniziò la sua passione per la costruzione di strumenti musicali, aprendo una sua bottega indipendente.

Dagli esordi al violino moderno

Antonio costruì la sua fama in ben 75 anni di intenso lavoro, ottimizzando i suoi strumenti sia da un punto di vista estetico sia del suono. La sua è un’arte complessa, che non richiede solo competenza, ma anche grande passione, che in Stradivari non è mai mancata. Visto le influenze del suo maestro Amati, i suoi primi strumenti realizzati, furono chiamati “amatizzati” poichè consistevano in modifiche e miglioramenti dei modelli di quest’ultimo. Intervenne sulle bombature, sull’intensità del colore, sulla forma, sull’aggiunta delle “f” e sugli spessori.

Probabilmente, fu proprio lui a compiere i primi studi sull’inclinazione del manico, fino ad allora semplicemente appoggiato alle fasce e fissato con tre chiodi, secondo il metodo antico barocco. Con l’avvento della musica moderna, eseguita nei teatri, si ebbe l’esigenza di tendere di più le corde per avere più potenza di suono, e da qui la necessità di inclinare maggiormente il manico all’indietro per resistere alla tensione creata. Fu poi necessario utilizzare un legno più resistente, ovvero l’ebano. Fu così che nacque il violino moderno.

I Grandi Stradivari

Fu infatti dopo la morte di Nicola Amati, avvenuta nel 1684, che Stradivari divenne il liutaio più importante di Cremona. Dopo il primo periodo della sua prima produzione di strumenti, agli inizi del ‘700 realizzò alcuni tra i suoi strumenti più famosi, chiamati i Grandi Stradivari come l’Hellier, il Toscano e la viola Medicea, ma anche il Betts, l’Ernst, il Parke, il Boissier e molti altri. Nella sua attività si contano più di 1100 strumenti musicali di sua produzione, di questi 650 sono ancora esistenti. Oltre a violini, viole e violoncelli, creò anche arpe, chitarre, liuti e tiorbe.

La particolarità di questi strumenti fu anche l’etichetta con la firma dell’artista in latino: Antonius Stradivarius Cremonensis Faciebat Anno [data], ovvero Antonio Stradivari Cremonese ha costruito nell’anno tot. Dopo il 1730 molti strumenti portarono la scritta nell’etichetta Sub disciplina Stradivari, probabilmente perché costruiti dai suoi figli. Oltre ai figli, nella sua bottega lavorarono molti allievi, che continuarono a produrre gli strumenti anche dopo la sua morte, quali Carlo Bergonzi, forse Alessandro Gagliano, Francesco Gobbetti, Lorenzo Guadagnini.

L’importanza dei violini

Gli Stradivari oggi hanno grandissimo valore e sono dei beni molto preziosi: il prezzo più alto pagato è stato di 1 milione e 790 mila sterline nel 2006 da Christie’s, a Londra. Si avvalsero delle sue creazioni anche i famosissimi violinisti Niccolò Paganini e Giovanni Battista Viotti, che le fece apprezzare in Francia e in Gran Bretagna. Inoltre alla vita di Antonio Stradivari venne dedicato il film Stradivari (1988), regia di Giacomo Battiato.

Federica.

ALMANACCO: 17 Dicembre nasce il papa Jorge Mario Bergoglio

Con il nome di Jorge Mario Bergoglio, conosciuto a tutti come Papa Francesco nacque il 17 Dicembre del 1936. Famoso per essere diventato nel 2013 il 266º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma, è inoltre il primo papa proveniente dal continente americano, di nazionalità argentina. Si distinse dai papi precedenti, per essere un uomo semplice, umile, simpatico, considerato per questo il Papa della svolta, del cambiamento e del rinnovamento della Chiesa.

Nato in una famiglia di origini piemontesi e liguri, che si trasferì a Buenos Aires in cerca di fortuna. E’ proprio nella città argentina che nacque Bergoglio. Diplomatosi come tecnico chimico, scelse poi la strada del sacerdozio, entrando e studiando presso il seminario diocesano. Fu solamente nel 1958 che entrò a far parte come novizio della Compagnia di Gesù a Villa Devoto, dove completò gli studi umanistici.

Formazione e sacerdozio

Nel 1963, tornato in Argentina, si laureò in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel, diventando successivamente professore universitario di letteratura e psicologia nel Collegio dell’Immacolata di Santa Fé e successivamente nel Collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe. Ma la sua curiosità e la sua passione per gli studi, lo spinsero a prendere una seconda laurea, questa volta specializzandosi in teologia, diventandone poi anche professore universitario.

Il 13 dicembre 1969, all’età di 33 anni, venne ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano, tanto che proseguì la preparazione fino al 1971 in Spagna. Oltre alla nazione spagnola nello stesso anno si recò in Germania per ultimare la sua tesi di dottorato in teologia. Torna poi nuovamente in patria, nella città di Córdoba, chiamato ad essere direttore spirituale e confessore della locale chiesa della Compagnia di Gesù. Fu proprio qui che incontrò il cardinale Quarracino, che lo fece diventare suo stretto collaboratore a Buenos Aires.

Carriera Ecclesiastica

Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e vescovo ausiliare di Buenos Aires, ricevendo inoltre nello stesso anno l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto scelse Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. La carriera ecclesiastica proseguì con il 3 giugno 1997, data in cui venne nominato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires, e successivamente alla morte di Quarracino, arcivescovo, diventando di fatto la figura religiosa più importante dell’intera Argentina.

Sempre per volontà di Giovanni Paolo II, nel concistoro del 21 febbraio 2001, venne nominato Cardinale del titolo di san Roberto Bellarmino. Anno in cui venne inoltre nominato Relatore generale e successivamente Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, carica che ricopre dal 2005 al 2011. Questa importanza, ovviamente fece diventare la sua figura sempre più popolare, soprattutto in America Latina. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave, dove verrà eletto papa Benedetto XVI.

Il nuovo Pontefice

Dopo il lutto di Papa Giovanni Paolo II, Bergoglio venne considerato uno dei candidati più papabili per l’elezione a nuovo Pontefice nel conclave del 2005. Anche se si aveva la preferenza per il papa argentino, verrà eletto in quell’anno Joseph Ratzinger, cardinale tedesco che prese il nome di Papa Benedetto XVI. Fu solamente dopo la rinuncia di quest’ultimo alla carica di pontefice, venne eletto Jorge Mario Bergoglio come suo successore, proclamandolo nuovo Pontefice nella sera del 13 marzo 2013, con un conclave durato meno di ventisei ore.

Il nuovo pontefice assunse il nome di papa Francesco, il primo papa appartenente all’ordine gesuita fondato da Ignazio di Loyola e il primo a farsi ispirare da Francesco d’Assisi nel nome. Fu proprio sulla vita di questo Santo che basò il suo progetto missionario, incentrato sulla semplicità, sull’umiltà, sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro furono i suoi obiettivi principali, ovvero dare vita a comunità aperte e fraterne, caratterizzate dal protagonismo di un laicato consapevole, l’evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città e l’ assistenza ai poveri e ai malati.

Federica.

ALMANACCO: 16 Dicembre nasce il pittore Vasilij Kandinskij 

Iconico pittore russo, poi naturalizzato francese, Vasilij Kandinskij nacque il 16 Dicembre del 1866. Considerato uno dei fondatori della pura astrazione pittorica all’inizio del XX secolo, il quale con la sua opera “Lo spirituale nell’arte” cambiò la storia. E’ grazie al suo concetto astratto che l’arte non fu solo tecnica e ragionamento, ma anche scrigno immortale delle emozioni e delle sensazioni dell’artista.

Nato a Mosca nel 1866, da una agiata famiglia borghese della città. Fin da bambino venne avviato dai genitori agli studi di legge, continuando anche all’Università. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, gli viene anche offerta una cattedra per insegnare che egli però rifiutò per dedicarsi alla pittura. Questa passione per il disegno iniziò da bambino, dopo un viaggio a Venezia, anche se non prenderà in considerazione fino ai 27 anni.

L’esordio artistico

Kandinskij intraprese lo studio dell’arte solamente all’età di 30 anni, decidendo dopo ad aver preso la Laurea in Legge, di trasferirsi a Monaco di Baviera per studiare disegno e pittura. Venne accettato in una prestigiosa scuola privata di pittura, passando poi all’Accademia delle Arti di Monaco. Qui, durante una mostra degli Impressionisti francesi, venne in contatto con le opere del pittore impressionista Monet, che divennero per lui una vera e propria ossessione. Sarà un dipinto di Monet in particolare, a modificare per sempre il suo approccio al mondo dell’arte.

Questo quadro rappresentava dei covoni di grano, che apparivano all’occhio dell’osservatore come macchie gialle informi, brutte alla vista ma capaci però di trasmettere una forte emozione. Fu grazie a quest’opera che iniziò ad esplorare i concetti creativi del colore sulla tela, formando successivamente teorie derivate da uno studio spirituale devoto e informato da un intenso rapporto tra musica e colore. Queste teorie si unirono attraverso il primo decennio del XX secolo, conducendolo verso il suo status definitivo di padre dell’arte astratta.

La concezione astratta

Le sue prime opere infatti, rivelano combinazioni cromatiche piuttosto specifiche, infuse dalla percezione che ogni colore vive della sua vita misteriosa. Il colore divenne più un’espressione di emozione che una descrizione fedele della natura o del soggetto. Queste sue teorie confluirono con quello che era l’ambiente artistico che in quegli anni aveva fatto nascere la Secessione di Monaco, e successivamente il fenomeno dell’espressionismo. Kandinskij partecipa attivamente a questo clima avanguardistico.

Nel 1909 fonda un’associazione di artisti, chiamata “l’Associazione degli artisti di Monaco”, grazie alla quale, la sua fase artistica, venne sempre più influenzata dall’espressionismo. Ed è partendo da questo, che negli anni successivi al 1910, avvenne la sua svolta verso una pittura totalmente astratta. Iniziò così il periodo più intenso e produttivo della sua vita artistica, pubblicando anche un testo fondamentale per capire la sua concezione artistica. L’opera intitolata Lo spirituale nell’arte, teorizza come la combinazione tra forme e colori sia alla base dell’opera d’arte, e strettamente connessa con lo spirituale.

Il rapporto tra arte e musica

Il linguaggio visivo di Kandinskij, apparentemente incomprensibile, segue invece delle regole ben precise. L’artista dà a ciascun colore un significato preciso, legato ad emozioni, gusti ed emozioni. Il giallo ad esempio è dotato di una forza centrifuga, di un’energia vitale e che può essere paragonata al suono di una tromba. L’azzurro invece, freddo e dotato di forza centripeta, è più simile al suono di un flauto. Il giallo è inoltre legato al triangolo, mentre il rosso è legato alla forma quadrata.

Non a caso Kandinskij evidenzia il nesso strettissimo che intercorre tra le sue opere d’arte e la musica, dando ai suoi dipinti anche nomi come Compozione, Intermezzo, Improvvisazione, ecc. Kandinskij credeva infatti che ogni volta l’ espressione artistica avesse il proprio marchio indelebile e che le sue vivaci interpretazioni del colore avvenivano attraverso sensibilità musicali e spirituali. Teorie che certamente alterarono il paesaggio artistico all’ inizio del XX secolo, precipitando l’ età moderna.

Kandinskij in Germania

Nel 1911, basandosi su quanto teorizzato, Kandinskij dà vita al gruppo avanguardista Der Blaue Reiter, tradotto in italiano “Il cavaliere azzurro”, titolo ripreso da una sua stessa opera. Il gruppo, creato con il collega Franz Marc, riunisce i principali esponenti dell’espressionismo tedesco con l’obiettivo di rinnovare l’arte in modo antinaturalistico. Ma quando esplose la Prima Guerra Mondiale, questo gruppo si interruppe, e Kandinskij fu costretto a trasferirsi nuovamente in Russia.

Ritornato però in Germania, lavorò come come insegnante di decorazione murale al Bauhaus, l’innovativa scuola di architettura, arte e design tedesca. Fu proprio nella scuola che il suo occhio artistico fu fortemente influenzato dal movimento costruttivista, basato su linee dure, punti e geometrie. Con la salita al potere di Hitler, però la scuola del Bauhaus, venne fatta chiudere, segnando la fine del rapporto tra Kandinskij e la Germania. L’artista fu quindi costretto a fuggire a Parigi, mentre le sue opere furono bollate come “arte degenerata” ed eliminate dai musei.

Ultimi anni

Kandinsky fuggì nei Pirenei, dove visse una vita piuttosto isolata, depresso che i suoi dipinti non vendevano. Qui rimase fino alla morte avvenuta nel 1944.

Federica.

ALMANACCO: 15 Dicembre muore il pittore Jan Vermeer

Famoso pittore olandese, Johannes van der Meer, meglio noto anche come Jan Vermeer, morì il 15 Dicembre del 1675. Esponente di spicco del secolo d’oro olandese, fu un’artista meticoloso che realizzava la maggior parte delle sue opere in ambienti chiusi e negli interni delle case olandesi. I suoi dipinti sembrano anticipare di secoli la fotografia, probabilmente per l’uso della “camera ottica”, per definire i profili della stanza in cui inseriva il personaggio da ritrarre. 

Della vita di Vermeer non si sa molto, e soprattutto della sua data di nascita, in quanto le fonti parlano soltanto della data del battesimo il 31 ottobre 1632. La sua passione per l’arte deriva dal padre, tessitore di seta che si sarebbe occupato anche di commercio di opere d’arte. Alla morte del padre infatti, questa attività passò nelle mani del giovane Jan, entrando nel giro degli artisti più importanti del periodo.

Gli esordi artistici

Oltre ad essere commerciante d’arte, Vermeer decise di iniziare la sua formazione artista nel 1647, cominciando il suo apprendistato presso la bottega del pittore olandese Carel Fabritius. Fu proprio quest’ultimo che lo influenza, anticipando quella che sarà la sua futura tecnica. Divenuto quindi famoso in quel tempo, sia per la sua arte sia per commerciarla, venne ammesso come membro dell’associazione di pittori chiamata Gilda di San Luca.  

Dai registri di questa associazione si sa che l’artista, in quel momento non era in grado di pagare la quota di ammissione, il che sembrerebbe indicare difficoltà finanziarie. Situazione che però migliorò, quando Pieter van Ruijven, uno dei più ricchi cittadini, divenne il suo mecenate e acquistò numerosi suoi dipinti. Grazie a questa forte influenza alle sue spalle, dopo qualche anno Vermeer venne eletto capo della Gilda e confermato anche negli anni successivi, segno che era considerato un rispettabile cittadino.

La crisi e la morte

Tuttavia, nel 1672 ci fu una pesante crisi finanziaria, provocata dall’invasione francese della Repubblica delle Sette Province Unite nei Paesi Bassi. Dopo questo evento ci fu un crollo delle richieste di beni di lusso, tra cui anche i dipinti e le opere d’arte, tanto che gli affari di Vermeer come artista e mercante ne risentirono, costringendolo a chiedere dei prestiti. Ad aggravare la sua situazione ci fu la morte del suo estimatore e mecenate Van Ruijven.

Si dice che fu proprio per questo motivo che Vermeer morì, a causa dello stress dovuto ai problemi economici. Infatti alla sua morte avvenuta nel 1675, all’età di 43 anni, Vermeer lasciò alla moglie e ai figli poco denaro e numerosi debiti. Tanto che nell’anno seguente, la moglie fu costretta a dichiarare bancarotta.

L’uso della camera ottica

Le opere di Vermeer hanno colori caldi ispirati ai dipinti della scuola di Rembrandt, mentre la composizione ed i soggetti sono più contemporanei. La sua attenzione però si concentra sulla descrizione dello spazio interno, delle case olandesi, della luce e del colore, e non sui paesaggi esterni e sulle vedute. I suoi dipinti sembrano anticipare di secoli la fotografia, in quanto probabilmente usava la “camera ottica”, per definire i profili della stanza in cui inseriva il personaggio da ritrarre.

Questo strumento permetteva l’ottima definizione dei profili, la posizione degli oggetti e l’effetto del fuori fuoco con oggetti a fuoco e altri no. Forse per questo i suoi dipinti furono considerati delle descrizioni della realtà. Inoltre quest’utilizzo permette al Maestro di non utilizzare disegni preparatori. Non ci sono disegni attribuibili con certezza all’artista e i suoi quadri presentano pochi indizi dei suoi metodi preparatori.

La tecnica del pointillè

L’estrema qualità e vividezza dei colori nei dipinti di Vermeer è dovuta anche alla grande cura posta dall’artista nella preparazione dei colori a olio e nell’uso di pigmenti in purezza, tra cui il blu oltremare ottenuto dai lapislazzuli. I drappeggi quasi toccabili, l’uso del blu e del giallo sono elementi riscontrabili in opere come La lattaia, La ragazza con l’orecchino di perla, Il Concerto a Tre, Astronomo e La merlettaia, personaggi, soprattutto donne, riprese nella loro semplice quotidianità.

Realizza corpi e visi ritratti, che fanno percepire l’equilibrio tra cromatismo e luce. Questo perchè provenendo dal campo dei materiali e tessuti, fa proprio l’uso e il trattamento della luce con l’utilizzo del colore puntinato, dando vita a colori trasparenti che donano rilievo agli oggetti. La sua tecnica pittorica infatti risulta ancora vivida e realistica, grazie anche all’uso della tecnica del pointillé che l’artista ottiene applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati.

Federica.

mARTEdì: la serie delle 4 stagioni di NICOLAS POUSSIN

Pittore francese seicentesco, Nicolas Poussin divenne celebre, anche in Italia, per la sua piena impostazione classica delle sue opere, in cui sono caratteristiche predominanti la chiarezza, la logica e l’ordine. L’opera principale, oggi considerata come testamento artistico-spirituale dell’artista, è il ciclo delle Quattro stagioni, ovvero quattro dipinti intitolati La Primavera, l’Inverno, L’Estate e L’Autunno.

Anche se le opere hanno una semplicità visiva, in realtà nascondono un’ingannevole e complessa iconografia. Le Stagioni sono una riflessione filosofica in cui, ogni quadro rappresenta un paesaggio elegiaco in diverse stagioni e in diverse ore del giorno. Poussin, dipinge il potere e lo splendore di natura che varia, benigno in Primavera, ricco in Estate, tetro e fruttuoso in Autunno e crudele in Inverno. Tutto questo rappresentato in tempi consecutivi del giorno, ovvero mattina per la Primavera, mezzogiorno per l’Estate, la sera per Autunno e una notte illuminata dalla luna per Inverno.

Simbologia cristiana

Anche se l’iconografia potrebbe ricondurre all’armonia della natura, Poussin ha deciso di avvicinarsi alla religione cristiana, dove le stagioni simboleggiarono la morte, la risurrezione di Cristo e la salvezza dell’uomo. Ecco come avvicina ogni stagione ad un episodio specifico del Vecchio Testamento, ovvero per Primavera scelse Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden tratto dalla Genesi, per l’Estate invece la scena di Boaz che scopre Ruth nel suo campo di grano dal Libro di Ruth, per l’Autunno scelse il ritorno delle spie israelite dalla terra promessa di Canaan dal Libro di Numeri, e infine per Inverno l’Inondazione dal Libro di Noè.

Oltre alle referenze stagionali ovvie, alcuni studiosi hanno visto altre simbologie bibliche, come il pane e il vino in Estate e chicchi d’uva in Autunno riferiti all’Eucarestia. Il ciclo delle 4 opere poteva anche simboleggiare il sentiero che l’uomo doveva affrontare per rivendicare il suo stato d’innocenza prima del peccato originale e la caduta in Primavera, l’unione che ha provocato la nascita di Cristo attraverso la Casa di David in Estate, le leggi A mosaico in Autunno, fino ad arrivate all’ultimo giudizio in Inverno.

La primavera

Nell’opera Primavera, anche intitolata “Il Paradiso Terrestre”, Poussin dipinge Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden sotto all’Albero della Conoscenza. E’ la scena prima del peccato originale e la cacciata successiva dall’ Eden, anche se non è rappresentato il serpente. Protagonista della scena è la vegetazione realizzata con diverse gradazioni di verde, illuminata dal sole che ancora si trova ancora dietro le montagne, simbolo dell’alba. La luce del mattino presto si può anche notare dai colori brillanti presenti nella parte destra del dipinto, dove la vegetazione lascia spazi vuoti.

Adamo ed Eva appaiono come una coppia molto piccola rispetto al bosco che riempie la scena, e che appare molto calmo e tranquillo. Ugualmente piccolo, è l’angelo che simboleggia il Creatore, presente in alto a destra che vola su una nuvola circondata da un’aureola di luce. Come già detto, tutto nella composizione dell’opera ricorda le rappresentazioni classiche in miniatura medievali.

L’Estate

Nell’opera Estate, anche intitolata “Ruth e Boaz”, la scena è completamente invasa anche in questo caso dalla vegetazione. Rispetto alla prima opera, protagonisti qui sono i campi di grano divisi in blocchi rettangolari e geometrici, a formaro due pareti parallele. In primo piano sono raffigurati tre personaggi, ripresi di profilo, come se fossero realizzati in bassorilievo. C’è il personaggio di Ruth in ginocchio che si scusa con Boaz in piedi, per essere entrato nel suo campo di grano, mentre il suo domestio rimane a guardare la scena da lontano.

Il campo di granoturco si trova al centro della pittura, mentre in lontananza si notano delle rocce, delle montagne e il mare. Nel campo sono raffigurati un gruppo di mietitori a lavoro e, più lontano cinque cavalli in corsa, che ricordano lo stile classico degli archi trionfali di Roma Antica. La scena bucolica è inoltre rallegrata da un contadino che suona una cornamusa a destra, un mietitore che beve del vino dalla fiaschetta a sinistra, e delle donne che fanno il pane all’ombra del grande albero nel primo piano.

L’Inverno

L’opera L’inverno, venne anche intitolata “L’Inondazione”, perchè fu rappresentato da Poussin lo stadio finale del cataclisma spaventoso. Il quadro, infatti, descrive il momento in cui l’alluvione ricopre completamente la pianura, e dove gli ultimi elementi rocciosi scompaiono sotto le acque. Le linee linee usate, rispetto ai suoi primi quadri dove apparivano simmetriche ed in ordine, qui conducono l’occhio verso qualcosa di diverso, frastagliato.

 La scena è buia in quanto avvenuta di notte, e colorata con ombre grigie, blu e nere, tanto che viene illuminata soltanto dalla luna e da qualche lampo in cielo. Queste ombre, rendono anche i contorni dell’arca di Noè impercettibili, tanto che possono essere distinti grazie al galleggiamento sulle acque più calme. Sullo sfondo sono presenti forme dentellate di rocce e alberi, e una cascata, unico elemento lineare e orizzontale della scena. In primo priamo invece sono riprodotti i sopravvissuti, e il particolare inserimento di un serpente a sinistra che scivola sulla roccia, simbolo forse dell’orrore, e promemoria della sua assenza nel Giardino dell’Eden.

L’Autunno

Nell’opera Autunno, oppure intitolata “Le Spie con i Chicchi d’uva della Terra Promessa”, si nota una differenza di stile rispetto alle precedenti. Questo potrebbe suggerire all’ultima sua pittura e l’incombere della sua malattia del tremore alle mani. La vegetazione lussureggiante nel quadro della Primavera, viene qui sostituita da una terra sassosa e ciuffi d’erba. Al centro dell’opera è presente solo un melo con i suoi frutti, le cui foglie cominciano a cadere, indicando il periodo autunnale. Le ombre lunghe indicano inoltre il calare del sole di sera, la cui luce sbiadente illumina una città costruita su una montagna rocciosa a destra.

L’occhio dell’osservatore è dolcemente diretto verso le figure centrali delle due spie israelite, anch’esse rappresentare classicamente di lato come un basso rilievo. A destra dell’opera è raffigurato un ruscello, animato dalla presenza di un pescatore e una donna con un cesto di frutto sulla sua testa. Sempre sullo sfondo vi è una donna su una scala appoggiata all’albero, intenta a raccoglierne i suoi frutti, anche se nell’originale è Cristo a raccogliere i chicchi d’uva. Questo suggerisce l’interpretazione iconografica del melo come l’ Albero di Vita, e i frutti come le ricompense divine promesse in paradiso dopo salvezza.

Federica.

ALMANACCO: 14 Dicembre muore il presidente George Washington

Politico e generale statunitense, George Washington morì il 14 Dicembre del 1799. Divenne famoso per essere comandante in capo dell’Esercito continentale, in battaglia durante tutta la guerra d’indipendenza americana, e successivamente per essere divenuto il primo Presidente degli Stati Uniti d’America. È considerato uno dei grandi padri fondatori della nazione.

Nato in Virginia nel 1732, da una famiglia benestante di origini inglesi. Inizialmente educato privatamente in casa, all’età di 15 anni frequentò la scuola presso Williamsburg dove ricevette una educazione di base, dove fu molto portato per le materie scientifiche. Fatto che lo spinse ad intraprendere gli studi di geometra-agrimensore, lavorando anche come agrimensore, ovvero perito topografico che stabilisce la misura planimetrica di superfici agrarie.

L’esperienza militare

Divenne un geometra di successo, tanto da guadagnare abbastanza denaro per iniziare ad acquisire terre. A diciassette anni ricoprì il suo primo incarico pubblico divenendo ispettore della contea di Culpepper, e per questo fece il suo unico viaggio fuori dall’America, verso le Barbados. Successivamente al viaggio, nel 1752, Washington, che non aveva precedenti esperienze militari, fu nominato comandante della milizia in Virginia.

Avviato alla carriera militare, intraprese la sua prima missione nel 1753, quando i francesi provenienti dal Canada, presero le posizioni sulle rive del fiume Ohio, minacciando concretamene la Virginia. Gli aspri combattimenti per respingere gli assalti dei Francesi e gli alleati Indiani Irochesi, segnano l’inizio della Guerra Franco-Indiana, il versante americano della cosiddetta Guerra dei Sette Anni. Tra il 1755 e il 1758 fu comandante in capo delle truppe coloniali della Virginia, affidandogli l’incarico di presidiare l’inquieta frontiera.

L’esordio nella carriera politica

Nel frattempo Washington iniziava la sua brillante carriera politica, dopo aver rassegnato le dimissioni dagli incarichi militari nel 1759. Tornando a Mount Vernon, fu eletto al Parlamento della Virginia, godendo del prestigio che gli veniva dal suo passato militare e dalla posizione di ricco proprietario di piantagioni. Successo che ispirò le sue posizioni quando nel 1774 fu eletto rappresentante della Virginia al primo Congresso continentale delle colonie.

Per quasi quindici anni, fu membro della Camera dei Borghigiani, ovvero della Camera Bassa dell’Assemblea Legislativa virginiana, dove si distinse per essere uno dei più accesi sostenitori dei diritti dei coloni nel nome del Common law e del diritto consuetudinario britannici che assicuravano a tutti i sudditi della Corona Inglese equità di trattamento e libertà tangibili. L’inosservanza di quei diritti, sarà tra i motivi che scatenarono la guerra sanguinosa tra Londra e le colonie nordamericane.

La rivoluzione americana per l’indipendenza

La rivoluzione americana era divampata e Washington fu nominato comandante in capo dell’esercito continentale all’unanimità. Ancora una volta, si dimostrò un grande generale ed un discreto stratega militare. Infatti, la sua autentica forza non fu nella genialità sul campo di battaglia, ma nella sua capacità di fare da collante tra gli ufficiali superiori, subalterni e la truppa di un esercito coloniale eterogeneo.

Quest’ultimo infatti fu composto da soldati scarsamente addestrati ed equipaggiati, ma che tuttavia, furono uniti da una direzione e una motivazione reale data da Washington per andare avanti. Fu per questo che nel 1781, i coloni ottennero finalmente i successi sperati, con Washington sempre protagonista sia sul versante bellico che su quello politico e diplomatico. Terminata la guerra civile con la vittoria dei coloni, fu sancita definitivamente la pace il 3 settembre 1783.

Primo Presidente degli Stati Uniti

Quando nel 1787 si riunì a Filadelfia una convenzione con il compito di promulgare la Costituzione americana, Washington ne divenne il presidente. Entrata in vigore la Costituzione nel 1789, in quello stesso anno egli fu eletto primo presidente degli Stati Uniti. Il suo compito non fu facile, anche se venne conseguito con sostanziale successo, come ad esempio per moderare i contrasti tra i partiti e gli Stati che componevano la neo Unione. Ottenne molto successo tanto che nel 1793 fu rieletto presidente.

Nel 1797, allo scadere del mandato, lasciò la presidenza al suo successore John Adams. Al momento del suo congedo, rivolse un messaggio al paese raccomandando agli Americani una politica d’isolamento sul piano dei rapporti internazionali (isolazionismo), a protezione dei propri interessi di giovane nazione. Washington si ritirò così a vita privata a Mount Vernon, in Virginia, dove morì nel 1799.

Federica.

ALMANACCO: 13 Dicembre muore lo scultore Donatello

Scultore, pittore e architetto italiano, Donato di Niccolò di Betto Bardi, meglio noto come Donatello morì il 13 Dicembre del 1466. Artista dalla lunghissima carriera, fu uno dei tre padri del Rinascimento fiorentino, assieme a Brunelleschi e Masaccio, oltre ad essere uno dei più celebri scultori di tutti i tempi. La sua capacità fu riuscire a dare ai volti delle sue opere quell’espressività che li rende umani, reali e vivi.

Nato a Firenze nel 1386, da una famiglia modesta, suo padre era infatti cardatore di lana. Probabilmente, anche se non si hanno prove certe, iniziò la sua carriera artistica come orafo, percorso molto comune tra i giovani fiorentini amanti dell’arte. Della sua formazione si può affermare che nel 1403, lavora nella bottega dell’orafo e scultore Lorenzo Ghiberti, con il quale collabora alla rifiniture della porta del Battistero fiorentino.

I lavori nel Duomo

Fin dalle prime opere emerse, una delle caratteristiche chiave dell’arte di Donatello, che si affinò sempre più nel corso degli anni, fu la capacità di conferire alle sue sculture un’umanità e un realismo ignoto ai suoi contemporanei. Questa caratteristica è già visibile nella sua prima opera, ovvero la coppia di Profeti, realizzati sulla Porta della Mandorla nell’Opera del Duomo di Firenze. Sempre nel Duomo, esegue per la tribuna del coro il David marmoreo, statua a grandezza naturale che mostra una notevole capacità artistica dell’artista.

Tra il 1409 e il 1411 eseguì il San Giovanni Evangelista per una nicchia collocata a lato del portale centrale del Duomo, con altri tre evangelisti realizzati da Niccolò di Pietro Lamberti, Nanni di Banco e Bernardo Ciuffagni. Nel suo evangelista, Donatello si distinse per reagire al manierismo tardogotico, non solo riallacciandosi alla statuaria antica, ma ricercando di riprodurre l’umanità e la verità. Il volto del santo infatti, appare con la fronte realisticamente corrucciata, mentre il corpo proponeva una maggiore naturalezza, come le mani realistiche e i panneggi che avvolgono le gambe esaltavano le membra, senza nasconderle.

La controversia del Crocifisso contadino

Tra il 1402 e il 1404, Donatello si trasferì a Roma insieme a Brunelleschi, con il quale andò in cerca di antichi capolavori dell’arte classica per trarne ispirazione, ottenendo il soprannome di “cercatori di tesori”. Fu durante questo periodo che realizzò l’opera Crocifisso “contadino” di Santa Croce, estremamente realistico ed empatico. Fu a causa di questo che l’opera venne criticata proprio da Brunelleschi, che lo rimproverò di aver messo in croce un contadino, privo della solennità e della bellezza proporzionale che si confaceva a un soggetto sacro. 

Fu così che iniziò un’amichevole sfida artistica con Brunelleschi che in risposta, scolpì il Crocifisso di Santa Maria Novella, impostato secondo una studiata gravitas. Il confronto tra i due crocifissi dimostra le differenze tra i due padri del Rinascimento fiorentino, che nonostante la comunanza di intenti avevano concezioni personali del fare artistico molto diverse. Il Cristo di Donatello sottolinea la sofferenza e la verità umana del soggetto, forse in accordo con le richieste dei committenti francescani, dove il corpo sofferente è composto con un modellato energico e vivo, che non fa concessione alla convenienza estetica. L’agonia è sottolineata dai lineamenti contratti, la bocca dischiusa, gli occhi semiaperti, la composizione sgraziata

Altri lavori iconici

Dal 1411 lavorò alla decorazione delle nicchie della chiesa di Orsanmichele, con le statue di San Marco e San Giorgio, uno dei suoi più noti capolavori, per l’energia trattenuta e il movimento. Nella stessa chiesa realizzò, alla base del tabernacolo, il rilievo San Giorgio e il drago, famoso lavoro perché costituisce il primo esempio di “stiacciato”, e la più antica rappresentazione di uno sfondo prospettico centrale con un unico punto di fuga. La tecnica dello stiacciato, di cui fu iniziatore e maestro, consiste nello scolpire solo la superficie del marmo, ottenendo un’illusione di profondità che rende le figure tridimensionali.

Dal 1415, subito dopo la decorazione per Orsanmichele, venne assoldato per partecipare alla decorazione scultorea del Campanile di Giotto, già iniziato da Andrea Pisano e i suoi collaboratori nel secolo precedente. Le statue realizzate da Donatello furono il Profeta imberbe, il Profeta pensieroso e il Sacrificio di Isacco, caratterizzate da un forte realismo e un’intensità espressiva, oltre che un vibrante dinamismo dato dalla torsione dei corpi. Per la decorazione del lato nord, invece scolpì due capolavori come lo Zuccone e il Geremia, con una straordinaria penetrazione psicologica, sia nei volti espressivi, sia nell’atteggiamento del corpo, sottolineato da un panneggio profondo e vibrante, che evidenzia i loro tormenti interiori.

La Cantoria e il David

Ma è dalla metà del Quattrocento, che Donatello portò a termine alcuni dei suoi indimenticati capolavori, primo fra tutti la Cantoria della Cattedrale di Santa Maria del Fiore di Firenze. Questa balconata per organo, è sorretta da un’intelaiatura architettonica formata da colonnine completamente staccate dal fondo, e decorate da un fregio continuo con putti che ballano freneticamente, dando al complesso un forte senso di movimento. Niente di più diverso dalla serena e pacata compostezza classica dell’opera gemella di Luca della Robbia.

Altra opera iconica, è il celebre David bronzeo di Donatello, realizzata per volere di Cosimo de’ Medici. Essa intendeva rappresentare sia l’eroe biblico David, simbolo delle virtù civiche, sia il dio Mercurio con la testa recisa di Argo. Nell’opera si rilevano le influenze degli studi classici e della statuaria antica, fuse insieme all’irrequietezza del modellato e alla modulazione di luce e ombra. La statua fu progettata per essere vista da più punti ed è stato il primo corpo nudo raffigurato a tutto tondo, senza essere subordinato a un elemento architettonico dopo l’età classica.

Il periodo a Padova

Nel 1443 Donatello partì per Padova, dove vi rimase fino al 1453, realizzando vari lavori di straordinaria importanza. Fra queste opere vi è il monumento equestre del condottiero Erasmo da Narni, soprannominato Gattamelata, che morì proprio in quell’anno. Il lavoro ispirato alla statua di Marco Aurelio a Roma, può considerarsi precursore di tutti i monumenti equestri che seguirono. Lo zoccolo poggiato su una sfera, simbolo di dominio sulla Terra e il bastone del comando, impugnato dal soggetto, sono dettagli simbolici che ricorreranno in moltissimi altri monumenti equestri realizzati in seguito.

Altra opera iconica realizzata nel periodo padovano, fu la costruzione dell’Altare della basilica del Sant’Antonio, composta da quasi venti rilievi e sette statue bronzee a tutto tondo, al quale lavorò fino alla partenza dalla città. Le statue a tutto tondo sono la Madonna col Bambino con i 6 Santi, aggiunte ai 4 grandi rilievi con gli Episodi della vita di sant’Antonio e alcuni rilievi minori, quali le formelle dei quattro simboli degli Evangelisti e i dodici putti. Numerosi temi sono desunti da monumenti antichi, ma quello che più colpisce è la folla, che per la prima volta diventa parte integrante della rappresentazione

TITOLO

Partito da Padova a fine del 1453, Donatello tornò a Firenze, dove trovò un gusto dominante evoluto rispetto a come l’aveva lasciato 10 anni prima. Donatello era un artista al di fuori delle mode del tempo e al di fuori dei sentieri della convenzione stilistica. La forza creativa non lo abbandonò nemmeno in vecchiaia, come testimoniano capolavori come l’opera lignea della Maddalena penitente, il gruppo scultoreo di Giuditta e Oloferne, e i Pulpiti di San Lorenzo, creati a più di settant’anni con l’aiuto di numerosi assistenti.

Federica.

ALMANACCO: 12 Dicembre nasce il fumettista Michele Rech

Il fumettista romano Michele Rech, alias Zerocalcare, nasce il 12 dicembre 1983, ed è uno dei più conosciuti e apprezzati artisti del genere, in Italia. Acclamato per il personaggio che porta il suo nome, divenne inconfondibile ed iconico per fumetti e illustrazioni.

Il giovane autore nasce in provincia di Arezzo, passa l’infanzia in Francia, per poi trasferirsi a Roma, nel quartiere di Rebibbia. La capitale lo conquista fin da subito, diventando sfondo delle sue storie. Ed è proprio a Roma, nel liceo linguistico francese Chateaubriand, che ebbe il suo primo approccio al mondo del fumetto.

Zerocalcare verso il successo

Il successo però non gli cadde dal cielo. Dopo il liceo, si butta subito nel mondo del lavoro, disegnando fumetti per concerti, manifestazioni, centri sociali, dischi. Nel 2011, decide di aprire un blog, il quale lo porta a farsi conoscere ad un pubblico sempre più vasto. Ed è proprio in una discussione online che nasce casualmente il nome d’arte Zerocalcare, ispirato da uno spot televisivo di un anti-calcare che stava andando in onda in quel momento.

Il modo con cui riesce a rappresentare la realtà di molti lo rende il fenomeno del momento, amatissimo sia da grandi che dai più giovani. Inizia a collaborare con Radio Onda Rossa, e diventa illustratore del quotidiano Liberazione, del mensile La Repubblica XL, oltre che fumettista online di DC Comics.

I personaggi iconici

Il personaggio che porta il suo nome è ormai diventato iconico, come le personificazioni delle emozioni da parte di mostri che incarnano disagi, ansie e sentimenti condivise dalla sua generazione, e non solo. I fumetti di Zerocalcare descrivono, quindi, con una vena ironica tutta sua, una società accomunata da un futuro di incertezza e precarietà.

Un altro personaggio che diventa ricorrente nell’opera di Zerocalcare, è Armadillo, una proiezione soggettiva dello stesso Michele Rech. Su questo personaggio scriverà un libro nel 2011 intitolato La profezia dell’armadillo, ristampato ben cinque volte e divenuto anche un film uscito nelle sale italiane nel 2018.

Il 2020 segna un’ulteriore svolta nella carriera di Zerocalcare. Il suo volto per la prima volta diventa noto al grande pubblico grazie alle partecipazioni fisse al programma Propaganda Live, su La 7, durante i mesi della quarantena per il Covid-19.

Qui Michele Rech ogni venerdì sera propone Rebibbia Quarantine, un diario a fumetti animato che riscuote un successo tale da venire ripreso il giorno successivo dai principali siti d’informazione, generando milioni di visualizzazioni.

Federica.

ALMANACCO: 11 Dicembre muore il pittore Pinturicchio

Famoso pittore italiano, Bernardino di Betto Betti, meglio noto come Pinturicchio morì l’11 Dicembre del 1513. Fu un artista completo, capace di padroneggiare sia l’arte della pittura su tavola, che l’affresco e la miniatura, lavorando per alcune delle più importanti personalità del suo tempo. Fu uno dei grandi maestri della scuola umbra del secondo Quattrocento, insieme a Perugino e Raffaello.

Nato a Perugia nel 1454 circa, ottenne il famosissimo soprannome di “piccolo pintore”, a causa della sua corporatura minuta, e che egli stesso fece proprio usandolo per firmare alcune opere. Fin da subito appassionato all’arte della pittura, iniziò il suo percorso formativo iscrivendosi all’Arte dei Pittori nel 1481, e studiando nell’ambiente di Bartolomeo Caporali e Benedetto Bonfigli. Gli esordi di Pinturicchio vengono ricondotti all’oratorio di San Bernardino, dove decorò la nicchia con otto tavolette con le Storie di san Bernardino.

L’esperienza romana

Negli anni della sua formazione lasciò Perugia per andare a Roma, dove ottenne i primi incarichi importanti. Gli venne affidata infatti, la realizzazione di alcuni affreschi della cappella Sistina con le scene con il Viaggio di Mosè e il Battesimo di Cristo. Purtroppo la distruzione degli affreschi ha reso molto difficile l’individuazione del suo lavoro, anche se molti degli schemi usati nella Sistina sono stati ripresi in opere successive dal Pinturicchio. Nel cantiere della Sistina, entrò inoltre in contatto con la pittura del Ghirlandaio e del Botticelli che contribuì alla formazione del suo stile personale.

Sempre a Roma, esegue nella cappella Bufalini in Santa Maria in Aracoeli, un ciclo di affreschi con riprodotte anche in questo caso le Storie di S. Bernardino, prima grande opera dell’artista. Gli affreschi si svolgono su tre pareti e raccontano la vita e i miracoli di San Bernardino da Siena, con schemi che ricordano quelli della Cappella Sistina. A differenza di quest’ultimi però, i lavori della cappella Bufalini risultano più brillanti e meno statici, rispetto alla simmetria e alla composta solennità realizzata precedentemente.

Le committenze papali

Con l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo VIII, avvenuta nel 1484, Pinturicchio entrò al suo servizio in Vaticano, realizzando per il papa svariate opere. Ad esempio venne incaricato di dipingere una serie di Vedute di città italiane per il Palazzo Apostolico, organizzate in lunette prospettiche che costituivano una sorta di apertura illusionistica verso i panorami di città italiane viste “a volo d’uccello” secondo la tradizione fiamminga. Abbandonando brevemente il genere sacro, Pinturicchio riprese il genere antico della pittura paesistica del secondo stile pompeiano.

Dopo un lungo e creativo periodo romano, nel 1485 il pittore tornò nella sua città, per realizzare alcune commissioni. Una fra questo è la lunetta con la Madonna, che si trova ancora oggi sopra la porta della sala del Consiglio nel palazzo dei priori di Perugia. Ma la fortuna lo riportò di nuovo o a Roma, incaricato di decorare una sala di palazzo Colonna in piazza Santi Apostoli, residenza del cardinale Giuliano Della Rovere, futuro papa Giulio II. Anche in questo caso usa un effetto antichizzante con citazioni alle statue o rilievi antichi visibili in Roma. Sempre per il cardinale Giuliano, inoltre affresca la Cappella del Presepio e la Cappella Basso Della Rovere.

Appartamenti Borgia

Un altro Papa molto importante nella vita del Pinturicchio è sicuramente papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, per il quale affresca sei stanze del suo appartamento personale. È un progetto davvero enorme e ambizioso, non aveva precedenti nell’Italia rinascimentale, e che inizia nel 1492, terminando nel 1494. Il tema della decorazione è quello sacro, rappresentato con decorazioni preziose e raffinate, con dorature e grottesche che si legano sia al gusto gotico internazionale sia all’ornato di matrice ispano-moresca.

Il programma iconografico fondeva la dottrina cristiana con continui richiami al gusto archeologico di Roma, rappresentando le Sibille, gli Apostoli, i Profeti, le Arti liberali, alcune scene della vita di Cristo, di Maria e dei Santi. Scene inserite in motivi tratti dalla mitologia, volti a celebrare in modo allegorico il committente. Il papa dimostra di essere molto soddisfatto per il lavoro dell’artista e qualche anno più tardi lo richiama per un altro incarico, ovvero decorare il torrione davanti a Castel Sant’Angelo, ciclo totalmente perduto per la distruzione dell’edificio.

Libreria Piccolomini

Durante questo periodo realizzò molte opere tra Roma e l’Umbria, fino a che venne chiamato a Siena da Francesco Piccolomini, eletto Papa Pio III, per la decorazione della Libreria Piccolomini, nel Duomo di Siena, destinata ad accogliere la collezione libraria dello zio papa Pio II. In ricordo della sua memoria, fece realizzare a Pinturicchio le dieci Storie della vita di Pio II, che segnarono una delle più complesse testimonianze della reinvenzione di temi antichi in quegli anni e che viene considerata il suo capolavoro in assoluto.

Questi lavori sono caratterizzati da un potente cromatismo, gusto del particolare e grande attenzione all’aspetto decorativo. Lo stile si avvicina a quello delle miniature, nitido, ricco di colori brillanti intonati con maestria, ricolmo di decorazioni e di applicazioni tridimensionali in pastiglia dorata, su armi, gioielli, finiture, ecc. Tra le finte arcate in prospettiva, si inquadrano le scene fastose della vita del Papa, come la più famosa Enea Piccolomini incoronato Papa. Alla realizzazione di questo ciclo di affreschi, chiamò diversi collaboratori per aiutarlo, uno dei quali fu il giovane Raffaello Sanzio, allievo della bottega del Perugino, già all’epoca molto bravo.

Ultimi anni

L’ultimo importante incarico di Pinturicchio fu ancora a Roma, chiamato da papa Giulio II per affrescare la volta del coro di Santa Maria del Popolo. È proprio qui che dipinse l’Incoronazione di Maria, gli Evangelisti, Sibille, Padri della Chiesa, uno dei suoi ultimi lavori, prima di morire il 7 maggio 1513, debilitato dalla malattia.

Federica.

ALMANACCO: 10 Dicembre muore lo scrittore Luigi Pirandello

Drammaturgo, scrittore e poeta italiano, Luigi Pirandello morì il 10 Dicembre del 1936. Considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo, per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrali. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle, racconti brevi e circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali incompleto. Ricevette il Premio Nobel nel 1934.

Pirandello nasce nel 1867 vicino Agrigento, precisamente in una località chiamata Caos. Su questo lo scrittore amò sempre scherzare, definendosi un “figlio del caos”. Assiduo lettore di romanzi, a dodici anni scrisse una tragedia in cinque atti che ha rappresentato con le sorelle e gli amici. Vista la sua vocazione letteraria, frequentò prima il liceo classico, per poi iscriversi nel 1882 alle facoltà di Legge e di Lettere di Palermo, dove ha conosciuto alcuni dei futuri dirigenti dei fasci siciliani.

L’esordio letterario

 Nel 1887 si trasferì a Roma dove continuò i suoi studi alla Facoltà di Lettere, periodo in cui scrisse alcune opere teatrali che ad oggi sono andate perdute. A causa di un contrasto con il preside, il latinista Onorato Occioni, decise di lasciare Roma per trasferirsi in Germania a frequentare l’università di Bonn. Finiti gli studi nel 1891, si laurea con una tesi sul dialetto di Agrigento.  Intanto ha già esordito come poeta con Mal giocondo e con Pasqua di Gea.

Nel 1892, deciso a dedicarsi alla sua vocazione letteraria, ritorna a Roma, per collaborare alcune riviste letterarie ed insegnare dal 1897 insegnato letteratura italiana all’Istituto Superiore di Magistero. In questo periodo inizia a pubblicare le sue prime novelle e i primi romanzi, fra cui Amori senza amore, e le traduzioni delle Elegie romane di Goeth. Nel 1898 ha inoltre stampato sulla rivista Ariel il primo testo teatrale, un atto unico dal titolo L’epilogo, e pubblicato successivamente il romanzo L’esclusa.

L’anno della svolta

 Ma è il 1903 l’anno della svolta, a causa di due eventi che cambiarono totalmente la sua vita. Il primo fu la frana che allagò completamente la zolfara nella quale il padre di Pirandello aveva investito i suoi averi, e la seconda fu l’inizio del manifestarsi della malattia mentale della moglie, che la costringerà a vivere in una casa di cura fino alla morte. Lo scrittore trovatosi improvvisamente in gravi difficoltà economiche, pensò inizialmente a suicidarsi, anche se in seguito spostò questa crisi all’interno delle sue opere.

Così il dissesto economico, follia e prigione familiare, diventarono i temi centrali dei suoi scritti. Per arrotondare il magro stipendio universitario, impartisce lezioni private e promuovendo la sua collaborazione con riviste e giornali, intensificando la sua produzione letteraria. Fu proprio in questo periodo che nacquero le sue opere più importanti, come Il Fu Mattia Pascal, I vecchi e i giovani, Suo marito e Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Il Fu Mattia Pascal

Il fu Mattia Pascal parla della fuga del protagonista a Montecarlo, dove vince una grande somma al gioco. Tornando a casa scopre di essere stato dichiarato morto suicida, e decide di cogliere al volo l’occasione per liberarsi di tutti i legami sociali e ricominciare tutto da capo. Si trasferisce a Roma sotto il falso nome di Adriano Meis, per iniziare una nuova vita anche se non può farlo perché di fronte alla legge lui non esiste. Decide allora di fingersi nuovamente morto, di tornare al suo paese e riprendere il suo ruolo di Mattia Pascal, ma nulla è come prima.

In questo romanzo troviamo molti dei temi cari a Pirandello, ovvero l’identità, la maschera, la finzione, la condizione dell’uomo come personaggio, il tentativo di fuggire dal mondo, la sconfitta finale, il rifiuto da parte del mondo. Quest’opera è il punto di avvio attraverso cui, oltre a scardinare i meccanismi narrativi veristi, Pirandello coglie in pieno il dramma dell’uomo novecentesco. Pubblicato a puntate sulla «Nuova Antologia», quest’opera riscosse un successo tale che uno dei più importanti editori del tempo, Emilio Treves di Milano, decide di occuparsi della pubblicazione delle sue opere.

L’importanza del teatro

Vasta e articolata è la produzione dello scrittore, le cui opere si ispirano prevalentemente all’ambiente borghese scandagliato e definito in ogni suo dettaglio. In questi anni scrisse una cinquantina di novelle e romanzi che ottennero grande diffusione in tutta Italia, anche se sarà il suo teatro a portarlo al successo internazionale. Fu così che nel giro di pochi anni, appaiono sulle scene le opere Pensaci Giacomino, Liolà, Così è (se vi pare), Ma non è una cosa seria, Il Piacere dell’onestà, Il gioco delle parti, Tutto per bene, L’uomo la bestia la virtù per poi arrivare ai Sei personaggi in cerca d’autore che consacrano Pirandello drammaturgo di fama mondiale.

Sei personaggi in cerca d’autore è l’opera teatrale più famosa di Pirandello e quella che gli aprì le porte del successo. Narra la storia di una compagnia teatrale che sta provando il suo spettacolo quando, all’improvviso, entra un gruppo di personaggi, che raccontano di essere stati rinnegati dal loro autore e chiedono di poter narrare la loro storia. Si tratta di una storia surreale, tragica e umoristica. Si tratta di un’opera di teatro nel teatro, dove ancora una volta Pirandello porta un discorso sulla condizione del personaggio e sulla finzione nell’arte. Con il teatro ottenne un successo strepitoso, un’ascesa che lo porterà a ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1934. 

Ultimi anni

Tra il 1931 e il 1936 Pirandello ha vissuto gli anni migliori della sua vita perché, grazie al successo mondiale del suo teatro, è stato costretto a viaggiare moltissimo. Nel frattempo riunì tutte le sue novelle nella raccolta Novelle per un anno e aveva dato alle stampe nel 1926 al suo ultimo grande romanzo: Uno, nessuno e centomila. Il romanzo riassume i temi centrali e il pensiero di vita di Pirandello, tanto che può essere considerato il suo testamento letterario. Muore nel 1936 a Roma.   

Federica.