ALMANACCO: 9 Dicembre nasce Johann Joachim Winckelmann

Bibliotecario, storico dell’arte e archeologo tedesco, Johann Joachim Winckelman nacque il 9 dicembre del 1717. Appassionato di letteratura e arte greca, fu uno fra i massimi teorici ed esponenti del Neoclassicismo, e sostenitore di un’arte basata sul senso dell’armonia, influenzando artisti come Canova, Mengs, e David. Fu inoltre famoso per essere stato il primo ad distinguere gli stili cronologicamente differenti nella storia dell’arte.

Winckelmann nacque a Stendal, in Germania, nel 1717, in una famiglia di umili origini. Anche se passò una fanciullezza segnata dagli stenti e dalla miseria, già da bambino fu caratterizzato da una grande forza di volontà e una passione per gli studi. A partire dal 1738, infatti, seguì studi filosofici e letterari nelle Università di Halle e di Jena, approfondendo in seguito lo studio della letteratura e dell’arte. 

Le influenze classiche

Fu in questo periodo che iniziò il suo grande interesse per la cultura greca, che coltivò autonomamente seguendo le lezioni di Alexander Gottlieb Baumgarten, il celebre filosofo che coniò i termini «estetica» e «gnoseologia». Da Baumgarten ereditò la concezione dell’autonomia dell’arte, come espressione della bellezza fine a sé stessa e non ordinata al perseguimento di un scopo superiore di edificazione morale e religiosa. L’arte greca ne è la massima espressione storica e il modello ideale di riferimento.

Fu solo nel 1754 che, grazie alla sua cultura, Winckelmann trovò finalmente una professione adeguata alle sue inclinazioni, ovvero bibliotecario presso il conte dell’impero Heinrich von Bünau a Nöthnitz, nei pressi di Dresda. Questa biblioteca, che comprendeva più di 40,000 volumi, fu fondamentale per la sua erudizione, tanto che riuscì a soddisfare la sua fame insaziabile di letture, oltre a coltivare quella rete di conoscenze e di rapporti che gli gioverà in futuro. Divorò i testi di Omero, Sofocle, Erodoto, Platone e Senofonte, approfondendo ancora di più la conoscenza dell’arte classica.

L’esperienza romana

La naturale conseguenza di questi propositi fu la volontà di recarsi a Roma, epicentro degli studi classici del tempo, in cui si dedica attivamente al disegno, e alla pubblicazione dei Pensieri sull’imitazione delle opere greche in pittura e scultura], saggio fondamentale per lo sviluppo del Neoclassicismo. Arrivò a Roma nel 1755 al seguito del cardinale Alberico Archinto, nunzio in Polonia, dal quale fu convinto a convertirsi alla religione cattolica. Fu nella capitale che studiò direttamente quei capolavori dell’arte classica con il suo ideale di una bellezza assoluta ed eterna, un’armonia di forme e una serena compostezza che supera il tumulto delle passioni.

A Roma strinse amicizia con il pittore boemo Anton Raphaél Mengs, che condivideva il suo amore per l’arte classica e che seguì le sue teorie nella pratica pittorica. Fu inoltre al servizio del cardinale Albani, mecenate e collezionista d’arte antica, e poté così studiare le grandi collezioni d’arte romane. Tra il 1757 e il 1758 visitò Ercolano e Pompei, di cui era iniziata da pochi anni la riscoperta archeologica per ordine del re Carlo III di Borbone, e si spinse fino a Paestum, dei cui monumenti sottolineò per primo l’importanza.

La teoria del bello

Con le sue opere, in particolare Considerazioni sull’imitazione delle opere greche in pittura e scultura e Storia dell’arte nell’antichità, contribuì in maniera determinante alla formazione del gusto neoclassico. Focalizzò la sua attenzione sulla scultura greca, che lo stesso Winckelmann peraltro conosceva esclusivamente attraverso copie romane, e individuandovi la perfetta realizzazione di un ideale estetico che contemperava in una superiore armonia spirito e corpo, frutto di un completo dominio delle passioni.

Per primo infatti, teorizzò il senso del bello paragonandolo al mare, in cui la superficie marina è piatta e liscia ma al di sotto di essa ribollono i flutti. Allo stesso modo sotto la calma grandezza e nobile semplicità del bello, si animano turbini di passioni. L’emblema di questa concezione è la statua di Apollo del Belvedere, rappresentato dopo aver ucciso il mostro Pitone, che infestava la Focide, che domina con la sua bellezza e superiorità, sereno e felice, ma non trionfante e sfolgorante. Simile idea è presentata anche con il Laooconte.

Ultimi anni

La svolta che la sua opera imprime alla trattatistica d’arte è fondamentale, in quanto cercò di legare l’evoluzione dello stile allo sviluppo della civiltà, segna di fatto la nascita della storiografia artistica. Ecco perchè divenne anche famoso per essere il massimo teorico del gusto neoclassico e per essere stato il primo ad distinguere gli stili cronologicamente differenti nella storia dell’arte. Le sue teorie e le sue interpretazioni dell’arte classica ebbero vasta risonanza e grande influenza sulla cultura europea tra il Settecento e l’Ottocento.

Federica.

ALAMANCCO: 8 Dicembre si festeggia l’Immacolata Concezione

L’Immacolata Concezione è un dogma cattolico, proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854. Con questa data si sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, evento che la rende l’unica donna assolutamente pura. Infatti, per la chiesa Cattolica ogni essere umano nasce con il peccato originale e solo Maria ne fu esente. 

Questa affermazione sorge insieme alla religione cristiana e matura soprattutto con la filosofia scolastica medievale. Tema che però venne affrontato attraverso numerose dispute nel tempo, tra francescani, convintamente immacolisti, e domenicani, invece, maculisti, che portarono all’affermazione del dogma, a metà Ottocento. Esso in primis affermava che Maria, nasce da Anna e Gioacchino, priva del peccato originale e non ha mai fatto peccato né mortale né veniale, per tutta la vita.

Evoluzione

Nell’Europa della fine del Medioevo e del Rinascimento, la devozione mariana continuò ad ampliarsi, così come la presenza di Maria nell’arte fu straordinariamente grande, dalla pittura alla scultura alla tappezzeria. L’evoluzione del culto determina una particolare evoluzione iconografica, a cui si sommò anche la difficoltà a tradurre in senso figurativo un concetto così astratto e complesso, lontano da ogni intento narrativo.

Le sue prime raffigurazioni risalgono al periodo gotico, attraverso una riproduzione di tipo emblematica con un’interpretazione lasciata a chi l’osserva. Infatti in un primo momento, il concepimento di Maria è raffigurato soltanto attraverso il casto bacio tra Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro. Oppure in alternativa, la Vergine è raffigurata come l’ultimo germoglio dell’albero genealogico della stirpe di Davide, inserito nella storia di Israele e perciò appartenente alla vicenda umana.

Con il passare del tempo, prevalse un complicato schema simbolico, derivante da alcune fonti letterarie, come la Bibbia, la letteratura medievale e la ricca raccolta della Litanie lauretane. Ad esempio, l’artista tardorinascimentale Benvenuto Tisi da Garafolo, concepì un’Immacolata circondata da numerosi simboli, aventi ognuno un’iscrizione latina sottostante, come se fosse quasi una didascalia esplicativa. 

I 12 simboli rimandano ad alcuni appellativi mariani che si trovano all’interno della Bibbia e nell’ambito della letteratura cristiana. Ad esempio porta del cielo, bella come la luna, fulgida come il sole, città di Dio , sorgente di vita, specchio senza macchia, giglio tra le spine, torre di Davide, rosa di Gerico, fanciulla della stirpe di Jesse, fontana che irrora i giardini, e giardino recintato (ortus conclusus).

Ma è con i pittori spagnoli di epoca barocca, come Ribera e soprattutto, Murillo che l’iconografia subisce una semplificazione e un’armonizzazione che si risolve in una composizione semplice ed energica, che si adatta alle richieste della committenza. Ormai, il tema mariano ha raggiunto una riconoscibilità da parte dei fedeli, attraverso la rappresentazione semplice, soffusa di graziosa amabilità, che abbatte ogni distanza tra il divino e l’umano.

Solamente nel XV secolo i messaggi contenuti nelle opere su questo tema, divennero più espliciti. Questo cambiamento coincide con il periodo della Controriforma, durante il quale venne stabilito un modo più preciso di rappresentare il concetto dell’Immacolata concezione. La Madonna viene generalmente rappresentata con una corona di stelle che le incornicia il capo, i suoi piedi si poggiano su un globo e su un serpente, mentre il suo abito è bianco ed azzurro. Di queste opere possiamo ricordare quelle di Beato Angelico, Rubens, Velàzquez, Tiepolo, ecc.

La Controriforma manifestò anche una predilezione per il tema della Vergine Maria che schiaccia o trafigge il demonio, identificato con un serpente. I riformatori per affermare l’unicità della salvezza ad opera di Cristo, però cambiarono questa versione, concludendo che a spezzare la testa del serpente non è la Madre, ma il Figlio. Su questo tema Caravaggio, nella Madonna dei Palafrenieri raffigura, in una scena di carattere domestico, Maria col Bambino che mette il proprio piede sopra quello della Madre, nell’atto di schiacciare il serpente del peccato originale.

Sempre nel tema vi sono anche le prime opere che raffigurano le dispute del dogma, e chiamate per questo ‘storico-dogmatiche’. Le controversie dottrinali sono raffigurate, ad esempio, in quest’opera seicentesca di Guido Reni in cui la Vergine, assisa su una nuvola al cospetto di Dio, è posizionata sopra i quattro santi disposti a semicerchio che cercano di approfondire l’argomento. Tutto rappresentato con estremo realismo, a partire dalla resa delle carni dei due santi in primo piano.

Nella seconda metà del Cinquecento, la peste che colpì gran parte dell’Italia, portò i fedeli a rivolgersi all’Immacolata per la fine della pestilenza. La Vergine venne quindi connotata con i simboli dell’Apocalisse, ovvero la falce di luna e la corona di stelle, e rappresentata nell’atto di avanzare, circondata ai lati dagli angioletti con in mano i simboli lauterani. Il panorama dell’iconografia mariana nel ‘600 e ‘700 è vastissimo. Il trionfo della Madonna viene sancito su ogni versante, ovvero nella liturgia, nella devozione, nella politica e nelle arti.

Forse l’Immacolata Concezione è la raffigurazione mariana più diffusa nell’area cattolica europea, specialmente dopo gli orientamenti post-tridentini, le cui formulazioni fanno sì che domini l’iconografia dell’Immacolata-Donna dell’Apocalisse e dell’ Immacolata-Assunta. La tipologia che comunque si impone da XIX secolo è quella che deriva dalla ‘Purissima’ spagnola e ha grande diffusione in stampe e immaginette, soprattutto dopo la proclamazione del dogma nel 1854, con la Bolla “Ineffabilis Deus” di Pio IX. Ma ancor più diffusa sarà poi quella legata alle apparizioni, soprattutto a quelle in cui Maria stessa si presenta come l’Immacolata Concezione.

Federica.

mARTEdì: il misterioso affresco dell’Antartide di GIACOMO JAQUERIO

Tra le colline piemontesi, in provincia di Cuneo si trova il castello della Manta, costruito nel XII secolo, inizialmente come fortezza militare. La roccaforte subì un’importante trasformazione nel Quattrocento grazie al colto e illuminato Valerano, signore e reggente del Marchesato di Saluzzo, che la trasformò in una fastosa dimora di famiglia in concomitanza con l’istituzione del feudo della Manta. Arricchì il castello di bellissimi affreschi, patrimonio unico della cultura cavalleresca del tempo.

Fu soprattutto il Salone baronale, chiamato Salone delle Grottesche, ad essere affrescato, caratterizzato da uno splendido soffitto decorato con dipinti e stucchi di chiara impronta manierista, ispirati a quelli delle Logge di Raffaello in Vaticano. Sulle pareti invece, vi sono affreschi che raffigurano il mito dell’eterna giovinezza e nove prodi eroi e nove eroine classiche che, in abiti quattrocenteschi, raffigurano gli ideali cavallereschi delle virtù militari e morali. Forse pochi sanno che il Salone delle Grottesche custodisce anche un segreto.

L’affresco misterioso

Nella sala infatti vi è un affresco sul soffitto che nessun studioso è mai riuscito a decifrare. Dipinto da Giacomo Jaquerio intorno al 1453, quest’opera rappresenta un grande mappamondo sul quale viene disegnata una completa carta geografica. Questo globo terrestre viene decorato con un anello nero che lo circonda e un nastro intrecciato dove appare la scritta “Spiritus intus alit”, ovvero lo spirito soffia interiormente.

Come in tutte le mappe geografiche, con il colore blu sono identificati i mari, mentre in verde si riconosce la terraferma. Tra le terre emerse, oltre la raffigurazione pressoché esatta delle coste sul Pacifico, si nota un particolare incredibile. Infatti oltre alla rappresentazione dell’Europa e dell’America, appare all’estrema propaggine della costa del Sud America, un lembo di una terra verde che sembrerebbe occupare l’esatta posizione di quello che oggi conosciamo come il continente antartico.

L’apparizione dell’Antartide

Ma come può l’Antartide essere dipinta in un affresco del 1500? Questo nuovo continente infatti venne scoperto circa 200 anni dopo, ovvero individuato nel 1700, e ufficialmente scoperto nel 1800. Quindi è un’incognita di come l’artista Jaquerio abbia affrescato una mappa completa del mondo, prima che tale mondo venisse scoperto. Un mistero che ancora oggi non viene spiegato e che va aldilà dei classici fantasmi. Infatti secondo la storia, tutti gli affreschi del castello della Manta furono eseguiti tra il 1418 e i primi anni del 1500.

E, quindi, ufficialmente, Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto il Nuovo Mondo, tanto che il primo mappamondo della storia, costruito da Martin Behaim, era ancora meno preciso e dettagliato di quello dipinto in questo soffitto. Il mappamondo di Manta si inserisce nell’ampio contesto delle mappe e dei planisferi misteriosi, di cui esiste una lunga tradizione e una ben scarsa trattazione. Caratteristica che accomuna tutte le mappe, e che non fa altro che rendere sempre più fitto il mistero, è che l’Antartide è disegnato senza la coltre di ghiaccio che attualmente lo ricopre.

Teorie e spiegazioni

Molte sono le teorie e le ipotesi avanzate a riguardo: alcuni sostengono che l’Antartide fosse nient’altro che la famosa Atlantide, e che queste mappe siano ispirate a carte più antiche andate perse, mentre altri credono che siano opera di una civiltà superiore e aliena. L’ipotesi dell’esistenza di una Terra Australis, cioè di un vasto continente nell’estremo sud con lo scopo di equilibrare le terre del nord (Europa, Asia e Nord Africa), esisteva fin dai tempi di Tolomeo. Fu lui stesso a suggerire l’idea di simmetria di tutte le terre conosciute nel mondo, tanto che vennero realizzate rappresentazioni in merito sulle mappe.

Il CICAP ha dato una spiegazione, ricordando che l’esistenza di un continente al polo sud era teorizzata già dagli antichi greci, e che quella è semplicemente una raffigurazione di questa teoria. Ciò non toglie che gli antichi greci non sostenevano certo che vi fosse una punta che, partendo dall’Antartide, si dirigeva verso il Sud America, cosa che invece avviene sia sul mappamondo del castello che su un qualsiasi mappamondo moderno. Quello che è certo è che finora non si è giunti ad una spiegazione attendibile a riguardo. E che quindi questo mistero ancora non si è rivelato.

Federica.

ALMANACCO: 7 Dicembre muore Marco Tullio Cicerone

Avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano, Marco Tullio Cicerone venne assassinato il 7 Dicembre del 43 a.C. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana, soprattutto per la sua vastissima produzione letteraria. Rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C., tanto da poter essere considerato il modello della letteratura latina classica.

Cicerone nacque il 3 gennaio del 106 a.C. a Ponte Olmo, località situata vicino a Roma. Sin da ragazzo dimostra un’intelligenza fuori dal comune, tanto che venne mandato a Roma dal padre, per studiare studiò filosofia e retorica. Qui incontrò diversi personaggi importanti dell’epoca come Marco Antonio, Lucio Licinio Crasso, Quinto Mucio Scevola, Servio Sulpicio Rufo, Gaio Mario il giovane e Tito Pomponio.

L’esordio politico

Tra il 79 e il 77 a.C. si recò in Grecia, dove frequentò diverse scuole di filosofia, tra cui quella epicurea. Tornato a Roma, grazie alle sue straordinarie doti di eloquenza, Cicerone iniziò una lunga e brillante carriera politica, durante la quale espresse posizioni conservatrici. Nel 76 avanti Cristo si presenta come candidato alla prima magistratura del cursus honorum, la questura, per occuparsi della gestione finanziaria.

Nel corso del suo consolato, Cicerone fu chiamato a fare i conti con il tentativo di congiura attuato dal Catilina, nobile impoverito e leader dell’ala più radicale dei popolari, nella quale era coinvolto anche Cesare. Fu proprio per volere di quest’ultimo, che nel 58 a.C. Cicerone venne accusato di aver mandato a morte gli organizzatori della congiura senza processo e per questo fu condannato all’esilio. Di conseguenza i suoi beni furono confiscati e la sua casa fu distrutta.   

Contro Cesare e Marco Antonio

Appena un anno dopo, Cicerone fu richiamato a Roma per esercitare la carriera di avvocato e per svolgere attività politica. Tuttavia con l’affermazione di Cesare al potere, la sua presenza divenne poco gradita e, per questo, decise di ritirarsi dalla vita pubblica. Dopo la morte di Cesare avvenuta nel 44 a.C., però egli diventò uno dei capi della fazione degli optimates. Gli Optimates furono un gruppo nel quale era schierato anche Bruto, in forte contrasto con il gruppo dei populares, guidati da Marco Antonio.

I rapporti fra i due gruppi sono tutt’altro che sereni, anche per la diversa visione politica che li caratterizza. Infatti, gli Optimates difendevano i propositi e gli interessi della nobilitas del senato ed erano a favore della repubblica, mentre i popolares seguivano l’esempio di Cesare con la volontà di instaurare un potere di tipo monarchico. Cicerone così, si schierò con Bruto, osteggiando di conseguenza Marco Antonio, che risentito, lo fece uccidere da alcuni sicari, nel 43 a.C., presso la sua villa di Formia.   

L’impegno filosofico

Cicerone, oltre ad essere considerato come uno dei più importanti uomini politici romani del I secolo a.C., divenne famoso soprattutto per la sua straordinaria eloquenza e i suoi scritti, che ancora oggi conosciamo. Il suo impegno nel campo filosofico, dunque, fu orientato più alla divulgazione che alla definizione di posizioni teoriche. A Cicerone dobbiamo non solo l’invenzione del linguaggio filosofico latino, ma anche la conoscenza della filosofia greca, in quanto le sue opere furono le uniche fonti disponibili su di essa. 

Grazie a lui, la filosofia greca, diventò così un elemento fondamentale della cultura romana. I romani, infatti, scelsero dalla filosofia greca gli elementi che meglio si adattavano alla loro mentalità, fondendoli in un unico pensiero detto eclettismo. Cicerone è appunto considerato il principale rappresentante dell’indirizzo eclettico romano. Fu però considerato poco originale dal punto di vista dell’elaborazione di un proprio pensiero, in quanto non si propose mai di costruire un sistema filosofico originale, ma ebbe solamente l’ideale di divulgare alcune questioni affrontate dalle filosofie greche ed ellenistiche che erano particolarmente interessanti per la società romana.     

Gli ideali

Secondo Cicerone, la conoscenza umana non poteva avere che forme incerte, ritenendo impossibile giungere a una conoscenza precisa della realtà. L’unico criterio di verità accettabile era, quindi, quello che si basava sul consenso comune dei filosofi, ottenuto tramite il dialogo, nel quale si confrontavano posizioni diverse senza che nessuna prevalesse sull’altra. Per questo motivo, Cicerone scelse il Dialogo come forma privilegiata dei suoi scritti filosofici. 

Queste opere, tuttavia, non offrivano soluzioni definitive, come affermato negli Academia, dove in nessuno dei tre campi della filosofica (logica, fisica ed etica) i problemi proposti hanno mai trovato un’unica soluzione. Questa constatazione spingeva alla cautela e alla sospensione del giudizio. È questa l’impostazione fondamentale del pensiero filosofico ciceroniano. Ecco perchè Cicerone non affrontò mai problemi aperti, come ad esempio nel dialogo De Natura Deorum, evidenziò, anzi, la difficoltà di dare una dimostrazione razionale della religione.  

Federica.

ALMANACCO: 6 Dicembre nasce il pittore Jean-Frédéric Bazille

Iconico pittore francese, Jean-Frédéric Bazille nasce il 6 Dicembre del 1841. Conosciuto soprattutto per essere un pittore impressionista di estrema importanza, nonostante la breve esistenza di soli 29 anni. Come gli altri impressionisti amava dipingere “en plein air”, gettando sulla tela umori e colori delle giornate come in fotografie cangianti a seconda delle ore del giorno.

Bazille nasce a Montpellier nel 1841, figlio di una famiglia di religione protestante di condizione economica benestante. Fu grazie alla condizione agiata dei suoi genitori che, dopo il diploma di maturità, poté trasferì a Parigi per intraprendere gli studi di medicina. Nella capitale però entrò in contatto con l’arte francese, maturando di conseguenza una forte passione per la pittura, che lo portò ad abbandonare l’Università, nonostante il dissenso dei genitori.

Gli esordi

Venuto a contatto con il Louvre e con la vibrante scena artistica parigina, decise di iniziare a frequentare i corsi tenuti da Charles Gleyre, un modesto pittore accademico che preparava gratuitamente un gruppo ristretto di allievi. Qui Bazille ebbe modo di perfezionare la sua tecnica pittorica, esercitandosi nel disegno, nella copia dei nudi e in tutte quelle varie discipline previste dagli studi accademici.

Ma, ancora più importante, fu che nella classe avvenne l’incontro cruciale con Renoir, Sisley e Monet, altri artisti che come lui avevano maturato una spiccata insofferenza verso gli anonimi e accademici atelier. Venne inoltre colpito favorevolmente dai lavori di Eugène Delacroix, e soprattutto dai pittori di Barbizon, un gruppo di artisti che nel 1848 avevano fondato una colonia nella foresta di Fontainebleau per lavorare a contatto diretto con la natura, considerata l’unico, vero esempio da seguire.

La scuola delle Batignolles

Fu proprio seguendo l’esempio dei Barbisonniers che nel 1863, Bazille intraprese con i suoi amici un breve viaggio in un piccolo villaggio al confine con la foresta di Fontainebleau, in modo da rifugiarsi nella natura selvaggia con tela, cavalletto e colori. L’amicizia che legava Bazille e i suoi colleghi, si era nel frattempo consolidata, dando vita a un rapporto simbiotico e di grande produttività. Con loro condivise non solo le prime esperienze di pittura en plein air ma anche le interminabili discussioni al Café Guerbois, dove si riunivano per scambiare idee artistiche e teorie estetiche.

Anche Frédéric Bazille apre un suo studio, alle Batignolles, che nel giro di poco tempo diventa un punto di richiamo e di incontro per numerosi artisti francesi, tra i quali anche Edgar Degas, Edouard Manet, Camille Pissarro, Paul Cézanne, Paul Verlaine e Berthe Morisot. Non a caso, il sodalizio che nascerà tra loro, e che poi evolverà nel movimento impressionista, prenderà il nome di “Scuola delle Batignolles“.

Stile e opere

Sebbene venga generalmente annoverato tra i massimi interpreti della pittura impressionista, Bazille fu in realtà dotato di una personalità artistica decisamente complessa, tanto che mescolò alle tecniche dell’impressione, anche evidenti influssi realistici. I caratteri tipici della sua pittura furono l’evidenza delle forme tra luce ed ombre, il disegno rigoroso dei grandi pittori antichi, i volumi schietti e un’accurata stilizzazione delle figure. Tutto realizzato attraverso una pittura diretta, sincera e raffinatissima nella verità di rappresentazione.

Su questo stile dipinse La robe Rose, dove tenta di coniugare le norme della pittura classica con le tesi impressioniste, ma anche Autoportrait, Réunion de famille, Porte de la Reine à Aigues-Mortes, e Le pécheur à l’épervier. Sempre in questo periodo, Bazille dà vita anche a La vue de village: Castelnau, opera dalla struttura non molto diversa rispetto alle precedenti. Tra il 1869 e il 1870 dipinse inoltre Scène d’été, La toilette, L’atelier de la rue La Condamine e Paysage au bord du Lez.

Ultimi Anni

Nel 1870, lo scoppio della guerra franco-prussiana si rivela un ostacolo per l’organizzazione della prima mostra impressionista indipendente. Tanto che Bazille scelse di arruolarsi in un reggimento di Zuavi come volontario, a dispetto dei tentativi di dissuasione operati dai suoi amici artisti. Bazille però cadde in battaglia, venendo ucciso pochi giorni prima di compiere ventinove anni nel corso della sua prima sortita sul fronte. Muore il 28 novembre del 1870 a Beaune-la-Rolande.

Federica.

ALMANACCO: 5 Dicembre nasce il fisico W.K. Heisenberg

Werner Karl Heisenberg, nato a Würzburg in Germania, il 5 dicembre 1901, è stato tra i più celebri e importanti fisici tedeschi del ‘900. E’ considerato uno dei fondatori della meccanica quantistica e ottenne per questo nel 1932 il premio Nobel per la Fisica.

Con uno sfondo familiare di insegnanti, l’alto livello culturale della sua famiglia, e la situazione competitiva a casa, Heisenberg ebbe l’appoggio per avere il successo a cui poi realmente giunse. Ma qualcosa di più era necessario: consacrazione e duro lavoro.

W.K Heisenberg - Photo Credits: tempi.it

Il percorso universitario di Heisenberg

Dopo essersi laureato in Fisica all’Università di Monaco, nel 1923 divenne assistente di Max Born presso l’Università di Gottinga. Successivamente ottenne la cattedra in Fisica girando in numerose università come Lipsia, Berlino, Gottinga e Monaco.

Subito dopo il periodo universitario, si recerà al Niels Bohr Institute in Danimarca, nel quale entrerà per la prima volta in contatto con una fisica più innovativa, legata a moderne idee sulla teoria atomica. In questo ambiente Heisenberg ebbe la possibilità di coltivare i suoi interessi e alimentare le conoscenze sulla materia.

Heisenberg alla cattedra universitaria di Berlino - Photo Credits: lescienze.com

Heisenberg e il principio di indeterminazione

E’ proprio nell’istituto di Copenhagen che iniziò ad elaborare un metodo innovativo per calcolare i livelli di energia degli atomi. Questa sua formulazione fu denominata “meccanica delle matrici”, una prima versione della meccanica quantistica, fondata sulle frequenze e ampiezze delle radiazioni assorbite ed emesse dall’atomo nel corso delle transizioni tra i livelli energetici del sistema atomico.

Questo studio sulla fisica quantistica culminerà nel 1927, con l’elaborazione del principio di indeterminazione (o di incertezza) di Heisenberg, secondo cui è impossibile determinare con la medesima precisione la posizione e la velocità di una particella. Grazie ad esso, Heisenberg nel 1932 ottenne il premio Nobel per la fisica, a soli 31 anni.

Il principio di indeterminazione (schema) - Photo Credits: Skuola.net

Contributo durante la Seconda Guerra Mondiale

È più o meno a questo punto che la vita di Heisenberg incrocia alcuni degli eventi storici che hanno marchiato indelebilmente la sua nazione: il nazismo, e la corsa alla bomba atomica.

Infatti durante la Seconda Guerra Mondiale, condusse il progetto dell’arma nucleare tedesca, sul quale lavorerà fino alla fine della guerra. Il progetto per il reattore nucleare però fallì forse a causa di una mancanza di risorse o una mancanza di desiderio di porre armi nucleari nelle mani dei nazisti. Questo non fu mai chiaro.

Progetto per la bomba atomica (seconda guerra mondiale) - Photo Credits: generazionex.net

Ultimi anni di vita

Nel 1945 Heisenberg venne arrestato e imprigionato in Inghilterra dagli alleati, nell’ambito dell’operazione Epsilon organizzata per determinare quanto i nazisti fossero vicini alla realizzazione della bomba.

Tornato in patria l’anno successivo, Heisenberg assume la guida del Max Planck Institute, di cui rimase direttore fino al 1970. Heisenberg morì quindi a Monaco di Baviera, il 1° febbraio 1976.

Federica.

ALMANACCO: 4 Dicembre muore il filosofo Thomas Hobbes

Filosofo e pensatore politico inglese, Thomas Hobbes morì il 4 Dicembre del 1679. Considerato come il maggiore pensatore politico dell’età moderna, ed il primo grande esponente di quella che sarà la scuola del diritto naturale laico. Inoltre fu autore del famoso volume di filosofia politica intitolato Leviatano, in cui propugnò una visione della realtà materialistica in contrasto con la metafisica cartesiana.

Hobbes nacque nel 1588 a Malmesbury, in Inghilterra, anno in cui fu imminente l’arrivo dell’Invincibile Armata spagnola sulle coste inglesi. Infatti la madre partorì per la paura degli spagnoli, evento che Hobbes in futuro ad affermare di essere nato “gemellato con il terrore”, scherzosamente in linea con la sua filosofia.

La formazione

Hobbes ricevette l’istruzione elementare nel 1592 nella chiesa di Westport, per poi passare a corsi privati per lo studio del greco e del latino, sotto la guida di Robert Latimer, giovane diplomato all’Università di Oxford. Dopo aver conseguito gli studi delle Arti, Hobbes si iscrisse all’Università di Cambridge, anche se fu poco attratto dall’insegnamento scolastico. Infatti non portò mai a compimento il suo corso, ma venne comunque raccomandato dal suo maestro elementare per diventare il tutore del figlio di William Cavendish, famoso barone di Hardwick, con il quale rimase in buoni contatti per tutta la vita.

E’ grazie alla famiglia Cavendish, che partì per un grande viaggio d’istruzione in tutta Europa, che lo mise in contatto con l’ambiente culturale e scientifico continentale del primo Seicento. Gli interessi di Hobbes, furono però soprattutto umanistici, tanto che scrisse la traduzione della “Guerra del Peloponneso” di Tucidide, pubblicata nel 1629 e dedicata al secondo conte di Devonshire. Ma la svolta fondamentale nella carriera di Hobbes avvenne nel 1630, quando scopre gli “Elementi di Euclide“, che lo porterà ad approfondire la geometria, sviluppando di conseguenza anche interessi scientifici.

Il successo filosofico

In questo periodo però ci fu un clima politico rigido in Inghilterra, soprattutto a causa di controversie tra il parlamento e la Monarchia. Purtroppo, gli eventi presero una piega sfavorevole proprio al Re, con cui Hobbes si schierò, e per questo fu costretto ad emigrare in Francia, dove rimase fino al 1651. E’ proprio in Francia, che Hobbes compose le sue principali opere filosofiche, come Terze obiezioni alle Meditazioni metafisiche di Descartes, e l’opera Elementa philosophiae, divisa in tre parti, De corporeDe homineDe cive (fisica, antropologia, politica).

Fu grazie a queste opere che si costruì una buona reputazione tra i circoli filosofici, tanto che nel 1645 fu scelto, per giudicare la controversia tra John Pell e Longomontanus sul problema della quadratura del cerchio. Prosegue nel frattempo gli studi di filosofia naturale, esponendo tra il 1642 e il 1643 per la prima volta in forma compiuta i fondamenti della sua filosofi, e contemporaneamente componendo uno studio sull’ottica. Un fama che lo portò ad essere nominato insegnante del Principe di Galles (il futuro Carlo II).

Il Leviatano

Nel 1649, in seguito all’esilio del Re a Parigi, Hobbes inizia la composizione del suo capolavoro filosofico e politico, intitolato Leviatano, ossia La materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile, che verrà pubblicato a Londra nel 1651. Fu un libro scritto in inglese, per esporre la propria teoria sul governo in relazione alla crisi politica causata dalla guerra. Lo Stato, per lui, era come un grande mostro (Leviatano), con la necessità di soddisfare la sopravvivenza degli uomini, fino alla dissoluzione, che passa dalla guerra civile scatenata dalle umane passioni. La guerra civile, infatti era vista come il diritto dell’individuo di trasgredire la propria lealtà politica, qualora il sovrano non fosse più in grado di difendere la vita dei suoi sudditi.

Ovviamente questo testo suscitò immediatamente le reazioni di molti ambienti politici e culturali, venendo accusato di essere un’apologia della Monarchia appena sconfitta, oppure un’opportunistico cambiamento di rotta verso il nuovo leader politico, Oliver Cromwell. Ma la polemica più aspra fu quella scatenata dall’ambiente episcopale, a causa soprattutto della spregiudicata rilettura eterodossa delle Scrittura, a sostegno della supremazia del potere politico su quello papale.  Queste polemiche portarono anche per la rottura dei rapporti con i realisti esiliati, tanto che Hobbes fu costretto a chiedere protezione al governo rivoluzionario inglese, tornando alla corte della famiglia Cavendish.

Ultimi anni

Dal 1660 ebbe la protezione del suo ex allievo della famiglia dei Cavendish, quando questi venne incoronato. Anche se nel 1666 il re approvò una legge che includeva il Leviatano tra i libri da esaminare perché sospetti di ateismo. Ciò costrinse Hobbes a bruciare molti suoi scritti e a posticipare la pubblicazione di tre opere, ovvero Behemoth, il Dialogo tra un filosofo e uno studioso del diritto comune d’Inghilterra e una Historia Ecclesiastica in versi. Fu così che negli ultimi anni di vita, Hobbes torna agli interessi classici coltivati in gioventù, componendo un’autobiografia in versi latini e traducendo in inglese sia l’Illiade che l’Odissea di Omero. Muore a Hardwick il 4 dicembre 1679.

Federica.


ALMANACCO: 3 Dicembre muore il pittore Pierre-Auguste Renoir

Pittore francese di elevato successo, Pierre-Auguste Renoir morì il 3 Dicembre del 1919. Considerato uno tra i massimi esponenti dell’Impressionismo, divenne soprattutto per dare vita ad opere piene di energia, gioia di vivere e spensieratezza, in cui traspare tutto l’ottimismo della vita bohemien.

Nato a febbraio del 1841 a Limoges, nella regione francese dell’Alta Vienne, da due sarti, esperti di tessile. La famiglia si trasferì a Parigi, stabilendosi in una casetta a poca distanza dal museo del Louvre, cosa che condizionò molto la giovinezza di Renoir. Infatti, fin da bambino mostrò un talento e una passione per l’arte fuori dal comune, tanto che il padre, lo spinse ad esercitare il suo talento verso la decorazione delle porcellane.

Gli esordi

Fu così che seguì l’apprendistato preso la ditta di porcellane decorate Lèvy Frères, dove familiarizza con i pennelli ed i colori, decorando piatti e tazzine. La sua formazione artistica è comunque di carattere autodidatta, fatta di nottate intente a studiar Rubens e il Settecento francese, i due capisaldi su cui si forma il suo gusto giovanile. All’età di ventuno anni entrò inoltre nell’Ecole des Beaux-Arts, dove seguì i corsi diventando amico di Alfred Sisley, Frédéric Bazille e Claude Monet.

Quest’incontro fu fondamentale per la vita del giovane Renoir e per i destini dell’arte europea. Il gruppo di giovani artisti infatti decisero di abbandonare la pittura tradizionale per realizzare opere anticonformiste, non più realizzate all’interno di studi di pittura. Amavano infatti, andare a dipingere all’aperto (en plein air), così catturare l’essenza delle luce e dei colori, dando vita ad opere sensazionali. Fu proprio questo gruppo che costituirà il nucleo fondamentale del famoso movimento impressionista.

Le opere impressioniste

E’ dunque Renoir, insieme agli amici, a dare il via alla rivoluzione del gusto. I suoi dipinti furono caratterizzati da scintillanti effetti di colore e dalla luminosità della pelle di giovani donne all’aperto. Fu proprio l’energia di questi corpi giovani e dalle forme generose, ad essere uno dei segni distintivi delle sue opere, in cui la fisicità del corpo diventa un inno alla gioia di vivere e alla spensieratezza. Di questa idea sono le opere: La colazione dei canottieri, Le Moulin de la Galette, Madame Georges Charpentier, Esmeralda che danza.

Per Renoir la ricerca del bello non è una limitazione dei soggetti, per lui tutto ciò che esiste e vive, è bello e tutto ciò che è bello, merita di essere dipinto, perchè la pittura deve esprime la gioia di vivere, esaltare la felicità della vita. Molti altri giovani pittori seguirono l’esempio di Renoir dando il via alla nuova corrente artistica dell’Impressionismo, che suscitò molto scandalo nel 1874, quando molti dei quadri rifiutati dai Salon Ufficiali, vennero esposti in una mostra indipendente chiamata “Societè anonyme des artistes, peintres, sculpteurs, graveurs”.

L’allontanamento dagli impressionisti

I quadri di Renoir vennero definiti d’avanguardia, e per questo furono spesso rifiutati dalla giuria accademica del tradizionale “Salon”. Deluso dall’esito fallimentare delle mostre, e segnato dalle ristrettezze economiche, decise di ripiegare verso ritratti su commissione, per guadagnarsi da vivere. Una scelta obbligata, che portò alla realizzazione di celebri opere d’arte come il Ritratto di Bazille, dipinto nel 1867. Questo cambiamento artistico, ebbe però un apice tra il 1881 e il 1882, in seguito ad un viaggio in Algeria e in Italia, dove rimase colpito dalla pittura rinascimentale.

Lo studio degli antichi maestri italiani, avrà su di lui un’influenza retrospettiva fortissima, tanto da determinerà il suo progressivo allontanamento dallo stile degli impressionisti. Si iniziò a manifestare l’esigenza di studiare le forme, tanto da renderle modellate, quasi scultoree. L’evoluzione di Renoir però non si ridusse all’imitazione di questi modelli, ma ne plasmò le leggi tramite il suo istinto creativo e rigeneratore. Si concentrò così sulla qualità del disegno, sui dettagli e sui contorni, a discapito di quella magia che caratterizzava da sempre le sue tele. I suoi toni infatti diventarono seri e la luce fredda.

Successo e ultimi anni

Dopo l’ultima esposizione, Renoir lasciò Parigi per recarsi in campagna dove dipinge in compagnia di Cézanne. Qui, non vivendo più di ristrettezze economiche, potè finalmente liberare il suo istinto creativo, ritornando a guardare alla vita borghese parigina, abolendo i contorni delle forme, i chiaroscuri e approfondendo gli effetti della luce. Le sue tele ritornarono ad essere magiche e splendide, con colori vivaci e luminosi. Fu in questo periodo che espose le sue opere nei mercati artistici più prestigiosi, come a Parigi, Londra, Bruxelles, Vienna e New York, ottenendo un grande successo.

Questo successo però durò pochi anni, in quanto dal 1898 comincia ad avvertire i primi sintomi di una grave malattia reumatica che lo tormenterà fino alla morte. Nell’ultimo periodo infatti, decise di dedicarsi alla scultura, in quanto l’artrite che gli blocca le articolazioni, va peggiorando. Il Maestro si spense il 3 dicembre 1919 per complicazioni polmonari, dopo aver terminato, con il pennello legato alle mani, la sua ultima opera, Le bagnanti.

Federica.

ALMANACCO: 2 Dicembre nasce il pittore Georges Seurat

Iconico pittore francese, Georges Seurat, nacque il 2 Dicembre del 1859. Considerato il massimo esponente della corrente del Neo-Impressionismo, diede vita ad un nuovo modo di fare arte attraverso la realizzazione di quadri formati da punti di colore. Affrontata con rigore scientifico e calcolo matematico, questa tecnica ha il nome di Puntinismo, rivoluzionando la pittura con le teorie sui colori e rinnovando l’impressionismo in chiave scientifica.

Georges Pierre Seurat nasce nel 1859 a Parigi, da una famiglia agiata. Sin da piccolo apprezza la pittura e il disegno, grazie anche agli insegnamenti dello zio Paul, un pittore dilettante, che fece appassionare il nipotino a questo mondo. Fu così che, nel 1876 Georges si iscrisse prima alla scuola comunale di disegno, e poi all’Accademia di Belle Arti.

Gli esordi

All’Accademia Georges ha l’opportunità di copiare i disegni di maestri come Raffaello e Holbein, di conoscere altri artisti e soprattutto di esercitarsi sulle opere di Ingres, di cui ne ammira il plasticismo e le linee pure. Iniziò inoltre a frequentare le lezioni di Henri Lehmann, dove si appassionò ai problemi del cromatismo e della luce, all’accostamento di colori e ai rapporti tra tonalità primarie e tonalità complementari. Furono queste lezioni che gli aprirono un mondo nuovo a proposito dello studio dei colori, dal quale partì la sua ricerca straordinaria che lo portò ad essere il fondatore di una nuova corrente artistica.

Nel frattempo Georges frequenta il Louvre con assiduità, rendendosi conto che le teorie sui colori da lui apprese in realtà venivano già messe in pratica da Delacroix e dal Veronese, anche se in modo empirico. Poco dopo rimase profondamente colpito, da una Mostra Impressionista, in cui vengo esposte opere di Pissarro, Monet, Degas, Cassatt, Caillebotte e Forain. Colpito da quella corrente artistica, si rese conto che l’istruzione accademica per lui non era più sufficiente, e decise quindi di abbandonare la Scuola di Belle Arti. Fu in questo periodo che inizia a realizzare le prime tele, prima fra tutte Testa di ragazza, un primo abbozzo con disegno preciso e pennellate sicure che realizzano trapassi di tono del colore.

Il puntinismo o divisionismo

Interessatosi ai fenomeni luminosi, rifiutò quindi le pennellate irregolari degli impressionisti, per dedicarsi invece al Puntinismo, una nuova tecnica che prevede di applicare pennellate piccole e giustapposte di colore puro sullo fondo bianco. Infatti i colori venivano messi puri sulla tela ed era l’occhio umano a fare il lavoro di mescolarli per creare delle sfumature di colore. Ad una certa distanza dal quadro, le forme ed i colori appaiono come macchie e solo vicino ci si rende conto che in realtà il quadro è costituito da migliaia di puntini. Il risultato che ottenne fu di avere colori vibranti e luminosi semplicemente accostando diverse tinte pure.

L’approccio scientifico alla pittura e lo studio della luce portò alla denominazione di questa nuova corrente artistica di neoimpressionismo, anche se Seurat chiamò la sua tecnica con il nome di divisionismo poiché i suoi colori erano divisi e il quadro stesso era composto da pennellate più piccole. Influenzando artisti singoli come Van Gogh e Gauguin ma anche l’intero movimento artistico della pittura moderna, Seurat sta inconsapevolmente accogliendo l’eredità degli Impressionisti e ponendo le basi del Cubismo, del Fauvismo e addirittura del Surrealismo.

Le opere più importanti

Tra le sue opere più famose troviamo I bagnanti di Asnières, e Il circo, realizzate con la tecnica divisionista o puntinista. Ma il quadro manifesto della sua tecnica fu Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte, dove i personaggi che affollano la scena, geometrizzati e ieratici, sono collocati in uno spazio regolare, definito solo dalla trasparente luce. Questa opera fu una delle prime ad essere esposta in una Mostra che lui stesso organizzò per unire impressionisti e neoimpressionisti, anche se ottenne poco successo. La Grande-Jatte, però fu al centro dell’attenzione, fra lodi e polemiche, tanto che in un modo o nell’altro fu sulla bocca di tutti.

Nel 1886, Seurat però concepì lo studio di una nuova grande composizione, che avrebbe dovuto avere come protagonista la figura umana. Fece una serie di opere che prevedevano l’interno di uno studio di pittore e tre modelle, scelta che fece per contestare le critiche che sostenevano che la sua tecnica poteva essere solo impiegata per rappresentare paesaggi e non figure. Fu così che Seurat si chiuse per diverse settimane nello studio, realizzando l’opera Les Poseues, che potrebbe ricordare la rappresentazione del tema classico delle Tre Grazie.

Ultimi anni

Con i suoi ultimi lavori Seurat intese affrontare quanto fin ad allora aveva evitato, ovvero il movimento, ricercandolo nelle sue espressioni più sfrenate e in ambienti illuminati dalla sola luce artificiale. A questa novità si prestavano bene i soggetti del mondo dello spettacolo, realizzando così le ballerine di can-can e gli artisti del circo, con le loro acrobazie e i cavalli trottanti sulla pista. Pochi giorni dopo, l’artista si mise a letto, colpito da un forte mal di gola che, peggiorò diventando un influenza violenta fino a portare al coma e alla morte nel 1891, all’età di soli trentun anni.

Federica.

ALMANACCO: 1 Dicembre nasce la scultrice Marie Tussaud

Anna Maria Tussaud, detta Marie, nasce il 1 Dicembre del 1761. Conosciuta soprattutto per essere stata una scultrice francese, passata alla storia per le sue iconiche sculture di cera di personaggi famosi. La sua arte si diffuse in tutto il mondo, tanto che fondò, prima a Londra e poi in altri paesi, il museo delle cere, chiamato proprio Madame Tussauds.

Nata a Strasburgo nel 1761 con il nome di Marie Grosholtz. Alla nascita si trasferì con la madre a Berna, in seguito alla morte del padre avvenuta durante la Guerra dei Sette Anni, prima ancora che Marie venga messa al mondo. La madre, rimasta vedova, si trasferì a Berna, dove diventa la governante del dottor Curtius, medico abile nella modellazione di parti anatomiche in cera utilizzate per le sue lezioni di anatomia.

Gli esordi nell’arte della cera

Fu grazie al dottor Curtius che, Marie e la madre, acquisirono la cittadinanza svizzera, e lo seguirono in molti suoi viaggi di lavoro. Fu infatti nel 1765 che lui decise di trasferirsi a Parigi, per iniziare a costruire un laboratorio per la produzione di figure in cera, e le due lo seguirono. Nel 1770 avvenne la prima mostra dei lavori di Curtius, in una sorta di Caverna degli orrori, che riscosse un grandissimo successo. L’opera più apprezzata fu la statua in cera di Madame du Barry, l’amante di Luigi XV.

Durante il soggiorno parigino Curtius, oltre ad esporre le proprie opere, comincia ad insegnare la tecnica della cera anche a Marie che, nonostante abbia appena sei anni, si rivela subito avere una notevole predisposizione. Risale al 1778, la sua prima statua che rappresenta esattamente il ritratto del famoso filosofo Jean-Jacques Rousseau, e successivamente realizzerà anche le statue di Voltaire e Benjamin Franklin. Grazie alla sua abilità artistica nel modellare la cera, diventò insegnante della sorella di Luigi XVI, tanto che venne apprezzata da tutta la corte e invitata anche a vivere direttamente nella reggia di Versailles.

Durante la Rivoluzione Francese

Durante il periodo della rivoluzione francese, però Marie, che in quel periodo viveva alla corte di Luigi XVI, venne coinvolta nei moti rivoluzionari, cosa che però la portò ad incontrare molti personaggi di spicco della politica, fra cui Napoleone Bonaparte e Robespierre. A causa del suo lavoro e delle sue frequentazioni viene sospettata di simpatie rivoluzionarie, aumentate anche dall’influenza di Curtius, che partecipò attivamente alla Rivoluzione e persino alla presa della Bastiglia.

A causa del sospetto di cui venne accusata, Marie fu condannata a morte e imprigionata. Rimase in carcere in attesa di essere ghigliottinata in compagnia di Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone e sua compagna di cella. Sta quasi per essere giustizia, quando la sua abilità con la cera le consente di procrastinare il momento dell’esecuzione, e salvare la sua vita. Marie infatti venne chiamata da Maria Antonietta e Luigi XVI, per eseguire il macabro compito di realizzare delle maschere di cera dei condannati a morte, alcuni dei quali furono suoi amici. Fra queste maschere realizzò quella di Marat e Robespierre.

Il museo di Madame Tussauds

Alla morte di Curtius, avvenuta nel 1794, Marie ricevette in eredità la sua collezione di statue. L’anno successivo sposa François Tussaud, un ingegnere civile da cui prese il cognome e con cui, qualche anno più tardi si trasferì a Londra. Fu in questo periodo che decise di iniziare a portare le sue statue in giro per la Gran Bretagna e l’Irlanda. Fu nel 1835 che realizzò la prima mostra permanente a Baker Street, nel quale realizzò il suo autoritratto in cera che ancora oggi si trova all’ingresso del suo museo.

Il museo diventò presto una delle principali attrazioni turistiche della città, che durò per anni e anni, tanto da diventare storico. Alla morte di Marie, venne lasciato in eredità ai suoi due figli che, nel 1884, lo trasferiscono nella sede di Marylebone Road, dove si trova tuttora. Il museo delle cere di Madame Tussauds è oggi una delle maggiori attrazioni turistiche della città di Londra, e successivamente vennero create delle sedi in altre sette città del mondo, ovvero ad Amsterdam, Hong Kong, Las Vegas, Copenaghen, Berlino, Washington e New York.

Federica.