mARTEdì: l’espressione coloristica di HENRI MATISSE

Henri Matisse fu un pittore francese, famoso per essere il rappresentante più noto del Fauvismo. Il movimento dei Fauves è il contributo francese alla nascita dell’espressionismo, insieme ai gruppi tedeschi Die Bruke e Blaur-Reiter. Rispetto a quest’ultimi movimenti, connotati da atmosfere fosche e contenuti drammatici, il fauvismo rappresenta una variante vivace e solare dell’espressionismo.

Il gruppo dei Fauves, pur non essendo un movimento organico, si riconosceva in alcune comuni convinzioni, come quella che il dipinto deve comporsi unicamente di colore. Senza ricercare la verosimiglianza con la natura, il colore deve nascere dal proprio sentire interiore, esprimendo le sensazioni che l’artista prova di fronte all’oggetto che riproduce. L’espressione coloristica, infatti è il vero tratto caratteristico di questo movimento, che esprime un’autentica gioia di vivere, che resterà costante soprattutto nella produzione di Matisse.

Lo stile di Matisse

Henri Matisse iniziò la sua attività di pittore intorno al 1890, studiando l’École des Beaux-arts di Parigi. In questi anni conobbe Albert Marquet, André Derain e Maurice de Vlaminck, con i quali fondò il gruppo dei Fauves. Lo stile di Matisse già si definì in questa fase, dando vita a quadri bidimensionali e privi di dettagli, ma incentrati totalmente sul colore. In linea al suo movimento, riusciva a svincolare il rapporto tra colore reale delle cose e colore impiegato per definire le emozioni.

L’uso del colore in Matisse è quanto di più intenso è vivace si sia mai visto in pittura, utilizzando colori primari, stesi con forza e senza alcuna sfumatura tonale. Ad essi accosta i colori complementari con l’evidente intento di rafforzarne il contrasto timbrico, dando come risultato un insieme molto vivace, con un evidente gusto per la decoratività. Svolse la sua ricerca portando il suo stile ad un affinamento progressivo fino a farlo giungere, in tarda età, alle soglie dell’astrattismo, ma senza mai perdere il gusto per la forza espressiva del colore.

Matisse: La Danza

Un esempio di questo stile pittorico è visibile nell’opera La danza. Questo quadro, tra i più famosi della sua produzione espressionistica, sintetizza in maniera esemplare la sua poetica e il suo stile, in quanto trasmette una suggestione immediata. Il senso della danza, che unisce in girotondo cinque persone, è sintetizzato con pochi tratti e con appena tre colori. Ne risulta una immagine quasi simbolica che può avere più letture ed interpretazioni. Primo fra tutti è la simbologia dei colori

Il verde simboleggia la Terra, il nostro mondo che sembra fatto di materiale elastico, che si deforma sotto i piedi dei ballerini. Il blu invece, è il cielo, che non rappresenta solo la nostra atmosfera terrestre, bensì uno spazio più ampio che contiene tutto l’universo. E sul confine tra terra e cielo, o tra mondo ed universo, ballano le cinque figure, chiuse in un cerchio. La loro danza è l’allegoria della vita umana, dove la tensione è sempre tesa all’unione con gli altri. Il vortice circolare, ha sia i caratteri gioiosi della vita, sia il senso angoscioso della necessità di dovere per forza danzare senza sosta.

Matisse: La stanza rossa

Nel La stanza rossa raffigura la sala da pranzo di un’abitazione borghese con una tavola imbandita e nello sfondo una finestra che fa da cornice al paesaggio esterno caratterizzato da un giardino verde con alberi in fiore ed una casetta in lontananza. Come nell’opera precedente anche qui l’attenzione viene data dal colore, in questo caso il rosso, a discapito della prospettiva e l’attenzione realistica dei dettagli. Ad esempio il tavolo che dovrebbe creare un piano orizzontale netto secondo la prospettiva geometrica, risulta invece inglobato con lo sfondo della parete, fondendosi con la carta da parati.

Tutte le figure sono costruite con una debole linea nera di contorno e con il contrasto cromatico. Appaiono quindi come delle sagome colorate che emergono attraverso il contrasto di luminosità, un esempio ne è la donna che sembra ritagliata dal fondo. Questo perchè la tridimensionalità è completamente assente nell’opera, in linea alle idee di rappresentare la realtà distorta del movimento dei Fauves. L’intento, sia del gruppo, sia di Matisse era piuttosto quello di descrivere la realtà in modo soggettivo, in cui la percezione dell’artista veniva filtrata dallo stato d’animo di esso.

Federica.

ALMANACCO: 30 Novembre nasce l’architetto Andrea Palladio

Architetto, teorico dell’architettura e scenografo italiano del Rinascimento, Andrea di Pietro della Gondola, anche noto come Andrea Palladio, nacque il 30 Novembre del 1508. E’ considerato uno fra gli architetti più importanti dell’Occidente, lavorando soprattutto nella Repubblica Veneta, progettando numerose ville, chiese e palazzi. Nel suo trattato I quattro libri dell’architettura, descrive il suo stile inimitabile che sarà chiamato poi “palladianesimo”, che richiama all’antichità classica.

Andrea nacque nel 1508 a Padova, nella Repubblica di Venezia, da una famiglia di umili origini. Fu all’età di 13 anni che cominciò l’apprendistato, presso il famoso scalpellino Bartolomeo Cavazza, con cui rimase solo per diciotto mesi, a causa del trasferimento con la famiglia a Vicenza. Fu in questa nuova città che si iscrisse nella corporazione dei muratori, iniziando a lavorare presso lo scultore Girolamo Pittoni e nella bottega del costruttore Giovanni di Giacomo da Porlezza.

Esordi e opere più importanti

La svolta fondamentale per la sua carriera avvenne nel 1535, grazie all’incontro con il conte vicentino Giangiorgio Trissino dal Vello d’Oro, che avrà grande importanza per la sua attività. Come poeta ed umanista, prese Andrea sotto la sua protezione, conferendogli anche l’aulico soprannome di Palladio, derivato da un poema epico scritto proprio da lui stesso. Lo guiderà inoltre nella sua formazione culturale e verso lo studio della cultura classica, conducendolo più volte a Roma, per studiare le antichità.

Fu in questi anni che Palladio realizzò le sue prime opere significative, fra cui la villa di Gerolamo Godi a Vicenza, oppure la villa suburbana di Cricoli di Trissino. Dopo avere lavorato al portale della Domus Comestabilis a Vicenza, si occupa del monumento al vescovo di Vaison Girolamo Schio nella cattedrale cittadina. Due anni più tardi avvia l’edificazione, ancora a Lonedo di Lugo di Vicenza, di Villa Piovene, mentre nel 1540 collabora alla realizzazione di Palazzo Civena. Nello stesso periodo Andrea Palladio è impegnato anche con Villa Gazzotti, a Bertesina, e con Villa Valmarana, a Vigardolo di Monticello Conte Otto.

Lo stile

La formazione culturale di Andrea Palladio, come già detto, avvenne sotto la guida e tutela dell’umanista Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, che lo guidò verso lo studio di grandi artisti classici come Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio. Fu infatti per Giangiorgio che realizzò la sua villa alle porte di Vicenza nel 1482, disegnando una facciata ispirata alle soluzioni di Raffaello per Villa Madama.

Essa presentava una loggia a doppie arcate posta tra due torrette una delle quali preesistente. La torre a lato di un corpo composto da un portico con loggia al piano superiore è uno schema che ritroviamo tipico dell’architettura vicentina quattrocentesca. L’adesione a questo stile però venne interrotta da Palladio, in adesione allo spirito umanistico e neoplatonico, inserendo spazi interni proporzionali e simmetrici. Il tratto significativo di Palladio infatti fu quello di introdurre nelle sue architetture lo schema ricorrente del sistema di proporzioni interrelate 1:1; 2:3; 1:2.

I quattro libri dell’architettura

Grazie all’influenze delle molteplici committenze, Palladio iniziò a lavorare a Venezia, soprattutto nell’architettura religiosa. Fu proprio qui che pubblicò I quattro libri dell’architettura, un trattato a cui aveva lavorato fin da giovane e in cui è illustrata la maggior parte delle sue opere. Fu il più importante tra i numerosi testi di Palladio, attraverso il quale si diede origine ad un movimento chiamato il palladianesimo, che richiama ai principi classico-romani. Questo trattato infatti definì i canoni classici degli ordini architettonici, anticipando quella che sarà successivamente l’architettura neoclassica.

I disegni, gli aspetti stilistici e le proporzioni formali contenute in questo trattato influenzarono in modo determinante tutta la produzione architettonica successiva, dall’Illuminismo all’Ottocento, fino alla nascita del Movimento Moderno nel Novecento. Palladio in questo trattato sviluppa la teoria delle proporzioni architettoniche, già anticipata nel trattato De architectura di Vitruvio, definendo che le dimensioni di un edificio, dei suoi elementi costruttivi e dei suoi elementi stilistici potevano essere ricavati in proporzione dalle tavole di tale trattato. Queste proporzioni fanno riferimento al cosiddetto modulo, ovvero il diametro della colonna di un edificio preso come unità di misura.

Ultimi anni

Dopo essersi impegnato nella progettazione della Chiesa di Santa Maria Nova a Vicenza, Palladio si dedicò ai disegni per il Teatro Olimpico di Vicenza. Fu una costruzione maestosa, che rappresenta l’ultima opera dell’artista e che prende spunto dai motivi del teatro classico romano. Una grandiosa architettura con prospettive profonde che, insieme ai portali, esaltano un concetto di dinamismo spaziale molto moderno, e sono un lascito prezioso del maestro. Fu infatti nel 1580, che Palladio morì all’età di 72 anni, lasciando incompiute buona parte delle sue architetture, terminate poi da altri artisti sulla base dei suoi disegni pubblicati nei Quattro libri.

Federica.

ALMANACCO: 29 Novembre muore lo scrittore Émile Zola

Scrittore, giornalista, saggista, critico letterario, filosofo e fotografo francese, Émile Zola morì il 29 Novembre del 1902. Considerato un grande esponente del naturalismo e uno dei romanzieri più pubblicati e tradotti in tutto il mondo, tanto che i suoi versi ottennero adattamenti anche per il cinema e la televisione. In una ricerca della verità che prende a modello i metodi scientifici, accumula osservazioni e documentazioni dirette su ogni argomento, con un attento senso del dettaglio e della metafora.

Zola nacque a Parigi nel 1840, anche se si trasferì da piccolissimo a Aix-en-Provence, a causa del lavoro del padre, ingegnere italiano addetto alla costruzione di ponti sui canali. Nella piccola città ebbe modo di iniziare i primi studi e di stringere amicizia con Cèzanne, grande artista futuro che a quel tempo fu suo compagno di banco. Questo periodo felice di studi però ebbe breve durata, a causa della morte del padre, avvenuta nel 1847, che lo toccò profondamente.

Studi umanistici

Fu infatti a causa di questo evento che decise di seguire la madre a Parigi, ed iscriversi al prestigioso Lycée Saint-Louis, dove studia il latino e si applica con discreto profitto. Zola si mantiene su ottimi livelli solo in francese, unica materia che lo vide premiato a fine anno dal suo professore. Già appassionatosi ai romanzi d’avventura, si dedica massicciamente alla loro lettura, iniziando anche a scrivere piccoli racconti personali. Gli studi a Parigi furono completamente diversi da quelli della campagna, soprattutto per i compagni, molto più brillanti, snob e ricchi di lui.

Fu in questo clima teso, che venne respinto per due volte all’esame di maturità, fallimento che lo indusse ad abbandonare gli studi. Per circa tre anni non riuscì a trovare neanche un impiego, vivendo nella miseria più nera, anche se continuò a scrivere le sue prime poesie e racconti, con protagonista la sua amata ed idealizzata Provenza. Fu grazie ai suoi scritti che trovò un lavoro nella libreria Hachette, dove lavorò per circa 3 anni diventanto capo del servizio pubblicitario. Fu grazie a questo lavoro che si trovò in stretto contatto con il mondo degli scrittori.  

Fra giornalismo e scrittura

In questo mondo, inizia anche l’attività di giornalista, passione che continuò per tutta la vita, anche se parallelamente continuò a fare lo scrittore. Scrisse molti articoli letterari, anche in difesa del pittore impressionista Manet, scrivendo un documento intitolato Mes Haines. Il giornalismo fu una fonte di guadagno, una tribuna per le sue idee e un mezzo per pubblicare i suoi romanzi a puntate. Realizzò anche una rubrica di cronaca letteraria, collaborando con molte riviste come Le Figaro, il Globe, La Cloche, il Sémaphore di Marsiglia, e il Messager de l’Europe.

Contemporaneamente al giornalismo, si dedicò alla scrittura di romanzi. Primo fra tutti. nel 1867, scrisse il romanzo Thérèse Raquin, e successivamente iniziò a concepire un ciclo romanesco, basato sulle vicende di una famiglia francese del Secondo Impero, ovvero i Rougon-Macquart. Il primo volume si chiama “La fortuna dei Rougon” e uscì nel 1870, poi ogni anno veniva pubblicato il seguito della saga, circa 20 romanzi, attraverso i quali raccontò un’intera epoca. Fu però con il settimo libro della serie L’Ammazzatoio che lo scrittore divenne famoso, affermandosi come il maestro del naturalismo, riuscendo a guadagnarsi da vivere scrivendo romanzi.

Romanzi e politica

I lavori a cui si dedica dopo il ciclo dei Rougon-Macquart, seguono la stessa idea del romanzo ciclico. I nuovi romanzi sono legati alle serie delle città (Roma, Lourdes e Parigi) e la serie dei Quattro vangeli, (Fecondità, Lavoro, Verità e Giustizia) dove il protagonista vive un ritorno allo spiritualismo. Zola in tutte le sue opere adotta un metodo di scrittura scientifico, ovvero prima di scrivere si documenta e studia ogni argomento in un modo approfondito. Sotto la sua piuma gli oggetti si animano, ingrassano, gonfiano, diventano elementi fantastici che vivono attraverso le sue metafore.

Ma Zola ebbe anche un grande impegno politico, grazie all’incontro che ebbe con l’affaire Alfred Deyfrus. Egli si schierò dalla parte del capitano Dreyfus accusato all’ora di alto tradimento, ma in realtà vittima di una violenta ondata di antisemitismo. Fu per lui che scrisse molti articoli virulenti, tra cui la famosa lettera intitolata J’accuse, lettera aperta al presidente della Repubblica. La sua lettera sarà la causa del deflagrare di un vero e proprio scandalo, in quanto Zola accusò una serie di capi militari di essere i complici del crimine giudiziario di cui fu vittima il Dreyfus.

Ultimi anni di vita

Fu però anche per questo che a causa della sua presa di posizione, l’ultimo periodo della sua vita è funestato da due processi e alcuni mesi di esilio a Londra, accompagnati da odi e calunnie nei suoi confronti. Émile Zola morì a Parigi il 29 settembre del 1902 a causa delle esalazioni di una stufa, anche se non verrà mai fugato il sospetto che possa essersi trattato di omicidio.

Federica.

ALMANACCO: 28 Novembre nasce il poeta William Blake

Poeta, pittore e incisore inglese, William Blake nacque il 28 Novembre del 1757. Rimase alla storia della letteratura inglese per essere l’ideatore di una tecnica innovativa per la realizzazione di opere di sorprendente forza di immaginazione e per l’abilità di trasferire nel mondo reale le sue visioni spirituali. Considerato pazzo per le sue idee stravaganti, divenne poi molto apprezzato per la sua espressività, la sua creatività e per la visione filosofica che sta alla base della sua poesia e della sua arte. 

Nato nella Londra del 1757, in una famiglia numerosa appartenente alla borghesia. Non frequentò mai la scuola, ma fu educato in casa dai genitori, frequentatori della Chiesa Morava. Fu anche per questo che la Bibbia ebbe una grande influenza su William, restando fonte di ispirazione per tutta la sua vita. Il giovane Blake, oltre all’amore per la letteratura, mostra un precoce talento per l’arte delle incisioni, ricopiando opere di grandi artisti come Michelangelo e Raffaello.

L’esordio artistico

Fu infatti all’età di dieci anni, che William inizia prima a frequentare la scuola di disegno, e poi un apprendistato come incisore nello studio di uno degli artisti più noti nel suo campo, William Ryland. Vi restò per qualche anno, anche se il rapporto con il maestro e i compagni fu conflittuale, soprattutto a causa del suo carattere introverso e ribelle. Ecco perchè nel 1783 decise di cambiare, ed entrare nello studio James Basire, un altro incisore meno conosciuto, per cui lavorò 7 lunghi anni.

Per il suo maestro, andava spesso a copiare dal vivo particolari delle chiese gotiche di Londra, tra cui l’Abbazia di Westminster, che ebbe un ruolo fondamentale per la nascita della grande passione per l’arte medievale. Questo perchè a quell’epoca la cattedrale era decorata con armature, dipinti di scene funerarie e variopinte statue di cera, tipicamente di stile gotico medievale.

I libri miniati

Nel 1779 termina il suo apprendistato con Basire, per iscriversi presso la scuola d’arte più prestigiosa d’Inghilterra, la Royal Academy of Arts, per seguire un corso della durata di 6 anni. La sua esperienza però qui fu breve ed infelice, segnata dall’ostilità nei confronti del preside dell’Accademia, e della sua visione artistica, in netta contrapposizione con la sua. Tuttavia Blake coltiva importanti amicizie fra gli studenti, tanto che nel 1780 iniziò a ricevere le prime commissioni come incisore.

Fu però nel 1782 che iniziò effettivamente la sua carriera, in seguito alla conoscenza di John Flaxman, scultoree disegnatore inglese, che diventò il suo mecenate. Fu in quel momento che decise di fondere la sua passione per l’arte con la letteratura, dando vita ad opere poetiche abbinate da incisioni decorative, i così chiamati Libri Miniati. Blake battezzò questa tecnica di “stampa miniata”, dando vita alla sua prima raccolta di poesie Schizzi poetici pubblicata nel 1783.

Le opere più importanti

Realizzò successivamente anche Canti dell’innocenza e Canti dell’esperienza, anch’essi fondendo poesia e incisione. Fra queste due raccolte poetiche si colloca il più importante fra i lavori in prosa di William Blake, ovvero Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno, pubblicato nel 1793. Come libro miniato, fu una complessa opera filosofica in cui esprime la rivolta contro i valori consolidati della sua epoca.

Nel 1784, Blake aprì una tipografia, che gli permise di sperimentare differenti tecniche di stampa per il suo lavoro, e lo condusse a sviluppare ed affinare un nuovo metodo denominato relief etching, ovvero incisione a rilievo. Blake realizza poi una serie di monotipi, conosciuti generalmente con il nome di Grandi stampe a colori, di cui se ne conoscono ufficialmente dodici, ispirati a vari argomenti come alla Bibbia, a William Shakespeare e a Milton. In realtà si fa riferimento all’esistenza almeno di un altro monotipo, che pare però non sia giunto sino a noi.

Federica.

ALMANACCO: 27 Novembre nasce il fisico Anders Celsius

Fisico, matematico e astronomo svedese, Anders Celsius nacque il 27 Novembre del 1701. Famoso insegnante di astronomia, restò alla storia per aver dato vita ad una nuova scala di temperatura, ora universalmente adottata da tutti, la cui unità di misura prese il nome di grado Celsius, appunto in suo onore. Per questa invenzione gli venne dedicato un cratere sulla Luna, chiamato cratere Celsius, e un asteroide 4169 Celsius.

Nato nel gennaio 1701 a Uppsala, in Svezia, Andres Celsius seguì le orme del padre, professore di Astronomia presso gli istituti universitari della città. Si formò attraverso lo studio delle scienze matematiche e astronomiche, senza tuttavia trascurare la fisica sperimentale, che tanto influirà sulle sue ricerche nel settore della termometria. Come il padre, anche lui, ad appena 29 anni divenne professore di matematica e poi astronomia nell’Università della città.

Viaggi: gli studi in Lapponia

Negli anni compresi tra il 1732 e il 1736, realizzò numerosi e lunghi viaggi stabilendo contatti personali con altri studiosi, frequentando molti centri di ricerche astronomiche e visitando vari osservatori, come in Germania, Francia e Italia. Durante uno dei suoi viaggi a Parigi, conobbe Pierre Luis de Maupertuis, con il quale entrerà a far parte di un gruppo di studiosi che lavoravano alle celebri misurazioni dell’arco di meridiano. Venne infatti inviato in Lapponia con il compito di verificare se la teoria di Newton, riguardo dello schiacciamento della terra ai poli fosse esatta.

Nel corso del viaggio Celsius confermò questa teoria sulla forma del globo terreste, sostenendo che fosse schiacciato ai poli, validando così le teorie newtoniane. Successivamente, insieme al suo assistente Olof Hiorter, ritornò in Lapponia per analizzare i cambiamenti del campo magnetico terrestre, e valutare la luminosità delle stelle con strumenti di misurazione. Qui inoltre realizzò numerose osservazioni di aurore boreali, circa 316, pubblicate successivamente tra il 1716 e il 1732.

La scala Celsius

Nel 1733, il suo itinerario europeo toccò anche l’Italia. E proprio in Italia che realizzò le prime indagini concernenti il suo interesse per i problemi annessi alla misurazione della temperatura, legato soprattutto al modo di costruire termometri a mercurio. Si sa inoltre che Celsius aveva compiuto già qualche anno prima, osservazioni barometriche e termometriche, servendosi prima di strumenti di Hauksbee, e poi utilizzando un termometro costruito da Nollet e di un altro termometro dovuto a J. N. Delisle. Da queste osservazioni, pubblicherà una memoria relativa ai problemi della termometria relativi a tali strumenti.

Come soluzione a questi problemi della termometria, egli proporrà nel 1742 di utilizzare una scala centigrada differente, riferita a due punti fissi. Il primo di valore 100 °C, corrispondeva alla temperatura, a livello del mare, alla quale l’acqua congela, mentre il valore 0 °C corrispondeva alla temperatura, sempre a livello del mare, alla quale l’acqua bolle. Questi due valori dovevano essere applicati ad un termometro a mercurio a pressione di 760mm, fornendo altresì una regola per fissare lo zero in corrispondenza di valori differenti della pressione stessa. Questa fu una scala delle temperature che ancora oggi siamo abituati ad utilizzare, anche se completamente rovesciata.

L’evoluzione e il successo

Il rovesciamento della scala di temperature però avvenne in seguito alla morte di Celsius, avvenuta nel 1744. Solo alcuni anni dopo infatti, i fabbricanti di termometri decisero di rovesciare la scala proposta da Celsius, mettendo, come è oggi, lo zero alla temperatura di fusione del ghiaccio e il grado 100 alla temperatura di ebollizione dell’acqua. Così modificata la scala della temperatura in gradi Celsius si diffuse in tutto il mondo con il termine di Gradi Centrigradi, eccetto che in Inghilterra e negli Stati uniti, fedeli alla scala dei gradi Fahrenheit.

Il termine centigradi indica che nella scala considerata ci sono 100 gradi tra il punto di fusione del ghiaccio e il punto di vaporizzazione dell’acqua. In realtà questa fu una caratteristica anche della scala di temperature introdotta successivamente da Kelvin, scala anch’essa centigrada ma con valori 273 e 373. Fu all’inizio del 2000 che la Comunità Europeaemanò una legge secondo la quale nei paesi dell’Unione, non si potè più utilizzare la dizione “gradi centigradi”, ma al contrario doveva essere sempre utilizzata quella di “gradi Celsius”, in onore di Anders.

Ultimi anni

Celsius con questa grandissima scoperta, guadagnò molto rispetto in tutto il mondo, suscitando anche interesse nelle scienze astronomiche. Fu infatti nel 1741, che Celsius fondò l’osservatorio astronomico di Uppsala, che fu equipaggiato con i più moderni strumenti dell’epoca, acquistati durante il suo lungo viaggio. Celsius nella sua breve intensa vita, morì di tisi a 42 anni, oltre alla sua opera di astronomo e alle sue numerose ricerche in vari campi della fisica, scrisse poesie, romanzi di divulgazione scientifica e persino un romanzo di fantascienza ambientato sulla stella Sirio.

Federica.

ALMANACCO: 26 Novembre nasce il fumettista Charles M. Schulz

Charles Monroe Schulz nato a Minneapolis, il 26 novembre 1922, è stato un fumettista statunitense, conosciuto in tutto il mondo per aver creato le strisce dei Peanuts. Dalla nascita fu destinato al mondo del fumetto, grazie allo zio che gli diede il soprannome “Sparky”, derivato al fumetto del cavallo Spark Plug.

Così Charles divenne Sparky per tutti, nomignolo con cui firmò i suoi primi lavori e con il quale lo chiamarono sempre gli amici. Amò da subito disegnare e leggere le strisce di fumetti che apparivano sui giornali dell’epoca, augurandosi intimamente di poterne un giorno pubblicare di proprie.

Charles M. Schulz - Photo Credits: Parol.it

Dalla realtà di Schulz ai fumetti

Uno dei personaggi principali dei suoi fumetti è Snoopy, un cagnolino alto, allampanato e dall’aria perennemente assonnata. Realizzò questa figura sul modello del suo vero cane Spike, regalatogli dai genitori a tredici anni.

Il secondo protagonista invece si basa sull’amicizia reale con un ragazzo delle superiori di nome Charlie Brown, poi utilizzato nell’invenzione della figura dell’omonimo bambino nel fumetto. Oppure l’impiegata Donna World, suo primo amore non corrisposto, gli ispirerà quel personaggio fuori campo che è la ragazzina dai capelli rossi, eterna innamorata di Charlie Brown.

Striscia fumetto dei Peanuts - Photo Credits: Lacittàimmaginaria.com

Charles M. Schulz agli esordi

Il suo punto di partenza fu il giornale di St. Paul, che decise di pubblicare alcune sue strisce. Dopo questo piccolo riconoscimento, Charles si convinse a realizzare una nuova produzione e di mandarla all’United Feature Syndacate di New York. Questa grande azienda statunitense di strisce a fumetti e colonne editoriali, rispose positivamente producendo le sue opere.

Fu proprio l’editore di questa azienda che suggerì di intitolare queste strisce con il termine Peanuts, letteralmente “noccioline”, a causa della velocità e dell’insaziabilità con cui si consumavano leggendo. Con l’andare degli anni, i Peanuts divennero uno dei fumetti più popolari di tutti i tempi.

I Peanuts - Photo Credits: Movieforkids

L’arrivo del successo mondiale

Presto Schulz creò una galleria indimenticabile di personaggi, oggi noti in tutto il mondo. Snoopy, Charlie Brown, Lucy, Linus, Sally, Woodstock, Schroeder e molti altri. I Peanuts debuttarono quindi ufficialmente per la prima volta il 2 ottobre 1950. I suoi personaggi vengono pubblicati sui giornali di 67 paesi, comparendo anche in programmi di animazione, nei film per il cinema, diari di scuola e raccolte di fumetti.

Sono dunque diventati non solo un fenomeno di culto, ma persino oggetto di studio da parte di letterati, saggisti e psicologi. Essi, infatti, un modo o nell’altro, fanno riflettere su quelli che sono i piccoli problemi di tutti i bambini (e non solo) di questo mondo.

Stanza del museo dedicato a Schulz - Photo Credist: list.co

Ultimi anni di vita

Nel novembre 1999 Schulz sopravvisse a un ictus, ma poco più tardi gli venne diagnosticato un cancro al colon. Fu questa la causa del suo ritiro, avvenuto all’età di settantasette anni. Prima di morire scrisse nel suo testamento, che i personaggi dei Peanuts rimanessero genuini e morissero con lui, tanto che odiava l’idea che qualcuno prendesse il suo posto. E così fu, nel giorno della sua morte, avvenuta il 12 febbraio 2000, assieme a lui sono uscite di scena anche le sue creazioni.

Schulz - Photo Credits: Legacy.com

Federica.

ALMANACCO: 25 Novembre nasce l’ingegnere Karl Benz

Famoso ingegnere tedesco, Karl Friedrich Benz nacque il 25 novembre del 1844. Venne considerato l’inventore della prima automobile della storia, in quanto alla fine del XIX secolo, ebbe la brillante idea di abbinare un motore ad un veicolo dotato di ruote. Diede così origine ad un oggetto che ancora oggi fa parte della nostra vita quotidiana, ovvero la macchina.

Nato in un paesino della Germania nel 1844, da una famiglia molto sfortunata. Il padre infatti, macchinista ferroviario, morì quando Karl aveva appena due anni, lasciando la giovane moglie in serie difficoltà economiche, anche se riuscì fin da subito a provvedere ad una buona educazione per il figlio. Frequentò il liceo, risultando molto propenso alle discipline tecniche e scientifiche, passione che lo spinse poi a frequentare il politecnico, dove venne preparato allo studio dei motori

Gli esordi nella meccanica


Al termine degli studi, Benz entrerà subito come apprendista nella Karlsruher Maschinenfabrik  dove mostra le sue capacità facendo rapidamente carriera. In questo periodo conobbe, solo per sentito dire il direttore tecnico Gottlieb Daimler, altro uomo che ebbe particolare importanza nella nascita dell’automobile, ma che non ebbe mai modo di incontrare dal vivo. Nel 1866 però decise di lasciare la ditta, per viaggiare e fare diversi lavori, come a Mannheim come progettista di bilance, ma anche a Pforzheim, come direttore in un’azienda che progetta ponti. Fu in quest’ultima città che conobbe Bertha Ringer, che sposò dopo due anni.

Destinata a divenire sua moglie, Bertha avrà anche un ruolo non trascurabile per quanto riguarda la nascita dell’automobile, soprattutto perchè influenzerà la vita professionale di Karl attraverso molti finanziamenti per mettersi in proprio. Infatti con i soldi della moglie, fonda assieme all’amico August Ritter una società di costruzioni, che però ebbe vita breve a causa dei continui litigi fra i due. Benz così decise di rilevare la sua quota societaria di Ritter, e sempre con la dote di sua moglie, fonda la sua ditta personale chiamata Karl Benz Eisengießerei und mechanische Werkstätte, ovvero Officina Meccanica e Fonderia Karl Benz.

L’idea dei motori a gas


Ma se dal punto di vista familiare la situazione appare felicissima, non si può dire lo stesso per quanto riguarda gli affari e la situazione economica. Infatti, in quegli anni gli affari di Benz cominciano ad andar male, e a causa delle forti perdite fu costretto a chiudere la fonderia. Con questo grave problema da risolvere, e con l’allargarsi della famiglia da mantenere, Karl ebbe l’idea di cambiare direzione. Decise così di occuparsi di motori a gas, molto in voga in quel periodo grazie al lavoro svolto da Gottlieb Daimler e Wilhelm Maybach, in una famosa azienda di Colonia.

Per oltre due anni, Benz si dedicò alla creazione ed alla messa a punto del suo motore, spendendo molti dei suoi risparmi e chiedendo prestiti ad alcuni amici. Fu nel 1878 che perfezionò finalmente il suo motore a due tempi, a cui però già dal 1876 stava lavorando Dugald Clerk che nel 1886 lo brevettò. Fu qualche anno dopo che riuscì anche ad aprire una nuova ditta dedita alla costruzione di motori a gas, la Aktiengesellschaft Gasmotorenfabrik in Mannheim, che però venne ancora una volta alla chiusura, per debiti accumulati.

L’invenzione della prima automobile

Per fortuna, grazie alla sua fama, trovò nuovi finanziatori che gli permisero di aprire nel 1883 una nuova azienda, la Benz & Cie. Rheinische Gasmotorenfabrik in Mannheim. La fortuna girò dalla sua parte, grazie alla realizzazione di un motore a quattro tempi, per muovere una vettura senza bisogno di cavalli. Fu infatti nel 1886, che Benz poté registrare il suo motore e la vettura con un unico brevetto, consacrandosi così come l’inventore della prima autovettura al mondo, chiamata la Benz Patent Motorwagen. Questa era un triciclo con tre grandi ed esili ruote a raggi, mosse da un motore monocilindrico orizzontale a quattro tempi, di circa un litro di cilindrata e poco meno di un cavallo di potenza.

Inizialmente, si trattava solo di una semplice soddisfazione personale, senza nessun vantaggio commerciale. Fu invece sua moglie Bertha, che convinta del potenziale della sua invenzione, fu spinta a rubare il prototipo del marito e intraprendere un viaggio memorabile, nel 1888. Guidò da Mannheim a Pforzheim per 104 chilometri, viaggio che diede grande popolarità all’invenzione del marito, che iniziò a prenderne in considerazione la produzione in serie e la vendita. Nascono così la Benz Viktoria nel 1893 e la Velo l’anno seguente, che fecero definitivamente spiccare il volo al business dell’automobile, spinto anche dalla concorrenza con la DMG, fondata nel frattempo dall’altro pioniere Gottlieb Daimler.

Ultimi anni

Nel 1901 si ebbe però un improvviso crollo di vendite, dovuto all’agguerrita concorrenza della DMG, che aveva immesso nel mercato le sue Mercedes 35PS, ben più moderne e prestanti. Benz, dal canto suo, che non era per niente incline alle innovazioni ai suoi modelli, dovette arrendersi soprattutto alla volontà dei suoi soci, che invece erano decisi a dare una svolta produttiva e a rivoluzionare la gamma Benz. Fu a quel punto che Benz decise di lasciare la sua azienda nel 1903, per dedicarsi esclusivamente alla produzione di motori.

Successivamente, nel 1926, la Benz & Cie si fuse con la DMG, dando vita alla nuova casa automobilistica, la Daimler-Benz AG appunto. Essa ebbe un grandissimo successo, tanto che il nome di Benz è tuttora legato al celeberrimo marchio della Mercedes-Benz. Karl Benz trascorre gli ultimi anni della sua vita con serenità, morendo il 4 aprile del 1929 per una bronchite.

Federica.

ALMANACCO: 24 Novembre muore il pittore Diego Rivera

Pittore e artista muralista messicano, Diego Rivera morì il 24 Novembre del 1957. Di ideologia comunista, divenne famoso per le tematiche politiche e sociali delle sue opere, realizzate in gran parte su muri di edifici pubblici, soprattutto nel centro storico di Città del Messico. L’artista divenne popolare anche per il suo matrimonio decisamente travagliato con la pittrice Frida Kahlo.

Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez, così è il suo nome completo, nacque in Messico l’8 dicembre 1886. Nato da una modesta famiglia, studia a Città del Messico e, fu da subito appassionato di pittura, tanto che già a dieci anni frequenta dei corsi serali all’Accademia San Carlos. Realizzando circa ventisei opere, venne considerato un bambino prodigio, tanto che nel 1905 ricevette una borsa di studio dal Ministro dell’educazione.

L’esordio artistico

Grazie a questo incentivo, oltre a un secondo ricevuto due anni più tardi dal governatore di Veracruz, ebbe l’opportunità di volare in Spagna, a Madrid, dove entra nella scuola del maestro Eduardo Chicharro. Fino a tutta la metà del 1916, il giovane artista si spostò tra Spagna, Messico e Francia, frequentando intellettuali importanti come Ramón del Valle, Alfonso Reyes, Pablo Picasso, Juan Gris e Amedeo Modigliani, quest’ultimo realizzò anche un suo ritratto. Nel 1920 viaggia anche in Italia dove ebbe modo di visitare Roma, Firenze e Ravenna, accumulando numerosi appunti tra bozzetti e schizzi.

Tornato definitivamente in Messico, ebbe il progetto di trasformare l’arte messicana, realizzando l’opera La Creacion, prima pittura murale realizzata nell’ Anfiteatro Bolivar dell’Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico. Sensibile ai nuovi fermenti politici ed alla lotta di classe, Diego Rivera nel 1922 si iscrisse al Partito Comunista e iniziò a parte del gruppo del Sindacato dei Pittori, Scultori ed Incisori Rivoluzionari. E’ proprio in questo periodo che darà vita ai suoi bellissimi murales su molti edifici pubblici di Città del Messico, che verranno considerata la più grande espressione muralista dell’epoca, affrescando chilometri e chilometri di pareti.

Artista muralista

I suoi murales passarono alla storia, per essere stati dipinti da Rivera per più di quarant’anni, realizzati con una foga e una dedizione tale, da rimanere incollato sui ponteggi anche per giorni, mangiando e dormendoci sopra. Sui suoi murales dipinti, racconta le vicende del suo popolo, i Peones, e delle antiche civiltà come la azteca, la zapoteca, la totonaca, la huasteca, avvalendosi di uno stile descrittivo-folkloristico. Ama mescolare il vecchio e il nuovo, il moderno e l’antico, con l’aggiunta di personaggi dai tratti sicuri e severi, in gruppi compatti di forme, di volumi e di colore. Tre sono le figure fondamentali nelle sue opere, che rispecchiano la rivoluzione messicana, e sono Hidalgo, Juarez, Zapata.

Tra i suoi affreschi più emblematici ci sono quelli del Palazzo nazionale a Città del Messico e quelli della scuola nazionale d’agricoltura a Chapingo. Ma la sua fede politica, che lo porterà ad autodimettersi dal partito nel ’29, lo portò anche a disegnare nelle sue opere un Marx e un Lenin. Fu proprio quest’ultimo che dipinse sull’affresco commissionato per il Rockefeller Center, che ha per tema l’uomo artefice e costruttore del suo cammino. Opera che portò a numerose critiche, al licenziamento dell’artista e la distruzione dell’affresco. Rivera tornò così in Messico nel 1934, iniziando anche a dipingere su tela, iniziando a costruire l’Anahuacalli, il suo studio-museo come un tempio azteco e destinato alla raccolta della sua collezione di arte pre-colombiana.

Amori e ultimi anni

Tutta la sua vita è segnata dalle scelte politiche ed amorose, tanto che ebbe 4 mogli e molte amanti. Fu soprattutto la terza moglie ad essere importante, Frida Kahlo, artista e pittrice nota a livello mondiale. Con Frida fecero moltissimi viaggi grazie alla loro arte, e restarono per dieci anni insieme. Anche con quest’ultima divorziò, nel 1939, ma si riuniranno l’anno successivo e si risposeranno, rimanendo insieme fino alla morte di Frida per malattia nel 1954. Un anno dopo la morte di Frida, Rivera si sposò per la quarta e ultima volta.

Nelle sue ultime opere, come ad esempio in Autoritratto, l’artista non ci mostra più il Rivera dongiovanni, il seduttore, ma un uomo ormai sofferente forse della morte di Frida o per via del suo male inguaribile. Certo non è più quell’uomo brillante pieno di fascino che attirava le donne le incantava con il suo modo di fare ma piuttosto un uomo maturo arrivato alla fine di una vita colma di eventi. Il 24 novembre 1957, morì a Città del Messico, per insufficienza cardiaca all’età di 71 anni.

Federica.

mARTEdì: l’arte degli enigmi di GIORGIO DE CHIRICO

In occasione della ricorrenza della sua morte avvenuta qualche giorno fa, oggi prenderemo in analisi alcune opere di Giorgio De Chirico, considerato il principale esponente del movimento della Metafisica. Essa è un’arte che usa strumenti tecnici come prospettiva, chiaroscuro, colore, per rappresentare però qualcosa che va al di là dell’esperienza sensoriale, lasciando spazio a sogni e visioni frutto dell’inconscio. Anche i luoghi, per quanto realistici, assumono una valenza onirica per via di una prospettiva spesso distorta, elementi apparentemente fuori luogo e di colori innaturali.

I suoi quadri rappresentano semplici e vuote piazze, dove si materializzano oggetti estrapolati dalla loro realtà e riportati nel quadro come segni assoluti di memoria. Nello spazio mentale del quadro si assemblano con lo stesso non senso in cui si vive la realtà del sogno, tanto che l’uomo ad esempio viene ridotto a cosa, a manichino, a statua di marmo, a silhouette, privo di qualsiasi identità che non sia l’apparizione metafisica. Di questo avviso sono le sue opere intitolate come Gli Enigmi.

L’Enigma di un pomeriggio d’autunno

Il primo fra queste opere è Enigma di un pomeriggio d’autunno, realizzata nel 1910 in seguito ad un’esperienza vissuta dall’artista nella Piazza Santa Croce a Firenze. Quel giorno, appena uscito da una lunga malattia, si ritrovò nella piazza in uno stato di particolare sensibilità, tanto da rappresentare il luogo nel suo dipinto. Riconosciamo subito la chiesa di Santa Croce, anche se viene raffigurata con estrema semplificazione, decorata con tende che rievocano gli antichi tempi greci.

Solo due figure in tunica popolano la piazza, ovvero un poeta e un filosofo, molto frequenti nelle opere dell’artista. Al posto della statua di Dante, troviamo invece una statua senza testa antica, che secondo il simbolismo di De Chirico esprime la condizione di “non-sapere” dell’uomo. Inoltre sono presenti in lontananza le vele di una nave che solcano un cielo verde e senza nuvole, idea di naufragio nel misterioso mare dell’Essere, esattamente come gli Argonauti, che navigarono alla conquista del vello d’oro, simbolo degli ideali. L’artista accentua il senso di solitudine, di silenzio e di vuoto, tanto che lo spettatore è portato a dare alla scena un valore simbolico ed evocativo.

L’enigma dell’oracolo

L’enigma dell’oracolo prende spunto da quadro dipinto nel 1882 da Bocklin, intitolato Ulisse e Calipso. Come Bocklin anche De Chirico si identifica in Odisseo, personaggio visto di spalle che scruta il mare in attesa di rivedere la patria dopo tanti anni di lontananza. Sopra di lui una tenda al vento che apre la vista su un paesaggio mediterraneo con case bianche e colline sullo sfondo, mentre a destra, più in ombra, un’altra tenda scura nasconde una statua classica, di cui se ne vede solo la testa.

I nodi tematici dell’opera come già detto potrebbero ricondurre a Ulisse, ma anche alla figura di Pizia (considerato il titolo dell’opera), che pur affacciata sul paesaggio, non guarda lontano ma ha la testa reclinata e chiusa in una profonda introspezione. Forse medita su di sé, sul suo destino incerto o sul responso dell’oracolo, ovvero sulla voce del dio che fa capolino dietro la tenda. L’enigma dell’oracolo è nella tensione tra la vita che appare di spalle e ciò che è nascosto dalla tenda, ovvero la verità dietro il velo di Maya, un arcano senza soluzione suggerito come in oracolo alla sensibilità del pittore.

L’enigma dell’ora

Sempre nel 1911, De Chirico dipinse L’enigma dell’ora, forse tra i quadri più emblematici della sua ricerca spirituale e artistica. Anche questo dipinto si colloca nella serie delle opere “piazze d’Italia”, perchè probabilmente fa riferimento al centro storico di Torino, che ha fornì diverse scenografie ai suoi quadri e di cui si riconosce il porticato ad arcate, in cui sono presenti 3 figure senza identità. Con l’architettura, l’artista riproduce il tema dei molteplici punti di vista, già affrontato dai cubisti. Infatti vi sono due differenti prospettive simultanee, quella centrale nella figura in primo piano e nella fontana, mentre le arcate del portico sono viste da destra verso sinistra.

Importante è inoltre il grande orologio al centro della composizione, che attira l’attenzione dello spettatore, da cui prende titolo l’opera, rimandando al tema importante del tempo, a sua volta collegato alla dimensione dell’enigma e del mistero. L’orologio segna le 14.55 ma le ombre lunghe indicano, chiaramente, che la scena è immaginata nel tardo pomeriggio, senza quindi una corrispondenza tra lo strumento meccanico e il tempo della vita e dell’esistenza. De Chirico, insomma, vuole qui riflettere sulla dimensione metafisica del tempo, sulla condizione filosofico-esistenziale dell’eterno presente, ossia del tempo vuoto e del tempo sospeso.

Anche nell’opera Enigma della partenza, datato 1914, ricorrono alcuni dei temi fondamentali per l’artista, come l’enigma, il mistero e l’insegnamento filosofico di non soffermarsi alla apparenze. Inoltre sono presenti i temi della partenza e del momento mitico per eccellenza, ovvero quello che trasforma l’uomo in eroe, in errante, in esploratore dell’ignoto. Su queste idee realizza un
personaggio che però non vediamo, ma che accresce l’atmosfera di inquietudine, accentuata dal tormentato rapporto fra esterno e interno della casa sulla destra, simbolo dell’inconciliabilità fra realtà e inconscio.

Dal nero cupo dell’interno, simbolo dell’abisso dell’interiorità, allo squarcio liberatorio della vela sul mare, dove la mente si libera in un viaggio che è partenza ma non necessariamente è meta. Vela e mare infatti sono metafore delle avventure della mente e l’itinerario dello spirito tra gli enigmi dell’esistenza. Quelle ore di durata infinita in cui le ombre si allungano nel dipinto di De Chirico l’esploratore e il veggente agli occhi del quale si ordinano le storie degli archi e le prospettive dei palazzi, nei blocchi di pietra invece si collegano passato, presente e futuro e la memoria che sfida il tempo nel monumento scolpito, rivolto verso il mare lontano. La chiave di lettura dei suoi quadri è mentale.

Federica.

ALMANACCO: 23 Novembre muore il pittore Agnolo Bronzino

Famoso pittore italiano, Agnolo di Cosimo, conosciuto meglio come Agnolo Bronzino, morì il 23 Novembre del 1572. Tra i più raffinati e mirabili pittori del Manierismo fiorentino, è noto per essere stato uno dei più abili ed incisivi ritrattisti della corte medicea nella Firenze tardo rinascimentale. Sue caratteristiche sono la pittura di regime ed il suo enigmatico stile per una ristretta aristocrazia culturale. Le sue opere sono state definite ritratti “glaciali”, in quanto scavano un abisso tra il soggetto raffigurato e l’osservatore.

Il vero nome del Bronzino era Agnolo di Cosimo, e il soprannome Bronzino può essere riferito sia all’aspetto scuro dei soggetti dei suoi ritratti, ma anche ai capelli rossi. Nacque a Monticelli, vicino Firenze, città in cui passò gran parte della sua vita, insieme alla famiglia. Fin da subito appassionato d’arte, inizia la sua formazione artistica con il pittore Raffaellino del Garbo, un pittore del primo Rinascimento fiorentino, e poi nella bottega di Pontormo, uno dei fondatori dello stile Manierista fiorentino.

L’esordio artistico e le prime opere

Fu proprio nella bottega di Pontormo, che Bronzino fu fortemente influenzato dall’insegnamento del suo maestro, con il quale collaborò a tutte le imprese decorative del tempo, dal chiostro della certosa del Galluzzo alla cappella Capponi in Santa Felicita. Fu durante la formazione presso questo artista che il Bronzino subì anche l’influenza di Michelangelo e Leonardo da Vinci, di cui lo stesso Pontormo era stato alunno. 

L’affresco staccato con San Benedetto penitente della Badia fiorentina è fra le prime opere note dell’artista, mentre per la cappella Capponi in santa Felicita dipinse, secondo Vasari, due dei quattro tondi con le figure degli evangelisti. Al 1529 risale la Pietà con la Maddalena, mentre nel 1531 si trasferì a Pesaro dove lavorò per la famiglia Della Rovere, partecipando alla decorazione ad affresco della Villa Imperiale, in collaborazione con i fratelli Dossi e Girolamo Genga.

TITOLo

Ben presto si affermò anche come apprezzatissimo ritrattista. Fra le opere più precoci, si ricordano il Ritratto di Guidobaldo Della Rovere in armi della Galleria Palatina e la Dama in rosso di Francoforte. Una nuova fase artistica il Bronzino la evidenziò con la serie di ritratti eseguiti dal 1530 al 1545, come l’Ugolino Martelli, e il Bartolomeo e Lucrezia Panciatichi, nei quali la verosimiglianza delle figure, rafforzata dai chiaroscuri, convive con un valore della forma metafisico.

Quando, nel 1552, a Firenze scoppiò la peste, il Pontormo portò con se il Bronzino presso la Certosa del monastero del Galluzzo, dove i due lavorarono insieme a una serie di affreschi. Questo fu un periodo molto importante per il Bronzino, dal quale iniziò la sua fama e reputazione, tanto da essere chiamato a lavorare prima per il Duca di Urbino e poi per il Duca di Toscana Cosimo de’ Medici. Fu infatti alla morte prematura di Raffaello, all’ora ritrattista dei Medici, che Bronzino prese il suo posto, ritraendo Cosimo de’ Medici e altri familiari.

I lavori per i Medici

Dopo aver realizzato le decorazioni per il matrimonio del Duca Cosimo de’ Medici e di Eleonora di Toledo, realizza anche i loro ritratti, raffigurati tra altri esponenti della corte del Duca. I soggetti mostrano una delicata freddezza e un portamento quasi distaccato, caratteristiche che definirono l’impassibile ma elegante tecnica dei ritratti del Bronzino. In essi emerge una forma perfetta caratterizzata da una superficie a tratti smaltata e gelida, di profondo fascino. In questo periodo divenne il ritrattista ufficiale di corte, realizzando la celebre serie dei ritratti figli di Cosimo, oltre ad una serie di ritratti commissionati anche dagli alleati come i Doria.

Nel 1540 il Duca Cosimo gli diede l’incarico di decorare la cappella privata della moglie Eleanora di Toledo, che iniziò nel 1545 e terminò 20 anni dopo. Ne realizzò gli affreschi della volta e delle pareti, ma soprattutto la pala d’altare con la Deposizione, tuttora considerata uno dei suoi massimi capolavori. Anche all’epoca fu così apprezzata, soprattutto dal cancelliere dell’imperatore Carlo V, che Cosimo decise di fargliene dono, chiedendo poi al pittore di realizzarne una copia identica che ancora oggi si può vedere nella cappella.

Ultimi anni

Oltre agli affreschi e ai ritratti, Bronzino creò numerose opere a carattere religioso, dipinti a sfondo sacro e profano. Tra queste opere ricordiamo, La resurrezione della Vergine Maria, e il Martirio di san Lorenzo. Dipinse anche dei nudi erotici, immortalandoli comunque come se fossero allegorie morali, come nel suo famosissimo dipinto Allegoria del trionfo di Venere, opera che fa parte ancora oggi della cultura popolare mondiale. Fu anche autore di rime burlesche, tra cui una famosa dedicata alla “cipolla”.

Nel 1541 il Bronzino entrò nell’Accademia Fiorentina e realizzò il Passaggio del Mar Rosso, apice della sua qualità artistica aggiungendo al manierismo una idealizzazione plastica ispirata dagli esempi scultorei michelangioleschi. Nel 1557 alla morte di Pontormo, si occupò di finire il grande affresco del coro della Basilica di San Lorenzo a Firenze, opera che però rimase incompleta perchè l’artista morì nel 1572. Un suo devoto allievo, Alessandro Allori, completò in suo onore il lavoro.

Federica.