ALMANACCO: 22 Novembre nasce la scrittrice George Eliot

Scrittrice britannica di elevato successo, Mary Anne Evans, nacque il 22 Novembre del 1819. Meglio conosciuta con lo pseudonimo maschile George Eliot, fu una delle scrittrici più importanti dell’età vittoriana. I suoi romanzi passarono alla storia per essere ambientati prevalentemente in Gran Bretagna, ma anche famosi per lo stile realista e l’approfondimento psicologico dei personaggi.

Nata a Arbury, nello Warwickshire nel 1819, da una famiglia di fattori. La giovane Evans mostrò subito un’intelligenza particolarmente brillante e, grazie all’importante ruolo svolto dal padre nella zona, riuscì ad accedere alla biblioteca di Arbury Hall, fondamentale per la sua formazione culturale, tanto che fece nascere la sua passione per la letteratura, diventando una divoratrice di libri. Anche la religione influenzò notevolmente la sua vita, si formò infatti nella fede cristiana evangelica, da cui in seguito si allontanò, autodidatta in un ambiente conservatore.

Gli esordi letterari

La sua educazione scolastica inizia nel 1824, frequentando le scuole ad Attleborough, Nuneaton e Coventry, dove impara a suonare il piano, a studiare le lingue straniere e a scrivere racconti e poesie. Si rivela una studentessa attenta e seria al punto che, sotto l’influenza dei suoi studi, comincia a mettere in discussione la propria fede religiosa. Inoltre nella scuola entrò in contatto con la governante Miss Maria Lewis, che la prende presto sotto la sua ala protettrice, diventando sua mentore e parte delle sue opere future. La stessa scuola avrà un ruolo importante nel suo romanzo futuro Scene di vita clericale.  

Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1836, Mary dovette abbandonare la scuola e continuare a studiare con un insegnante privato nella città di Coventry, dove si trasferì con padre e fratello. Questo evento cambiò radicalmente la sua vita, in quanto la sua vita sociale si arricchì di nuove conoscenze, e le si aprirono le porte degli ambienti intellettuali della città. Venne così a contatto con personaggi come Charles Bray, un facoltoso industriale, libero pensatore su temi religiosi, progressista in questioni politiche e sostenitori delle teorie più radicali. E’ proprio in questo periodo che incomincia ad appassionarsi ad autori non religiosi, tra cui Thomas Carlyle, Ralph Waldo Emerson e Walter Scott.

Gli ideali liberali

Grazie a questo tipo di conoscenze, Mary Anne ebbe forme di pensiero molto più liberali, che confermarono i suoi dubbi sulla verità letterale della Bibbia, tanto da smettere di andare in chiesa. Aver messo in discussione la fede religiosa, causò una rottura con la sua famiglia, tanto che il padre minacciò di cacciarla di casa, anche se questo non successe mai. Allo stesso tempo la giovane iniziò a scrivere delle traduzioni di opere letterarie, come quella della Vita di Gesù di David Strauss, ma anche quella di L’essenza del Cristianesimo di Feuerbach.

Dopo la morte del padre a seguito di una lunga malattia, Mary inizia a viaggiare insieme ai coniugi Bray, tra Italia e Svizzera. Dopo un periodo di intense letture, traduzioni e viaggi, decise di stabilirsi a Londra, dove comincia a lavorare come giornalista con lo pseudonimo di Marian Evans. Lavora presso l’editore John Chapman, proprietario della radicale rivista Westminster Review, per la quale si rivelò una preziosa collaboratrice, acquisendo responsabilità editoriali sempre maggiori. Di fatto ne diventò nel 1851 la vicedirettrice, collaborando a molti articoli e monografie, ma scrivendo anche per suo conto diversi romanzi e saggi.

Le opere più famose

Fu in questo periodo che scrisse il suo manifesto letterario Silly Novels by Lady Novelists. Il saggio criticava le trame ridicole e banali di certi romanzi dell’epoca scritti da donne e, per non essere additata adottò, da questo periodo in poi, lo pseudonimo maschile di George Eliot. La principale ragione che la indusse ad usare uno pseudonimo fu il desiderio che la sua reputazione non preceda il testo, alterandone eventuali giudizi di merito. Questo perchè i suoi scritti rivelano un acuto senso della politica e dei condizionamenti sociali, come in Scenes of Clerical Life, Il Mulino sulla Floss, Felix Holt, The Radical ed in Silas Marner, presentando casi di emarginazione sociale e l’ipocrisia della vita agiata di campagna dell’epoca.

Nel 1859 pubblicò Adam Bede, il suo primo vero romanzo che riscosse subito enorme successo. Quando un uomo, tale Joseph Liggins, cercò però di attribuirsi la paternità degli scritti, George Eliot fece un passo avanti e svelò di essere donna e autrice, cavalcando l’onda del successo. Dopo la popolarità continuò a scrivere romanzi di grande fama per altri quindici anni, fino al 1876 data in cui scrisse il suo ultimo romanzo Daniel Deronda.

Ultimi anni

Dopo la morte del marito, George Eliot la scrittrice vittoriana ormai riconosciuta, affermata ed accettata, si ritira a vita privata, trovando conforto nel giovane John Walter Cross, un agente di affari scozzese, con il quale si sposò dopo poco tempo. Questo matrimonio fu però contro le convenzioni sociali del periodo, perchè il ragazzo aveva 20 anni meno di lei, ed era instabile con crisi depressive e deliranti, tanto che durante il viaggio di nozze a Venezia tentò il suicidio buttandosi dal balcone dell’hotel sul Canal Grande.

Sopravvisse al salto, e la coppia fece ritorno a Londra dove Eliot, però, cominciò ad accusare gravi sintomi di malattia. In seguito ad un’infezione della gola e alla disfunzione renale di cui soffriva da tempo, nel Dicembre del 1880 all’età di 61 anni, Eliot morì, lasciando al mondo i suoi lavori letterari ed una preziosissima esperienza di vita nella quale riuscì a sfatare ogni pregiudizio.

Federica.

ALMANACCO: 21 Novembre nasce il pittore René Magritte

Importante pittore belga, René Magritte nacque il 21 Novembre del 1898. Fu considerato il maggior pittore del Surrealismo, grazie al suo stile unico, incentrato su una tecnica raffigurativa accuratissima basata sul trompe l’oeil, capace di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso,  evocando dubbi, che portino dunque lo spettatore a riflettere sui più svariati temi.

René Magritte nasce al Lessines, in Belgio nel 1898. All’età di tredici anni Magritte visse uno shock che lo accompagnerà per tutta l’esistenza, ovvero il suicidio della madre che si buttò dal fiume Sambre, con una coperta avvolta alla testa. Questo fatto rimarrà particolarmente impresso in alcuni dipinti, come L’histoire centrale, Les amantse e Le fantasticherie del passeggiatore solitario.

L’avvio artistico

Dopo la tragedia un nuovo trasferimento, a Bruxelles dove Magritte si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, interessandosi ai movimenti d’avanguardia Cubismo e Futurismo, linguaggi a cui si ispira nei suoi primi quadri. Inoltre in questo periodo universitario conobbe Georgette Berger, che sposerà nel 1922 e che gli resterà accanto per tutta la vita. Mettendo su famiglia, Magritte decise di guadagnarsi da vivere, lavorando come grafico, disegnando manifesti pubblicitari, copertine di libri e dischi, carte da parati e tappezzerie.

La sua vita cambiò dopo aver visto su una rivista l’opera Canto d’Amore di Giorgio de Chirico. Profondamente colpito dal dipinto, lo descrive come un’opera che rappresenta un taglio netto con le abitudini mentali di artisti tradizionali, prigionieri del talento, dei virtuosismi e degli estetismi. Ecco perchè fu proprio in quel periodo che decise di dedicarsi ad una tipologia di arte che rappresenti al meglio le sue idee e che non sia semplicemente l’estetica della realtà. Sulla base di questo nel 1925 realizza la sua prima opera surrealista, intitolata Le Jockey perdu (Il fantino perduto).

Il linguaggio surrealista

Nel linguaggio metafisico, Magritte trovò il primo segnale per avviare la sua ricerca artistica, fatta di atmosfere sospese, immagini semplici legate al passato, associazioni stranianti e oggetti fuori dal tempo proposti in una dimensione che sfugge ai canoni dell’esperienza sensibile. Il suo obiettivo fu quello di indagare la realtà senza fermarsi al primo sguardo, ovvero andare oltre le apparenze. Questi elementi presenti nella Metafisica, confluirono nell’esperienza surrealista, attraverso la fusione con la sua ricerca sull’inconscio, sul sogno e sull’automatismo.

È proprio a questo mondo che si legherà Magritte, anche grazie all’incontro avvenuto nel 1926 con André Breton, pittore e leader del movimento surrealista. Quest’ultimo lo influenzò talmente tanto da fargli realizzare l’anno successivo la sua prima mostra personale surrealista, composta da circa 60 opere, presso la galleria Le Centaure di Bruxelles. Questa mostra però non portò la fama sperata, così deluso decise di trasferirsi a Parigi, città dove che portò ancora di più all’adesione al surrealismo. Nella capitale francese, mise a punto i temi chiave della sua arte, ovvero il rapporto tra parole e immagini, e il rapporto tra immagini e cose. Esempi di opere sono L’Uso della Parola e La Chiave dei Sogni, ma anche Ceci n’est pas une pipe.

Lo sviluppo personale

Il disorientamento suscitato nello spettatore deve stimolare la riflessione. Sebbene i dipinti di Magritte siano estremamente ambigui, non ne viene offerta un’interpretazione definitiva. La volontà dell’artista belga sta proprio qui: l’uomo deve interrogarsi, partendo dal singolo quadro, per poi arrivare a mettere in dubbio l’intera realtà circostante. Tuttavia la sua scelta di non abbandonare mai l’oggetto riconoscibile, e non lanciarsi in creazioni oniriche, mostruose o astratte, come faranno invece molti surrealisti, porteranno Magritte ad un allontanamento da Breton e dal suo gruppo. Ecco perchè tornerà in Belgio, restando un surrealista anomalo, fedele a sé stesso e coerente con le sue scelte e la sua logica capovolta. 

Al ritorno in patria Magritte è un artista maturo, il suo nome comincia ad essere conosciuto non solo in patria ma anche nel resto d’Europa. E’ in questo periodo che rappresenta le sue opere più iconiche, 800 in totale tra tele e disegni. Con l’accrescere della sua fama, inizia una serie di conferenze ed espone anche in Olanda e in Inghilterra, fino ad arrivare degli Stati Uniti. Questo periodo di fortune però verrà interrotto negli anni Quaranta, con la dominazione nazista, che fece scappare Magritte e la moglie nel sud della Francia a Carcassone. Qui il suo stile artistico cambiò bruscamente, dando vita a opere grezze, ironiche e ingenue, dette del “periodo vache”  (vacca), probabilmente come espediente per lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra.

Onori e successi

Magritte raggiunse il vero successo negli anni Sessanta, con l’avvento della cultura pop. Il cinema, la musica e il fumetto hanno fatto spesso riferimento alle opere dell’artista belga, ad esempio il Jeff Beck Group scelse l’opera La camera d’ascolto per la copertina del proprio album, oppure la copertina del numero 41 del fumetto Dylan Dog, dal titolo Golconda, è chiaramente ispirata all’omonima opera del pittore, realizzata nel 1953. Ma anche John Cale, dei Velvet Underground, che pubblicò l’album HoboSapiens, la cui quinta traccia si intitola Magritte dove ritroviamo la dimensione di questo onirismo blu, magico e ambiguo.

Dopo un ultimo, lungo viaggio avvenuto nel 1966, René Magritte muore il 15 agosto 1967, dopo un breve periodo in ospedale. Anche detto “le saboteur tranquille” per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, non avvicina il reale per interpretarlo, né per ritrarlo, ma per mostrarne il Mistero.

Federica.

ALMANACCO: 20 Novembre muore il pittore Giorgio De Chirico

Pittore e scrittore italiano, Giorgio De Chirico morì il 20 Novembre del 1978. Considerato il principale esponente della corrente artistica della Metafisica, attraverso la realizzazione delle sue piazze misteriose, che posero le basi per il Surrealismo. Infatti piazze vuote, manichini senza volto, colonne e busti di marmo, sono simboli di un passato arcaico che riaffiora in un universo onirico, come testimonianze di un inconscio e di un sogno dello spettatore. 

Giuseppe Maria Alberto Giorgio de Chirico, è nato nel 1888 a Volos, in Grecia, da genitori nobili italiani. Morta la sorella Adele ancora in tenera età, Giorgio venne colto dalla Musa della pittura e prese le prime lezioni di disegno da artisti greci. Per i primi 17 anni di vita, Giorgio visse in Grecia tra Volo e Atene, città che ebbero un ruolo fondamentale nei suoi dipinti, infatti a fianco di piazze e case moderni, compaiono colonne, busti classici e candide statue di marmo.

Gli esordi artistici

In questi anni, assecondato dal padre nella passione per l’arte, si iscrisse nel 1900 al Politecnico di Atene per intraprendere lo studio della pittura, anche se non portò mai a termine gli studi, a causa della morte del padre avvenuta per malattia nel 1905. Oltre a causare nel giovane artista un grande dolore, portò la madre a decidere di ritornare in Italia. Insieme fecero prima tappa a Monaco di Baviera, dove Giorgio rimase affascinato dalla pittura dei simbolisti Boecklin e Klinger, per poi arrivare in Italia stabilendosi prima a Milano e poi a Firenze.

Nella città fiorentina frequentò l’Accademia di Bella Arti, subendo l’influenza di Giotto e della pittura primitiva toscana, orientandosi verso un disegno ricco di impianti prospettici e di costruzioni a forma di arcate. Fu proprio qui che dipinse la sua prima piazza metafisica, L’enigma di un pomeriggio d’autunno, nata dopo una rivelazione che ebbe in piazza Santa Croce. Stanco poi dell’Italia, si trasferì a Parigi, dove conobbe molti personaggi importanti, tra cui Picasso, Valéry e Apollinaire. Grazie a queste amicizie, espose nel Salon d’Automne e nel Salon des Indépendants, grazie ai quali ottenne sempre più fama, iniziando a dipingere i suoi primi manichini. 

La pittura metafisica

Quando esplode la Prima Guerra Mondiale però, Giorgio si arruola come volontario insieme al fratello Alberto. I due vengono inviati in servizio nell’ospedale militare a Ferrara, città dove trovò nuove ispirazioni, soprattutto in seguito al grande incontro con il pittore futurista Carlo Carrà, con cui darà avvio alla corrente nota come “pittura metafisica”. Essa è un’arte che usa strumenti tecnici come prospettiva, chiaroscuro, colore, per rappresentare però qualcosa che va al di là dell’esperienza sensoriale, lasciando spazio a sogni e visioni frutto dell’inconscio. Anche i luoghi, per quanto realistici, assumono una valenza onirica per via di una prospettiva spesso distorta, elementi apparentemente fuori luogo e di colori innaturali.

Il paesaggio ferrarese fu fondamentale per l’impronta metafisica, caratterizzata da scenari irreali e misteriosi, in una solitudine sospesa e allucinatoria. I suoi quadri rappresentano semplici e vuote piazze, dove si materializzano oggetti estrapolati dalla loro realtà e riportati nel quadro come segni assoluti di memoria. Nello spazio mentale del quadro si assemblano con lo stesso non senso in cui si vive la realtà del sogno, tanto che l’uomo ad esempio viene ridotto a cosa, a manichino, a statua di marmo, a silhouette, privo di qualsiasi identità che non sia l’apparizione metafisica. Di questa idee sono le sue celebri opere Il Grande Metafisico, Ettore e Andromaca, Il trovatore e Le Muse inquietanti.

Ultimi anni e la Neometafisica

Nel 1937 è costretto a spostarsi tra Milano, Parigi, Londra, Firenze, Torino e Roma, ma anche Parigi e New York. Questo tour artistico, permise a De Chirico di venir influenzato da diversi movimenti, inizialmente di fattura più classica ispirata agli antichi maestri, e poi di stile barocco, con nature morte, soggetti storici mitologici e autoritratti come il famoso Autoritratto con corazza. Questa tipologia di opere però furono in netta opposizione al modernismo, e per questo venne fortemente criticato, tanto che molti dei sui amici artistici gli girano le spalle. La frattura con i surrealisti fu ormai totale e destinata ad aggravarsi negli anni successivi.

E’ in seguito a questo periodo che inizia un nuovo periodo di ricerca conosciuto come la Neometafisica, durante il quale dipinge opere sulla meditazione e la rielaborazione di soggetti della sua pittura realizzati negli anni Dieci, Venti e Trenta. I suoi iconici soggetti verranno reinterpretati sotto una nuova luce, con colori accesi e atmosfere più serene rispetto a quelle severe e cupe della prima Metafisica. È con grande poesia che crea composizioni all’interno delle sue più famose innovazioni spaziali, abitate invece da personaggi mitologici come Minerva e Mercurio. L’artista, ormai stimato e riconosciuto, avrà l’onore di festeggiare il novantesimo compleanno, nel 1978. Si spegnerà pochi mesi dopo a causa di una lunga malattia.

Federica.

ALMANACCO: 19 Novembre muore il pittore Nicolas Poussin

Importante pittore francese, Nicolas Poussin morì il 19 Novembre del 1665. Di piena impostazione classica, diventerà uno dei massimi esponenti del barocco francese, le cui opere ebbero per molti secoli una significativa influenza su pittori francesi come Jacques-Louis David, Ingres e Nicolas-Pierre Loir. Nel suo lavoro sono caratteristiche predominanti chiarezza, logica e ordine.

Nato in Normandia 1594, da una famiglia modesta, che però non approvò mai la scelta di Nicolas di intraprendere una carriera nel mondo dell’arte. Infatti, visto che il padre lo voleva avvocato, Poussin all’età di 18 anni, scappò di casa, decidendo di intraprendere gli studi alla pittura. Fu per questo che si spostò a Parigi per lavorare all’interno di diversi atelier di pittori dove, si guadagnò da vivere, e ottenendo anche le prime commissioni.

L’esordio a Parigi

Nella capitale francese venne fortemente influenzato dall’arte di quel periodo, che fu in una fase di transizione. Infatti l’antico sistema dell’apprendistato non fu più apprezzato, mentre le accademie, che diventeranno il futuro, non presero ancora piede in maniera evidente. Inoltre a Parigi, entrerà in contatto anche con l’arte rinascimentale italiana, facendosi affascinare dalle opere di Raffaello Sanzio e Giulio Romano. Fu per questo, che nel 1620 intraprese un viaggio verso Roma, anche se dopo brevissimo tempo fu costretto a far ritorno a causa delle sue condizioni di salute.

Ritornato a Parigi, incontrò diversi personaggi illustri del tempo, come Giambattista Marino, il poeta di corte dei Medici, il quale lo scelse per illustrare una edizione delle Metamorfosi di Ovidio. Fu proprio grazie a lui che dopo 4 lunghi anni, nel 1624, Poussin riuscì finalmente a raggiungere Roma, e a stabilirsi nella città fino alla fine dei suoi giorni. Andato a vivere con Marino, gli si aprirono le porte di ricche famiglie romane, tanto che venne introdotto prima a Marcello Sacchetti, il quale a sua volta lo presenta al Cardinale Francesco Barberini.

Il periodo romano

Ma anche negli ambienti romani la sua affermazione in campo artistico si mostrò lenta e difficoltosa, soprattutto perchè Poussin conduceva una vita molto regolare divisa fra lavoro e svaghi, e per questo non ottenne che piccoli incarichi. Allo stesso tempo però, nella capitale, ebbe la possibilità di approfondire le sue conoscenze sull’arte di Raffaello, indirizzandosi anche verso lo studio dell’anatomia, dell’ottica e della prospettiva. Fu proprio per questo che non scelse di seguire la tanto amata tendenza “caravaggesca”, ma preferì seguire la tradizione pittorica veneziana del Cinquecento, divenendo forte ammiratore di Tiziano.

Dopo alcune difficoltà economiche, l’artista francese riuscì a stabilizzare la propria posizione, soprattutto grazie alle commissioni di raffinati e colti collezionisti romani, che ancora apprezzavano le opere di stampo classico. Dipinti su commissione sono il Martirio di S. Erasmo, la Morte di Germanico, il Trionfo di Flora, Apparizione della Vergine a san Giacomo il Maggiore, Venere e Adone, Mida e Bacco, l’Ispirazione del poeta e la Strage degli innocenti. In queste complesse composizioni sono racchiuse le diverse esperienze dell’artista normanno, ovvero l’arte veneta, gli arazzi di Raffaello e lo studio sulle antiche sculture.

Le opere più famose

A cavallo tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta l’artista francese sperimenta e delinea in maniera definita il proprio stile, in un periodo in cui il barocco romano sta emergendo con forza. A ciò contribuironoo anche le sue amicizie, con Andrea Sacchi, Claude Lorraine, Jacques Stella e molti altri. Questo fece indirizzare la sua produzione verso dipinti di tipo storico o mitologico, come La peste di Ashdod, Il ratto delle Sabine, Narciso ed Eco, ma anche San Giovanni che battezza la turbe e La caduta della manna, due dipinti in cui si manifesta l’interesse per il paesaggio.

Ripetutamente invitato a rientrare in Francia, accettò solo quando il suo amico più devoto, Paul Fréart de Chantelou, venne a cercarlo nel 1640. In patria fu ricevuto con grandi onori, tanto che Luigi XIII e Richelieu gli chiesero di assumere la supervisione dei lavori del Louvre, divenendo inoltre primo pittore del re e direttore generale degli abbellimenti dei palazzi reali. Ovviamente questa importanza, incontrò tutta la gelosia di diversi pittori, tra cui Vouet, già primo pittore del re, che limitò molto il suo lavoro, tanto che consegnò a Richelieu solamente qualche tavola, tra cui il Trionfo della Verità.

Ultimi anni

Fu proprio questa poca attività nella capitale francese, che lo spinsero a tornare a Roma nel 1642, promettendo di non tornare mai più. Tornato in Italia, poté realizzare molte tavole mitologiche, come Orfeo e Euridice, Orione cieco, I Pastori dell’Arcadia e bibliche Le quattro stagioni che gli assicurarono una fama europea. Intanto una malattia, presentatasi inizialmente con tremore alle mani, lo costringe a periodi di totale inattività. Nonostante tutto continua a dipingere sino a quasi il raggiungimento della sua morte, che avviene il 19 novembre del 1665.

Federica.

ALMANACCO: 18 Novembre muore il pittore Man Ray

Pittore, fotografo e grafico statunitense, Man Ray morì il 18 Novembre del 1976. Il suo nome fu indissolubilmente legato ai movimenti artistici del dadaismo e del surrealismo, nella città di New York, nei primi decenni del Novecento. Attraverso le sue opere, in linea con il movimento surrealista, riuscì a superare la realtà per esplorare le pieghe dell’inconscio, dando vita a foto che sembrano giungere da sogni sfocati, sfuggenti come il loro ricordo al mattino.

Man Ray, all’anagrafe Emmanuel Rudzitsky, nasce a Filadelfia nel 1890, in una famiglia di immigrati russi di origini ebraiche. Cresciuto a New York, nel quartiere Williamsburg di Brooklyn, decide di allontanarsi dal mestiere dei genitori, impegnati nell’industria tessile, pur mostrando una notevole abilità manuale nel corso della sua infanzia. E’ grazie a questa passione, che dopo aver completato la scuola superiore, scelse di dedicarsi all’arte, rifiutando così la borsa di studio in architettura che gli spetterebbe.

Esordi artistici

Si trovò quindi nella Grande Mela a lavorare alle arti grafiche, realizzando dipinti ispirati al cubismo, e lavorando saltuariamente come grafico e disegnatore. Nel 1914, ebbe l’idea di acquistare la sua prima macchina fotografica, utilizzandola come strumento per fotografare e catalogare le sue opere. Sarà proprio questo che avvicinerà il pittore alla fotografia. A questo periodo risale Cadeau, una delle opera più famose dell’artista, un ferro da stiro arrugginito tipico del movimento dadaista, per cui Man Ray realizzò numerose repliche nel corso degli anni.

Fondamentale per la sua carriera artistica fu l’incontro con l’eclettico Marcel Duchamp, a New York nel 1915. Tra i due artisti nacque sin da subito una grande sintonia che li spingerà a collaborare per dare vita al ramo americano del dadaismo, sviluppatosi in Europa in segno di radicale rifiuto rispetto all’arte tradizionale. Seguendo il suo amico, decise nel 1921 di lasciare gli Stati Uniti, per trasferirsi a Parigi, città molto attiva dal punto di vista artistico, dove conobbe i principali artisti dell’epoca, come Picasso, Dalì, Bunuel, Chagall, Mirò.

Ritratti e tecniche fotografiche

Nella capitale francese, si mise in mostra soprattutto con i suoi ritratti fotografici, immortalando i protagonisti della scena intellettuale francese. I suoi scatti furono ricchi e complessi, le regole iniziarono a cadere, il dettaglio poteva diventare il focus dell’immagine nonché la sua fonte di significato. Tra i suoi ritratti fotografici, ricordiamo ad esempio, Le violon d’Ingres, in cui riprende la schiena nuda della modella Kiki de Montparnasse , sulla quale disegna a pennarello due “Effe” di violino. Altra opera celebre dell’artista è Lacrime di vetro, in cui le lacrime non sono che perle di vetro poggiate sulla foto di un volto reale.

Man Ray non fu solo un semplice fotografo, ma uno sperimentatore con la tendenza di cercare sempre strade nuove. A lui si devono le cosiddette “Rayografie”, ovvero immagini fotografiche ottenute poggiando oggetti direttamente sulla carta sensibile, rendendo in questo modo i soggetti misteriosi e spettrali. Un’altra sua tecnica innovativa fu quella della “Solarizzazione”, ovvero un effetto che permetteva di circondare le figure in foto con un’aurea che dava alla immagini una qualità metafisica con effetti eterei. Una pratica di sviluppo dei negativi i quali, drasticamente sovraesposti, vanno incontro ad un processo di inversione tonale che dona alla fotografia un aspetto unico e sbalzato.

Tra fotografia, cinema e scultura

Viste queste premesse da fotografo innovativo ed astratto, Man Ray aderì con entusiasmo al movimento surrealista, diventando nel 1924 il fotografo più importante del movimento. In quegli anni alterna la pubblicazione delle sue fotografie di moda su Vogue alla produzione dei suoi lavori di ricerca artistica. Insieme a Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, fu rappresentato nella prima esposizione surrealista tenuta alla galleria Pierre a Parigi nel 1925. Iniziò, inoltre a lavorare come regista, dirigendo Retour à la raisonAnemic cinema, Emak-bakia, L’etoile de mer, e Le mysteres du chateau de dé.

Di Man Ray fotografo si è già parlato, non va tuttavia dimenticato il suo contributo di pittore e scultore. Sono infatti famose le sue sculture note come Oggetti d’affezione e Oggetto da distruggere, un metronomo sulla cui punta Man Ray incolla la fotografia di un occhio. L’originale è perduto, la leggenda vuole che durante un’esposizione un visitatore abbia preso alla lettera l’invito implicito nel nome e lo abbia appunto distrutto. L’originalità del suo lavoro si evince anche dal fatto che il lavoro di Man Ray, non è mai soltanto un ready made, ma sempre un ready made modificato attraverso uno strano connubio, che si abbini all’altro per contraddizione e paradosso.

Ultimi anni

Ma allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’avanzata dei nazisti in Francia, Man Ray che aveva origini ebraiche, fu costretto a lasciare Parigi, ritornando negli USA. Giunto in America, decide di vivere a Los Angeles, dove espose le proprie opere, insegna pittura e fotografia e inoltre proseguendo la propria ricerca artistica. Ma visto che il suo cuore rimase a Parigi, città di adozione, a guerra conclusa, decise di ritornare nella capitale francese e stabilirsi nel quartiere degli artisti, dove rimarrà fino alla sua morte nel 1976.

Federica.

ALMANACCO: 17 Novembre nasce lo scultore Giò Pomodoro

Scultore, orafo, incisore e scenografo italiano, Giò Pomodoro, all’anagrafe Giorgio Pomodoro, nacque il 17 Novembre del 1930. Fratello del famoso scultore Arnaldo, Giò viene considerato uno fra i più importanti scultori astrattisti del panorama internazionale del XX secolo. Famoso per le sue opere astratte, nelle quali attraverso il ciclo della materia, del vuoto e della geometria, riusciva ad optare per uno sviluppo plastico della materia.

Nato ad Orciano di Pesaro, nelle Marche, nel 1930. Insieme alla famiglia si spostò a Pesaro, città dove inizio a studiare all’istituto per geometri, dove impara l’arte della cesellatura presso un orafo. Nel 1954, dopo la morte del padre si sposterà per l’Italia e soggiorna a Firenze, Venezia e Roma, dove diede avviò alle sue prime esposizioni, presso la galleria Numero di Firenze, la galleria del Cavallino di Venezia e la galleria dell’Obelisco di Roma.

Esordio artistico

Dopo questo peregrinare in tutta Italia, si stabilisce definitivamente a Milano con la madre, la sorella e il fratello Arnaldo. L’ambiente artistico e culturale milanese che inizia a frequentare in questo periodo è particolarmente attivo, tanto da essere uno stimolo per le sue opere. Insieme al fratello espose alla galleria Montenapoleone e alla Galleria del Naviglio di Milano. Entrato nel mondo dell’arte, conobbe molti artisti importanti come Piero Dorazio, Gastone Novelli, Giulio Turcato, Tancredi Parmeggiani, Achille Perilli e Lucio Fontana, dai quali venne fortemente influenzato.

Insieme ad essi e a suo fratello Arnaldo, collaborò nella rivista Il Gesto, ed iniziò a far parte del gruppo Continuità, al quale parteciparono anche i critici Guido Ballo, Giulio Carlo Argan, e Franco Russoli. Fu proprio grazie a questo gruppo che Giorgio, a partire dal 1953 si iniziò a dedicare alla scultura e alla ricerca informale. Per un periodo rivolge le sue energie e il proprio estro in altri campi come la pittura, la scenografia, l’oreficeria e il design. 

Dall’informale segnico, al plasticismo materico

Anche se fece attivamente parte del gruppo Continuità, Giorgio con il passare del tempo se ne distaccò lentamente, per divergenze teoriche e diverso indirizzo di ricerca. Il suo linguaggio inizialmente tendeva all’informale segnico, con esperienze legate alla scrittura automatica e all’interpretazione razionale del segno. Va incontro a un pensiero di rappresentazione razionale dei segni, che riuscì a tradurre sotto un’attiva ricerca scultorea.

Approdò invece su concetti di materia, vuoto e geometria, sviluppando la tematica della tensione prima e della torsione poi. Predilesse ampie aree fluttuanti in bronzo e grandi blocchi scolpiti nel marmo o squadrati con rigidezza nella pietra. Uno sviluppo plastico della materia, che possiamo ritrovare nelle opere del periodo, Superfici in tensioneFolle e poi in torsioni con SoliArchi e Spirali. In queste opere solitamente si aprono degli spazi vuoti che lasciano irrompere la luce del sole. Il sole è spesso il soggetto delle sue opere, a cui sono legati dei precisi significati ideologici costruiti dall’autore, anche se esso non viene rappresentato esplicitamente.

Esposizioni internazionali

Giò Pomodoro venne considerato uno dei maggiori scultori del XX secolo, tanto che venne invitato ad esporre in Italia e all’estero, ottenendo grandi consensi. Ad esempio venne chiamato ad esporre 2 volte alla Biennale di Venezia, dove, in occasione della mostra del 1956, espose gli Argenti fusi su osso di seppia, dedicati al poeta Ezra Pound. Nel 1959, venne invitato anche a “documenta 2”, mostra internazionale di Kassel, in Germania, dove espose l’opera Fluidità contrapposta. Nello stesso anno fu anche alla Biennale dei giovani artisti di Parigi, portando l’opera Superfici in tensione, vincendo il premio per la scultura insieme ad Anthony Caro.

Tra il 1966 e 1967 soggiornò due volte negli Stati Uniti per presentare alcuni suoi lavori alla galleria Marlborough e alla galleria Martha Jackson di New York. In questo periodo e per tutti gli anni 70, si dedicò a due cicli caratterizzati da opere voluminose e monumentali realizzate nello studio di Querceta di Serraveza in Versilia. Nelle sue opere predilige materiali come il marmo, la pietra e il bronzo e punta alla fruizione sociale dell’arte realizzando opere pubbliche, come la decorazione della piazza di Ales, progettata con gli abitanti, o della sua città natale. Ad esempio, per Orciano di Pesaro, suo paese d’origine, progettò una piazzetta nel centro storico, con ai lati un Orcio e una Corda in bronzo e al centro l’opera in marmo intitolata Sole deposto.

Ultime opere

Fra i lavori più noti di Giò Pomodoro vi sono le grandi opere monumentali, come Piano d’Uso Collettivo dedicato ad Antonio Gramsci, Teatro del Sole, Solstizio d’Estate, Sole Aereospazio, Scala Solare – Omaggio a Keplero, e molte altre. Va ricordato anche il complesso monumentale di Monza, nella piazza di via Ramazzotti, che comprende le sculture in pietra del Sole – Luna – Albero, collegate tra loro da un percorso a fontana. Del tutto analogo, è l’imponente Luogo dei Quattro Punti Cardinali, opera all’interno del Parco Pubblico di Taino, di fronte al Lago Maggiore, che tratta di un grande luogo scolpito per l’incontro e la sosta della gente.

Federica.

mARTEdì: i curiosi coniugi Arnolfini di JAN VAN EYCK

Jan van Eyck è stato un pittore fiammingo di fama internazionale, il cui stile fu incentrato su una resa analitica della realtà, e l’attenzione su ogni piccolo dettaglio. Fu anche il perfezionatore della tecnica della pittura ad olio, che gradualmente sostituì in Europa l’uso del colore a tempera. Tutti dettagli stilistici inconfondibili che lo rendono uno dei più importanti artisti fiamminghi.

L’unione di tutte le sue tecniche stilistiche utilizzate, può essere espresso nell’opera Il Ritratto dei coniugi Arnolfini, datata 1434, forse la più celebre del pittore fiammingo. Questo lavoro, anche se conosciuto a livello mondiale ha un significato ancora non del tutto chiaro ed enigmatico, tanto da ispirare diverse letture interpretative. Furono infatti moltissime le domande che, nel corso degli anni, nacquero spontanee e che fanno parte del mistero legato a questo celebre doppio ritratto.

Descrizione dell’opera

Si tratta del doppio ritratto di Giovanni Arnolfini, ricco mercante di Lucca trasferitosi nelle Fiandre, e di sua moglie, la cui identità non è stata ancora chiarita. I due sposi, committenti dell’opera, facevano parte della comunità di mercanti e banchieri italiani residenti a Bruges. I due ricchi borghesi si trovano ritratti al centro della stanza, in piedi, scalzi, e dipinti in una posizione formale. Anche l’abbigliamento dei due coniugi è ricco e complesso. Lui con cappello a cilindro, veste pregiata ed ampio mantello di pelliccia marrone, lei invece con un velo bordato da un pizzo ed un’ampia cappa verde con grandi maniche di pelliccia.

La scena è ambientata nella stanza da letto della coppia, curata in ogni piccolo dettaglio con estrema eleganza e minuzia, tanto da proporci una delle più belle rappresentazioni di ambiente domestico del Nord Europa. Sul pavimento e sulle pareti compaiono molti oggetti dell’epoca, ad esempio dal soffitto scende lo splendido lampadario con candele che domina la stanza. A destra si intravede il letto della coppia mentre a terra sono lasciati gli zoccoli dei due coniugi, vicino ad un piccolo cagnolino ai piedi della coppia. L’ambiente è come ovattato, pervaso da una calda atmosfera familiare.

L’espediente dello specchio e della finestra

Giovanni, dall’aspetto severo, compie un gesto cerimonioso con la mano destra, interpretato sia come saluto sia come giuramento. È assai probabile che i due stiano pronunciando la loro promessa di matrimonio, davanti a dei testimoni. Gli Arnolfini, infatti, non sono soli nella stanza, questo viene svelato da un grande specchio convesso dietro di loro, che riflette tutto l’ambiente e ci rivela la presenza di altre due figure, una delle quali potrebbe essere il pittore stesso. Tale espediente geniale coinvolge l’osservatore nell’evento che si sta svolgendo, attraverso una finzione illusoria ma del tutto verosimile. Inoltre particolare è la cornice dello specchio, formata da 10 tondi che rappresenterebbe la passione di Cristo.

Particolare è anche la rappresentazione della finestra, espediente per introdurre luminosità al dipinto. Infatti, la luce filtra da questa grande finestra a croce, tipica del Rinascimento del Nord, i cui vetri sono a fondo di bottiglia. Nella parte inferiore della ringhiera a croce, i portelli sono aperti e lasciano intravedere il paesaggio esterno, mentre, probabilmente per motivi economici, solo la parte superiore della finestra è munita di vetri tutti colorati, riconducibile all’arte della vetreria fiamminga. Le imposte, però, si possono chiudere anche solo parzialmente, per riparare dal freddo nei giorni invernali senza lasciare la camera nella completa oscurità.

Simbologie dietro all’opera

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini nel corso del tempo ispirò una serie di letture ed interpretazioni diverse, soprattutto per i numerosi particolari che alimentarono il mito di dipinto enigmatico. Il primo interrogativo è legato allo stato di gravidanza della donna, di cui ancora oggi ne rimane il mistero. Sono molti i simboli che riconducono a questa tesi, primi fra tutti la mano sul ventre, la pancia ampia ma anche il colore verde dell’abito, che simboleggia la fertilità. Stessa cosa accade per il cane raffigurato ai suoi piedi, simbolo di fedeltà coniugale, e il frutto sul davanzale che simboleggia il frutto del matrimonio, e dunque i figli che verranno.

Altro dettaglio in questa chiave, potrebbe essere l’unica candela accesa nel grande lampadario, che indicherebbe che i due sposi sono diventati una cosa sola, oppure la stanza da letto che viene dominata dal colore rosso, diventa simbolo della passione carnale. I coniugi Arnolfini inoltre sono scalzi in segno di rispetto nei confronti della sacralità del luogo in cui si trovano e dell’unione coniugale, lasciano quindi i zoccoli tipici fiamminghi, che rimandano ad un senso di quotidianità e famiglia, ma anche alla vita laboriosa.

Dubbi ed incertezze

Il particolare però che fece più chiacchierare di questo quadro fu di sicuro lo specchio sul fondo. Questo soprattutto perchè riflette, oltre ai due coniugi di spalle, anche due figure sconosciute. Molti hanno pensato che siano l’artista e un suo assistente, ma ancora oggi non si ha la certezza. Inoltre lo specchio divenne così famoso anche per il fatto che venne copiato più tardi da un altro grande artista, ovvero Velazquez. Quest’ultimo sfrutto l’idea del fiammingo, inserendo lo specchio nella sua opera Las Meninas per rappresentare il re e la regina di Madrid.

Ma non solo lo specchio fu al centro della scena, in quanto si ebbero subbi anche sul vero significato e utilizzo dell’opera. Anche questo suscitò molte diverse letture, tanto che si parlò di matrimonio, di celebrazione di maternità e addirittura di commemorazione di una morte. Una lettura particolarmente inquietante considera il dipinto la documentazione di un rito magico-religioso per ottenere la fertilità della coppia. Ma dubbi si ebbero anche sulle due figure dei coniugi, a lungo identificati nel mercante italiano Giovanni Arnolfini e sua moglie. In realtà studi recenti, stabilirono che non si potrebbe trattare del matrimonio dei due, in quanto secondo prove certe, la coppia si sposò anni prima del 1434, data del dipinto scritta sul muro dietro di loro.

Federica.

ALMANACCO: 16 Novembre nasce il matematico Jean Baptiste Le Rond d’Alembert

Matematico, fisico, astronomo, filosofo e enciclopedista francese, Jean Baptiste Le Rond d’Alembert nasce il 16 Novembre del 1717. Tra i più importanti protagonisti dell’Illuminismo, fu famoso per aver dato notevoli contributi in matematica e in fisica. Inoltre lavorò alla realizzazione del progetto per l’iconica Enciclopedia, prendendosi carico delle sezioni di scienze e matematica. Fu anche ricca la sua attività di filosofo e letterato.

D’Alembert nasce nel 1717 a Parigi dall’amore illegittimo tra una marchesa e il generale francese Camus Destouches, che portò all’abbandono del piccolo neonato davanti alla chiesa Saint-Jean-le-Rond di Parigi, che le diede anche il nome. Messo dapprima in orfanotrofio, trovò presto una famiglia di adozione, anche se il generale Destouches che non riconobbe ufficialmente la paternità, vegliò comunque segretamente sulla sua educazione.

Gli esordi scientifici

Grazie all’ingente somma di denaro annuale data dal padre biologico, d’Alembert potè all’inizio frequentare una scuola privata, per poi entrare nel collegio giansenista delle Quattro Nazioni, dove studiò filosofia, diritto, belle arti, poesia, medicina e soprattutto matematica. Proprio per essersi appassionato a quest’ultima materia, nel 1740 mandò una lettera all’Académie des Sciences, con le sue analisi sulla materia. Se da una parte trovò degli errori sul L’analyse démontrée, un libro cardine per lo studio della matematica, dall’altra parte promosse il risultato del suo importante studio effettuato sulla meccanica dei fluidi, attraverso il trattato Mémoire sur le refraction des corps solides.

Grazie all’elaborazione dei suoi lavori, Jean Baptiste, all’età di ventiquattro anni, entrò a far parte dell’Académie des Sciences, nella sezione di Astronomia. Negli anni accademici pubblicò diversi lavori, come Discours préliminaire, realizzato durante la direzione de l’Encyclopedie insieme a Denis Diderot e altri articoli di fisica e di matematica. Oppure elabora Le Traité de dinamique, in cui è spiegato il famoso teorema di D’Alembert, che prese appunto il suo nome, e nel quale espose il risultato delle sue ricerche sulla quantità di movimento.

L’Enciclopedia

Fu assiduo frequentatore di vari salotti parigini, come quelli della marchesa Thérèse Rodet Geoffrin, della marchesa du Deffand e, soprattutto, quello di Mademoiselle de Lespinasse. Fu in quest’utlimo che incontrò Denis Diderot nel 1746, con il quale avviò il progetto dell’Encyclopédie, realizzando insieme 17 volumi. D’Alembert si prese carico delle sezioni di matematica e scienze, oltre a scrivere il Discours préliminaire (discorso preliminare), l’Avvertissement (avvertimento) del terzo volume, e altre diverse voci.

Nel 1751, dopo cinque anni di lavoro da parte di oltre duecento collaboratori, apparve il primo tomo dell’Encyclopédie. Il progetto proseguì finché nel 1757 una serie di problemi dovuti alla censura lo interruppero temporaneamente. Invisa alle autorità, l’Enciclopedia fu attaccata prima dai Gesuiti, contro i quali d’Alembert scrisse Sur la destruction des Jesuites (sulla distruzione dei Gesuiti), poi anche da altri detrattori, e infine dallo stesso papa Clemente VII, che ne revocò il privilegio di stampa. Ad aggravante di questo, nel 1759, ci furono divergenze con Diderot, che portarono d’Alembert ad abbandonare il progetto.

L’attività filosofica

A fianco all’attività scientifica, sviluppò anche una ricca attività di filosofo e di letterato. La sua filosofia si concentrava partendo dalla convinzione che ogni scienza, pur essendo tale, abbia la sua metafisica. Il suo obiettivo era tentare di chiarificare i concetti, per sbarazzarsi delle scorie metafisiche e ridurli al minor numero possibile. Allo stesso modo, per la questione della libertà dal punto di vista filosofico, che essa sia reale o meno, comunque esiste, se ne abbiamo il sentimento. Questo approccio deriva dal Sensismo, dottrina molto in voga in quegli anni, che si basava sul cedere e sottomettendosi ai sensi e al senno.

Il suo era però fu un sensismo moderato, che non arrivava a compromettere il credo nella verità e l’esigenza di ricercarla tramite la ragione, in quanto influenzato fortemente dalla sua vena scientifica. La sua idea era più quella di provare che di dimostrare, tramite l’argomento della verosimiglianza. Su questa filosofia scrisse molte opere come Mélanges de littérature, de philosophie et d’histoireRéflexions sur la poésie et sur l’histoire e Éloges, opera dedicata a numerosi personaggi illustri del tempo. Oltre alla filosofia si dedica anche allo studio della musica, realizzando il celebre testo Ėléments de la musique.

Federica.

ALMANACCO: 15 Novembre nasce il pittore Pietro Longhi

Importante pittore italiano del 700, Pietro Longhi, nasce il 15 Novembre del 1701. Nato nella Repubblica marinara di Venezia, divenne famoso in tutto il mondo per essere il pittore del tipico Rococò dell’alta borghesia mercantile veneziana. Le opere del Longhi hanno costanti riferimenti al mondo teatrale, che nascono in parallelo con le opere del commediografo Goldoni, che crea un nuovo tipo di teatro ispirato alla vita reale. Allo stesso modo l’artista, propone nella sua pittura, un’attenta osservazione e la cronaca del costume sociale di un’intera epoca.

Con il vero nome di Pietro Antonio Falca, nasce a Venezia nel 1701. Figlio di un argentiere, iniziò fin da piccolissimo la sua prima formazione, proprio nel laboratorio del padre, mostrando una grande attitudine verso l’arte e la tecnica del disegno. Decise quindi di formarsi nella bottega del pittore Antonio Balestra, con il quale lavora insieme imparando l’arte della pittura. Insieme a lui, partecipa agli affreschi, Caduta dei giganti, che ornano il soffitto e le pareti laterali dello scalone principale di Palazzo Sagredo a Venezia.

Venezia e l’aristocrazia

Su raccomandazione del suo maestro, trascorse un periodo di formazione a Bologna, divenendo discepolo di Giuseppe Maria Crespi. Questa esperienza lo portò a cambiare radicalmente la sua pittura, prima ancorata alle opere sacrali e allegoriche, evidente influsso dello stile Barocco del Balestra. Grazie a Crespi, si avvicina invece alla pittura di genere, approcciando ad una pittura più realistica, incentrata sui ritratti di persone comuni e soggetti umili. Una pittura di genere, quindi, ispirata inizialmente agli esempi olandesi, e poi focalizzata sulla vita di Venezia.

Pietro ritraeva eventi di vita quotidiana dell’aristocrazia veneziana in maniera molto realistica, su tele di piccolo formato che raffiguravano momenti tipici nei salotti, nei palazzi veneziani, o in alcune piazzette di Venezia. I suoi dipinti hanno uno spiccato stile rococò e manifestano sempre un po’ d’ironia su usanze ed etichette del tempo in maniera bonaria, senza nessun accenno di critica sociale e offese. E’ in questa parte della sua produzione che si trovano i maggiori capolavori come Il concertino la prima scena di vita veneziana, e nelle successive Vita della dama, La lezione di danzaIl sartoLa toelettaLa presentazione e La visita alla biblioteca.

Goldoni e la pittura popolare

Questo umorismo ed ironia, fu in linea con le commedie di Goldoni, a quel tempo molto in voga nei teatri veneziani. Nelle sue tele infatti ritroviamo la stessa atmosfera delle commedie goldoniane, con ambientazioni discrete, in contesti privati ed intimi. Goldoni stesso, ne ammirerà le tele dipinte, tanto da dedicargli un sonetto in cui sottolinea che l’opera di Longhi sia in realtà una versione pittorica del suo teatro. Ma il commediografo amava riprodurre anche scene della vita quotidiana, relative alla media borghesia e al popolano, un tipo di teatro popolare che si avvicinava ai gusti del pubblico basso.

Questo aspetto incuriosì moltissimo Longhi, che accanto ad opere sulla vita aristocratica, iniziò a ritrarre anche scene di vita borghese e popolana con altrettanta vivacità, malizia e leggera ironia. Ad esempio nelle sue tele si concentrò prevalentemente nel riprodurre le carriere più comuni, come Il cavadentiL’indovinoLa venditrice di frìtole o il noto Il farmacista, dove Longhi unì l’influsso francese con un’osservazione bonariamente ironica di stampo e di colore veneziano.

Ultimi anni

Dagli anni Settanta però, lo stile longhiano tende ad impoverirsi, muta con tonalità brunastre e colori smorti e spenti, perdendo tra l’altro finezza. Diventa quindi un disegno che appare poco curato, per il quale si ipotizzata una sua consapevole scelta “rembrandtiana” sulla scia del contemporaneo. In realtà, secondo gli studi, questo cambiamento è dovuto alla stanchezza di una maniera che in tanti anni non trova capacità di rinnovamento, quasi uno specchio della stessa Repubblica veneziana. Davanti a questa stanchezza, Pietro Longhi muore a Venezia l’8 maggio del 1785, per “mal di petto”, dopo una breve malattia.

Federica.

ALMANACCO: 14 Novembre muore lo scrittore Giovanni della Casa

Letterato, scrittore e arcivescovo cattolico italiano, Giovanni Della Casa, più conosciuto come Monsignor Della Casa muore il 14 Novembre del 1556. Fu noto, ancora oggi, per essere autore dell’iconico manuale di belle maniere Galateo overo de’ costumi, che fin dalla pubblicazione godette di grande successo. Molti importanti sono però anche le sue Rime, che rappresentano uno dei momenti più alti nella lirica cinquecentesca.

Giovanni fu di origine fiorentina e nasce il 28 luglio 1503 in località “La Casa”, a Borgo San Lorenzo nel Mugello, da cui deriva il suo cognome. Frequentò i primi studi di legge a Bologna, per poi trasferirsi a Firenze, per studiare materie umanistiche sotto la guida di letterati del tempo tra i quali Ubaldino Bandinelli. Maggiormente incline agli studi letterari che non a quelli giuridici, venne rapito dalla retorica e dalla poesia in vesperis.

L’esordio letterario a Roma

Per intraprendere al meglio gli studi letterari, e avviare quella che sarebbe la sua carriera da scrittore decise di spostarsi verso Padova, a quel tempo culla della cultura ellenica. Si tratta di una svolta decisiva nella vita di Giovanni, che lo fece rimanere nella città veneta fino al 1529, periodo in cui compose alcune delle sue opere più licenziose. Alla fine dello stesso anno, però venne chiamato dal padre che lavorava a Roma, dove iniziò a frequentare le riunioni dell’Accademia dei Vignaiuoli, stringendo amicizia con il Berni e il Firenzuola.

In questo periodo compose alcuni capitoli licenziosi quali, Sopra il forno, Del bacio, Del martello, Della Stizza. Proprio nella capitale, decise di intraprendere la carriera ecclesiastica, scelta soprattutto perchè garantiva il miglior stile di vita, in quanto era attratto dal prestigio che questa gli avrebbe conferito. Nel 1538 fu nominato chierico della Camera Apostolica, poi successivamente arcivescovo di Benevento nel 1544 e nello stesso anno fu inviato da Papa Paolo III, come nunzio apostolico nella città di Venezia. 

L’esperienza veneziana

Già conosciuto per la vita mondana, a Venezia trovò il palco ideale delle sue aspirazioni, con il suo palazzetto sul Canal Grande che divenne il luogo d’incontro della migliore nobiltà veneziana assieme ad artisti, poeti e letterati. Fu proprio sollecitato da questa cerchia di intellettuali nella sua casa, che scrisse numerosi versi e trattati, promuovendo inoltre i primi processi contro i riformati. Il più noto rimase quello a carico di Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, che segnò l’inizio di un’aspra polemica tra i due, culminata con una pubblicazione di un manoscritto infamante.

Nel 1547 per incarico sempre di Papa Paolo III indusse la Repubblica Veneta ad allearsi con la Francia per combattere contro l’impero, circostanza in cui scrisse le Orazioni in volgare, dirette appunto alla Repubblica di Venezia e a Carlo V. Esse rappresentano un esempio tipico di eloquenza 500esca, impostata sul modello della prosa ciceroniana. Sempre durante il suo soggiorno a Venezia, scrisse in latino ciceroniano il trattatello Quaestio lepidissima: an sit uxor ducenda, ove si interrogava sul valore del matrimonio.

L’iconico Galateo

Alla morte di Paolo III nel 1549, Della Casa lasciò la nunziatura di Venezia e ritornò a Roma, e con l’elezione del nuovo papa Giulio III cadde in disgrazia. Ben presto dovette abbandonare anche la Capitale, per tornare a vivere in Veneto presso la Badia di Nervesa nella Marca Trevigiana, dove probabilmente diede vita alla stesura del Galateo. Chiamato così perché dedicato al monsignor Galeazzo Florimonte che lo aveva ispirato, quest’opera richiama ai dettami rinascimentali e propone una serie di consigli e regole per vivere una vita armonica e semplice.

La forma del trattato è monologica poichè si basa su una sola voce che espone analiticamente l’argomento; il contenuto, di tipo educativo, consiste in una precisa indicazione di regole e consigli pratici. Lo scopo dell’autore è quello di correggere i difetti più frequenti e formare delle doti da esercitare nella società. Lo stile del trattato si allontana dal ciceronianismo e dalle orazioni politiche per adottare una scrittura più discorsiva che si incontri con le espressioni della lingua formale parlata. Della Casa trasforma l’ideale di grazia e misura in un ideale medio finalizzandolo alle capacità di una immediata ricezione.

Il successo delle Rime

Nel raccoglimento della sua dimora pensò anche alla stesura delle più mature Rime. Si tratta di un insieme di poesie pubblicate postume a cura del suo segretario Erasmo Gemini. Se nel trattato sulle buone maniere, Della Casa utilizza sempre un tono medio, nelle sue Rime usa invece un tono sostenuto e solenne, tanto da far coincidere la poesia petrarchesca con le rime petrose di Dante. Con quest’opera riuscirà a raggiungere la più alta intensità nelle liriche, che attraverso un linguaggio originale ed articolato, affronta temi esistenziali, inquietudini e questioni morali.

Le Rime ebbero una particolare importanza nella lirica cinquecentesca, tanto che la sua tecnica innovativa prese il nome di “legato dellacasiano”. Questa consiste nell’infrazione della struttura ritmica del sonetto, nel quale il verso è dilatato, ma allo stesso tempo franto dall’enjambement, che lo inarca nel verso successivo. In questo modo il verso non si conclude alla fine dell’endecasillabo, ma a metà di quello successivo, acquistando così una maggiore estensione e una musicalità nuova. Questo metodo ebbe grande influenza sui lirici del Cinquecento, come ad esempio su Tasso e più tardi su Foscolo.

Ultimi anni

Quando salì al soglio pontificio Papa Paolo IV nel 1555, Giovanni della Casa fu nuovamente convocato a Roma, per la carica di segretario di stato vaticano. In lui si fece ancora più forte la speranza di ottenere il cappello cardinalizio, ma anche in quest’occasione il suo desiderio non potè realizzarsi. Infatti prima di arrivare nella Capitale, morì nel 1556 a Montepulciano.

Federica.