ALMANACCO: 13 Novembre nasce la scrittrice Dacia Maraini

Scrittrice, poetessa e saggista italiana, Dacia Maraini nacque il 13 Novembre del 1936. Autrice poliedrica, acuta e sensibile, amava indagare sulla condizione della donna, attraverso la creazione nei suoi testi di figure femminili complesse e determinate, inserite in una più ampia riflessione su diversi temi sociali. Con la raccolta di racconti Buio si è aggiudicata il premio Strega.

Dacia Maraini nasce a Fiesole da uno scrittore etnologo orientalista e da una pittrice siciliana. Per seguire il lavoro del padre, l’intera famiglia Maraini si trasferì in Giappone, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. E’ proprio a causa degli eventi bellici che tutta la famiglia venne internata in un campo di concentramento a Tokyo patendo una lunga agonia per due anni. Dopo la liberazione, Dacia torna in Italia, precisamente in Sicilia, dove vive con i nonni materni e avvia i suoi studi.

Esordi e opere più importanti

Per Dacia furono gli anni della prima formazione letteraria, ma soprattutto del sogno di una fuga che attuerà all’età di 18 anni, con la decisione di andare a vivere a Roma con il padre, già li per lavoro. Qui prosegue il liceo e per guadagnare qualcosa, si arrangia facendo l’archivista, la segretaria, la giornalista di fortuna. A 21 anni fonda, assieme con altri giovani, la rivista letteraria Tempo di letteratura, scrivendo successivamente racconti per numerosi altri periodici e riviste, quali Nuovi argomenti, Il mondo e Paragone

Nel 1962 che esordisce con il primo romanzo, La vacanza, raggiungendo il successo letterario, e affermandosi nel mondo culturale romano e italiano. Ad esso seguirono i romanzi L’età del malessereA memoria, Crudeltà all’aria aperta. In questo periodo comincia anche ad occuparsi di teatro, fondando con altri scrittori, il Teatro del Porcospino, per cui scrisse molti testi teatrali, tra i quali Maria Stuarda di successo internazionale, fino ai recenti Veronica, meretrice e scrittora e Camille.

Impegnata sul sociale

Nel Teatro del Porcospino, si rappresentano solo novità italiane, da Parise a Gadda, Tornabuoni all’onnipresente Moravia. Fu proprio qui che incontra Alberto Moravia, iniziando con lui una relazione di lunga passione, tanto che nel 1962 lui lascia la moglie e scrittrice Elsa Morante, per Dacia. Nel corso della sua vita fu in contatto con altri personaggi, scrittori, registi che ebbero un ruolo di primo piano nel panorama culturale italiano, ad esempio Pasolini o Maria Callas. Queste influenze furono decisive per la sua febbrile attività culturale, iniziando a pubblicare le sue prime raccolte di poesie, legate al suo interesse per le donne e per la sua attività di femminista.

E’ proprio sulla base di questo, che nel 1973 fonda il Teatro della Maddalena, gestito da sole donne, nel quale si misero in scena opere teatrali, per informare il pubblico riguardo a specifici problemi sociali e politici. Tra queste ricordiamo Dialogo di una prostituta con un suo cliente, Stravaganza, ma anche Memorie di una ladra e Storia di Piera, da cui ne ricaveranno due fortunati film, molto riusciti. In queste opere Dacia Maraini affrontava le sue emozioni più intime e i suoi ostacoli interiori, dando spazio all’interiorità intesa come un groviglio di sensazioni e ansie, obiettivo costante dei suoi lavori.

Opere e riconoscimenti

Nel ‘90 esce Lunga vita di Marianna Ucrìa, che vince il Campiello e altri prestigiosi premi, ottenendo un enorme successo di critica e pubblico. Solamente 3 anni dopo scrisse Bagheria, un appassionante viaggio autobiografico nei luoghi d’infanzia, e il romanzo Voci, anch’esso vincitore di molti premi letterari, che offre una nuova interpretazione sul tema della violenza sulle donne. I grandi temi sociali, la vita delle donne, i problemi dell’infanzia sono ancora al centro delle sue opere successive, come il breve saggio sulla modernità e sull’aborto Un clandestino a bordo, e la raccolta di racconti sulla violenza sull’infanzia Buio, vincitore del Premio Strega.

Federica.

ALMANACCO: 12 Novembre nasce lo scultore Auguste Rodin

François-Auguste-René Rodin nasce a Parigi il 12 novembre 1840 e fu uno scultore e pittore francese. Artista di grande talento e di robuste capacità espressive, tentò di fondere l’impostazione monumentale michelangiolesca con l’intenso, vibrante realismo memore della tradizione gotica francese. Definito per questo il progenitore della scultura moderna.

Iniziò la sua carriera con studi tradizionali, frequentando la scuola di arti decorative e seguendo i corsi di disegno e scultura. Lavora come apprendista e decoratore insieme ad artisti già affermati, approcciandosi al lavoro in modo umile e simile a quello di un artigiano. Negli stessi anni, realizza le sue prime sculture, ancora d’impostazione classicista.

La scultura innovativa di Rodin

Nel 1875 compie un viaggio in Italia, a Firenze e Roma, dove rimane colpito soprattutto dal vigore e dall’intensità drammatica delle sculture di Michelangelo. Da questo momento, Rodin infonde una nuova vitalità alle sue opere, creando attraverso l’argilla, superfici complesse, vigorose e profonde. Molte delle sue opere più famose furono diffusamente criticate perché molto innovative.

L’artista evita di rifinire troppo le sue sculture, per aumentarne il valore simbolico e la carica espressiva. Questo perchè si scontravano con la tradizione scultorea dominante, secondo la quale le opere dovevano essere decorative, stereotipate e di tematiche conosciute. La grande originalità del suo lavoro sta nel riprendere temi mitologici e allegorici della tradizione, per modellare le figure umane con realismo, esaltandone il carattere e la fisicità.

L’inizio della fama

Partendo dall’innovativo realismo della sua prima grande scultura fino ai monumenti in stile non convenzionale, la fama di Rodin crebbe sempre più e finì per diventare il più importante scultore francese della sua epoca. Con l’arrivo del XX secolo era ormai un artista apprezzato in tutto il mondo.

Dai numerosi busti e ritratti di penetrazione psicologica, così come nelle opere d’impegno monumentale, Rodin seppe imprimere l’idea del movimento, forzando i contrasti tra pieni e vuoti, con effetti di dinamismo e vitalità che fecero della sua opera un imprescindibile punto di riferimento per la generazione successiva.

Le opere di Rodin

Nel 1877 presentò al Salon di Parigi l’Età del Bronzo, opera d’ispirazione classica ma di straordinario realismo che, creduta un calco dal vivo, suscitò vivaci polemiche. Solo due anni più tardi, realizzò il S. Giovanni Battista, con grande libertà formale, in uno stile ancora più realistico e vibrante. Una delle sculture più note dell’artista è “Il Pensatore” realizzato nel 1880, oggi conservato presso il Musée Rodin di Parigi.

Raggiunto un certo successo di critica e di pubblico, nel 1880 Rodin ottenne la prima importante commissione: il portale bronzeo per il Musée des Arts Décoratifs. Per quest’opera mai compiuta, l’artista si ispirò al soggetto dantesco, la Porta dell’Inferno e modellò, durante l’intero arco della sua vita, un’importante allegoria della dannazione attraverso la rappresentazione del nudo. Il suo è un romantico e caotico insieme di figure, che trovano chiara ispirazione nel Giudizio Universale della Cappella Sistina di Michelangelo.

Gli ultimi anni di vita

Nel 1916 donò alla nazione francese le sue sculture, i bozzetti, una vasta collezione privata d’arte e la sua casa parigina che oggi ospita il Musée Rodin, proprio a Parigi. Dopo la sua morte, sopraggiunta il 17 novembre 1917, le sue sculture soffrirono un breve declino di popolarità ma in pochi decenni la sua reputazione e la sua eredità artistica tornarono a consolidarsi.

Voluta dallo stesso autore a testimonianza dell’amore che aveva per l’opera che più l’ha reso celebre, sulla sua tomba è presente una versione del “Pensatore”. Rodin, rimane uno dei pochi scultori ampiamente noti e conosciuti anche al di fuori della ristretta cerchia della comunità artistica.

Federica.

ALMANACCO: 11 Novembre muore il filosofo Søren Kierkegaard

Filosofo, teologo e scrittore danese, Søren Kierkegaard morì l’11 Novembre del 1855. Oggi viene considerato uno dei padri dell’Esistenzialismo, grazie al suo acutissimo pensiero che, scambiato per bipolarismo, caratterizzò tutta la sua esistenza, divisa tra il mondano e la spiritualità. Decisione che non prese mai, rimanendo ancorato al “punto zero”, scegliendo di non scegliere. Scrisse numerose opere, tra cui Aut-AutTimore e tremoreIl concetto dell’angosciaLa malattia mortale.

Søren Kierkegaard nacque nel 1815 a Copenhagen, in Danimarca, città dove restò per quasi tutta la sua vita. La figura del padre fu centrale nella sua formazione, che gli impartirà una rigida osservanza religiosa, attraverso il Luteranesimo. Con l’ossessione del peccato, Kierkegaard pensò addirittura ad una maledizione divina, per un’imprecisata “grave colpa” commessa in passato da suo padre, tanto che spingerà il giovane ad iscriversi alla facoltà di teologia per diventare pastore. Decisione che però non prese mai totalmente.

Il punto zero della non scelta

Il filosofo non intraprese mai la professione di pastore, in quanto la sua vita venne sempre caratterizzata da una sorta di “paralisi”, dettata dall’incapacità di decidere tra le alternative che si presentarono nella sua vita. Una indecisione perenne che lo portarono ad identificare se stesso come un contemplativo, che osservava con distacco la vita, più che viverla scegliendo. La sua vita per questo fu caratterizzata da un profondo dualismo, tra una vita mondana e una vita spirituale, e il tormento derivato dal non saper abbracciare totalmente né l’una né l’altra.

Questo “punto zero” compiuto sotto la scelta di non scegliere, portò a difficoltà con i rapporti con la famiglia e soprattutto nella sua attività di scrittore. Ne è una dimostrazione anche la scelta di scrivere gran parte delle sue opere sotto pseudonimo. A seconda dell’argomento affrontato, più filosofico o più teologico, usava infatti pubblicare con nomi diverso dal suo, dandogli la libertà di scrivere di ogni argomento senza rischiare che un punto di vista si intromettesse nell’altro.

Il pensiero filosofico

Il pensiero di Kierkegaard fu profondamente immerso nella cultura della Danimarca del suo tempo, permeata dall’ascendente di Hegel, dell’idealismo e dal formalismo della Chiesa Protestante. Ovviamente il filosofo rielaborò queste regole, tanto da dare vita ad uno stile personale che abbandonava il rigore del linguaggio filosofico e la sua forzata oggettività. Infatti Kiergaard si contraddistinse, per la sua verve polemica, per la sua profonda ironia e la continua tensione tra il mondano e il divino.

Il suo pensiero fu segnato da un profondo anti-idealismo con alcune caratteristiche fondamentali. Di queste elenchiamo, l’importanza assegnata all’esistenza concreta degli uomini, la centralità del criterio della possibilità, una rivalutazione della riflessione soggettiva, la concezione della storia come risultato dell’azione incerta, casuale e problematica degli individui e il concepire il farsi della vita secondo una dialettica dell’ “aut-aut”.

Vita estetica e vita etica

E’ proprio nell’opera Aut-Aut, che Kierkegaard presenta i primi due stadi esistenziali, cioè le due alternative di vita che si presentano come scelte inconciliabili all’uomo. La prima è la vita estetica, in cui l’uomo ricerca solo il piacere inebriante dell’avventura e dell’attimo intenso e fugace. Emblema di questo stadio è la figura del don Giovanni mai pago delle sue conquiste amorose, ma incapace di scegliersi una donna per tutta la vita. Scegliendo tutte le donne, il seduttore in verità non ne sceglie nessuna, preludio prima della noia e poi della disperazione. E’ proprio scegliendo la disperazione, che l’uomo può liberarsi per abbracciarne invece la vita etica. 

Questo secondo stadio della vita etica si fonda invece sulla scelta, sull’essere protagonisti di un compito e di portarlo avanti con costanza. Emblema di questo stadio è il buon marito, un modello di comportamento e di normalità, che tenderà però alla routine. Anche se sembrerebbe una scelta giusta, questo stadio è destinato a condurre l’uomo alla disperazione e all’angoscia, in quanto l’uomo, non realizza i propri desideri per inseguire il conformismo e l’anonimato. La vita etica termina solo quando l’uomo realizza di non poter nascondere il suo essere peccaminoso, pentendosi allo stesso tempo, al cospetto di Dio. E solo allora, accettando per fede che Dio possa comunque salvarci dai nostri peccati, è pronto ad entrare nell’ultimo stadio. 

La vita religiosa

Di questo ultimo stadio, Kierkegaard ne parla nell’opera Timore e tremore. Si tratta della vita religiosa, che risulta essere una scelta ancora più radicale di quella compiuta nel passaggio dalla vita estetica a quella etica. La figura chiave di questo stadio è Abramo, che contro ogni legge morale, decide unicamente di seguire un comando divino. Come Abramo, che esteriormente appariva un assassino, mentre interiormente era un uomo di fede, così Kierkegaard sa di apparire come una persona stravagante, anomala, inaffidabile, ma proprio in virtù di questo, egli aspira a diventare qualcosa di speciale e unico, nella consapevolezza delle proprie doti intellettuali e dei propri drammi interiori.

Ma la fede non si configura come una scelta rassicurante, in quanto l’uomo si ritrova solo, al di fuori della mentalità e dei costumi comuni, a credere in qualcosa che si pone aldilà della ragione o di ogni comprensione. Tuttavia, nonostante il cristianesimo sia considerato scandalo e paradosso, secondo il filosofo è la sola arma che permette all’uomo di sfuggire a quella sensazione di vertigine data dalle infinite possibilità della vita. Dio risulta quindi essere un affidamento ed un approdo, anche se problematico e drammatico, che permette di superare la propria inadeguatezza esistenziale. Il credente è rassicurato che tutto ciò che è possibile sia nelle mani di Dio. 

Ultimi anni

Tra le opere più importanti di Kierkegaard ricordiamo Aut-AutTimore e tremore, entrambi composti nel 1843, poi Il concetto dell’angoscia e La malattia mortale. Già fragile di salute, nel 1855, dopo essere caduto per strada, venne ricoverato all’ospedale di Copenhagen, dove visse i suoi ultimi quarantuno giorni. Gli fu diagnosticata una grave lesione spinale e un’emorragia cerebrale, che lo portò alla morte, l’11 novembre 1855.

Federica.

 

ALMANACCO: 10 Novembre muore il poeta Arthur Rimbaud

Iconico poeta francese, Jean Nicolas Arthur Rimbaud morì il 10 Novembre del 1891. Considerato l’incarnazione del poeta maledetto, fu uno dei poeti tra i promotori della poesia moderna, insieme a Baudelaire e Nerval. L’opera di Rimbaud è dettata dal verso libero, dall’ordine sintattico spezzato, che attinge alla libertà dell’immaginario, ai sensi, alla visione irreale.

Rimbaud nasce a Charleville, in una piccola città in Lorena. In seguito al divorzio dei genitori, avvenuto quando ebbe solo 6 anni, cresce esclusivamente con la madre, donna molto severa per cui il giovane manifesta un sentimento di rivolta e un desiderio di fuga. Educato sia in famiglia ed a scuola secondo gli schemi più tradizionali, ebbe una straordinaria precocità intellettuale componendo versi sin dall’età di dieci anni, incoraggiato da un maestro locale.

Poeta maledetto, ribelle e veggente

Ma in casa si sente oppresso, soprattutto in seguito allo scoppio della guerra, che mise fine ai suoi studi e alla sua passione per la scrittura. Rimbaud inizierà a manifestare il suo anticonformismo e la ribellione contro la madre, che lo porterà a scappare di casa nel 1870 per dirigersi a Parigi. Il questo lungo peregrinare visse tra esperienze di ogni genere, senza escludere alcol, droga e carcere, per non aver comprato il biglietto del treno. Viaggiò a piedi, senza soldi, attraverso la Francia in guerra, e fece vita da strada, componendo allo stesso tempo, quello che sarà il suo poema più famoso Le Bateau ivre, nel quale descrive simbolicamente il viaggio alla scoperta di un mondo nuovo e sconosciuto.

Fu in questo periodo che si appassiona agli scritti di Charles Baudelaire e soprattutto di Paul Verlaine, chiedendo addirittura di incontrarlo. Con quest’ultimo inizia una relazione fatta di una turbolenta intimità, di follie, discussioni letterarie, alcol droga, ma soprattutto poesia. Avventura che però finirà male, con una durissima lite conclusa con una ferita per Rimbaud. Influenzato inoltre da libri di alchimia ed occultismo, incominciò a concepire se stesso come un profeta, un santo della poesia, tanto che scrisse due lettere, conosciute come Lettere del veggente, nelle quali elaborò la concezione secondo cui l’ artista deve conseguire la confusione dei sensi.

Dalle opere più importanti al rifiuto

È tra il 1869 e il 1872 che scrisse quasi tutti i brani poetici poi raccolti sotto il titolo di Poesie, ma anche le visionarie ed enigmatiche Illuminazioni. Conclusa la pesante relazione con Verlaine, tornò nella città natale e scrisse un’autobiografia in prosa poetica intitolata Una stagione all’inferno, dove racconta il suo fallimento, durante gli anni maledetti passati con Verlaine. Quest’opera finisce con un addio simbolico, un addio alla dissolutezza e alla sperimentazione poetica, per ritrovare la semplicità. E’ proprio in questo periodo che Rimbaud intraprende un cambiamento.

Questo cambiamento avvenne all’età di 20 anni , decidendo di smette definitivamente di scrivere. Questo abbandono è un mistero che nessuno riuscirà mai a chiarire, come se si fosse esaurito il suo tentativo di farsi veggente e il suo selvaggio furore ribelle, fallimento che provocò in lui il disgusto per la poesia. Lontano dai sentieri della poesia, Rimbaud conosce tutte le difficoltà dell’esistenza, decidendo di riprendere il suo vagabondare, viaggiando attraverso l’Italia, l’Europa, l’Africa, mantenendosi con diversi mestieri come professore di francese, interprete, venditore, trafficante d’armi.  

Ultimi anni

Colpito da cancrena al ginocchio destro, affronta un dolorosissimo calvario per rientrare in patria, dove gli viene amputata la gamba. Ma non c’è più nulla da fare, perchè si spegne dopo atroci sofferenze il 10 novembre 1891.

Federica.

mARTEdì: Mozart e la massoneria secondo P. ANTONIO LORENZONI

Pietro Antonio Lorenzoni, è stato un pittore austriaco diventato famoso per aver dipinto diversi ritratti del compositore Wolfgang Amadeus Mozart e della sua famiglia. All’epoca questi tipi di dipinti erano usati esattamente come ai giorni d’oggi usiamo le fotografie, e così anche per Mozart che si fece ritrarre da Lorenzoni, in varie fasi della sua vita, da bambino, da ragazzo e poi da adulto.

In particolare l’opera Mozart Bambino, sembrerebbe nascondere un segreto, che poi sarà rivelato da numerosi indizi nel corso della sua vita. Da un’attenta analisi dell’opera si potrebbe azzardare a dire che Wolfgang Amadeus Mozart sia legato alla società segreta della massoneria. Pare esistano delle prove di questo legame, che trovano riscontro soprattutto nella posizione del bambino, che tiene una mano nascosta sotto il panciotto, iconografia misteriosa.

Descrizione dell’opera

In esso il giovanissimo Mozart è rappresentato in un raffinato abito color lilla, con panciotto, giacca e giubbetto con bordature d’oro. Appare come un bambino aggraziato, dallo sguardo intelligente e dal volto paffuto, abbigliato secondo la moda del tempo e per nulla a disagio nelle vesti eleganti. Gli occhi azzurri sullo spettatore, Mozart accenna un sorriso lieve, mentre con l’indice della mano destra addita un clavicembalo al suo fianco, unico elemento che colleghi il ritratto alla musica.

Di particolare importanza è il dettaglio della mano nel panciotto, chiaro simbolo massonico, che indica un grado gerarchico di questa setta. Tutta l’impostazione dell’immagine richiama i modelli della ritrattistica di corte in voga per tutto il Settecento e, dal punto di vista stilistico, la leggerezza della pennellata, l’uso dei colori pastello e la luce chiara che investe la figura riconducono il dipinto pienamente nell’ambito del gusto rococò.

L’influenza della musica massonica

Mozart fu annoverato tra i massimi geni della storia della musica e tra i compositori più prolifici, versatili e influenti di ogni epoca. Grazie alla sua bravura, viaggiò in tutto il mondo inseguendo la sua passione, e riuscendo a nutrirsi delle differenze culturali di ogni paese che visitasse. Ma fu proprio a Vienna che, all’apice del suo successo, entrò a far parte della massoneria. Questa appartenenza non fu solo un adesione formale, ma ne trasse profondi convincimenti esoterici e spirituali, che riportò in musica all’interno delle sue opere. Il carattere massonico si espresse per l’utilizzo del numero 3, per le scelte delle tonalità, con predilezione di mi bemolle, e nei timbri, con la presenza di strumenti a fiato e voci maschili.

I massoni inoltre usavano la musica nelle loro cerimonie e adottavano le opinioni umaniste di Rousseau sul significato della musica. La musica in stile galante era tipicamente melodica, con un accompagnamento armonico, spesso riccamente ornata di trilli, corse ed altri effetti virtuosistici. Conteneva inoltre frasi e forme musicali con specifici significati semiotici, ad esempio, la cerimonia di iniziazione massonica iniziava con il candidato che bussava tre volte alla porta per chiedere l’ammissione. In accordo con questa visione musicale, vi fu lo stile compositivo umanista di Mozart.

Dubbi e incertezze

Nonostante queste manifestazioni della Massoneria nella musica e nelle attività di Mozart, alcuni studiosi mettono in dubbio l’impegno personale di Mozart nei confronti dell’ideologia massonica. Mozart infatti fu un cattolico devoto, una religione che minacciava i massoni di scomunica. Tuttavia è stato dimostrato che il compositore apparteneva ad un filone della loggia di tipo cattolico, impegnata in particolare nell’ideale cattolico della carità. E inoltre il musicologo David J. Buch osservò che molti dei dispositivi musicali di Mozart, identificati con la Massoneria, hanno invece precedenti anche nella musica non massonica. Un esempio, sono le tre note, che hanno origine dal genere francese de “le merveilleux”, e compaiono già nel teatro musicale del primo Settecento. Opere che ebbero alcun legame con la Massoneria.

Questo dubbio sul legame tra Mozart e la Massoneria, è avvalorato anche da alcune lettere scritte dal compositore. Grazie ad esse infatti, fu assai conosciuto l’episodio del prestito di denaro che venne concesso al Mozart da un compagno massone, Michael Puchberg. Questo fatto, unito all’attuale reputazione della massoneria come società di mutuo soccorso per le persone benestanti, può condurre al sospetto che l’interesse di Mozart per la massoneria fosse giustificato solo dallo scopo di favorire la sua carriera.

 Federica.

ALMANACCO: 9 Novembre nasce il pittore Eugenio da Venezia

Pittore italiano molto influente, Eugenio da Venezia nacque il 9 Novembre del 1900. Conosciuto nel mondo dell’arte come il paladino del figurativo italiano con influenze dell’impressionismo francese. Fu tra i protagonisti del Gruppo conosciuto come I Giovani di Palazzo Carminati, che si opponevano all’Accademismo e all’ordine, con una pittura formata da toni chiari aderente al Post-impressionismo e ispirati alla tradizione pittorica veneta del Vedutismo.

Eugenio nasce nel 1900 a Venezia, città in cui trascorse tutta la sua vita artistica e personale, da cui prenderà il nome. Il suo percorso nel mondo dell’arte iniziò da subito, formandosi all’Istituto Statale d’Arte e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove darà vita ai disegni di studi anatomici che eseguì nella sala anatomica dell’Ospedale Civile di Venezia, lavori importanti per iniziare a padroneggiare la forma.

I Giovani di Palazzo Carminati

Successivamente frequenta e ottiene uno studio preso l’Opera Bevilacqua La Masa di Palazzo Carminati dove prende forma la sua pittura. In questa sede diventerà uno dei pittori del famoso gruppo conosciuto come I Giovani di Palazzo Carminati, tra i quali si ricorda anche, Marco Novati, Juti Ravenna, Fioravante Seibezzi, Neno Mori. In questo periodo, il suo amore per la città natale e per la pittura veneziana lo ha guidato all’appassionata ricerca coloristica, che si rivela nei suoi quadri a seconda del soggetto, ad esempio figure, fiori, paesaggi e nature morte. Inoltre per l’utilizzo del colore e di toni tendenti al chiaro, si accosta alla cosiddetta Scuola di Burano.

I pittori di questo Gruppo, seguirono parte del movimento anti-accademico, proponendo una pittura dai toni chiari, fatta all’aperto e a contatto diretto con la natura, creando così un Post-impressionismo Lagunare tipico della città di Venezia, dove il colore è il soggetto principale che plasma la forma. In questo periodo dipinge Il Martirio di Giovanni Berta per il concorso d’accesso alla Mostra Sindacale del 1930, opera però dispersa nell’immediato dopoguerra. Altre opere del periodo sono Urania, Giorgio dormiente e La Famiglia

L’importanza delle Biennali

Cominciò nel 1925, le sue esposizioni alle Mostre di Cà Pesaro in Venezia, dove partecipò ininterrottamente dal 1925 al 1956 con gruppi di opere. Partecipò poi alla I Mostra interregionale d’arte di Firenze, di Napoli e alla Galleria internazionale d’arte moderna a Venezia. Dal 1932 partecipa come invitato alle Biennali d’Arte Internazionali di Venezia, vincendo il premio per il miglior paesaggio con l’opera Il Nuovo Ponte di Venezia-Marghera. Importante fu la Biennale del 1934, dove conobbe il Duc de Trèvise che lo incoraggia e lo invita ad aprire una mostra personale a Parigi, dove soggiorna periodicamente fino all’inizio della seconda guerra mondiale.

In quell’edizione della Biennale inoltre, grazie al Duc de Trèvise conobbe Pierre Bonnard, che molto lo stimò e lo incoraggiò, dandogli utili consigli per il suo sviluppo artistico. Fu da lui esortato, in nome della sua grande abilità come colorista, a padroneggiare la forma nell’impeto del colore. Rientrato definitivamente in Italia, venne invitato con una mostra personale alla Biennale d’arte di Venezia, in seguito alla quale venne nominato Insegnante titolare di Decorazione Pittorica presso l’Istituto statale d’arte di Venezia. Successivamente, nel 1947, inizia a insegnare anche all’Accademia di Belle Arti di Venezia nella cattedra di Figura Designata.

Esposizioni e ultimi anni

Partecipò su invito, a mostre organizzate all’estero, tra cui Vienna, Varsavia, Cracovia, Poznan, Bucarest, Sofia, Praga, Brugge, Schaerbeek, Cairo, Budapest, Berlino. Inoltre espose mostre personali a Venezia, Roma, Parigi, Milano, Rovigo, Padova, Cortina, Trento e Rovereto, partecipando in queste città anche a numerose collettive con il gruppo dei Tredici, gruppo di artisti veneziani che giravano l’Italia. Tra i dipinti più iconici esposti, ci furono Nudo disteso, Petunie, Paesaggio, Le Modelle, Ninfee, Pesci, Risveglio, Athenia, Alla Festa e Trasparenze, dove rimane fedele al Post-impressionismo, rifiutando tutte le Avanguardie del tempo.

Continuano le sue esposizioni, ma venne ricoverato per un lungo periodo in ospedale, che lo portò a smettere di dipingere progressivamente. A causa degli inevitabili problemi fisici, di cui uno agli occhi, la sua pittura tese ad appesantirsi, pur rimanendo ancorata ai paesaggi.
Nella prima mattina del 07 Settembre 1992 muore nella sua casa di Venezia.

Federica.


ALMANACCO: 8 Novembre muore lo scrittore John Milton

Scrittore, poeta, filosofo, saggista, statista e teologo inglese, John Milton muore l’8 Novembre 1674. È considerato uno dei letterati britannici più celebri, soprattutto per aver scritto il suo poema epico Paradiso perduto, un capolavoro che dà inizio ad una produzione saggistica che si accosta al dramma cosmico.

Milton nacque a Londra nel 1608, in una famiglia protestante ed educato quindi in un ambiente puritano. Conseguì la laurea al Christ’s College di Cambridge, dove apprese le opere classiche e contemporanee, e studiò il francese, l’italiano, il latino, il greco e l’ebraico. Allo stesso tempo, ereditò dal padre, un grande amore per la cultura, l’arte e la musica, ma soprattutto ebbe un crescente interesse per la poesia lo indusse a rinunciare a prendere gli ordini sacri.

Esordi e primi scritti

Negli anni della sua giovinezza, viaggia molto tra Svizzera, Francia e Italia, dove incontra anche Galileo Galilei, e altri importanti intellettuali italiani del tempo, che lo incoraggiarono a continuare con la sua carriera di poeta. I suoi viaggi terminarono, a causa della minaccia della guerra civile che stava per scoppiare in Inghilterra. Torna quindi in patria stabilendosi a Londra, e dedicandosi all’insegnamento e alla scrittura di trattati religiosi e politici. Nello stesso tempo, sposò Mary Powell, la figlia di un sostenitore della monarchia, che presto lo abbandonò non condividendo le sue idee puritane considerate troppo austere. 

Il fallimento del suo matrimonio spinse Milton a scrivere una serie di libelli a sostegno del divorzio, uno dei più famosi è Dottrina e Disciplina del Divorzio. Altri libelli di questo periodo sono Areopagitica del 1644, in cui sosteneva l’importanza della libertà di parola e di stampa contro la censura puritana, sostenendo che solo i regimi tirannici usavano la censura. Negli anni del Commonwealth a Milton fu commissionato un libro in difesa del governo puritano, tra cui Eikonoklastes in difesa dell’esecuzione di Carlo I avvenuta il 30 gennaio 1649.

Le opere più famose

Milton scrisse anche in latino, su commissione del governo puritano, Pro Populo Anglicano Defensio del 1651, in cui ancora una volta giustificò il regicidio. Nel 1649, dopo l’esecuzione del re, fu eletto Segretario per le Lingue Straniere nel Consiglio di Stato del Commonwealth alle dirette dipendenze di Cromwell. Era un lavoro molto impegnativo che richiedeva a Milton la scrittura di molti documenti, soprattutto in latino, la lingua della diplomazia nel XVII secolo. Tra il 1637 e il 1657, Milton compose anche circa ventiquattro sonetti, di cui cinque in italiano, di argomento politico e personale.

Dopo la morte del padre avvenuta nel 1658 e la restaurazione della monarchia nel 1660, Milton non rinnegò le sue idee puritane pubblicamente, e per questo finì in prigione. Una volta libero visse in povertà e oscurità, lontano dal mondo politico, anche se continuerà a scrivere le sue opere. Infatti, Milton si dedicò completamente alla poesia scrivendo una delle sue opere più famose, ovvero Il Paradiso Perduto, un poema epico in dodici libri sulla caduta dell’uomo e la sua redenzione. Opere simili furono Il Paradiso Riconquistato, sulla tentazione di Cristo da parte di Satana e la sua vittoria, e I Nemici di Sansone, sugli ultimi giorni di Sansone prigioniero dei Filistei.

Ultimi anni

Il lavoro intenso sulle ultime opere, gli provocò però un indebolimento della vista, che nel 1652 lo condusse alla cecità totale. Per proseguire a scrivere dovette ricorrere all’aiuto di un segretario, ma non fu la stessa cosa. Negli ultimi trattati da lui scritti intorno al 1660, intitolati Difesa del popolo anglicano e Trattato del potere civile nelle cause ecclesiastiche, Milton affrontò temi più teologici, dando un’interpretazione completamente soggettiva delle Sacre Scritture.

Non solo per il suo lavoro più noto, bensì per tutta la sua produzione saggistica e letteraria, Milton viene considerato uno dei letterati britannici più importanti, apprezzati ed influenti dell’epoca successiva a quella di Shakespeare. Morì a Londra nel 1674.

Federica.

ALMANACCO: 7 Novembre nasce lo scrittore Albert Camus

Scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese, Albert Camus nacque il 7 Novembre del 1913. Sì dedicò alla letteratura, alla filosofia e al teatro, con opere che suscitarono continue polemiche, in quanto tese allo studio dei turbamenti dell’animo umano di fronte all’esistenza. Anche se mai appartenente ad una vera e propria corrente letteraria, riceverà il Premio Nobel per la letteratura nel 1957.

Nato a Mondovi in Algeria nel 1913. Il padre, fornitore di uva per vinai locali, muore molto giovane durante la Prima guerra mondiale, per questo il piccolo Camus fu costretto a vivere con la madre e la nonna, la cui severità rivestirà un ruolo molto importante nella sua educazione. Con le sue figure femminili, si trasferirà ad Algeri dove seguirà tutti i gradi di scuola, eccellendo negli studi fin da subito.

Gli esordi

Spinto dal suo professore di filosofia e grande amico, Jean Grenier, vinse una borsa di studio che gli permise di studiare presso la facoltà di filosofia dell’Università di Algeri. Studi che però vennero interrotti nel 1930, quando all’età di 17 anni, contrae la tubercolosi, cosa che gli impedì di frequentare i corsi e di continuare a sognare l’altra sua passione, quella di attore teatrale. Finirà comunque gli studi da privatista , laureandosi in filosofia nel 1936 con una tesi su Plotino e Sant’Agostino.

Camus si orientò quindi verso l’azione culturale e il giornalismo, aderendo al movimento comunista, più come protesta in risposta alla guerra civile spagnola che per un reale interesse alle teorie di Marx. Questo atteggiamento favorevole, ma distaccato nei confronti delle ideologie comuniste, porterà Camus al centro di discussioni con i colleghi, diventando oggetto di critiche, a tal punto da prendere le distanze dalle azioni del partito, solamente l’anno dopo. Venne quindi espulso con l’accusa di trotskismo, termine col quale si identificavano tutte le opposizioni interne nei partiti comunisti.

L’impegno da giornalista e attivista politico

Questa tendenza politica e di azioni culturali, lo porta ad occuparsi di una compagnia teatrale, mettendo in scena opere, volte alla denunciale condizioni di vita difficili degli algerini. L’attività professionale lo vede anche spesso impegnato all’interno di redazioni di giornali quotidiani, dove fu critico letterario e specialista nei resoconti dei grandi processi e nei reportage. Uno dei primi impieghi fu per un quotidiano locale algerino, chiamato Alger Républicain, dove scrisse articoli sulla disperata miseria del paese, scontrandosi con il governo che farà chiudere la rivista.

Dopo la censura dei giornali, Camus dovette lasciare l’Algeria a causa delle sue opinioni politiche, e costretto ad emigrare a Parigi nel 1940. Qui collaborò per la redazione Paris-Soir insieme al collega Pascal Pia, dapprima come osservatore, poi come attivista, cercando di contrastare la presenza tedesca. Entrò nella Resistenza e cellula partigiana Combat, diventando inoltre caporedattore ed editorialista dell’omonimo giornale, costretto a una circolazione clandestina. Fu l’autore delle Lettres à un ami allemand (Lettere ad un amico tedesco), scritte e pubblicate durante l’occupazione, in cui è presente concentrato di pensieri sulla lotta clandestina, lotta contro la violenza, e contro i nazisti.

Scrittore e filosofo

Finita la guerra, il suo impegno civile rimase costante, senza piegarsi di fronte a nessuna ideologia, e criticando tutto quello che poteva allontanare l’uomo dalla sua dignità. Questi pensieri vennero espressi anche attraverso l’attività di novellista, saggista, drammaturgo e romanziere, realizzando opere che ancora oggi sono molto influenti. Di questo periodo appartengono le opere Il mito di Sisifo, che costituisce una forte presa di coscienza sull’analisi delle assurdità umane, ma anche il saggio L’uomo in rivolta, che lo porterà in contrasto con il suo amico Jean-Paul Sartre, con il quale aveva intrapreso numerose collaborazioni.

Camus auspica ad un nuovo umanesimo fondato sulla solidarietà, criticando le degenerazioni del comunismo, ribadendo la sua fede nella democrazia e nell’anarchismo, pur mantenendo però una posizione molto personale. Al contrario Sartre rifiuta questo tipo di approccio, considerato troppo borghese e passivo, di concezione antimarxista e antitotalitaria. Camus nei suoi lavori ricercò, in modo profondo, il legame tra gli esseri umani, cercando di comunicare quell’assurdo insito nelle manifestazioni umane, come ad esempio la guerra. Camus le indica come azioni inconsapevoli volte a recidere il legame stesso tra gli individui.

Dal Nobel alla morte

Gli anni seguenti furono per lo scrittore una lunga fase di dubbio e depressione, accentuata dall’inizio della guerra d’Algeria nel 1954. Quando ricevette il premio Nobel di letteratura a 44 anni, realizzò dei discorsi calorosi in difesa dell’arte e della libertà, che diventarono presto la “bibbia” degli scrittori dissidenti e perseguitati. Stava lavorando su un grande racconto autobiografico Le Premier Homme (Il primo uomo incompiuto) quando morì il 4 gennaio 1960 in un incidente d’auto.

Federica.

ALMANACCO: 6 Novembre nasce l’imperatore Giuliano l’Apostata

Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata, nacque il 6 Novembre nel 331 d.C. a Costantinopoli. Fu un’imperatore, filosofo romano, e l’ultimo sovrano dichiaratamente pagano. Ribelle, sempre fuori dal coro, controcorrente. Costantemente in marcia in direzione ostinata e contraria.

Trasferitosi in Cappadocia durante la sua adolescenza, studia filosofia e retorica, e viene iniziato al Cristianesimo. Ritornando a Costantinopoli, però, abbraccia il neoplatonismo degli antichi greci. Si allontanò quindi dal cristianesimo, maturando una concezione religiosa ispirata all’antico politeismo e al misticismo neoplatonico. Proprio per questo, si macchia presto della colpa di apostasia, assumendo il nome di Giuliano l’Apostata.

Moneta di Giuliano l'Apostata - Photo Credits: Galateavaglio.com

L’impero di Giuliano l’Apostata

Divenuto imperatore nel febbraio del 361 in seguito a una serie di fortunate campagne in Gallia, Giuliano fa di Lutezia, attuale Parigi, la sua capitale. Concepì, fin da subito, il sogno di restaurare il paganesimo, riportandolo agli antichi splendori. Per Giuliano, di fatto, il cristianesimo è una delle causa principali della decadenza dell’Impero Romano.

Tuttavia, è ben cosciente che il ritorno al paganesimo non è possibile, per cui applica una politica finalizzata alla limitazione della diffusione del Cristianesimo a partire dal contenimento della libertà di professarne il culto. Primo atto di questo progetto è l’abolizione di tutte le leggi che limitano la libertà dei culti pagani. Ristabilisce i riti tradizionali, fa costruire e restaurare i templi. Scrisse libelli anticristiani. Anche se non ci furono comunque mai persecuzioni fisiche.

Illustrazione di Giuliano l'Apostata - Photo Credits: Larazon.es

La campagna militare contro i Persiani

Segna il passo decisivo per la sua politica religiosa, la campagna contro i Persiani. Era infatti convinto che un clamoroso trionfo sui nemici di sempre, conseguito da un imperatore pagano, avrebbe restituito prestigio al culto anticristiano. Nel 363 d.C., così, 66mila uomini invasero la Persia, costeggiando l’Eufrate, accompagnati da una grande flotta e macchine d’assedio.

Nonostante la vittoria iniziale a Ctesifonte, però, Giuliano non conquistò la città, ed gli estenuanti attacchi da parte dei Persiani gettarono a terra il morale dei soldati romani. Questo portò alla resa del suo esercito. Durante la marcia di ritorno in patria, però, affrontarono nuovamente l’esercito persiano al completo. Qui Giuliano l’Apostata morì colpito da un giavellotto nello scontro il 26 giugno 63.

Illustration, "Death of Julian the Apostate."  - Photo Credits: Gloriaromanorum

Dopo la morte di Giuliano l’Apostata

Con la morte di Giuliano si estinse la dinastia degli imperatori costantiniani e si concluse l’ultimo tentativo di espansione imperiale occidentale in Oriente. Col passare dei secoli, diventerà un simbolo contraddittorio. Nemico del cristianesimo ma ottimo amministratore, fondamentalista pagano ed emblema laicista, che affascinerà e ispirerà per secoli artisti e intellettuali.

Federica.

ALMANACCO: 5 Novembre muore il pittore Maurice Utrillo

Pittore e litografo francese, Maurice Utrillo morì il 5 Novembre del 1955. Essenzialmente autodidatta, divenne celebre per la sua grande originalità nei rappresentare soprattutto vedute di paesaggio, temi monotoni spesso di Montmagny, di Montmartre e dei dintorni di Parigi. Le sue opere riproducono una vibrante e spontanea sensibilità e densi impasti materici caratterizzati per le tonalità chiare e gessose, e per le vie quasi sempre deserte, simbolo di una vena malinconica.

 Fu uno dei pochi celebri pittori di Montmartre realmente nato lì, nel dicembre del 1883. Figlio della pittrice e modella francese Suzanne Valadon, che in quegli anni posava per le opere di vari artisti. Nato quindi nell’ambiente artistico, Utrillo però aveva problemi di salute, dei violenti attacchi epilettici che la nonna cercava di calmare, con bicchieri di vino. Per questo motivo, fin da subito, Utrillo mostrò presto una certa inclinazione all’alcolismo, che gli valse il soprannome di Litrillo.

Gli esordi artistici

Iniziò a dipingere nel 1902 con l’incoraggiamento della madre che sperava in questo modo di allontanarlo dall’alcolismo, che lo condusse più volte nei sanatori, sull’orlo della pazzia. La madre gli impartì i primi rudimenti del disegno e della pittura, notando che quello sfortunato giovane nascondeva un precoce talento. Maurice passava intere giornate sulle sue tele, intento a raffigurare le strade di Montmartre, e più in generale di Parigi. Le sue opere si caratterizzano per le tonalità chiare e gessose e per le vie sempre deserte.

Dopo una fase formativa durante la quale fu sensibile all’Impressionismo, nella pittura di Utrillo si delineano due periodi distinti. Nel primo, definito come il periodo bianco che va dal 1908 al 1914, l’artista venne influenzato dai Fauve, e per questo utilizzò colori sempre più chiari e vivaci. Nel secondo periodo invece, che coincide con il dopoguerra, la pittura di Utrillo diventa più consistente e corposa, riproducendo inoltre immagini più complesse e vive. Cambiamento che avvenne soprattutto perchè si stancò del modo impressionistico e della trasmissione luminosa, molto più attraente fu per lui la materialità grafica tangibile.

Stile e temi

L’artista semplificò le forme reali, riassumendone i contorni dei singoli oggetti. Attraverso una semplice pennellata, ricreava un senso di movimento, come se i paesaggi venissero mossi dal vento. Anche le vernici ad olio sembravano essere troppo trasparenti per lui, e per questo ci aggiunge sabbia, gesso, intonaco, glitter, calce, pezzi di muschio ricoperti di inchiostro e smalto in polvere, fogli di carta. Realizzare questa sorta di vernice in una tazza, e poi trasportarla sulla tela con un coltello, o direttamente con le dita.

I soggetti preferiti da Utrillo per i suoi quadri erano di natura paesaggista, come vedute di chiese e cattedrali, gli stretti vicoli parigini, i bistrò di periferia, il quartiere di Montmartre. Soggetti che il pittore continuò a dipingere a memoria anche quando non visse più a Parigi, ma riproducendole con un senso di vuoto emotivo. La sua pittura parla di solitudine, di abbandono e di vuoto. Anche in una città piena di vita come Parigi, i suoi quadri restano deserti, aridi come un cuore che, suo malgrado, non ha mai conosciuto affetto e amore.

Ultimi anni di vita

Maurice Utrillo, espose per la prima volta al Salon d’Automne nel 1909. Grazie a questa mostra, le sue opere attirarono presto l’attenzione dei critici, tanto da diventare verso il 1920, già una figura leggendaria e raggiungere la fama internazionale. Nel 1923 realizzò una mostra di opere sue e della madre, che riscosse un notevole successo, tanto da fruttare oltre all’acclamazione della critica, un certo benessere economico. Ma la pittura non lo salvò totalmente, in quanto a causa dell’alcolismo e dei suoi disturbi mentali, finì ripetutamente in manicomio.

Nella fase più acuta del suo alcolismo arriverà a bere anche l’acqua di colonia e la trementina usata per stemperare i colori. Per vivere in tranquillità, decise di trasferirsi, all’età di cinquantadue anni, a Le Vésinet, appena fuori Parigi. A quell’epoca era già troppo malato per lavorare all’aria aperta, così dipingeva paesaggi visti dalla finestra, da cartoline o a memoria. Nonostante la dipendenza dall’alcol e l’epilessia, Utrillo visse fino a settantadue anni, morì infatti il 5 novembre del 1955.

Federica.