mARTEdì: l’oscura tempesta di GIORGIONE

Giorgione, o Giorgio da Castelfranco, è stato un pittore italiano cittadino della Repubblica di Venezia. Importante e popolare esponente della scuola veneta, la cui fama è dovuta soprattutto alla sua personalità, una delle più enigmatiche della storia della pittura. Oltre a non firmare nessuna delle sue opere, amava introdurre nei suoi lavori dei significati iconografici misteriosi, risultando così oggetto di numerosi dibattiti e controversie tra gli studiosi.

Uno fra i suoi dipinti più oscuri ed enigmatici fu La Tempesta, realizzata nei primissimi anni del 500. La celebre opera, che apparentemente potrebbe sembrare un semplice paesaggio con figure, in realtà nasconde un significato ambiguo e inquietante, che ancora oggi è oggetto di discussioni e studi. Dipinta da Giorgione, probabilmente su commissione del nobile veneziano Gabriele Vendramin per la sua collezione privata, e oggi conservata presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia. 

Descrizione dell’opera

Il quadro ha per protagonista un paesaggio fluviale, per l’esattezza uno scorcio di campagna veneta raffigurato in un tardo pomeriggio estivo, prima dell’arrivo di un temporale. Sullo sfondo si distende un ridente paesino, improvvisamente illuminato da un fulmine. In primo piano sono dipinte due figure, una donna seminuda che allatta suo figlio, e un giovane e baldanzoso soldato abbigliato con vesti rinascimentali. I due personaggi non parlano fra loro, sembrano infatti non conoscersi. La donna, infatti, appare inquieta e preoccupata, come se temesse per sé stessa e per il piccolo. Questa incongruità è capace di comunicare una misteriosa tensione.

Al centro della scena è rappresentato un fiume, attraversato da un piccolo ponte, mentre ai lati è incorniciata da grandi alberi e cespugli che creano delle quinte naturali a destra e a sinistra. Sull’orizzonte si trova una città, oscurata da un cielo è cupo e denso di nubi, che viene squarciato dalla luce di un fulmine, che dà il titolo all’opera. Nella scena inoltre vengono introdotte rovine classiche, che sembrerebbero non c’entrare nulla con il resto dell’opera.

Interpretazioni

La tempesta è stata nel tempo oggetto delle più disparate decodificazioni, soprattutto riguardo le due figure e l’importanza del paesaggio. Alcuni anticamente sostennero che l’opera sia un grande simbolismo che raffigura la Forza (il soldato) e la Carità (la donna), due facce della stessa medaglia che convivono con i pericoli della natura (il fulmine). Altri hanno attribuito al dipinto significati alchemici per la presenza dei 4 elementi, ovvero terra, fuoco, acqua e aria. Molti storici hanno riconosciuto nelle figure Adamo, Eva e il loro primogenito Caino, successivamente alla cacciata dal Paradiso terrestre, mentre il fulmine sarebbe l’eco dell’ira divina. La tempesta diverrebbe così una metafora della condizione umana dopo il peccato, alla luce della dottrina cristiana.

Molti pensarono ad un’allegoria della conquista di Padova da parte della Serenissima avvenuta a metà del 1400. Infatti si riconoscono elementi dell’architettura padovana. Le prove a sostegno di questa tesi sarebbero la presenza dello stemma dei Carraresi, signori di Padova , sul muro della porta principale per accedere alla città. Per quanto riguarda le figure umane, potrebbero essere la città di Padova spogliata di tutto e costretta ad allattare la Serenissima, mentre il soldato sarebbe uno Stradioto, soldato di ventura di origine albanese, utilizzato come mercenario dalla Repubblica di Venezia.

Ultime scoperte sul quadro

Una recente analisi ai raggi x ha però dimostrato che Giorgione, nel corso del tempo, fece molti cambiamenti, modifiche e pentimenti sull’opera. Sotto il soldato, infatti si trova un’altra figura di donna nuda impegnata a lavarsi, in seguito cancellata dall’artista. Ciò confermerebbe che il pittore sviluppava i contenuti nel momento stesso in cui li dipingeva, e che quindi non c’era un vero e proprio tema stabilito in tutti i suoi dettagli.

Federica.



ALMANACCO: 26 Ottobre muore lo scrittore Carlo Collodi

Scrittore e giornalista italiano, Carlo Lorenzini, conosciuto da tutti come Carlo Collodi muore il 26 Ottobre del 1890. Scrittore prolifico pienamente inserito nella mediazione editoriale ottocentesca, divenne celebre per essere autore del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, pubblicato a puntate su “Il Giornale dei Bambini” a partire dal luglio 1881, e tradotto in 240 lingue, diventando celebre in tutto il mondo.

Nato a Firenze il 24 novembre 1826, da un’umile famiglia composta da 12 persone. La madre, Angelina Orzali, fece la cameriera per l’illustre casato toscano dei Garzoni Venturi, la cui tenuta a Collodi rimarrà uno dei ricordi più cari del piccolo Carlo. Fu proprio questo paese ad ispirare lo pseudonimo adottato da Lorenzini.

Gli esordi tra giornalismo e articoli

Fu grazie all’aiuto della famiglia Ginori, che il giovane Carlo venne avviato agli studi ecclesiastici presso il Seminario di Val d’Elsa e poi dai Padri Scolopi di Firenze, studiando retorica e filosofia. A causa del carattere vivace, inquieto e propenso all’insubordinazione, non divenne prete, ma comunque ricevette una buona istruzione. Fu nel 1844, che decise di interrompere gli studi superiori e iniziare a lavorare come commesso nella libreria Piatti a Firenze, circondato da libri di ogni genere. E’ in questo mondo che decise che in futuro sarebbe diventato uno scrittore di successo. Come inizio, decise di iniziare a scrivere recensioni ed articoli per la “Rivista di Firenze”.

Ma nel 1848, allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza, si arruolò volontario combattendo con il battaglione toscano a Curtatone e Montanara. Tornato a Firenze fondò uno dei maggiori giornali umoristico-politici dell’epoca, chiamato Il Lampione, soppresso nel 1849. Nel suo ruolo di giornalista, descrive la realtà toscana cogliendone i lati spiritosi e bizzarri, fatta di intrighi e racconti dei famosi caffè illuministi, che hanno dato il via, partendo da discorsi quasi comici, a rivoluzioni linguistiche e letterarie. Il giornalismo umoristico lo portò ad iniziare una collaborazione con numerose testate umoristiche, che affrontavano argomenti artistici, teatrali e letterari.

Le avventure di Pinocchio

Stimolato dalle esperienze come giornalista, comincia a scrivere intensamente, esercitando la sua capacità di dar vita alle novità della vita contemporanea. Ma la sua vera strada la trova quando si dedica alla letteratura per l’infanzia, iniziando con la traduzione dei racconti delle fate di Perrault, per poi lavorare a vari libri pedagogici per la scuola. Fu per questa attività che adotta il nome di Collodi, scrivendo opere come Giannettino e Minuzzolo, fino alla realizzazione del suo grande capolavoro Le avventure di Pinocchio, pubblicate a puntate per la prima volta sul “Giornale dei bambini” nel 1881, poi completata nel libro per ragazzi uscito a Firenze nel febbraio 1883.

Pinocchio è l’opera che rese famoso Collodi, soprattutto perché le avventure del burattino di legno, il cui naso si allungava ogni volta che diceva una bugia, hanno segnato una svolta importante nella letteratura dell’Ottocento, il secolo in cui lo scrittore visse e compose tutte le sue opere. Si tratta di un’opera caratterizzata da storie contenenti importanti aspetti della vita, ma anche usanze bizzarre in voga all’epoca. In realtà la figura del bambino e la sua infanzia sono le vere protagoniste delle opere di Collodi, parlando del bisogno che ogni bambino ha di giocare, divertirsi e avere le ingenuità della sua età.

Ultimi anni

Con i suoi iconici personaggi, di cui protagonista Pinocchio, e poi Geppetto, il Grillo parlante, Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, la Fata dai capelli turchini e Lucignolo, Le avventure di Pinocchio, divennero un testo vendutissimo, un grande classico pubblicato in 187 edizioni e tradotta in 260 lingue o dialetti. Fu un capolavoro mondiale che ha ispirato centinaia di trasposizioni teatrali, televisive, cinematografiche e animate, come quella di Walt Disney.

Inoltre a partire dal grande successo del libro di Collodi si sviluppò anche una letteratura parallela di storie scritte da altri autori, sempre con protagonista Pinocchio. Tale fenomeno prese il nome di “Pinocchiate”, storie in cui Pinocchio fa i mestieri più disparati, va nei posti più esotici, ha parenti e figli, e fonda persino una repubblica. Prima di aver goduto del meritato successo con Pinocchio, Carlo Collodi muore, improvvisamente, il 26 ottobre 1890 a Firenze.

Federica.

ALMANACCO: 25 Ottobre muore il pittore Robert Delaunay

Grande pittore francese, Robert Delaunay, morì il 25 Ottobre del 1941. Famoso soprattutto per aver fuso le influenze del neoimpressionismo, del cubismo e del fauvismo in uno stile unico, realizzando un ponte per gli sviluppi futuri. La sua ricerca pittorica in completa astrazione si avvicina agli espressionisti astratti, riconoscendo la necessità di scomporre l’oggetto e ricostruirlo affidandosi al colore e ai contrasti simultanei.

Nasce a Parigi il 12 aprile 1885, anche se crebbe nella campagna francese, insieme alla zia, dopo il divorzio dei genitori. Delaunay fin da subito fu uno studente distratto, allo studio preferiva esplorare la pittura e l’arte. Dopo aver fallito a scuola, infatti, decise che sarebbe diventato pittore, lavorando inizialmente come apprendista in un laboratorio di scenografia teatrale a Belleville, in Francia, dove imparò a creare e dipingere grandi scenografie.

Le influenze artistiche

La sua carriera artistica presenta un percorso variegato e dinamico, che iniziò in giovanissima età. I suoi primi lavori riportavano una tecnica post-impressionistica, tipica dell’ammirazione nutrita nei confronti di Gauguin, Seurat e dei Fauves. Tra il 1905 e il 1907 strinse amicizia con Henri Rousseau e Jean Metzinger e studia le teorie sul colore di Michel Eugène Chevreul. E’ grazie a quest’ultimi artisti che approfondisce uno stile post-impressionistico, realizzando opere in stile di mosaico.

Svolto il servizio militare a Laon, nel 1908 ritorna a Parigi, dove entra in contatto con il Cubismo, subendo l’influenza di Paul Cézanne. In questo periodo si indirizzò verso il rigore formale e verso una ricerca analitica sul colore in relazione alla moltiplicazione dei piani luminosi, di cui sono evidenti i risultati nelle serie di dipinti di intonazione modernista del periodo. A partire dal 1909, dipingere la serie della città di Parigi e della Torre Eiffel, in cui l’interesse si spostò gradualmente dalla scomposizione dei volumi, propria del cubismo analitico, alla scomposizione del colore e allo studio del movimento. Fu quest’ultimo elemento che portò le sue opere ad una evoluzione, che alcuni critici riconoscono l’influenza del futurismo.

Cubismo Orfico

Nel 1910 sposò la pittrice ucraina Sonia Terk, con la quale iniziò una collaborazione personale e artistica che durò per più di 30 anni. Insieme ad essa, nel 1912, Delaunay si allontanò dalle teorie del cubismo, dando vita ad un movimento di cui divennero leader, chiamato Cubismo Orfico o orfismo. Fu una corrente che si basava su un movimento religioso misterico, intorno alla figura di Orfeo, mitico musico della mitologia greca. Prendendo come base di partenza il cubismo, davano vita ad opere con un’intima natura musicale, in cui le scomposizioni del colore con i loro effetti di compenetrazione, di simultaneità, di dinamismo, acquistano un valore autonomo ed indipendente.

Influenzato in parte dal fauvismo, Dalaunay si concentrava su opere dove fondeva i precedenti esperimenti con il colore nel suo stile a mosaico e la decostruzione geometrica del cubismo. La geometria cubista venne resa sensibile e viva dal colore e l’artista trova una sintesi armoniosa tra rigore strutturale ed evasione lirica. Realizzò quindi dipinti astratti in cui i piani si sfaccettano moltiplicandosi nei colori dello spettro e ruotando in vortici luminosi. A questo periodo appartiene la sua serie Finestre simultanee, portando l’arte rappresentativa al limite. La sagoma della finestra viene scomposta in una serie di riquadri colorati, con un effetto di natura caleidoscopica, un marchio di fabbrica di dipinti orfici.

Ultimi anni

Alla ricerca di una pittura pura, permeata di luce e vibrata di contrasti cromatici simultanei, assume la luce come elemento pittorico fondamentale. L’unità di base della sua pittura diventa il Disco, simbolo non solo di luce, ma anche del Sole, realizzando così varie tele intitolate Contrasti simultanei e Forme circolari. Sono composizioni raffiguranti un ritmico vortice cromatico, che schiarisce progressivamente man mano che ci si avvicina al centro del dipinto, dove i colori finiscono per fondersi in un bianco che pervade tutto.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, I Delaunay lasciarono Parigi nel 1914, spostandosi verso la Spagna e il Portogallo e stringendo amicizie con Sergeij Djaghilev, Igor Stravinsky, Diego Rivera e Leonide Massine. Durante questi turbolenti anni, continuò a produrre costantemente opere, lavorando ancora con i cerchi, la luce e il colore, ma applicati a temi più figurativi e tradizionali. Nell’ultimo periodo della sua attività, Delaunay si dedica anche ad una sintesi tra architettura e arte visiva, e assieme alla moglie Sonia, realizzò le decorazioni di palazzi per l’Universale di Parigi del 1937. Delaunay morì di cancro il 25 ottobre 1941 a Montpellier.

Federica.

ALMANACCO: 24 Ottobre nasce il fumettista Bob Kane

Nato a New York, il 24 ottobre 1915, Robert Kane, detto Bob, è stato un fumettista e pittore statunitense, divenuto celebre per essere stato il creatore di Batman. Dotato di una fantasia assai fervida, frequenta la Cooper Union e L’Art Students League, scuole d’arte molto prestigiose.

Intorno alla metà degli anni ’30, da giovanissimo, entra a far parte dello staff di Fiction House, studio grafico creato dalla coppia Eisner-Iger, dove comincia a lavorare a brevi storie a fumetti per la rivista Wow, What A Magazine.

Bob Kane e la nascita di Batman

Due anni dopo, collabora con quella che sarebbe stata la DC Comics, casa che aveva già dato i natali a Superman. Qui comincia il suo successo. Infatti a Bob Kane viene l’idea di creare un nuovo supereroe di nome Batman, comparso per la prima volta nel 1939.

Kane venne influenzato, oltre che da Superman, anche da altri eroi che in quel periodo stavano spopolando nella nascente letteratura disegnata. L’idea iniziale era un semplice abbozzo di un cavaliere mascherato che agiva di notte, acrobatico e spericolato, ma anche umano. Fin troppo umano, diversamente da tutti gli altri supereroi che avevano superpoteri, ma comunque dedito alla lotta contro il crimine.

Fumetto Batman di Bob Kane - Photo Credits: Batman.fandom.com
Fumetto Batman di Bob Kane – Photo Credits: Batman.fandom.com

Fu sicuramente un’operazione concertata ed elaborata. L’intento era di creare una figura memorabile. Un personaggio capace di suggestionare il pubblico, qualcosa di piu’ di un mero super combattente del crimine. L’incarnazione del desiderio di giustizia e di riscatto, a prezzo di qualsiasi sacrificio.

In seguito non si occupò di altri personaggi, ma si preoccupò, di creare una serie di comprimari di Batman, dei veri e propri personaggi di contorno. A partire da Robin, ragazzo spalla dell’eroe e Alfred, il maggiordomo di casa Wayne. Si concentra anche nella realizzazione di supercriminali, con i quali Batman si dovrà scontrare, come Joker in primis, il Pinguino, l’Enigmista e Catwoman.

Personaggi Batman - Photo Credits: NofutureStream
Personaggi Batman – Photo Credits: NofutureStream

La collaborazione con Bill Finger

Ma di questa icona dei giorni nostri, Bob Kane non fu l’unico padre. Egli stesso ammise di aver presentato i suoi schizzi a Bill Finger, il quale, migliorò di molto il look del personaggio, sviluppando la veste finale di Batman, inventò l’idea della bat-caverna e dei bat-gadget.

Il nome di Finger, scomparso nel 1974, non è mai apparso nei credits delle storie, nonostante abbia scritto alcune delle storie più belle del Batman classico. Sua poi fu l’idea di una maschera con due spazi vuoti al posto degli occhi e l’idea di una cappa al posto delle rigide ali di pipistrello che apparivano nelle primissime storie.

Fumetto di Bob Kane e Bill Finger - Photo Credits: The Hotcorn.it
Fumetto di Bob Kane e Bill Finger – Photo Credits: The Hotcorn.it

Fama e popolarità di Batman

Le sue storie a fumetti continueranno ad essere seguite da lui personalmente fino al 1965, anno del suo ritiro ufficiale dalle scene. Questa data coincidette con l’inizio della fortunatissima fase televisiva del ‘Uomo pipistrello di Gotham’, interpretato inizialmente da Adam West. Il personaggio è stato interpretato quindi da attori famosi del calibro di Michael Keaton, Christian Bale e George Clooney.

Da lì, coccolato dai media, la carriera del disegnatore si svilupperà tra pittura, scrittura di libri e articoli vari e consulenze dirette per almeno un paio di adattamenti cinematografici, ovvero il Batman di Tim Burton del 1989 e Batman Forever di Joel Schumacher del 1995. Per celebrare la sua fama, nel 2015 gli è stato dedicato un posto nella Hollywood Walk of Fame.

Bob Kane e Adam West sul set - Photo Credits: MAM-E
Bob Kane e Adam West sul set – Photo Credits: MAM-E

Bob Kane muore a 82 anni il 3 novembre 1998, e il mondo del fumetto lo piange, anche se la sua creatura è in buone mani, più viva che mai: una vera icona moderna.

Federica.

ALMANACCO: 23 Ottobre nasce lo scrittore Gianni Rodari

Scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano, Gianni Rodari nacque il 23 Ottobre del 1920. Tra i migliori scrittori per ragazzi del XX secolo, fu specializzato in letteratura per l’infanzia e tradotto in molte lingue. Vinse il prestigioso Premio Hans Christian Andersen nel 1970, per essere uno dei maggiori interpreti del tema fantastico, nella sua iconica opera Grammatica della fantasia del 1973.

Nato nel 1920 a Omegna, sul lago d’Orta, dove frequentò i primi anni delle scuole elementari. A soli dieci anni, a causa della prematura morte del padre, tutta la famiglia fu costretta a trasferirsi a Gavirate, paese natale della madre. Finite le scuole elementari, nel 1931 fa richiesta di entrare in seminario per frequentare il ginnasio, distinguendosi subito per le ottime capacità, diventando ben presto il primo della classe. Dopo aver conseguito il diploma magistrale, per alcuni anni fece l’insegnante, lavoro su cui puntava da tempo.

Gli esordi e la politica

Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di lingue dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, abbandonando però i corsi dopo pochi esami, inseguendo la professione di insegnante. L’esperienza a scuola fu divertente, in quanto i bambini utilizzarono la fantasia addirittura per aiutarlo a correggere le sue stesse opere, una delle caratteristiche basilari di Rodari. Durante la seconda guerra mondiale, venne esonerato dal servizio militare a causa della salute cagionevole, ed assegnato all’ospedale militare di Baggio. Ma qui venne traumatizzato dalla perdita dei suoi migliori amici e dall’internamento del fratello in un campo di concentramento nazista in Germania.

A partire da questo episodio, il suo impegno politico venne sempre più delineandosi. Dopo il 1943 inizia una collaborazione con i Resistenti comunisti e l’anno dopo, nel maggio 1944, si arruola nella Squadra di azione Patriottica di Saronno. Iscrittosi al Partito Comunista Italiano, ne diventa funzionario, e venne incaricato a dirigere il settimanale per bambini, il Pioniere, il cui primo numero esce il 10 settembre 1950. Inoltre subito dopo la guerra viene chiamato a dirigere anche il giornale Ordine Nuovo, e nel 1947 viene chiamato all’Unità a Milano, dove diventa prima cronista, poi capo cronista ed inviato speciale.

Successi maggiori

Fu proprio per il giornale L’Unità di Milano che iniziò a curare la rubrica La domenica dei piccoli, pubblicando le sue prime filastrocche per bambini, che ottennero da subito un enorme successo di pubblico e di critica. Mentre lavora come giornalista, incomincia a scrivere dei racconti per bambini, dei veri e propri libri per l’infanzia come Il libro delle filastrocche ed il Romanzo di Cipollino, ma anche Gelsomino nel paese dei bugiardiFavole al telefono, ecc. Alcuni suoi testi per l’infanzia, tra i quali la celeberrima Ci vuole un fiore, vengono musicati da Sergio Endrigo e da altri cantautori.

Ha scritto numerose filastrocche, poesie, racconti surreali, divertenti, fantasiosi, sempre usando un linguaggio semplice e chiaro che fa presa diretta sui bambini. Nei suoi lavori ci sono messaggi di tolleranza, integrazione, pacifismo, solidarietà, ambientalismo. Fu nel 1963 che venne pubblicata la sua opera più celebre, intitolata Grammatica della fantasia: introduzione all’arte di inventare storie, un saggio per insegnanti, genitori e animatori, con cui vinse qualche anno più tardi il Premio Hans Christian Andersen, considerato il “Piccolo Premio Nobel” della narrativa per l’infanzia. Fu il più prestigioso riconoscimento internazionale che premia la qualità letteraria ed estetica degli scritti. Fu il solo e unico italiano a riceverlo

Ultimi Anni

Gianni Rodari muore all’età di 59 anni a Roma, città in cui viveva dagli anni ’50. Numerosi sono i testi che lo ricordano e parlano della sua opera, così come i luoghi, le strade, i parchi, le biblioteche a lui intitolati. Il più celebre è il Parco della fantasia a Omegna.

Federica.

ALMANACCO: 22 Ottobre muore il pittore Paul Cézanne

Paul Cézanne, la cui morte è datata 22 Ottobre del 1906, è considerato uno dei più grandi artisti del XIX secolo. È di origini italiane. La sua famiglia proveniva infatti dal Piemonte e aveva cognome “Cesana”, poi francesizzato in “Cézanne”.

Intraprese gli studi di diritto, ma li abbandonò per seguire la vocazione artistica. Questa sua decisione, portò a vari scontri con il padre, imprenditore ricco e di successo. Pur non apprezzando la scelta del figlio di divenire artista, egli gli permise di frequentare le migliori scuole di Francia, come l’Ecole de Dessin di Aix.

Autoritratto di Paul Cézanne - Photo Credits: web

Paul Cézanne e gli inizi impressionisti

A ventidue anni, Cézanne si trasferì a Parigi, capitale dell’arte europea. Lì conobbe Pissarro, Bazille, Monet, Renoir e Sisley e con loro, cominciò a frequentare il Café Guerbois, luogo di ritrovo di quelli che successivamente sarebbero diventati “Gli impressionisti”.

Fu grazie a quelle amicizie che partecipò alla prima mostra impressionista nel 1874. Così come Monet e Renoir, per ritrarre la realtà in maniera più realistica, Cézanne si affidava ai fenomeni percettivi della luce e del colore, dipingendo in maniera soggettiva, basandosi esclusivamente sull’impressione suscitata nei loro sensi.

Moderna Olympia - Photo Credits: web
Moderna Olympia – Earth.Google.com

Paul Cézanne, le critiche degli accademici

L’artista prese parte anche alla terza mostra del gruppo impressionista, ma non aderì mai del tutto al movimento, continuando ostinatamente a inviare le proprie opere al Salòn, rassegna istituzionale realizzata e giudicata dagli “accademici”.

L’idea di inviare le proprie opere al Salòn, fu un progetto ambizioso. I suoi dipinti, troppo audaci e innovativi, venivano puntualmente rifiutati dai rigidi giudici accademici che accettarono di esporre una sua opera solo nel 1882 e solo grazie all’intercessione del pittore Antoine Guillemet, suo amico e membro della giuria.

Le Bagnanti, Paul Cézanne - Photo Credits: web
Le Bagnanti, Paul Cézanne – Analisi dell’opera.com

Dall’insuccesso alla solitudine

I continui insuccessi, tanto alle mostre degli impressionisti quanto presso i Salons ufficiali, lo portarono a un periodo di isolamento, aggravato anche dai contrasti con il padre. Questo, però, portò ad un periodo nel quale eseguì diverse opere di rilevante pregio artistico.

Cézanne, tuttavia, diventava sempre più collerico, ombroso, complice anche l’insorgenza di alcune crisi diabetiche. Ad aumentare il suo disorientamento intervenne pure la senescenza galoppante, la depressione e il bipolarismo. Per questo, si ritirò in una cupissima solitudine, alla ricerca di sempre nuove sperimentazioni formali.

La casa dell'impiccato a Auvers sur-Oise, Paul Cézanne - Photo Credits: web
La casa dell’impiccato a Auvers sur-Oise, Paul Cézanne – It.wikipedia.org

Cézanne e il periodo costruttivo-sintetico

Anche se parte del gruppo degli impressionisti, Cézanne fu stimolato a seguire un personale orientamento stilistico. Si pose il problema di “solidificare” l’impressionismo. Quello che consentiva all’artista di cogliere la forma eterna e intrinseca delle cose, era la geometria, ricondotta a forme essenziali quali sfera, cilindro e cono.

Mise a punto la tecnica delle sue brevi pennellate direzionate, ossia disposte in senso obliquo e parallele tra loro. Sfrutta contemporaneamente le proprietà di espandersi dei colori caldi, e di ritirarsi dei colori freddi. Da questo nasce una sintesi volumetrica solida, monumentale, quasi architettonica.

I giocatori di carte, Paul Cézanne - Photo Credits: web
I giocatori di carte, Paul Cézanne – Metmuseum.com

Un approfondimento delle premesse precedenti, portano Cezanne ad attraversare un successivo periodo sintetico, nelle potenti, monumentali e strutturate opere. Esse appaiono di tendenza costruttiva fino ai limiti dell’astrazione, addirittura anticipando quella che sarà la matrice cubista.

Infatti, gli ultimi lavori sono delineati da una netta scomposizione cromatica e geometrica della scena, tipicamente di avanguardia cubista: lo si vede nei paesaggi, in cui le infinite tonalità di color verde creano un equilibrio unico.

La montagna di Saint-Victoire, Paul Cézanne - Photo Credits: web
La montagna di Saint-Victoire, Paul Cézanne – Arteinweb.it

Gli ultimi anni di vita

Con la morte del padre, avvenuta nel 1886, Cézanne ne ereditò i beni e diventò ricco. Si trasferì ad Aix-en-Provence dove il suo nome cominciò a farsi strada nel mondo dell’arte, ricevendo in visita giovani allievi, ispirati dal suo lavoro. Cézanne morì nel 1906 in circostanze particolari. Venne sorpreso da un violentissimo temporale, durante una sessione di pittura en plein air. Il freddo e le ferite lo fecero ammalare gravemente portandolo alla morte nel volgere di pochi giorni.

Nel febbraio del 1907, al Salon d’Automne, gli fu dedicata una imponente retrospettiva commemorativa, che sconvolse un’intera generazione di nuovi artisti, tra cui Picasso e Modigliani. Infatti, egli pose le basi del cubismo ed aprì le strade alle più importanti avanguardie artistiche del Novecento.

Federica.

ALMANACCO: 21 Ottobre muore il poeta Pietro Aretino

Poeta, scrittore e drammaturgo italiano, Pietro Aretino morì il 21 Ottobre del 1556. Soprannominato il Divino, è conosciuto principalmente per alcuni suoi scritti dal contenuto considerato licenzioso, fra cui i conosciutissimi Sonetti lussuriosi. Scrisse anche i Dubbi amorosi e opere di contenuto religioso, per ottenere apprezzamenti da parte dell’ambiente cardinalizio. Fu questa la sua particolarità, ovvero intendere il mestiere di letterato come una professione proficua dal punto di vista finanziario.

Nasce il 20 aprile del 1492. Il suo cognome è fittizio ed è soltanto un omaggio alla sua città natale, ovvero Arezzo. Poco si sa della sua infanzia, se non che Pietro è figlio di una cortigiana, e di un calzolaio. Intorno ai quattordici anni di età, si trasferisce a Perugia con la famiglia, dove ha la possibilità di studiare pittura e frequentare l’università locale. Fu proprio nella città umbra che compose le sue prime poesie giovanili in stile petrarchesco.

Il periodo romano

Dopo il periodo a Perugia, si trasferisce a Roma, intorno al 1517, prima a servizio del facoltoso banchiere Agostino Chigi e poi del cardinale Giulio de’ Medici. Nei suoi primi anni romani, divenne noto soprattutto per aver scritto le cosiddette Pasquinate, uno dei suoi primi lavori, costituiti da poemetti satirici indirizzati a papa Adriano VI, successore dell’energico Leone X. Queste presero spunto dalle proteste anonime contro la Curia e collocate in piazza Navona sul busto in marmo del Pasquino, da cui prende il nome l’opera.

Questi componimenti ovviamente gli crearono molti problemi, al punto che fu costretto all’esilio e a girovagare per l’Italia fino al 1523, quando venne eletto a papa il suo antico signore Giulio de’ Medici col nome di Clemente VII. Tornato a Roma riprende la sua attività letteraria, dando vita alla prima redazione manoscritta de La Cortigiana, una commedia in cui gli intrecci amorosi sono ricchi di allusioni sessuali. L’Aretino fu anche autore, in questo periodo, di sedici Sonetti lussuriosi a tema erotico con tono fortemente licenzioso. Ovviamente anche queste due opere scatenarono l’ira del potente vescovo Gianmatteo Giberti che addirittura assoldò un sicario per ucciderlo.

La libertà letteraria a Venezia

Aretino sopravvissuto per miracolo all’attacco, decise di abbandonare Roma per sempre, stabilendosi prima a Mantova e poi a Venezia. Fu proprio nella città lagunare, che passerà il resto della sua vita, soprattutto perchè fu centro culturale particolarmente attivo in quanto indipendente dalla censura papale. Qui comincia la sua intensa produzione letteraria, segnata da scritture e pubblicazioni di diversi generi, dall’opera teatrale al dialogo, dal dialogo parodistico alla tragedia, dall’epistolografia alla letteratura oscena, fino alle opere religiose.

Quantità ed varietà di opere che lo portarono ad affermarsi come scrittore indipendente, riuscendo a mantenersi semplicemente scrivendo. Nella città lagunare può contare su una maggiore libertà, oltre che approfittare dello sviluppo notevole raggiunto dall’industria tipografica. Fu per questo che continuò a scrivere satire verso la Chiesa e i signori dell’Italia 500esca, e ottenendo la fama di “flagello dei principi”. Pietro Aretino muore il 21 ottobre del 1556 a Venezia, probabilmente per le conseguenze di un colpo apoplettico, dovuto forse a un eccesso di risa.

Federica.

ALMANACCO: 20 Ottobre muore il fisico Paul Dirac

Fisico britannico di elevata importanza, Paul Adrien Maurice Dirac, morì il 20 Ottobre del 1984. Ottenne il Premio Nobel per la fisica nel 1933 per la scoperta di nuove forme della teoria atomica, dando così vita allo sviluppo della fisica quantistica. Famoso a livello internazionale anche per la formulazione dell’equazione di Dirac (∂ + m) ψ = 0.

Nacque l’8 agosto 1902, a Bristol nel Regno Unito, da una famiglia di origine metà svizzera e metà francese. La severità dei genitori contribuì a renderlo fin da bambino persona molto dedita allo studio, in particolare di materie come la matematica e la fisica. Di carattere schivo, Dirac era noto per l’estrema riluttanza a parlare. tanto che nel corso della sua vita venne sempre preso di mira per il suo carattere chiuso.

Gli esordi a Cambridge

Già dalle scuole primarie manifestò una eccezionale abilità matematica e, alla scuola secondaria ebbe la possibilità di frequentare da subito i corsi avanzati di matematica, fisica e chimica. Le straordinarie doti di Dirac in questo ambito vennero fuori subito, tanto che il padre lo convinse a iscriversi all’Università laureandosi in Ingegneria elettrica nel 1921, a soli diciannove anni. Sebbene avesse completato a pieni voti la laurea in Ingegneria, la sua vera passione fu la matematica e la fisica delle particelle, così decise di proseguire gli studi teorici.

Laureatosi però non riuscì a trovare un impiego e tentò di entrare a Cambridge per studiare matematica. Entrato nella prestigiosa Università di Cambridge, riuscì nel 1926 ad ottenere il dottorato di ricerca, grazie al quale continuò a dedicarsi allo studio della teoria dei quanti, fondando concetti di relatività e meccanica quantistica. Fu proprio nello stesso anno che sviluppò una formalizzazione della meccanica quantistica basata sull’algebra non commutativa di operatori.

L’Equazione di Dirac

Nell’ambito di tale teoria, due anni dopo, nel 1928, formulò un’importante equazione, che prese il suo stesso cognome, ovvero chiamata l’Equazione di Dirac (∂ + m) ψ = 0. Essa stabilisce che se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più descriversi come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce. Un’equazione che fece il giro del mondo, e che spesso ad oggi viene associata alle vite amorose dell’uomo, e per questo chiamata erroneamente nota come “equazione dell’amore”.

In realtà, l’Equazione di Dirac, descrive il moto delle particelle a spin semintero, come elettroni e protoni, le cui soluzioni, sono tali che saltino fuori energie negative. Dirac spiegò questi risultati introducendo il famoso concetto di “mare di Dirac“, ovvero ipotizzando che gli elettroni, si muovessero formando delle vere e proprie lacune, che avrebbero dunque avuto energia negativa. Fu così che Dirac predisse l’esistenza di una particella gemella dell’elettrone, che prese il nome di positrone, con la stessa massa dell’elettrone ma con carica opposta.

Il Nobel e altre scoperte

Nel 1933 Paul Dirac ricevette il premio Nobel per la fisica per la scoperta di nuove, fruttuose forme della teoria atomica. Sebbene il suo lavoro di ricerca fosse vastissimo, l’equazione di Dirac, da sola, valeva senza dubbio il premio Nobel. Infatti, tale equazione è considerata la pietra miliare della meccanica quantistica relativistica, di cui Dirac fu a tutti gli effetti il padre. Grazie alla sua predizione sull’esistenza delle antiparticelle, venne considerato il padre dell’antimateria.

Oltre a questo introdusse anche due importanti concetti matematici. Il primo è quello del Delta di Dirac, una distribuzione che vale zero su tutti i numeri reali meno lo zero, e tale che il suo integrale fra meno e più infinito sia uguale a 1. È un concetto fondamentale per l’analisi delle equazioni differenziali ordinarie e a derivate parziali. Il secondo concetto è la Notazione Braket, formalismo che consente di descrivere in maniera immediate e semplice gli stati quantici, ovvero i modelli matematici di un sistema fisico quantistico.

Ultimi anni

Il grande fisico britannico morì a Tallahassee nel 1984, a 82 anni. Egli fu il più brillante fisico teorico e probabilmente uno dei più grandi scienziati del ventesimo secolo. Le sue intuizioni contribuirono a spiegare concetti rimasti fino ad allora oscuri, e sono d’ispirazione ancora oggi per tutti coloro che vogliono intraprendere il duro cammino nel mondo della fisica e della matematica.

Federica.

mARTEdì: i famosi Stati d’Animo di UMBERTO BOCCIONI

In occasione della sua nascita, avvenuta il 19 Ottobre del 1882, scopriamo Umberto Boccioni e le sue opere moderne e dinamiche. Fu infatti l’idea di rappresentare visivamente il movimento e la sua ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio, che influenzarono fortemente la pittura e la scultura del XX secolo. Attraverso la tecnica del Dinamismo Plastico, venne considerato un esponente di spicco del Futurismo.

Furono diversi i lavori che lo hanno reso famoso, tra questi, ricordiamo il dipinto La città sale e la statua Forme uniche della continuità nello spazio. Tuttavia, le opere che descrivono al meglio la sensazione di movimento, dinamismo interiore ed espressività, compongono la serie di tele intitolare Stati d’animo. Le serie si dividono in due trittici creati nel 1911 il primo, e nel 1912 il secondo, conservati rispettivamente al Museo del Novecento di Milano e al MOMA di New York. Entrambi i trittici sono divisi in: Gli addii, Quelli che vanno e Quelli che restano.

Descrizione Gli Addii

Il primo quadro, Gli addii, fa da preludio agli altri due, introducendo il contesto in cui vanno interpretati. Il dipinto ritrae una stazione ferroviaria dove il treno avanza velocemente provocando un groviglio di linee circolari e orizzontali. Boccioni lega l’opera all’emozione di un sentimento invincibile ed eterno, ovvero quando il destino ci separa dalle persone che fanno parte della nostra vita. L’artista immagina un abbraccio prima della partenza, in un intrecciarsi di corpi e di sguardi intensi, dove la paura di perdersi supera la voglia di trattenersi. E’ lo stesso tema per entrambe le tele ma affrontato completamente in modo diverso.

Nel primo trittico di Boccioni, questa tela è prettamente futurista divisionista, ma ancora con tendenze espressioniste. Risalente al 1911 e conservata a Milano nel Museo del Novecento, riporta una scomposizione della luce e dei colori, che sembrerebbe un miscuglio indeterminato deciso. Nel secondo trittico invece, tutto cambia, attraverso un’influenza cubista in seguito ad un viaggio avuto a Parigi. L’opera, conservata oggi al MOMA di New York, annulla ogni forma e distrugge i soggetti cubisticamente. Il suo obiettivo è quello di rompere l’apparente calma precedente per lasciare spazio a linee tratteggiate e vari movimenti contrastanti. La particolarità è quella di non sentire la pesantezza dei saluti e la tristezza degli abbracci protagonisti di ambedue le opere.

Descrizione Quelli che vanno

In Quelli che vanno, come fa intuire il titolo, l’artista futurista esplora le emozioni provate da coloro che salgono sulla locomotiva e partono. La prima e la seconda versione, presentano entrambe delle linee orizzontali incrinate verso destra, che danno la sensazione di movimento e dinamicità. Tale movimento può essere paragonato ad un fulmine o una saetta, espresso dal verso con cui il colore è stato posizionato sulla tela. Quello che viene messo in risalto è l’angoscia che prova chi parte, e la tristezza di non poter condividere la futura quotidianità con le persone che ama e che lo hanno sempre accompagnato.

Nella prima versione, i colori sono vividi, accesi e splendenti, mentre sullo sfondo si intravedono delle piccole case in lontananza. Questa tela fu tutta basata sulla resa della velocità, data dalle linee diagonali che tagliano la tela, attraverso la resa del movimento, tema che i futuristi amavano profondamente. Nella seconda versione i colori sono simili, con una preponderanza di blu freddo e cupo. Anche in questo caso i soggetti sono dati da linee verticali della velocità, che dominano tutta la tela, ma anche qui si nota l’influsso del cubismo, soprattutto sui volti dei personaggi, scomposti e visti contemporaneamente da più angolazioni.

Descrizione Quelli che restano

Quelli che restano, infine, è il dipinto che chiude il trittico degli Stati d’Animo ed è forse quello più struggente ed emotivamente più pesante. Boccioni cerca d’immedesimarsi con coloro che sono rimasti sulla banchina, e hanno appena visto gli affetti più cari allontanarsi. Infatti, chi resta dopo aver salutato un affetto senza averlo potuto seguire si sente abbattuto, scoraggiato e abbandonato. Anche le linee e i colori scelti, riportano esattamente queste emozioni, attraverso l’utilizzo di una monocromia, con toni freddi e depressi. Le linee verticali pesano sulle spalle delle ombre che sono dovute rimanere alla stazione.

Nella prima tela i personaggi sembrano quasi dei fantasmi, tanto che le loro sagome, con il capo chinato, risultano stanche e abbattute. Sembrano essere rappresentate in un limbo, incapaci di andare avanti e impossibilitati a tornare indietro. Il verde è il colore protagonista, in tutte le varie tinte, che avvinghia le figure umane pressate dalla forza di gravità. Nel secondo quadro, la scena si ripete, anche qui i personaggi marciano stanchi e depressi verso un punto lontano dalla stazione, e qui le linee verticali diventano delle lame, che feriscono gli animi. In questo caso è il blu predominante nell’opera, tanto che rende nel dettaglio una scena tipicamente invernale, avvicinandoci all’idea di un freddo rigido e gelido dei ghiacciai.

Federica.

ALMANACCO: 19 Ottobre nasce il pittore Umberto Boccioni

Grande pittore e scultore italiano, Umberto Boccioni nacque il 19 Ottobre del 1882. Considerato uno dei più importanti pittori del Novecento, e il più autorevole esponente del Futurismo. Fu uno dei primi ad avere l’idea di rappresentare visivamente il movimento, affrontando una ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio, dando vita al dinamismo plastico, studio che influenzerà per molto tempo l’arte del XX secolo.

Boccioni nasce a Reggio Calabria nel 1882, ma le origini della sua famiglia sono romagnole. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza in diverse città d’Italia per via del lavoro del padre che, essendo impiegato statale, è costretto a regolari spostamenti. Toccò Forlì, Genova, Padova, Catania, ma anche altre tappe che realizzate nel corso della sua vita come “artista viaggiatore”. Sarà proprio questo suo intenso girovagare ad aiutarlo a sviluppare quell’apertura mentale che renderà rivoluzionaria la sua ricerca artistica.

Gli esordi tra Roma e l’Europa

Si forma artisticamente a Roma, dove si trasferisce nel 1901. Qui frequenta la Scuola Libera del Nudo e lavora presso lo studio di un cartellonista, avvicinandosi ad uno stile realista. Nella capitale conosce gli artisti Gino Severini, Mario Sironi e soprattutto Giacomo Balla, artista già affermato all’epoca, con cui stringerà una decennale amicizia. Grazie a quest’ultimo, Boccioni si avvicina alle tecniche divisionistiche, scoprendo le innumerevoli potenzialità del colore applicato in purezza. Sono proprio queste lingue di colore non mescolato, che compongono l’immagine in mille filamenti luminosi e vibranti, che rispecchino le tematiche del cambiamento e del mondo futuro fatto di fabbriche, di operai e di rivendicazioni sociali.

Anche la città di Roma però gli appare troppo stretta, tanto che decise di spingersi sempre più a nord, iniziando da Milano e Venezia, fino ad arrivare a Parigi e alla lontana Russia. In questo viaggio attraverso l’Europa, vide con i suoi occhi la diffusione delle Avanguardie artistiche europee, ma anche le modernità delle metropoli in sviluppo. entrerà in contatto con le nuove correnti pittoriche, derivate dall’evoluzione dell’impressionismo e dal simbolismo, incontrando anche il movimento “Sturm und drang” tedesco e l’influsso dei preraffaelliti inglesi. Tra un viaggio e l’atro, nel 1907 trova anche il tempo per iscriversi alla Scuola libera del Nudo del Regio Istituto di Belle Arti di Venezia.

Il Futurismo a Milano

Nel 1907 sceglie di stabilirsi a Milano, città che gli trasmetterà quell’energia e quel dinamismo che porterà alla nascita del movimento Futurista. Qui incontra il pittore Gaetano Previati, che lo avvicinerà all’arte simbolista, capendo che l’aspetto contenutistico delle opere, non possa essere scisso dalla resa formale. Dal 1907, Boccioni scrisse un dettagliato diario sugli esperimenti stilistici, i dubbi e le ambizioni che scuotono l’artista in mezzo fra il divisionismo, il simbolismo, verso il Futurismo. Continuerà a dipingere ritratti, quadri a carattere simbolico e qualche veduta di città.

Sempre a Milano nel 1910 conobbe Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Movimento Futurista, insieme a Carrà e Russolo a cui presto aderiscono anche Severini e Balla. Boccioni svolse un ruolo importante per l’affermazione della pittura futurista, sia sul piano formale che su quello teorico. Nella sua pittura, tende a fondere l’ambiente e le figure in un insieme inscindibile, attraverso una sintesi tra colore e forma, tra sensazioni e intelletto. Una sintesi in grado di esprimere la modernità, basata sulla dinamicità, sul movimento e sulla simultaneità della visione interiore e percettiva. Su questo scrisse due testi fondamentali per la comprensione dell’arte futurista, ovvero Pittura Scultura Futuriste e Dinamismo Plastico

Il Dinamismo Plastico

A Boccioni è attribuita infatti la paternità del “dinamismo plastico”, una tecnica basata sulla rappresentazione della simultaneità del movimento nelle arti figurative. La forma non è più immobile e statica ma assume dinamicità, attraverso l’uso di diverse azioni e posizioni riprodotte contemporaneamente sulla tela o sulla materia. Questo avviene frantumando le forme, mutando di continuo i punti di vista e usando colori chiassosi. Boccioni, sia in pittura che in scultura, mira ad evidenziare bene le linee di forza degli oggetti tenendo conto del doppio movimento. Queste teorie vennero soprattutto applicate all’idea di città moderna, con la rappresentazione della vita frettolosa e stressante, di cui la macchina in movimento ne è il simbolo principale.

Ne è un magnifico esempio l’opera scultorea Forme uniche della continuità nello spazio, incentrata sull’interazione di un oggetto in movimento con lo spazio circostante. Ma anche i quadri come Dinamismo di un ciclista, o Dinamismo di un giocatore di calcio, in cui la raffigurazione di uno stesso soggetto in stadi successivi nel tempo suggerisce efficacemente l’idea dello spostamento nello spazio. Oppure ricordiamo le famose opere pittoriche Rissa in galleria, Stati d’animo e Forze di una strada, grazie ai quali si aggiudicò il titolo di pittore più rappresentativo del Futurismo.

Ultimi anni

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Boccioni, come molti intellettuali, fu favorevole all’entrata in guerra dell’Italia, e si arruola con volontario nel Battaglione Lombardo Ciclisti, partendo per il fronte insieme a Marinetti, Russolo, Sant’Elia e Sironi. Ma durante un’esercitazione militare, nel 1916 ebbe un incidente a cavallo, e perderà la vita in questo banale ma tragico incidente.

Federica.