ALMANACCO: 18 Ottobre muore l’inventore Antonio Meucci

Grande inventore e patriota italiano, Antonio Meucci morì il 18 Ottobre del 1889. Celebre per una lunga lista di invenzioni, tra cui candele steariche, oli per vernici e pitture, bevande frizzanti, condimenti per pasta, ma soprattutto per aver sviluppato un dispositivo di comunicazione vocale, ovvero il primo telefono, il cosiddetto telettrofono. 

Nasce a San Frediano, il quartiere popolare della città di Firenze, il 13 aprile 1808. All’età di 13 anni, Meucci venne ammesso all’Accademia Belle Arti, dove studiò disegno di figura, chimica e meccanica, studi che però non potrà portare a termine a causa delle ristrettezze economiche della famiglia. Fu così che inizia a lavorare molto giovane per potersi pagare da solo i corsi, svolgendo varie professioni, da quella di impiegato doganiere, a quella di meccanico di teatro.

Gli esordi a Teatro

Fu lavorando al Teatro della Pergola, che trovò la sua strada, grazie al primo macchinista Artemio Canovetti, che cercava in quel periodo proprio una persona che avesse frequentato l’accademia e che si intendesse di meccanica. Questo lavoro costituì per Antonio un’esperienza di altissima professionalità, facendo un po’ di tutto, dalla meccanica alla chimica, dall’ottica all’elettricità e in generale tutta la fisica, oltre alle arti figurative. Fu proprio nel teatro che Antonio mise a frutto la preparazione tecnica ricevuta in Accademia.

In un piccolo sgabuzzino assegnatogli come camerino, impiantò il suo primo laboratorio. Fu qui che realizzò il suo primo progetto per un telefono acustico, utilizzato per comunicare dal piano del palcoscenico alla graticcia di manovra a 18 metri di altezza, grazie a un tubo acustico che correva incassato nel muro. Questa innovazione di Meucci apportata al teatro, fu apprezzata da tutto il personale e particolarmente ai soffittisti, il quale permise di lavorare in sicurezza e con facilità.

L’esperienza a Cuba

Dietro al Teatro la Pergola però, agiva un gruppo di carbonari in contatto con Genova per appoggiare l’azione di Giuseppe Mazzini. Fu in questo modo che si avvicinò alla politica, venendo coinvolto nei moti rivoluzionari del 1831 e, a causa delle sue convinzioni politiche per le sue idee liberali e repubblicane, sarà costretto a fuggire dal granducato di Toscana. Emigrato in America si stabilì inizialmente a Cuba, dove iniziò a lavorare come attrezzista e ingegnere nel Gran Teatro dell’Avana. I quindici anni all’Avana furono per Meucci i più felici e redditizi della sua vita. 

Nel frattempo si interessò alla lettura e lo studio di alcuni libri che trattavano di galvanostegia, cioè della ricopertura elettrochimica tramite apposite batterie, con oro o argento di oggetti di metalli meno pregiati come ferro, ottone o rame. Meucci quindi fu il primo ad introdurre questa tecnica in America, acquisendo di conseguenza molta popolarità. Ovviamente però non abbandonò mai gli esperimenti di elettroterapia, iniziati teatro fiorentino, tanto che Antonio scoprì, nel 1849, la trasmissione della voce per via elettrica, divenendo così in assoluto il primo pioniere del telefono elettrico della storia. La sua invenzione prese il nome di “telegrafo parlante”, ribattezzato successivamente telettrofono.

New York e il caso del brevetto

Meucci, al massimo della sua popolarità, decise di lasciare Cuba, per trasferirsi negli Stati Uniti, precisamente a Staten Island, un’isoletta di fronte a New York, dove rimase fino alla morte. Qui aprì una fabbrica di candele steariche, entrando in società con l’amico Giuseppe Garibaldi, conosciuto proprio nella città americana. La fabbrica, però non ebbe molto successo, tanto che decise di trasformarla in una fabbrica di birra lager, altro tentativo non andò a buon fine. Meucci così si concentrò sul portare avanti i suoi studi sull’apparecchio telefonico, che culminarono nel 1856 con la realizzazione di un primo modello.

Meucci brevettò così il suo apparecchio nel 1871, ma a causa della mancanza di risorse economiche dovute al fallimento della sua fabbrica, cercò disperatamente finanziamenti presso facoltose famiglie in Italia, senza però ottenere i risultati auspicati. Fu così che, qualche anno più tardi, il signor Alexander Graham Bell brevettò un apparecchio simile, rivendicando la priorità dell’invenzione. Ovviamente Meucci, sospettando che Bell gli abbia copiato i disegni, ne aprì una lunga disputa giudiziaria, che però vide Meucci soccombere. Fu così che nel 1887 il giudice riconosca a Meucci solo l’invenzione del telefono meccanico, ma attribuendo a Bell quella del telefono elettrico, lasciandolo libero di sviluppare la sua azienda, la Bell Company, che diventa un colosso delle telecomunicazioni.

Ultimi anni

Antonio Meucci muore all’età di 81 anni, il 18 ottobre 1889, poco prima che la società Globe presenti ricorso contro la sentenza. La Corte Suprema statunitense deciderà quindi per l’archiviazione del caso, e di conseguenza per oltre un secolo, ad eccezione dell’Italia, Bell venne considerato l’inventore del telefono. Solamente l’11 giugno del 2002 il congresso degli Stati Uniti ha ufficialmente riconosciuto Antonio Meucci come primo inventore del telefono.

Federica.

ALMANACCO: 17 Ottobre nasce il drammaturgo Arthur Miller

Drammaturgo, scrittore, giornalista e sceneggiatore statunitense, Arthur Asher Miller nacque il 17 Ottobre del 1915. È stato una figura di primo piano nella letteratura americana e nel cinema per oltre 61 anni, con ben 5 drammi. Il suo Morte di un commesso viaggiatore è una delle pietre miliari del teatro americano contemporaneo, capolavoro assoluto riconosciuto come tale anche dalla critica che lo ha gratificato con numerosi premi, fra cui il prestigioso Pulitzer.

Nato a Manhattan nel 1915 da famiglia ebrea benestante. Dopo la grande depressione del 1929, dovette affrontare le difficoltà e lavorare per mantenersi. Lavorò prima in un’officina, dove, unico lavoratore ebreo, conobbe in prima persona l’antisemitismo, e poi successivamente lavorò nel quartiere delle sartorie e dei commercianti di tessuti di New York, ambiente in cui era entrato a contatto con le vite precarie dei commessi viaggiatori.

I suoi primi successi

I vari lavori gli permisero di iscriversi e frequentare la scuola di giornalismo dell’Università del Michigan. Qui venne attratto verso gli studi storici ed economici, iniziando a scrivere le sue prime pièce teatrali, che ricevettero premi e pubblicazioni su scala locale. Fu dopo la laurea conseguita nel 1938, che frequenta un corso di drammaturgia grazie ad una borsa di studio e viene ammesso al seminario del Theatre Guild. Il successivo impiego come sceneggiatore radiofonico per la CBS gli dà modo di affinare la tecnica drammaturgica, scrivendo copioni per la radio.

Nel 1944, debuttò a Broadway con L’uomo che ebbe tutte le fortune, un’opera che, pur ottenendo il parere lusinghiero dei critici, venne replicata solo quattro volte. Il vero successo, avvenuto con 328 repliche consecutive dal momento della sua uscita, arriva però nel 1949 con Erano tutti miei figli, un dramma ambientato durante la seconda guerra mondiale carico di potenza emotiva. Stessa potenza fu inserita nel suo lavoro successivo Morte di un commesso viaggiatore, capolavoro indiscusso che gli fece vincere numerosissimi premi, fra cui il Pulitzer, per essere una delle pietre miliari del teatro americano contemporaneo. In esso si fondono il conflitto familiare, la responsabilità etica individuale e la critica a un sistema economico e sociale spietato.

Altre opere di Miller

Nel 1953 è la volta de Il Crogiuolo, conosciuto anche con il titolo di Le streghe di Salem, testo che, ripercorrendo una caccia alle streghe avvenuta nel 1692, allude al clima di persecuzione inaugurato dal senatore Mac Carthy, contro l’ideologia comunista. Stessa vena politica venne proposta per Uno sguardo dal ponte, una tragedia con risvolti incestuosi in un ambiente di emigranti italiani in America, abbinata a Memorie di due Lunedì, un testo autobiografico come metafora dell’incomunicabilità e della solitudine di un intellettuale.

Trascorsero poi anni di silenzio creativo in cui Arthur Miller visse la sua breve esperienza matrimoniale, con Marilyn Monroe, la seconda delle sue tre mogli. Per lei scrisse la sceneggiatura di Gli spostati, offrendole uno dei ruoli migliori della sua carriera. Fu un matrimonio passionale ma di breve durata, che si conclude dopo soli quattro anni, momento in cui Miller scrisse Dopo la caduta, come ritratto di quella difficile relazione. In quest’opera, racconta l’esperienza di un ménage controverso fra un intellettuale e un’attrice, opera in cui tutti hanno intravisto risvolti autobiografici, mentre Miller si è sempre accanito a negarli. 

Ultimi anni

Seguirono molti altri titoli, ognuno dei quali ha incontrato alterne fortune, come Creazione del mondo e altri affari, Orologio americano, Una specie di storia d’amore, Elegia per una signora, Pericolo: Memoria, Specchio a due direzioni, Discesa da Mount Morgan, L’ultimo Yankee e Vetri rotti, dove ancora una volta si intrecciano psicanalisi, drammi storici sociali e personali, con una sottile denuncia nei confronti della responsabilità individuale. Oltre a numerose altre opere teatrali Miller scrisse anche diverse sceneggiature, un romanzo sull’antisemitismo, diverse raccolte di racconti, reportage di viaggio e un’autobiografia. Malato di cancro da tempo, il grande commediografo Arthur Miller morì all’età di 89 anni l’11 febbraio 2005.

Federica.

ALMANACCO: 16 Ottobre nasce lo scrittore Dino Buzzati

Scrittore, giornalista, pittore, redattore, drammaturgo, cronista, librettista, scenografo, costumista e poeta italiano, Dino Buzzati nasce il 16 Ottobre del 1906. Autore di un grande numero di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, tanto da esser considerato, uno dei più grandi scrittori fantastici del Novecento italiano. Il suo capolavoro, Il deserto dei Tartari, è considerato il vertice della narrativa esistenzialista italiana.

Nato nel 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno e le montagne dolomitiche. Sin dalla giovane età, si manifestano in lui gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali resterà fedele per tutta la vita. La poesia, la musica, il disegno, e la montagna, furono i suoi compagni per tutta la vita, dall’infanzia fino alla morte.

Gli esordi come giornalista e romanziere

A soli quattordici anni rimase orfano del padre, evento che sconvolse così tanto il piccolo Buzzati che per molto tempo vivrà nell’ossessione di essere colpito dallo stesso male. Si iscrisse al liceo classico di Milano, dove conosce Arturo Brambilla, con cui si cimentava in gare letterarie e con cui condivise la passione per la cultura egizia. Svolti i regolari studi, si reca inizialmente nella caserma della sua città per svolgere un anno di servizio militare, per poi iscriversi e laurearsi in giurisprudenza, assecondando le volontà della famiglia.

Durante gli studi di Legge, però si accorse che il suo destino fu quello di diventare scrittore e giornalista, in quanto fin dal bambino amava annotare opinioni e avvenimenti sul suo diario. Ecco che a partire dal 1928 collaborò come praticante con il Corriere della sera, per il quale scrisse i suoi famosi elzeviri. Nel frattempo si concentrò anche sulla stesura dei suoi romanzi personali, come Barnabo delle Montagne e Il segreto del Bosco Vecchio, opere in cui domina la solitudine dei boschi e delle montagne, in particolare, dedicate al magico mondo dell’infanzia, regno della fantasia e del fantastico.    

Gli anni della Guerra

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, intorno al 1940, scrisse l’opera Il deserto dei Tartari, capolavoro assoluto e pietra miliare della narrativa italiana. Il romanzo è la storia di un giovane militare, Giovanni Drogo, che inizia la propria carriera ai confini di un immaginario regno e in un’epoca non precisata. Un luogo ideale per eroismo e sogni giovanili, in cui si combattono nemici ignoti e si afferma la propria identità. La vita di Drogo simboleggia la vita umana, che è incalzata dal passare del tempo e dalla solitudine, in un mondo fatto di leggi assurde e speranze inutili. E’ chiara dunque l’allegoria, anche se non vengano mai abbandonate la verità delle situazioni e l’attenta descrizione di personaggi.

Comunque pur nel rischio continuo, quelli della guerra furono per Buzzati anni lieti e pieni di speranza. Dopo la guerra, lavorerà ancora per il Corriere, occupandosi di argomenti più disparati che vanno dalla cronaca nera allo sport, dalla critica d’arte a quella letteraria, da quella teatrale a quella musicale. In seguito, sempre per il giornale Buzzati diventa cronista e fotoreporter, imbarcandosi su una nave in direzione di Addis Abeba. Stessa cosa fece all’inizio della seconda guerra mondiale, dove partì come corrispondente di guerra a Fiume, partecipando anche alle battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan ed alla seconda battaglia della Sirte.

Le sue opere

Ma Dino Buzzati, non si dedicò solamente al giornalismo, lavorò molto anche alla narrativa breve di racconti e novelle, che accompagnerà sempre la sua produzione artistica. Di suoi lavori ricordiamo la raccolta I sette messaggeriPaura alla ScalaIl crollo della Baliverna. Con un tono narrativo fiabesco, Buzzati affronta temi e sentimenti quali l’angoscia, la paura della morte, la magia e il mistero, la ricerca dell’assoluto e del trascendente, l’attesa di riscatto e l’illusione, ma soprattutto il destino, spesso beffardo. La sua letteratura appartiene al genere fantastico, talvolta con vicinanze al surrealismo, l’orrore e alla fantascienza, tanto da essere ingiustamente accusato di emulare Kafka.

Prendendo il meglio di queste prime tre raccolte e di altri inediti, Dino Buzzati compose i Sessanta racconti, opera che vincerà il Premio Strega. Due importanti romanzi della fase più matura sono invece Il grande ritrattoUn amore, in cui si esplorano il mistero e il fascino della figura femminile, archetipica in Buzzati, come la morte. Anche in poesia Buzzati sa cimentarsi in modo originale, sempre restando fedele alle sue tematiche e al suo immaginario, così come anche scritture destinate al teatro. Oltre a novelle, romanzi, poesie, e scritture teatrali, nel 1969 pubblica il Poema a fumetti, primo graphic novel italiano, ispirato al mito di Orfeo ed Euridice.

Federica.

ALMANACCO: 15 Ottobre muore la danzatrice e spia Mata Hari

Mata Hari, pseudonimo di Margaretha Geertruida Zelle, nasce a nord dei Paesi Bassi nel 1876, e muore il 15 Ottobre del 1917. E’ stata una danzatrice e agente segreto olandese, condannata per la sua attività di spionaggio durante la Prima Guerra Mondiale. Coraggiosa, brillante e con un aspetto esotico che spiccava tra la pelle chiara e i capelli biondi delle altre donne olandesi. 

Da giovane, dopo un matrimonio finito male, si trasferisce a Parigi. Fece la modella, la cavallerizza e si improvvisa danzatrice, sfruttando l’interesse e il successo delle danze esotiche presso il pubblico francese. Divenne, ai primi del Novecento, una star internazionale, che fece perdere la testa agli uomini di tutta Europa.

Mata Hari - Photo Credits: web
Mata Hari – Photo Credits: web

L’infanzia di Margaretha

Dopo la morte della madre, questa quattordicenne viziata e sessualmente precoce, fu mandata in una scuola per diventare insegnante. Fu espulsa un paio d’anni dopo per aver avuto una relazione con il preside. Andò quindi a vivere con il padrino all’Aia.

A 18 anni, annoiata, infelice e smaniosa di avventure, Margaretha rispose a un annuncio pubblicato sul giornale di un ufficiale che ricercava una donna “affabile e generosa”. Si sposarono, ma poco dopo arrivò la separazione e il divorzio.

Mata Hari e suo marito Rudolph Mac Leod - Photo Credits: web
Mata Hari e suo marito Rudolph Mac Leod – Photo Credits: web

La sua rinascita parigina

Dopo il divorzio, la giovane olandese visse una profonda e decisiva trasformazione. Fu così che nel 1905 divenne una danzatrice esotica di nome Mata Hari, in malese “alba”. Vestita di abiti trasparenti, con un reggiseno tempestato di pietre preziose, si esibì in danze assolutamente inedite. Dando vita a quello che oggi viene chiamato burlesque.

In qualsiasi altra circostanza sarebbe stata arrestata per indecenza, ma Margaretha Zelle aveva pianificato attentamente la sua performance. All’inizio di ogni spettacolo, raccontava che si trattava di danze sacre apprese nei templi indiani. Attraverso movimenti sensuali e del tutto erotici, divenne in poco tempo la donna più affascinante e desiderabile di Parigi. 

Mata Hari durante i suoi spettacoli - Photo Credits: web
Mata Hari durante i suoi spettacoli – Photo Credits: web

Il fascino della spia

Lo scoppio della Prima guerra mondiale non modificò il suo stile di vita sfarzoso, tanto che il mondo del controspionaggio le mise gli occhi addosso. Mata Hari, da sempre considerata una donna seduttiva e subdola, era capace di carpire i segreti più nascosti degli uomini, che cadevano letteralmente ai suoi piedi.

E’ per questo il personaggio ideale per un doppiogioco fra Francia e Germania, assoldata contemporaneamente dai due servizi segreti. La donna divise la ribalta dello spionaggio insieme ad un’altra affascinate spia Anne Marie Lesser, alias “Fraulein Doktor”.

Mata Hari- Photo Credits: web
Mata Hari- Photo Credits: web

Mata Hari al processo

Ovviamente questo sistema doppiogiochista le giocò uno spiacevole destino. In quel terribile 1917, l’esercito francese minato dalle diserzioni sullo Chemin des Dames, fece diventare Mata Hari un “nemico interno” da eliminare. Colpevole o meno di tradimento, il processo servì allo stato maggiore per rinsaldare il fronte interno, cancellando i dubbi sulla credibilità del servizio informazioni di Parigi. 

Fu fucilata, per tradimento, nei pressi di Parigi il giorno 15 ottobre 1917. Al momento della morte fu comunque a suo modo eroica, fredda e sprezzante del pericolo. Le cronache infatti riportano che, oltre a dichiararsi sempre innocente, rivolgesse baci ai soldati incaricati di spararle contro.

Federica.

ALMANACCO: 14 Ottobre nasce il poeta Giovan Battista Marino

Poeta e scrittore italiano, Giovan Battista Marino, anche chiamato Giambattista Marino, nacque il 14 Ottobre 1569. Considerato il fondatore della poesia barocca, nonché il suo massimo esponente italiano, la cui influenza colpì non solo l’Italia ma tutta l’Europa. Prima di raggiungere successo, ricchezza e prestigio finisce varie volte in prigione per la sua irrequietezza e intemperanza.

Nasce nel 1569 a Napoli, da un’agiata famiglia borghese, che affida la sua istruzione ad un umanista Alfonso Galeota. Anche se i genitori lo spinsero a diventare giurista, Marino preferì iniziare gli studio delle lettere, dando così inizio ad una serie di contrasti con i genitori che culminarono con la cacciata di casa del giovane. 

Gli esordi letterari e la fuga da Napoli

Rimase senza tetto per ben tre anni, dormendo da qualche amico o negli ospedali dei poveri o all’aperto. Ricevette un aiuto economico da molti personaggi famosi e importanti, anche se l’incontro decisivo per Marino fu quello con Matteo di Capua, cultore d’arte e ricchissimo principe e mecenate. Oltre a trovare relativa stabilità, il poeta ha modo di familiarizzare con la preziosa biblioteca di palazzo e soprattutto con la ricca quadreria del suo signore. A Napoli, inoltre iniziò a frequentare l’Accademia degli Svegliati, e i suoi membri aristocratici e uomini di cultura partenopei.

Nel 1593, tuttavia, l’Accademia venne chiusa su ordine del re in seguito a indagini compiute dall’Inquisizione. Fu in questo modo che iniziò a rifrequentare la strada, tanto che nella seconda metà del 1596 venne arrestato a causa di un aborto procurato a una donna, che muorì in seguito all’episodio. Uscito di prigione, venne nuovamente arrestato nel 1600, questa volta a causa di un duello nel quale uccise l’avversario. Fu così che due anni dopo, decise di fuggire da Napoli per i problemi con la giustizia, e decise di trasferirsi a Roma, presso la corte del cardinale Pietro Aldobrandini, dove rimane fino al 1608. 

L’esperienza romana

A Roma il Marino entrò rapidamente in contatto con i circoli letterari della città. In primo luogo con l’accademia di Onofrio Santacroce, dove incontrò Tommaso Melchiori, futuro dedicatario della seconda parte delle Rime mariniane, per poi successivamente entrare nell’Accademia degli Umoristi. Qui iniziò a frequentare svariate dimore di patrizi e cardinali, dove ha modo di familiarizzare con uomini di lettere e artisti figurativi, fra i quali Caravaggio, che gli farà un ritratto. Nello stesso anno, accompagna il cardinale Aldobrandini alla corte del duca di Savoia Carlo Emanuele I dove conobbe letterati del calibro di Emanuele Tesauro e Federico Della Valle.

Marino, impressionato dalla bellezza della corte dei Savoia, fu intenzionato a rimanere lì, anche se questa decisione lo fece entrare in contrasto con il segretario del duca, Gaspare Murtola, che teme di essere scalzato dalle grazie del principe dal letterato napoletano. I due inizialmente si scambiarono poemetti ingiuriosi, fino a portare Murtola ad attentare alla stessa vita del Marino, che riuscì comunque a farsi nominare cavaliere. Questo conflitto portò però ad un cambiamento stilistico nelle opere del Marini, che si mostrò più intenzionato al successo, all’autoaffermazione e migliorare il suo stile di vita, piuttosto che seguire un progetto letterario coerente.

Alla corte di Francia

Nel 1615 Maria de’ Medici, moglie del defunto Enrico IV di Francia, lo chiama alla corte di Parigi. Fu questo il momento in cui la carriera di Marino raggiunse il massimo prestigio letterario e sociale, dove scrive quello che può essere considerato il suo capolavoro, l’Adone. Quest’opera racconta la favola della relazione amorosa tra Venere e Adone, dedicato al re Luigi XIII di Francia e a sua madre, Maria de’ Medici. Costituito da 20 canti e un proemio iniziale, questo lavoro verrà ritenuto uno dei più importanti poemi della storia della letteratura italiana.

A Parigi Marino venne per questo considerato dagli italianisants, ovvero i cultori della lingua e della poesia italiana, il maggiore letterato vivente, tanto che gli venne assegnata una cospicua pensione che gli permise di vivere di letteratura. La prima accoglienza quindi fu favorevole, anche se di lì a pochi decenni, nella capitale parigina si aprirà la grande stagione del classicismo francese, e dove l’influenza mariniana seguiterà a farsi avvertire anche in esponenti del nuovo orientamento.

Ultimi anni

Nella tarda primavera del 1623 il Marino rientra in Italia, a causa di problemi di salute, ma anche per l’instabilità politica che si respirava nelle città d’oltralpe. Dopo una breve sosta a Torino, il poeta punta decisamente verso Roma, dove arriva, in compagnia del cardinale Maurizio di Savoia. Nell’anno successivo però il Marino decise di spostarsi verso Napoli, ultima destinazione del poeta. Fu proprio in questa città che morì, il 25 marzo del 1625, a causa di una stranguria curata male.

Fede

 

ALMANACCO: 13 Ottobre muore il poeta Vincenzo Monti

Poeta, scrittore, traduttore, drammaturgo e accademico, Vincenzo Monti morì il 13 Ottobre del 1828. Viene comunemente considerato uno degli esponenti per eccellenza del Neoclassicismo italiano, anche se la sua produzione ebbe uno stile mutevole, tanto da avvicinarsi a quella che sarà la sensibilità romantica. Principalmente ricordato per la traduzione dell’Iliade, passò come lo scrittore che rappresenta più di tutti la crisi d’identità dell’intellettuale italiano di fronte alle trasformazioni politiche e sociali, dalla rivoluzione napoleonica alla restaurazione. 

Nato nel 1754 in provincia di Ravenna, nel territorio dello Stato della Chiesa. Cresciuto dal sacerdote della contrada, Vincenzo studia nel seminario di Faenza, dove per la prima volta si avvicina al mondo della poesia. Per volere dei genitori, si iscrisse all’Università di Ferrara per studiare medicina. Dovette lottare per abbandonare la materia e il borgo natìo, dove la famiglia, totalmente insensibile alla letteratura, voleva trattenerlo.

Gli esordi a Roma

Dimostrò comunque un talento sorprendente e precoce per le lettere, cominciando a scrivere versi latini di argomento sacro per farsi notare dagli ambienti ecclesiastici. Sin dall’inizio ebbe una tendenza alla rielaborazione di modelli classici precedenti, fondendo assieme le fonti e creando così uno stile del tutto nuovo. Qui ovviamente è l’Accademia dell’Arcadia a dominare, con contaminazioni verso Dante e Petrarca. Questo ritorno al classicismo, lo portò ad essere apprezzato anche da Scipione Borghese, che nel 1778 lo invitò a trasferirsi a Roma, suo ospite presso il palazzo Doria Pamphili in Piazza Navona.

Si ritrovò così nella capitale, che era in quel momento nel momento più alto della sua stagione neoclassica, spinta dal volere di Pio VI, che intende sfruttare il rinnovato interesse per l’antico per esaltare l’Urbe contemporanea. Qui nel 1799 compose La prosopopea di Pericle, dedicata al Visconti, e La bellezza dell’universo, cantica scritta in occasione del matrimonio del nipote del papa Pio VI, che lo colpì tanto da prenderlo come segretario personale. Una volta inseritosi nell’alta aristocrazia romana, diventa una delle sue voci più importanti, componendo diverse opere poetiche e due tragedie ispirate a Shakespeare: l’Aristodemo e il Galeotto Manfredi.  

L’impronta neoclassica

Le opere di Monti, di chiara appartenenza neoclassica, si caratterizzano per la forte attenzione alla contemporaneità, cosa che lo spinse a comporre in profonda relazione con gli eventi sociali e culturali del suo tempo. Ne sono un esempio i versi Sciolti a Sigismondo Chigi e i Pensieri d’amore, che risultano essere fortemente influenzati dalla lettura di Goethe e MacPherson. Che Monti si sforzasse di imitare stili eleganti ed efficaci non è casuale, in quanto la poetica classicista si basa sui princìpi dell’emulazione e dell’imitazione. 

Allo scoppio della Rivoluzione francese, Vincenzo Monti venne spinto inizialmente verso delle posizioni conservatrici. Secondo queste idee, compose poema, intitolato la Bassvilliana, in cui viene raccontata la storia di un diplomatico francese ucciso a Roma per le sue idee rivoluzionarie. Si rivela un poema romantico che, pur non essendo completato, mette in luce l’orrore suscitato dal periodo rivoluzionario, tanto da diventare un capolavoro della letteratura antifrancese reazionaria.

Il cambiamento poetico e l’Iliade

Colpito da una crisi esistenziale tra il 1793 e il 1797, Vincenzo Monti decise improvvisamente di avvicinarsi agli ideali repubblicani e giacobini, al punto di decidere di abbandonare definitivamente Roma, città ormai sempre più preda dei fermenti anticlericali. Si trasferì quindi a Milano, divenendo sostenitore del potere napoleonico, ottenendo vari incarichi nella Repubblica cisalpina e la cattedra di eloquenza all’università di Pavia. A questo periodo vede progressivamente spegnersi la sua vena poetica celebrativa, caratterizzata solo dall’opera  Musogonia, che narra la nascita delle muse, e che viene dedicata a Napoleone. Notevoli, invece, furono i risultati con le opere di traduzione della Pucelle d’Orléans di Voltaire, e dell’Iliade, traduzione che lo rese famoso a livello europeo. 

Un’importante esperienza letteraria di Monti è la traduzione dell’Iliade, come già detto. Il poeta ci mette mano per la prima volta nel 1788, ma abbandonò presto il progetto per poi riprenderlo in maniera definitiva nel 1806. Conosceva bene il greco antico, ma non a tal punto da poter affrontare una traduzione completa del poema e, per realizzarla fa uso di altre traduzioni, su tutte quella in latino di Melchiorre Cesarotti. Le sue intenzioni furono quelle di fornire una versione del poema omerico in grado di coniugare l’antica poesia greca con la tradizione letteraria italiana, arrivando ad un risultato armonico ed elegante, piacevole e lontano dalla correttezza e dalla durezza spartana della versione foscoliana. 

Gli ultimi anni

Alla caduta di Napoleone, gli austriaci tornarono a Milano, intenzionati a mantenere le figure più rappresentative culturalmente dell’eredità napoleonica, compreso Monti. Nel 1816 entra a far parte della rivista filoaustriaca Biblioteca Italiana mentre continua la sua produzione letteraria, scrivendo le Cantate per sua Maestà Imperiale Reale, Il mistico omaggio, Il ritorno di Astrea e l‘Invito a Pallade. Tuttavia il clima culturale è cambiato totalmente ed è ormai egemonizzato dalle idee romantiche, cosa che lo emargina dal dibattito intellettuale. Nel frattempo le sue condizioni di salute vanno peggiorando, perdendo progressivamente l’uso dell’udito e della vista, e nel 1829 muore il 13 ottobre 1828, dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita a stendere la traduzione dell’Iliade

Federica.

mARTEdì: l’enigmatica Ronda di Notte di REMBRANDT

Rembrandt è stato un pittore e incisore olandese. Considerato uno dei più grandi pittori della storia dell’arte europea, il cui periodo di attività coincide con quello che gli storici definiscono l’età dell’oro olandese. I suoi disegni e dipinti furono popolari e passarono alla storia come grandi trionfi creativi, di cui fanno parte i ritratti dei suoi contemporanei, gli autoritratti e le illustrazioni di scene tratte dalla Bibbia.

Delle sue opere iconiche, ce n’è una che ha un lato misterioso da prendere in considerazione. Si tratta de La Ronda di Notte, il quadro più oscuro e complesso che Rembrandt abbia mai dipinto. Le frequentazioni in ambito esoterico operate dal Maestro, non sono una novità per chi ha approfondito la conoscenza di questo grande artista. Molte sono le leggende sorte attorno ai suoi dipinti, e in particolare quella legata a questa famosa tela. Le sue dimensioni sono ragguardevoli, di cm. 343 x 437 e le sue valenze simboliche velate dal mistero.

Descrizione

Con il titolo La compagnia del capitano Frans Banning Cocq, ma meglio conosciuta come La ronda di notte, questa tela venne commissionata per ornare la sala principale del palazzo della Milizia Civica di Amsterdam.  In essa è raffigurato il capitano Frans Banning Cocq, ovvero il committente, il suo luogotenente vestito di bianco, e alcuni membri della Milizia degli archibugieri. Il pittore dipinge il protagonista con grande vigore e movimento ritraendolo con un braccio alzato, intento ad ordinare al suo gruppo di avanzare. Anche i membri del gruppo retrostante, non del tutto distinguibili, si stanno attivando in modo differente, donando una grande varietà e realismo alla scena.

In questa grande calca, c’è una bambina, che ha nella cinta un pollo morto e l’impugnatura di una pistola, mentre tra le mani stringe uno strano calice. Sono tutti simboli che alludono al gruppo degli archibugieri e della sconfitta degli avversari, rendendo così la bambina, la personificazione della Vittoria. Questo quadro è stracolmo di altri dettagli che hanno a che fare con il gruppo di milizia, ad esempio caschi decorati con le foglie di quercia, oppure le 3 piccole croci simbolo di Amsterdam presenti sui risvolti della giacca dei partecipanti. Ogni dettaglio sta al posto giusto per costruire una scena completamente armonica, dove i movimenti di ognuno contribuiscono al ritmo dell’intera composizione.

L’illuminazione misteriosa

Una caratteristica ricorrente nelle opere di Rembrandt è il bellissimo gioco di luci ed ombre, che sembrerebbe molto simile a quello caravaggesco. In questo lavoro, la luce ti aiuta a comprendere chi siano i personaggi più importanti del gruppo, venendo illuminati rispetto a quelli dietro. Per avere un risultato perfetto di luci ed ombre, Rembrandt lavorò sulla proiezione delle ombre di tutti gli oggetti e personaggi presenti nella scena, regolando la luce aprendo e chiudendo le persiane del suo studio.

Anche l’ambiente circostante è poco illuminato, cosparso di ombre e buio, e questo ci fa pensare che sia un dipinto in notturna. In realtà la tela rappresenta una scena di giorno, e il titolo con cui la conosciamo, nasce da una sbagliata interpretazione. Questo lo si può capire dall’utilizzo della luce diretta che delinea i vividi dettagli tanto da collocare l’opera in pieno giorno. In principio il quadro doveva apparire molto più chiaro, ma con il passare del tempo e per gran parte della sua esistenza, il dipinto venne ricoperto da una vernice scura. 

Altri aneddoti sull’opera

Nel 1715, al momento della rimozione dalla sede degli archibugieri al Municipio di Amsterdam, il dipinto venne tagliato su tutti e quattro i lati, presumibilmente per adattare le grandi dimensioni del quadro allo spazio della nuova sala. Questa mutilazione, piuttosto comune prima del XIX secolo, determinò però la perdita di parte del dipinto e di alcuni dettagli dell’ambientazione importanti, come una balaustra e un gradino. Furono dettagli fondamentali, usati da Rembrandt come strumenti visivi per dare un’idea di movimento in avanti all’opera. La composizione originale della tela, venne eseguita in copia da Gerrit Lundens nel XVII secolo e oggi è custodita alla National Gallery di Londra.

Inoltre La Ronda di notte, come spesso avviene anche ad altre icone della storia dell’arte, ha subito diversi atti di vandalismo. Episodi di persone uscite di senno, che lacerarono con colpi profondi e violenti, l’intera tela, probabilmente a causa della loro incapacità di svelare l’arcano mistero custodito dall’opera. Apparentemente il bersaglio appare casuale, ma secondo il parere di alcuni esperti, il gesto lesivo appare fu di significati, in sintonia con la forza magnetica e con il fascino soprannaturale che viene emanato dalla grande tela. L’opera comunque fu restaurata con successo grazie alle varie copie esistenti che ne permisero la reintegrazione fedele e fu riesposta al pubblico dopo quattro anni. I risultati di questo gesto sconsiderato sono però ancora visibili analizzando il dipinto con uno sguardo ravvicinato.

Federica.

ALMANACCO: 12 Ottobre viene scoperta l’America da Cristoforo Colombo

L’America è stata così chiamata in onore dell’esploratore Amerigo Vespucci, il quale per primo capì che le nuove terre non erano le Indie in Asia, ma un continente nuovo, mai esplorato. Scoperta però da Cristoforo Colombo il 12 Ottobre del 1492, l’America fu considerata come un “nuovo mondo”, non solo per la novità di una così straordinaria scoperta, ma anche per le cose mai viste che si trovavano su questo continente.

Tra 1415 e 1522 i protagonisti indiscussi dei viaggi di esplorazione e di conquista, che portarono alla scoperta dell’America, furono il Regno di Castiglia e il Portogallo. Questi, si spinsero oltre le colonne d’Ercole per allargare i confini del mondo cristiano e trovare una nuova e vantaggiosa via attraverso il mare che conducesse all’oro africano e al mercato delle spezie in India. Alla fine del Quattrocento i re di Spagna decisero di favorire i viaggi di esplorazione, il più importante dei quali fu quello di Cristoforo Colombo, navigatore genovese, che involontariamente si fece autore della scoperta dell’America.

La storia della spedizione

Nel 1492, Cristoforo Colombo, ottenne dalla regina Isabella di Castiglia, l’autorizzazione e i mezzi per mettere in atto il progetto di raggiungere le Indie navigando verso Occidente. Questa idea audace di Colombo maturò in seguito alle avventure di Marco Polo sulla Via della seta le cui descrizioni della Cina lo avevano affascinato. Trasse così forza dalle notizie che iniziarono a circolare sulla sfericità della Terra e sulla vicinanza delle coste dell’Europa a quelle della Cina.
Dopo aver calcolato in modo errato la circonferenza della Terra e la distanza tra i due continenti, il navigatore genovese partì dalle Canarie, nell’agosto del 1492 con tre navi caravelle, la Niña, la Pinta e la Santa Maria.      

La mattina del 12 ottobre del 1492, il marinaio Rodrigo de Triana, a bordo della Pinta, avvistava la terra, dando inizio ad un capitolo dai risvolti epocali. Un evento che ebbe delle conseguenze inimmaginabili, sia per il navigatore e il suo equipaggio, sia per tutti i popoli indigeni che di lì a pochi anni avrebbero sperimentato un’apocalisse senza precedenti. Quindi Colombo, raggiunse un’isola dell’arcipelago di Bahama, da lui battezzata San Salvador, convinto però di essere arrivato in Cina e di aver trovato una nuova via commerciale per le Indie.

Gli Indios

Nel gennai lasciò nelle terre appena raggiunte per tornare in Spagna, chiedendo di compiere altri viaggi, che in totale furono quattro, promettendo di riportare spezie e ricchezze. Queste spedizioni permisero di realizzare dei racconti di viaggio, dove diffuse notizie sugli Indios per la corte spagnola, alimentarono in tutta Europa una forte curiosità su uomini diversi e strani che vivevano in quei luoghi lontani. Con Colombo venne introdotta la nuova figura del selvaggio, un uomo primitivo che viveva ancora allo stato di natura, nudo e senza leggi. In realtà le città americane, dette precolombiane, furono molto sviluppate per opera soprattutto degli Inca, degli Aztechi e dei Maya.

Civiltà che spaziarono nei campi della politica, dando vita alla costruzione di grandi imperi, nelle arti, nell’architettura, nelle scienze. Infatti, il nuovo continente, fu spartito per questo tra la Spagna e il Portogallo, soprattutto per le nuove risorse che si trovarono nel territorio. Dall’America arrivarono in Europa, oltre ad oro e metalli preziosi anche alimenti fino ad allora sconosciuti come il mais, la patata, il pomodoro, il tabacco, il cacao. Allo stesso tempo, gli Europei portarono nelle nuove terre specie animali sconosciute, come il cavallo, il mulo e il bue, animali utili al trasporto, visto che gli indigeni ignoravano l’esistenza della ruota.

Novità e cambiamenti

Lo sbaglio di essere approdato in Cina, per la via delle Indie, continuò per altri anni. Fu però il geografo e cartografo tedesco Martin Waldseemüller, che chiarì l’equivoco, pubblicando nel 1507 un lavoro cartografico dal titolo Universalis Cosmographia. In questa tesi, le terre osservate dal genovese prendevano il nome di America (in onore al navigante italiano Amerigo Vespucci) e per la prima volta apparivano separate dall’Asia. Fu infatti il navigatore fiorentino Amerigo Vespucci, che compì tra 1499 e 1502 un viaggio, convincendosi dell’esistenza di un nuovo continente, pubblicando di conseguenza un testo nel 1502 intitolato Mondus Novus.

La scoperta dell’America di Cristoforo Colombo fu talmente importante da segnare secondo gli storici la fine del Medioevo. Il mondo divenne molto più grande e trasformò profondamente la vita degli europei sotto moltissimi punti di vista, così come la vita dei popoli colonizzati che si estinsero a causa delle violenze subite, delle malattie portate dai colonizzatori e dalla presenza delle armi da fuoco che non conoscevano e che li misero in una condizione di inferiorità. Inoltre, il traffico commerciale si spostò progressivamente dal Mediterraneo all’Atlantico, l’arrivo di nuovi prodotti dalle Americhe rivoluzionò l’agricoltura, e il bisogno di mano d’opera nelle terre scoperte portò alla deportazione di milioni di schiavi dall’Africa.

Federica.

ALMANACCO: 11 Ottobre nasce il fumettista Sergio Toppi

Fumettista e illustratore, ritenuto uno dei principali maestri del fumetto italiano, Sergio Toppi nacque l’11 Ottobre del 1932. Le sue numerose pubblicazioni su fumetti e riviste furono all’inizio principalmente rivolte agli adulti, ma successivamente anche destinati ai giovani, dando vita alle illustrazioni per l’Enciclopedia dei ragazzi e per il Corriere dei Piccoli.

Nasce nel 1932 a Milano, e frequentò prima il liceo classico e poi la Facoltà di Medicina l’Università. Non ha mai amato studiare, preferiva disegnare soldati e campi di battaglia. Privo di formazione artistica, Toppi arriva al fumetto dopo essersi dedicato all’illustrazione, lavorando per le case prestigiose Mondadori e UTET, per poi collaborare con gli studi d’animazione Pagot realizzando diverse campagne pubblicitarie.

Esordi nel mondo del fumetto

Il vero e proprio esordio nel campo dei fumetti è datato 1966, realizzando per il Corriere dei Piccoli, serie mitiche come Mago Zurlì, sceneggiate da Carlo Triberti. Sul corriere realizzerà inoltre una biografia a fumetti di Pietro Micca e diverse storie di ambientazione storica o bellica della serie “Grandi avventure di pace e di guerra” in collaborazione con Mino Milani. Realizzò anche una serie di soldatini di carta di ambientazione western e medievale.

Nel 1972 il Corriere dei Piccoli divenne il Corriere dei Ragazzi per il quale illustrò serie come Dal Nostro Inviato, Fumetti-Verità, Uomini Contro e I Grandi nel Giallo. Negli anni settanta, collaborò anche con altre riviste di fumetti per ragazzi come Il Giornalino, e il Messaggero dei ragazzi dal 1977 al 1979, dando vita a fumetti sempre di argomento storico. Proseguì al contempo anche l’attività nel campo dell’illustrazione e affinando ulteriormente il suo personalissimo stile. Collabora anche con altre riviste di fumetti italiane come Sgt. Kirk, Linus, alter alter e Corto Maltese, pubblicando decine di storie e illustrazioni.

Produzioni e illustrazioni

E’ proprio grazie all’incoraggiamento del direttore del Messaggero dei ragazzi, che Toppi inizia a sperimentare soluzioni differenti nella costruzione della pagina, usando per la prima volta la composizione verticale, tipica della sua produzione futura. Il suo stile si personalizza e acquisisce caratteristiche che saranno peculiari del suo modo di disegnare fumetti, non molto apprezzati in quel periodo. Toppi viola i quadrati che delimitano le vignette precorrendo novità grafiche che erano del tutto originali, e si slega da qualsiasi tipo di personaggio fisso.

Continua, in parallelo, la sua attività di illustratore, realizzando in particolare in questi anni, dodici disegni a colori di samurai per il libro Ukiko è Haiku & Suspense, di Ettore Sottsass Jr. Fu proprio grazie a questo lavoro che ricevette il suo primo riconoscimento importante, ovvero lo Yellow Kid, come miglior disegnatore italiano dell’anno, al salone di Lucca. Inoltre collabora con l’editore Ivaldi, realizzando numerose copertine, illustrazioni western e storie di argomento bellico per il periodico Sgt.Kirk. Queste ultime saranno ristampate, dallo stesso editore, l’anno successivo nel volume Cronache d’armi, di giullari, di briganti e militari.

La fama in Italia e nel mondo

Il suo nome inizia ad essere conosciuto anche all’estero. Dalla Francia arrivano offerte di lavoro finalizzate alla realizzazione di alcuni episodi della Storia di Francia a fumetti (L’Histoire de France en bandes dessinèés) edita dalla casa editrice Larousse e tuttora inedita in Italia. La sua collaborazione prosegue successivamente con altri episodi de La découverte du monde en bandes dessinèés, questa volta pubblicato anche in Italia da Editori Riuniti-Larousse, con il titolo La scoperta del mondo a fumetti.

La strada verso le riviste d’autore è ormai spianata e Toppi inizia a pubblicare anche sulla rivista L’Eternauta scrivendo numerosi racconti fantastici e d’avventura, e soprattutto creando il suo unico personaggio fisso, chiamato Il Collezionista. Questa serie a fumetti continuò con nuove storie anche per la rivista Comic Art, con la quale si farà conoscere in tutto il mondo. Da questo momento intensifica l’attività di illustratore, estendendo le sue collaborazioni a molti periodici come Famiglia Cristiana, Selezione del Reader’s Digest, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Manifesto, ma anche case editrici come Bompiani, SEI e Rizzoli), per le quali disegna le copertine di libri ed altre pubblicazioni.

Ultimi anni

Nell’ultimo decennio della sua vita espone in dodici mostre personali, ricevendo di conseguenza anche molti riconoscimenti. Oltre al Yellow Kid del 1975, gli vennero conferiti i premi Caran D’Ache e A.N.A.F.I. nel 1992 e il Romics d’oro nel 2006. Muore a Milano il 21 agosto 2012 all’età di 79 anni.

Federica.

ALMANACCO: 10 Ottobre muore l’architetto Antonio Sant’Elia

Architetto e pittore, ma anche volontario italiano durante la Grande Guerra, Antonio Sant’Elia morì il 10 Ottobre del 1916. Passato alla storia come architetto futurista, in quanto appoggiò la corrente di pensiero ultra moderna, capace di rivoluzionare il concetto del vivere urbano.  Colui che ha lasciato il segno nella storia dell’architettura, grazie alla sua visione della “città futurista”, una città utopica e di desiderio, che apparì per la prima volta nella prima pagina del Manifesto futurista di Marinetti.

Nato a Como nel 1888, scopre fin da bambino di essere appassionato di disegno e architettura. Fu per questo che si diplomò nel 1906 alla scuola milanese di “Belle Arti e Mestieri”, nella sezione di costruzioni civili, idrauliche e stradali, ed iniziò successivamente a lavorare come capomastro e disegnatore nell’Ufficio Tecnico comunale di Milano. Il suo primo lavoro fu partecipare al progetto per il completamento del Canale Villoresi.

Esordi e stile

In occasione della sua esperienza lavorativa a Milano, venne a contatto con la crescita della metropoli e le innovazioni tecnologiche ed igieniche promosse dall’amministrazione milanese. Forse già da qui iniziò il suo desiderio di dare vita ad una città del futuro. Continuò i suoi studi, prima all’Accademia di Brera, e successivamente nell’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si laurea in Architettura nel 1912. Nel frattempo iniziò l’attività come architetto, realizzando progetti ispirandosi all’architetto secessionista viennese Otto Wagner, ma anche al suo insegnante di prospettiva Angelo Cattaneo, e agli artisti Girolamo Fontana, Umberto Boccioni e Carlo Carrà.

Fin dalla produzione di disegni, inizia a sviluppare una propria ricerca formale sempre più attenta ai processi di industrializzazione e all’uso dei nuovi materiali edilizi come cemento armato, ferro, vetro, ecc. Critico nei confronti del classicismo accademico e dell’art nouveau, che dominavano l’architettura italiana del periodo, i suoi disegni mostrano invece una dinamicità di linee oblique, forme ellittiche, torri di distribuzione e smistamento del traffico, strade su più livelli, e soprattutto un ricercato rapporto tra le soluzioni volumetrico-spaziali degli edifici e la città. 

La città nuova futuristica

Una notevole quantità di disegni riproduce ville, torri, ponti, fari, officine, stazioni, che si basano su quella concezione di città futuristica, che gli valsero il titolo di esponente dell’architettura futurista. Nel 1914 infatti, aderì al Manifesto dell’architettura futurista, dove espresse utopie, ma anche idee concrete, che hanno cambiato il modo di concepire gli edifici. La filosofia futurista credeva che le forme tradizionali di arte e architettura soffocassero il progresso, e che dovessero essere superate per il bene e per l’evoluzione della società. Fu grazie a questo che pose le basi dell’architettura industriale delle grandi metropoli.

Da questi valori nasce il progetto di Sant’Elia per “La città nuova”, una serie di tavole per la creazione di un centro urbano moderno comprendente stazione dei treni, un aeroporto e una centrale elettrica. Iniziò quindi ad elaborare un proprio progetto di trasformazione degli stili architettonici in modo da privilegiare la funzionalità alla bellezza. In particolare la tela, riportava un grande casamento con ascensori esterni, galleria, passaggio coperto, su tre piani stradali (linea tramviaria, strada per automobili, passerella metallica), fari e telegrafia senza fili. Eegli delineò una città moderna dove la centrale elettrica diventava fulcro nodale delle metropoli e alti palazzi fatti di metallo, vetro e cemento delineavano lo spazio ideale umano.

Ultimi anni

Sant’Elia, si concentrò per quasi tutta la sua vita sulla creazioni di progetti e schizzi delle sue strutture. Le due sole opere effettivamente realizzate furono la villa Elisi a San Maurizio sopra Como e il monumento ai caduti realizzato sempre a Como, sulla base di un suo disegno del 1914. La sua attività fu però interrotta dallo scoppio della Guerra Mondiale, a cui partecipò come volontario, insieme ad altri artisti. Fu proprio in battaglia che morì tragicamente nel 1916 all’età di soli ventotto anni.

Federica.