Il Fantasma dell’Opera (The Phantom of the Opera) è un film muto, che debuttò in anteprima mondiale il 9 Ottobre del 1986 al teatro Her Majesty’s di Londra. Il musical resterà in programmazione per oltre 25 anni sempre nello stesso teatro, superando le 10 mila performance Anche nel teatro newyorkese di Broadway diventerà il più longevo show teatrale, diventando uno dei più eclatanti successi commerciali nella storia del teatro moderno.
Lo spettacolo, ispirato al romanzo di Gaston Leroux, nacque dalla mente creativa di Andrew Lloyd Webber nei primi anni ’80. Dopo aver scritto la pièces non rimaneva altro che trovare il team perfetto per la messa in scena. La scelta ricadde su Harold Prince per la regia, Gillian Lynne per le coreografie, Andrew Bridge per le luci e Maria Björnson per le scenografie e i decor. Mai scelta fu più azzeccata. I ruolo principale di Christine nella primissime edizione fu affidato a Sarah Brightman, la moglie del tempo di Webber.
Trama e personaggi
Questo musical narra la storia di Erik, musicista geniale ma sfigurato che vive nascosto nei sotterranei dell’Opéra di Parigi, aggirandosi come un’ombra fra le quinte del palcoscenico, spaventando i cantanti e i ballerini della compagnia. Fu proprio qui che conobbe Christine, una giovane ballerina di fila del Teatro dell’Opera, con straordinarie doti canore, molto apprezzate dal musicista misterioso. Quest’ultimo conosciuto come il Fantasma, o l’Angelo della Musica, l’accompagna e la guida senza mai farsi vedere, pronto a portarla al successo.
Le cose si complicano quando a Parigi arriva il bel Raoul, amico d’infanzia di cui Christine è da sempre innamorata. La gelosia del Fantasma dà il via a un vortice di morte e distruzione, finché la giovane non è costretta a scegliere fra i due amori della sua vita, Raul o il Teatro dell’Opera. Con il procedere del musical la realtà sul Fantasma emergerà, e Christine, supportata da Raoul, dovrà combattere contro quello che una volta era il suo “angelo”.
Dal teatro ai cinema
Già nel 1989, Andrew Webber pensò ad un adattamento filmico, e scelse sua moglie Sarah Brightman, e Michael Crawford per interpretare i ruoli di Christine e il Fantasma. Ma la produzione ebbe un blocco per anni, soprattutto a causa di impegni lavorativi del regista Schumacher e soprattutto a causa del divorzio tra Webber e la Brightman. Solo nel 2002 si potè riprendere la produzione della pellicola, che uscì nelle sale nel 2004.
Nato l‘8 ottobre 1881 in provincia di Varese, al confine con la Svizzera. Seguendo le orme del padre, fin da subito imparò il mestiere di imbianchino e verniciatore. Con l’azienda di famiglia, si trasferì per la prima volta a Lione, città francese, nel 1897.
Emigrò in Francia, come molti altri italiani in quel periodo, per poter sopravvivere come un semplice imbianchino con il talento per la decorazione. Venne subito assunto dalla ditta del signor Gobier, e mandato con altri operai al Museo del Louvre, con il compito di pulire quadri.
Vincenzo Peruggia – Photo Credits: web
Il furto della Gioconda
Vincenzo Peruggia divenne famoso per aver trafugato la Gioconda dal Museo del Louvre il 21 agosto 1911. Lavorando già dentro il famoso museo, fu un colpo facile, soprattutto perché, a differenza di oggi, non aveva grandi sistemi di sorveglianza.
Peruggia si nascose in una cameretta buia del Louvre. Alla chiusura, tolse il famoso quadro dalla cornice e poi scappò da una porta sul retro, che aprì con un coltellino. Uscito dal museo senza essere fermato, salì sul primo autobus, e si diresse nella sua stanza affittata, nascondendo il quadro sotto il ripiano di un tavolino.
Vuoto nel muro lasciato dalla Monna Lisa rubata – Photo Credits: web
Il giorno dopo gli impiegati pensarono, in un primo tempo, che il quadro fosse dal fotografo ufficiale, ma poi dovettero informare la polizia, che immediatamente cercò il colpevole del furto. La notizia del ladro si diffuse in men che non si dica, e i giornali francesi si scatenarono in merito alle ipotesi sulla scomparsa del quadro.
Molte persone furono le sospettate, tra cui lo scrittore Guillaume Apollinaire e l’artista Pablo Picasso. Ma dopo aver escluso gran parte dei sospetti, la gendarmeria si concentrò su muratori, decoratori e imbianchini del museo. Tra questi anche Peruggia.
Notizia su un giornale francese della scomparsa della Gioconda – Photo Credits: web
Le motivazioni del furto di Peruggia
La giustificazione per un furto di tale importanza fu di tipo patriottico. Peruggia, infatti, affermò di voler riportare in Italia almeno uno dei capolavori rubati, secondo lui, da Napoleone Bonaparte. In realtà la Gioconda non fece mai parte del bottino di guerra napoleonico, ma fu portata in Francia dallo stesso Leonardo da Vinci.
Questo astio nei confronti del popolo francese, venne incrementato dagli sfottò che subiva tutti i giorni per la sua nazionalità che gli diede il soprannome di “mangia-maccheroni”. Mosso quindi dal senso di vendetta, spostò la Monna Lisa, dal Louvre agli Uffizi di Firenze.
Foto segnaletiche di Vincenzo Peruggia – Photo Credits: web
Il ritrovamento del quadro
Dopo aver nascosto il quadro per due anni, Peruggia inizialmente pensò a lucrarci, entrando in contatto con un antiquario londinese, ma non ne concluse nulla. Allora scrisse ad Alfredo Geri, un collezionista fiorentino che stava organizzando una mostra a Firenze.
Si presentò con il direttore della galleria fiorentina, che dopo aver visto il quadro lo prese in custodia per esaminarlo. Era proprio lei, la Monna Lisa di Leonardo Da Vinci. Il giorno seguente però i carabinieri, scoperto l’autore del furto, prelevarono Peruggia direttamente dalla sua stanza d’albergo.
Il ritrovamento della Gioconda agli Uffizi – Photo Credits: web
Dal processo alla morte di Peruggia
Il processo si svolse il 5 giugno 1914 nel tribunale di Firenze. Peruggia venne arrestato, processato e condannato a una pena, tutto sommato, abbastanza lieve: un anno e quindici giorni. Tale pena fu ridotta a sette mesi e otto giorni di prigione.
La pressione da parte della stampa e della popolazione italiana fu favorevole alle sorti del Peruggia. Tanto che venne definito un eroe italiano mosso da amore e affetto per la patria, e scarcerato poco tempo dopo.
Vincenzo Peruggia al processo – Photo Credits: web
Tornò in Francia utilizzando un espediente: sui documenti per l’espatrio sostituì Vincenzo con Pietro, suo secondo nome. Si stabilì a Saint-Maur-des-Fossés, periferia di Parigi, dove morì l’8 ottobre 1925, il giorno del suo 44esimo compleanno.
Anche la Gioconda tornò in Francia dopo un lungo periodo di esposizione in Italia. Rimase prima agli Uffizi a Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, e infine, alla Galleria Borghese, prima del suo definitivo rientro.
Un grande artista italiano, Mimmo Rotella, all’anagrafe Domenico Rotella, nacque il 7 Ottobre del 1918. Considerato uno dei protagonisti della scena artistica della seconda metà del XX secolo, la cui figura è legata al movimento del Nouveau Réalisme e della Pop Art internazionale. Artista dalla multiforme personalità e dalle concezioni visive intense e sempre allineate ad un gusto avanguardistico.
Rotella nasce a Catanzaro nel 1918 da una famiglia della media borghesia. Dopo aver conseguito il diploma, venne chiamato alle armi nel 1941. Lasciato l’esercito due anni dopo, continuò gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, per poi trasferirsi nel 1945 a Roma, dove frequenta l’avanguardia degli artisti romani riuniti nel Gruppo Forma I.
Gli esordi
La prima fase della sua attività è caratterizzata dalla sperimentazione di stili pittorici diversi che lo porterà a rivoluzionare i linguaggi artistici del dopoguerra. Il suo percorso artistico inizia come pittore figurativo proseguendo poi come pittore astratto-geometrico, ispirandosi ai pittori Kandinskij e Mondrian. Nello stesso periodo sperimenta anche la poesia fonetica, che egli stesso chiama con il nome inventato, epistaltica.
Inizia nel 1947 a partecipare alle esposizioni, con la Mostra Sindacale di Arti Figurative e con quelle annuali dell’Art Club. Ma la sua prima mostra personale arrivò nel 1951, presso la Galleria Chiurazzi di Roma, con opere astratto-geometriche che però non riscossero molto successo. Il suo nome però cominciò a suscitare notevole interesse, tanto che, nello stesso anno, venne chiamato per esporre a Parigi, al Salon des Realistés Nouvelles, e negli Stati Uniti in qualità di “Artist in Residence”, all’Università di Kansas City. Fu proprio negli Usa che ha l’opportunità di conoscere i rappresentanti delle nuove correnti artistiche: Robert Rauschenberg, Oldenburg, Twombly, Pollock e Kline.
L’invenzione del Dècollage
Mimmo Rotella torna in Italia nel 1954 e si stabilisce a Roma dove, ebbe una profonda crisi artistica. Comprese che il mezzo pittorico non era più adatto per l’espressione della sua poetica, tanto che sentì la necessità di utilizzare nuovi strumenti. Fu così che nacque il Dècollage, una nuova tecnica caratterizzata dallo strappo di manifesti pubblicitari affissi nelle strade, i cui frammenti vennero incollati sulla tela, per dare vita ad opere originali. E’ praticamente l’opposto del collage che avviene con una sovrapposizione di immagini, a differenza del décollage che opera attraverso una sottrazione dell’immagine mediante strappi ed abrasioni.
Cercò quindi di fondere il collage dei cubisti con elementi di matrice informale e soprattutto con il ready-made dadaista. Nei primi lavori Rotella utilizza i manifesti pubblicitari scollandoli dal loro supporto di lamiera, assemblandole su tela con pochi interventi di strappi che eseguiti con voluta sapienza, non casuali. Esempi memorabili di questa fase sono Un poco in su e Collage, oppure la serie Cinecittà, dedicata al cinema mondiale con i volti dei grandi miti di Hollywood.
Nuove tecniche
Insieme ai décollages, Rotella esegue anche assemblages e ready-made con oggetti acquistati da rigattieri come tappi di bottiglia, corde, ceste di vimini e pezzi di stoffa. Questo rimando si avvicina alle pratiche coeve della Pop Art inglese e statunitense. Il suo lavoro si concentra anche sulla definizione di nuove tecniche, come ad esempio la Mec Art, con cui realizza opere servendosi di procedimenti meccanici su tele emulsionate. Continua la sperimentazione con la serie degli Artypo, ovvero prove di stampa tipografiche scelte e incollate liberamente sulla tela, che venivano plastificate rendendole più gradevoli e accattivanti.
Durante gli anni 70, Rotella diede vita a due nuove tecniche, il Frottage e l’Effaçage. Nel primo lavora con solventi delle immagini tratte dalle riviste che scolorite, vengono ricalcate su un foglio di carta bianco. Lo stesso procedimento a solventi avviene per l’Effacage, ma non attraverso il ricalco e l’impronta, ma con il cancellamento delle immagini. Gli anni ’80 vedono altre tre nuove sperimentazioni di Rotella, ovvero i Blanks, le Sovrapitture e le Lamiere. I Blanks consistono nella copertura dell’immagine con fogli monocromi lasciando dei vuoti, le Sovrapitture sono invece degli interventi grafici, realizzati con colori acrilici, sui décollage. Per ultimo le Lamiere sono dei décollage eseguiti direttamente sulla lamiera delle affissioni pubblicitarie.
MAc Art
Artypo
Frottage
Effacage
Blanks
Sovrapitture
Ultimi anni
Durante gli anni 90, venne più volte invitato alle mostre di Parigi e di New York, ma anche alla Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma. Nel 2000 invece, venne costituita, per volontà dell’artista, la Fondazione Mimmo Rotella, che seguì l’artista fino alla morte, affiancandolo nelle varie attività e aiutandolo nell’organizzazione di mostre e nella pubblicazione di monografie. Riceve inoltre la laurea honoris causa in Architettura all’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria. Ancora in piena attività, si spegne a Milano l’8 gennaio 2006, all’età di 88 anni.
Architetto, urbanista, pittore e designer svizzero naturalizzato francese, Le Corbusier nacque il 6 Ottobre del 1887. Tra le figure più influenti della storia dell’architettura contemporanea, viene ricordato come maestro del Movimento Moderno. Pioniere nell’uso del calcestruzzo armato in architettura, è stato anche uno dei padri dell’urbanistica contemporanea, capace di fondere l’architettura con i bisogni sociali dell’uomo medio, rivelandosi geniale pensatore della realtà del suo tempo.
Nato nel 1887 in Svizzera, con il nome Charles-Edouard Jeanneret-Gris. Fin da piccolo venne spinto nella direzione dell’attività di famiglia, ovvero la smaltatura e la creazione di orologi validi e minuziosi. Fu per questo che all’età di 13 anni, i genitori lo iscrissero alla scuola d’arte, dove però entrerà in contatto con i fondamenti di quella che diventerà la sua carriera e la sua passione. Fu grazie al consiglio del suo maestro Charles L’Esplattenier, che Charles si avvicinò all’architettura, dando vita all’età di 18 anni alla sua prima abitazione realizzata, villa Fallet.
Viaggi ed esordi
Emozionato dalla sua prima costruzione, Le Corbusier, preso da un’irrefrenabile creatività, decise di investire i suoi soldi in un viaggio in tutta Europa con cui completare la propria educazione architettonica. Soggiornò soprattutto a Vienna, dove scopre gli ambienti della Secessione viennese, e a Berlino dove conobbe Gropius e Mies Van der Rohe. Visitò inoltre le principali città italiane, studiando le architetture del passato per i materiali, i colori e le forme. Questo studio irrefrenabile continuò fino al 1920, anno in cui cominciò realmente a lavorare come architetto.
Durante la fase di apprendistato si stabilì a Parigi, all’epoca città piena di arte e di cultura, dove visitò la modernissima Torre Eiffel, ma anche Notre-Dame, il museo del Louvre e le più recenti mostre artistiche, dove scoprì Matisse e Cézanne. Egli, tuttavia, era giunto a Parigi anche per consolidare la propria notorietà in ambito architettonico, intrecciando una vastissima rete di conoscenze. Fu in questo periodo che si avvicinò ai fratelli Auguste, Gustave e Claude Perret, pionieri dell’uso del cemento armato in architettura, dai quali assimilò una nuova concezione del costruire, basata su una sintesi tra i bisogni dell’uomo e le moderne tecniche edilizie.
La nascita di “Le Corbu”
Solo nel 1917, il celebre architetto-pittore ricevette le prime commissioni a Parigi, arrivando a lavorare anche per il governo francese nella costruzione di diversi edifici in calcestruzzo. Parigi si rivelerà così patria delle sue maggiori creazioni, luogo in cui Charles ha la possibilità di fare la maggior parte delle sue esperienze. Fu nella capitale francese che conobbe l’amico e pittore Amédée Ozenfant, con cui fondò la rivista “Avant-garde.L’Esprit Nouveau“, incentrata sulle nuove tendenze dell’arte e dell’architettura europea. Anche se da subito osteggiato dagli accademici per il suo stile rivoluzionario, venne successivamente riconosciuto a livello mondiale, lasciando una traccia indelebile e profonda nelle moderne concezioni architettoniche ed urbanistiche.
Fu proprio per questa rivista che diede vita allo pseudonimo con cui passerà alla storia. Nasce così Le Corbusier, ispirato al nome del nonno Lecorbesier e al cognome del suo maestro L’Eplattenier. Presto diventa il suo nome d’arte, anche con l’abbreviazione in Le Corbu, che in francese suona come le courbeau, il corvo, motivo per cui iniziò a firmarsi anche con la sagoma stilizzata di un piccolo corvo.
Il pensiero architettonico
La rivista ebbe una maturazione nel 1923, diventando il un trattato organico, intitolato Verso una Architettura, sostenendo che l’arte del progettare e costruire è più efficace della politica nella realizzazione di una società giusta e democratica. Secondo lui sono 5 i principi che guidano la mente dell’architetto. Primi fra tutti sono i Pilotis, ovvero pilastri sottilissimi che sorreggono l’edificio e lo sollevano dal suolo. Poi il Tetto Terrazza, con giardino pensile e lucernario, che non isolino lo spazio architettonico da quello esterno. Il terzo elemento è la finestra a nastro, formata da una lunghissima vetrata che attraversa e sostituisce la parete stessa. Le piante libere dei vari piani dell’edificio e per ultima la facciata libera.
Ai 5 punti possiamo senz’altro aggiungere altri tre aspetti fondamentali, nel suo sistema progettuale. Il primo è l’utilizzo del cemento armato, con cui realizzare una struttura che sia allo stesso tempo solida e leggera, ariosa ma stabile. Il secondo è l’utilizzo di uno schema modulare, dove ogni elemento dell’edificio dovrà essere multiplo o sottomultiplo del modulo stesso, garantendo in questo modo un aspetto armonico. Ecco perchè farà spesso attenzione a canoni matematici, iniziando una ricerca di una proporzione standardizzata, per dare vita ad un nuovo sistema proporzionale, chiamato Modulor. Il terzo aspetto è la razionalità delle forme, costituita da linee rette, perpendicolari e pulite, con colori essenziali e uniformi.
Opere più importanti
Le Corbusier riuscì a realizzare settantacinque edifici in dodici nazioni del mondo, quasi cinquanta progetti urbanistici, tra cui una nuova città e centinaia di progetti non portati a realizzazione. Fu nel 1928 che realizzerà l’opera che racchiude tutte le idee formulate nel suo trattato, ovvero Villa Savoye, uno dei capisaldi del razionalismo architettonico europeo. Si tratta della residenza di campagna del ricco finanziere Pierre Savoye, immersa nel verde e circondata da un bosco. Qui ritroviamo i pilotis, la facciata continua a vetrata, il giardino sospeso e la copertura solarium.
Un’altra struttura realizzata fu la Cappella di Notre-Dame du Haut, al confine con la Svizzera ed entra a pieno titolo nella produzione di architettura religiosa di Le Corbusier. La struttura ha linee particolarmente originali, rese possibili anche dall’utilizzo di materiali come il cemento armato. Nello specifico, la forma del tetto riproduce quella di una vela rovesciata che punta direttamente verso il cielo. Colori neutri e grande leggerezza della struttura, resa possibile dal fatto che il peso della copertura non poggia sui muri, ma sui pilotis.
Piccole città utopiche
Negli anni trenta Le Corbusier recupera il tema rinascimentale della città ideale, adattandolo però alle esigenze di una moderna metropoli. Fu infatti nel 1951, che realizzò questo sogno, quando gli venne commissionata Chandigarh, la città d’argento, nuova capitale del Punjab situata tra le colline dell’Himalaya. Una città utopica e modernista, pensata per rompere i legami con il passato coloniale del Paese. L’obiettivo era quindi quello di creare una città moderna, una rinascita totale rispetto al passato. Si tratta di un progetto unico nel suo genere, che però non decollò mai, in quanto fu considerato un ambiente straniante, dove non si respirano le tradizioni e la cultura del popolo indiano.
Il luogo dove forse meglio si concretizza l’impegno di Le Corbusier in campo urbanistico è invece la città francese di Marsiglia. L’Unité d’Habitation è un enorme complesso residenziale, un vero quartiere più che un edificio, dall’aspetto semplice e spartano, con superfici di cemento lasciate a vista. Formato da diciassette piani per 1.600 persone, con più di trecento appartamenti in venti diversi tagli, dal monolocale al grande appartamento per una famiglia numerosa. Inoltre sono presenti anche servizi e negozi, come in un moderno centro commerciale, e sul tetto piscine e giardini. Uno spazio che oggi è pienamente inserito nel tessuto urbano e che ospita una fervente vita sociale e culturale.
Diego Velazquez fu una figura di grande rilievo della pittura spagnola del Seicento e il pittore prediletto alla Corte di Filippo IV di Spagna. Fu uno degli artisti più rappresentativi dell’epoca barocca e un grande ritrattista. Fu proprio nella ritrattistica reale barocca che realizzò una delle sue più grandi opere, intitolata Las Meninas, realizzata nel 1656.
Las meninas, che tradotto in italiano sarebbe ‘Le damigelle’, fu una delle sue opere più complesse e concettuali, per la composizione originale che trasmette un senso di vivida realtà ma che, al tempo stesso nasconde una fitta rete di significati. Sappiamo che l’opera venne realizzata presso il Cuarto, la Sala Principale del Principe nell’Alcázar di Madrid, che è la stanza raffigurata nel dipinto, e che le figure nell’opera siano i reali e i servitori di corte.
Descrizione dell’opera
Il soggetto dell’opera, che a un primo sguardo sembrerebbe un ritratto di gruppo regale, risulta, invece, piuttosto misterioso. Protagonista del dipinto al centro della tela, c’è l’Infanta Margherita di circa cinque anni, nata dalle seconde nozze di Filippo IV con Marianna d’Austri. La principessa viene qui circondata da due damigelle d’onore, le meninas appunto, e due nani, per distrarla durante la posa lunga e noiosa. In secondo piano e sullo sfondo compaiono invece, altri personaggi della corte reale, servitori e responsabili della sicurezza.
Le due particolarità di questo dipinto sono nella rappresentazioni di alcuni personaggi. Primi fra tutti, le due figure della regina Marianna d’Austria e del re di Spagna Filippo IV, che vengono riflesse nel piccolo specchio presente alla destra della piccola Margherita. Mentre ancora più insolita è la presenza dell’artista stesso, che si raffigura nella scena, accanto alla principessina, mentre dipinge la sua enorme tela, e sembra guardare lo spettatore negli occhi. In realtà attraverso un gioco di riflessi e prospettive, scopriamo che in realtà fissa la coppia reale collocata al di fuori del quadro in posa e riflessa nello specchio appeso sulla parete di fondo.
L’originalità e l’illusionismo
Las Meninas ha un significato che è ovvio per qualsiasi osservatore, in quanto si tratta di un ritratto di gruppo ambientato in un luogo specifico e popolato da figure identificabili. Anche gli aspetti estetici del dipinto sono evidenti, perchè l’ambientazione e lo spazio sono resi credibili e veritieri grazie ai numerosi dettagli realizzati. Si rivela molto abile nel creare la prospettiva e nell’utilizzare il chiaroscuro per la resa dei soggetti, che sono posizionati in maniera strategica per creare più piani visivi e diagonali. Velázquez compie un decisivo passo in avanti nel percorso verso l’illusionismo, che era uno degli obiettivi della pittura europea nella prima età moderna.
L’originalità di questo dipinto infatti è data dal gioco di “controcampo” con cui lo spettatore si trova collocato nello stesso luogo dove stanno i sovrani, ed è di conseguenza proiettato dentro il quadro e coinvolto nella rappresentazione. Vi è un capovolgimento del punto di vista, in quanto il dipinto non è più, come di consueto, visto dal lato del pittore ma da quello di coloro che vengono ritratti, in questo caso i due sovrani. Se il soggetto ritratto fosse la principessina, allora la posizione dell’artista sarebbe sbagliata, ma dovrebbe invece trovarsi davanti alla bambina e conseguentemente dare le spalle allo spettatore.
Interpretazioni
Molto probabilmente, sono i due sovrani i protagonisti del ritratto, e quindi la posizione del pittore sarebbe giusta. Accettando questa interpretazione, si deve immaginare che il pittore stesse lavorando con i sovrani in posa, quando all’improvviso entrò la principessa con il suo corteo di damigelle. L’artista rimase così colpito dalla curiosa situazione che volle ridipingerla, proponendola al pubblico dal punto di vista dei reali. Ma anche questa seconda lettura non convince, in quanto il comportamento delle damigelle è troppo disinvolto per essere al cospetto delle due altezze reali, tanto da ignorarli del tutto.
Ecco, dunque, che si deve tornare alla prima ipotesi. Velázquez stava davvero ritraendo la principessa, quando all’improvviso arrivarono i sovrani, alle sue spalle, cogliendo tutti alla sprovvista. Il pittore ha ruotato di 180° la sua posizione nel dipinto, riportando sé stesso all’interno della finzione pittorica. Tutto ciò per rendere il quadro ambiguo, per giocare a nascondere un significato dentro l’altro, e per trasformare il ritratto di corte in una scena di genere vivace ed enigmatica. Inoltre, assumendo questa posizione privilegiata frontale, l’artista evidenzia orgogliosamente il proprio ruolo all’interno della corte di Spagna.
Nato a Cesena il 5 ottobre 1924, Alberto Sughi è principe dei pittori italiani del “realismo esistenziale”. Autodidatta, l’artista si spostò tra Cesena, Torino e Roma alla ricerca del suo stile pittorico. Inizia a dipingere verso l’inizio degli anni ’50 scegliendo una pittura realista, in contrasto con le tendenze del dopo guerra.
Anche se vicino al Partito Comunista Italiano, Sughi non accetta comunque di sottostare alle sue precise indicazioni in campo artistico, soprattutto dopo la scissione tra astrattisti e realisti indotta dall’intervento di Palmiro Togliatti. Ecco perché si dedica a una personale ricerca figurale dedicata al malessere interno dell’uomo e della società.
Alberto Sughi, Tema della cena – Photo Credits: web
Verso uno stile cupo e gelido
L’artista basò tutta la sua vita ai temi della solitudine umana: della incomunicabilità, della impossibilità di un dialogo, dell’alienazione, e di una difficoltà di vivere. Temi che con lui scindono da precise condizioni sociali, politiche e civili, diventando come un male interiore di tutti i tempi e di tutte le stagioni dell’uomo.
Ad esempio, le periferie delle grandi città, viste come elemento di socializzazione, per Sughi risultano invece luoghi di solitudine individuale. Mentre le figure umane solitarie e senza meta sono i suoi soggetti preferiti. I suoi quadri si fanno sempre più cupi e il racconto acquista toni gelidi e aspri.
Alberto Sughi, Tema dell’amore e dell’immaginazione della famiglia – Photo Credits: web
I quattro cicli pittorici dell’artista
Il suo lavoro procede per cicli tematici entro i quali intraprende temi iconografici specifici e mutazioni stilistiche. Dal 1971-1973 si dedica alle cosiddette “pitture verdi” dedicati al rapporto tra l’uomo e la natura. In seguito dal 1975-1976 vi è il ciclo “La cena” mettendo in rapporto uomo e cibo. A inizio degli anni Ottanta ci fu la serie “Immaginazione e memoria della famiglia”, per poi passare a studi più introspettivi con l’ultimo ciclo “La sera”.
Ed è proprio quest’ultima parentesi tematica che caratterizza le opere più importanti dell’artista. Sottolinea un’ amara riflessione sul proprio ruolo e sul valore della sua esistenza, in una società in cui le risposte alle eterne paure dell’uomo vengono cercate unicamente nel denaro, nella politica e nella scienza. Tratta infatti scene della vita quotidiana, monotona e triste.
Alberto Sughi, Notturno – Tema della Sera – Photo Credits: web
Ultimi anni, tra onorificenze e mostre importanti
Sughi ha partecipato alle più importanti mostre collettive, dalla Biennale di Venezia alla Quadriennale di Roma. Anche all’estero, dove ha esposto, tra le tante, alla Manezh Gallery di Mosca (1978) e alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Praga (1986). Nel 1994 è stato nominato direttore dell’Ente della Quadriennale di Roma.
Muore a Bologna il 31 marzo 2012 all’età di 83 anni.
Pittore francese attivo nell’Ottocento, Jean-Francois Millet nacque il 4 Ottobre del 1814. Considerato uno dei maggiori esponenti del Realismo pittorico in Francia, perchè concentrò la sua arte sulla riproduzione del reale e della vita quotidiana. In particolare, Millet si concentrò sul tema del lavoro in campagna, il suo soggetto preferito.
Nato nel 1814 a Gruchy, un piccolo gruppo di case sulla riva del mare di Normandia, da una famiglia di contadini benestanti. Fu proprio grazie a quest’ambiente che si appassionò di lavori in campagna e di natura, tanto da amarla riprodurre nei suoi primi schizzi. Fin da piccolo venne accompagnato dal padre nella vicina Cherbourg, dove inizia a studiare pittura sotto il ritrattista Paul Dumouchel, senza mai abbandonare il duro lavoro dei campi per aiutare la famiglia.
Gli esordi artistici
Nel 1837, grazie ad una borsa di studio, si trasferì a Parigi per entrare come allievo nell’atelier di P. Delaroche nell’Accademia di Belle Arti, aspirando all’esposizione delle sue opere nei Salon parigini. Nella sua formazione ebbe grande importanza anche il suo personale interesse per i maestri del passato che il giovane artista studiò frequentando il museo del Louvre. Ritorna a Cherbourg nell’inverno 1840-1841, dove decise inizialmente di dedicarsi alla ritrattistica, genere molto apprezzato nella piccola cittadina, per poi sviluppare una mediocre produzione di dipinti a soggetto mitologico.
Dal 1847 cominciò a frequentare altri artisti dell’epoca come Honorè Daumier, J. Duprè, C. Troyon, grazie ai quali iniziò ad interessarsi a tematiche sociali. In particolare, Millet si concentrò sul tema del lavoro in campagna, che divenne di qui in avanti il suo soggetto preferito, affine alla sua sensibilità artistica. Fu in quegli anni che sviluppò uno stile naturalistico nuovo, che avrà importanti conseguenze nella pittura, tanto da influenzare l’amico Courbet, ma successivamente anche Van Gogh, Pissarro, Saurat, Gauguin e Segantini.
Le tematiche e lo stile
La vera rivoluzione nella sua arte, improntata a un naturalismo crescente, si verifica verso la fine degli anni quaranta, in significativa coincidenza con la rivoluzione del 1848 e con il trasferimento nella foresta di Fontainebleau. Millet fu in questo periodo che si orientò definitivamente verso la fonte più vera e sentita della sua ispirazione artistica, ovvero la vita agreste. I suoi quadri, in tal senso, furono rivoluzionari, poiché conferì ai suoi contadini una solennità e una dignità quasi eroica, realizzando una vera e propria “epopea dei campi”.
La tradizione accademica viene sì abbandonata per quanto riguarda i soggetti, ma recuperata da Millet nella composizione delle opere. Infatti, a differenza degli altri pittori realisti, i suoi dipinti si distinguevano per la geometria delle forme, l’armonia delle composizioni, l’equilibrio tra le luci e le ombre e il bilanciamento dei colori. Sono tutte caratteristiche di impostazione classica, che Millet acquisì soprattutto con lo studio del genio di Michelangelo. Infatti, Millet non utilizzò i suoi dipinti come strumento di denuncia sociale ma, anzi, li ricolmò con intensi coinvolgimenti lirici e sentimentali, dove tutto ha un tempo stabilito e controllato, quasi liturgico.
La produzione a Barbizon
Nel 1848 iniziò a riscuotere i primi successi al Salon, grazie alle sue tele più acclamate, come Il seminatore, opera che, pur venendo aspramente criticata dalle firme più conservatrici, riscosse i plausi dei repubblicani e dei critici di sinistra. Nello stesso anno, si trasferì definitivamente a Barbizon, un piccolo borgo di campagna nella foresta di Fontainebleau, spunto per i suoi dipinti. Borgo che divenne anche meta di ritrovo di un gruppo di pittori paesaggisti, i pittori di Barbizon, con i quali Millet condivise l’interesse per la natura, anche se inizialmente non aderì subito alla loro ricerca concentrata su una pittura esclusivamente di paesaggio.
Tra le opere più famose che Millet dipinse in questi anni si possono ricordare le Spigolatrici e L’Angelus, opere dove esce fuori la condizione umana dei lavoratori, che se pur inseriti nel contesto naturale della campagna, rimanevano sempre dominanti nel quadro come figure eroiche con la loro difficile e ingiusta condizione di vita. Fu a partire dal 1863, che influenzato dai pittori di Barbizon, Millet cominciò ad interessarsi maggiormente al paesaggio autonomo, dando vita a dipinti nuovi come Hameau-Cousin a Géville e Primule.
Ultimi anni
Portò avanti questa ricerca, dedicandosi dal 1868 al 1873 ad una serie di dipinti che fanno parte del Ciclo delle stagioni nei quali sembra rendere omaggio a Poussin. A differenza di quest’ultimo però, Millet nei suoi paesaggi non si ricollega alla Bibbia, mostrando piuttosto una natura contemplata nella sua bellezza, osservata nei suoi aspetti più mutevoli delle stagioni e nel suo potere di suscitare emozioni. Lavori che sembrerebbero preannunciare l’Impressionismo o il Simbolismo. Di questo periodo ricordiamo opere come il Crepuscolo e La Primavera.
Nel 1867 Millet fu nominato Chevalier de la Legion d’Honneur e alla fine degli anni ’60 ricevette il giusto riconoscimento per le sue opere, seguito dal successo finanziario. Le sue opere sono state in seguito esposte in mostre internazionali. Indebolito però da una malattia di lunga durata, morì il 20 gennaio 1875 a Barbizon.
Attrice teatrale italiana, soprannominata la divina, Eleonora Duse nacque il 3 Ottobre del 1858. Venne definita la più grande attrice teatrale di tutti i tempi, vista come simbolo del teatro moderno grazie alla sua sensibilità recitativa e alla sua naturalezza. Acclamata da tutti, compì tournée all’estero, recitando però sempre in italiano.
Eleonora nacque a Vigevano nel 1858 in una famiglia di attori. Infatti i genitori furono una coppia di attori girovaghi, così come il nonno Luigi Duse, uno dei più popolari attori di commedie veneziane dialettali e gestore di un proprio teatro. Fu per questo che fin da piccola, Eleonora Duse, entrò in scena sul palcoscenico, già all’età di soli quattro anni. Il suo primo ruolo fu per l’opera teatrale I miserabili riportato da una locandina del Nobile Teatro di Zara nella primavera del 1863.
Gli esordi e l’adolescenza
La futura attrice trascorse un’infanzia durissima. All’età di 12 anni, la madre finisce ricoverata in ospedale per una malattia, così Eleonora inizia a farsi carico delle parti femminili principali. Nel frattempo frequenta la scuola dove, a causa del mestiere di famiglia, viene lasciata in disparte dai compagni e pressoché ignorata dagli insegnanti. Impara così a leggere e scrivere dal padre, durante i continui spostamenti dovuti alla compagnia teatrale, ma anche alla fuga dai disordini dovuti ai moti di quel periodo.
Appena ventenne, Eleonora fu all’arena di Verona, interpretando Giulietta in modo inaspettato e del tutto nuovo, sorprendendo il pubblico. Ottenne un grande successo, tale da convincerla a recitare in un progetto artistico vero e proprio. Nel 1875 entrerà nella compagnia Pezzana-Brunetti, dove ottenne il ruolo di seconda donna. Mentre nell’anno successivo, venne assunta dalla compagnia Ciotti-Belli-Blanes, trasferendosi a Napoli, all’epoca città cosmopolita e ricca di eventi culturali. Fu qui che alcune memorabili interpretazioni, come Teresa Raquin di Émile Zola, le procurarono presto l’adorazione del pubblico e l’entusiasmo della critica.
La Divina Duse
La compagnia Ciotti-Belli-Blanes, lavorava soprattutto al Teatro dei Fiorentini, inizialmente di proprietà della principessa di Santobuono. Gestione che però si rivelò deludente, tanto che molti attori si sciolsero dalla compagnia, tra cui Eleonora stessa, aggregandosi allo stesso tempo a quella di Cesare Rossi che operava maggiormente a Torino. Quando l’attrice principale lasciò il gruppo, Eleonora diventò prima donna della compagnia Rossi e protagonista di tutti pezzi, facendosi conoscere in tutta Italia. Di aiuto fu anche il marito Tebaldo Checchi, che si rivelò un ottimo manager per la moglie, a cui si deve la costruzione della leggendaria figura della Duse.
Gli attori tradizionali seguivano delle regole precise nei gesti da proporre al pubblico e soprattutto nell’impostazione della voce, rifacendosi alla tradizione del teatro dell’arte. Eleonora Duse scelse invece di essere controcorrente, usando pochissime decorazioni di scena e lasciando il palco quasi vuoto, incentrando tutto su se stessa. Inoltre decise di non farsi truccare e di non calcare in maniera eccessiva voce e gesti, ma al contrario di affidarsi alle espressioni del volto e all’uso sapiente del ritmo fra parole e silenzi. Attrice con un animo sensibilissimo e sempre rivolto alla ricerca del miglioramento, Eleonora Duse, rafforza le sue doti innate anche attraverso la cultura e lo studio calandosi in ruoli artisticamente sempre più alti.
La fama con la Compagnia Rossi
Con la compagnia di Rossi, la Duse si spostò in tutta Italia, tra Roma, Milano, Torino, fino a partire per il Sudamerica nel 1885. Una volta ritornata in Italia, però la compagnia si scioglie ed Eleonora ne fonda una propria, chiamata la Compagnia della Città di Roma in società con Flavio Andò. Diventa quindi responsabile della scelta del repertorio e dei componenti della troupe, ha libertà nella scelta anche di pezzi audaci e poco conosciuti dal pubblico italiano.
La sua fama e della sua compagnia la porta in tournèe in tutto il mondo, dall’Egitto, alla Russia dando voce ad autori italiani contemporanei, anche meno conosciuti. Si reca anche in Austria dove ottenne un enorme successo, tanto che un impresario locale la convince a intraprendere una tournée anche nel nord America. Una volta però negli Stati Uniti, si accorse il pubblico americano non era ancora abituato all’originalità del teatro europeo, e soprattutto al suo modo particolare di recitare. Così non trovò molti riscontri in America, tanto che amareggiata decise di sciogliere la compagnia.
Relazione con Gabriele D’Annunzio
Ritornata in Italia, soggiorna a Venezia, dove entrò a far parte del circolo di artisti e scrittori della città lagunare, godendosi finalmente la tranquillità economica frutto di anni di lavoro. Fu proprio qui che la Duse si innamorò dell’intellettuale Gabriele D’Annunzio, con il quale oltre ad un bell’amore, crea un’alleanza artistica: lui avrebbe scritto opere e lei le avrebbe portate in scena. Fu grazie a lui che riprese le tournèe in Europa e negli Stati Uniti, portando in scena il dramma La città morta, creata dallo scrittore appositamente per lei.
Al ritorno in Italia, però i rapporti con D’Annunzio si incrinarono, soprattutto per le numerose incomprensioni, per le infedeltà di lui e la crescente stanchezza fisica di lei, ancora così ansiosa di mettersi alla prova ma dalla salute sempre più delicata. Nel 1900 D’Annunzio pubblica Il fuoco, un romanzo che narra la relazione fra un giovane poeta e La Foscarina, un’attrice già avanti con gli anni. Gli evidenti riferimenti autobiografici garantiscono il successo immediato ma anche le polemiche che segnarono la fine della loro relazione.
Ultimi anni
Dopo aver investito energie, idee e denaro nelle opere del suo ex, Eleonora dovette nuovamente costruirsi un repertorio, dedicandosi a opere inedite. Lavora e viaggia per un quarto di secolo, persino con la scoppio della Grande Guerra fa visita ai soldati, parla con loro, recita per loro, vende o impegna i pochi oggetti che le rimangono per offrire denaro alle famiglie in difficoltà. Nell’ennesima tournée negli Stati Uniti, già debole di polmoni, si ammala in modo grave e si spegne in una stanza d’albergo a Pittsburgh.
Nato in India il 2 ottobre 1869, Mohandas Karamchand Gandhi, detto anche il Mahatma (ossia la Grande Anima) è stato un politico indiano e leader del movimento per la libertà e l’indipendenza del suo paese. Fu famoso per i suoi ideali e per aver fondato la nonviolenza, un metodo di lotta politica che rifiuta ogni atto di violenza.
Per i primi venti anni della sua esistenza si comporta come qualsiasi altro ragazzo di buona famiglia. Frequentò il College a Mumbai, per poi imbarcarsi per Londra, dove si laureò in giurisprudenza ed esercitò l’avvocatura. Ma la vita frenetica della metropoli di Londra, lo portò a tornare nella sua città natale in India.
Gandhi diventa Mahatma
Si reca per affari in Sudafrica, dove visse dal 1893 al 1914. Qui prese coscienza delle condizioni di vita del paese e lottò contro le discriminazioni razziali, anche subite sulla sua pelle. A soli 24 anni, fonda il Natal Indian Congress, un’associazione per la difesa degli interessi indiani nell’Unione sudafricana.
Per ventun anni lotta per il Paese, riuscendo ad attuare riforme a favore dei lavoratori indiani, eliminando vecchie leggi discriminatorie, riconosciuti ai nuovi immigrati parità dei diritti e convalidati i matrimoni religiosi. Anche per questo motivo, la popolazione lo elegge Mahatma, un titolo onorifico sanscrito e significa «Grande Anima».
La lotta ideologica di Gandhi
Nelle sue lunghe battaglie, però ebbe una strategia di fondo completamente diversa da quella utilizzata dai suoi predecessori, e fu proprio per questo che ottenne grandi risultati. Cercò di non rispondere alla violenza, con altra violenza. Lottò per la forza della propria dignità e della giustizia. La non-violenza di Gandhi non fu sottomissione alla volontà di chi detiene il potere, ma la una ribellione della propria anima contro la volontà di tiranni.
Cominciò a predicare la teoria del Satyagraha, ovvero un rivoluzionario metodo di lotta politica, che consiste nel rifiuto di ogni atto che possa ledere fisicamente il nemico. Esso si basa su un antico principio induista e buddhista ovvero l’ahimsa, che significa non nuocere. Questo apparente segno di debolezza, in realtà cela una forza esplosiva che si estende a collettive forme di non collaborazione e di boicottaggio.
Dall’indipendenza alla sua morte
Con l’inizio della prima guerra mondiale, Gandhi torna in India e in seguito a degli scioperi, venne arrestato diverse volte. In uno di essi effettuò il suo primo sciopero della fame. Da questo episodio Gandhi divenne l’anima del movimento di resistenza. l Mahatma diventa così il capo politico e morale del movimento d’indipendenza, avvenuta solamente nel 1947.
Tuttavia, il processo d’indipendenza inizia con uno dei traumi più profondi del secolo scorso. Dai territori liberati nascono due stati autonomi, l’India per gli indù e il Pakistan per i musulmani, in continua guerra civile. Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Fu proprio il suo atteggiamento pacificatore, a non piacere ad un fanatico indù che lo uccise il 30 gennaio 1948, all’età di 78 anni.
Il 6 febbraio del 1948 due milioni di indiani partecipano al funerale di Gandhi. Secondo le sue ultime volontà, le ceneri vengono disperse nei più importanti fiumi del mondo Gange, Nilo, Tamigi, Volga. Il 2 ottobre di ogni anno, giorno del compleanno di Gandhi, viene commemorata la giornata internazionale della non violenza.
James Earl Carter, detto Jimmy, nasce in Georgia il 1° ottobre del 1924. Politico ed ex militare statunitense, Carter fu il 39º presidente degli Stati Uniti d’America dal 1977 al 1981.
Il futuro Presidente studiò e si laureò presso l’Accademia Navale del Maryland. Pochi anni dopo, lavorò all’interno di sottomarini prestando servizio alla Marina degli Stati Uniti. Dopo la morte di suo padre, però, lasciò la carriera militare prendendo le redini dell’azienda agricola della sua famiglia.
Jimmy Carter – Photo credits: web
Carter al Governo della Georgia
Ritornato nella sua città natale, Carter si buttò in politica e divenne 76º Governatore della Georgia il 12 gennaio 1971. Già da questo momento Carter si pose come un amministratore attento e all’avanguardia. Basò il suo governo su questioni ecologiche promuovendo una politica energetica che incentivasse le nuove tecnologie. Egli sviluppò l’uso di fonti di energia alternative, come ad esempio pannelli solari installati sul tetto della Casa Bianca.
Inoltre condusse una politica attenta al sociale. Disprezzò apertamente le barriere razziali e fornì pari finanziamenti di Stato a scuole sia ricche che povere. Istituì, inoltre, centri di aggregazione per i bambini con handicap e aumentò programmi educativi per i detenuti. Promosse, in aggiunta, la meritocrazia nell’assegnazione di promozioni a giudici e funzionari del governo statale.
Jimmy Carter alla presidenza degli Stati Uniti – Photo Credits: web
Verso la Casa Bianca
La sua immagine di politico non compromesso e la sua campagna elettorale etica, favorirono la sua vittoria sul presidente repubblicano Gerald Ford. Fu proprio il 20 gennaio 1977 che Carter si insedia alla Casa Bianca. Carter salì alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Continuò quel tipo di governo incentrato su questioni ecologiche e sociali, istituendo il Dipartimento dell’Energia e il Dipartimento dell’Istruzione.
Nonostante alcuni notevoli successi in campo internazionale, il peggioramento della situazione mondiale verso la fine degli anni Settanta, mise in difficoltà la sua azione politica. Questo provocò incertezze e contraddizioni che logorarono la sua popolarità nel paese. Fu un periodo difficile per l’economia americana. Carter tentò di contenere l’aumento dei prezzi, ma non poté nulla di fronte al crescente tasso di disoccupazione.
Jimmy Carter oggi – Photo Credits: web
Dopo la presidenza
Nel novembre 1980, Carter venne sconfitto alle elezioni presidenziali dal repubblicano Ronald Reagan. Dopo la fine del suo mandato, compirà importanti missioni diplomatiche. Attraverso l’istituzione del Carter Center, promosse la difesa dei diritti umani, l’abolizione della pena di morte e lo sviluppo economico e sociale nei paesi più svantaggiati. Il suo impegno gli vale nel 2002 il Premio Nobel per la Pace. Jimmy Carter, oggi all’età di 95 anni, detiene il primato del più longevo ex Presidente degli Stati Uniti.