ALMANACCO: 30 Settembre nasce il fumettista Francesco Tullio Altan

Autore di fumetti, disegnatore, sceneggiatore e autore satirico italiano, Francesco Tullio Altan nasce il 30 Settembre del 1942. Conosciuto più semplicemente come Altan, è una delle penne più velenose che mai si siano viste in Italia, ma capace anche di creare personaggi per bambini di tenerezza infinita, come la celebre “Pimpa”. Creò anche fumetti per un pubblico adulto e celebri biografie in chiave satirica di personaggi famosi come Cristoforo Colombo, Casanova e Francesco d’Assisi.

Nato a Treviso il 30 settembre 1942, figlio del grande antropologo friulano Carlo Tullio Altan. Fece i suoi primi frequentando la Facoltà di Architettura di Venezia, che però non porterà a termine per dedicarsi al cinema e alla televisione nel ruolo di scenografo e sceneggiatore.

L’impegno per i fumetti

Fu proprio questo lavoro che lo portò alla fine degli anni ’60 a Roma, dove ottenne le prime collaborazioni che prevedono vignette e illustrazioni. Nel 1970 si trasferisce a Rio de Janeiro, dove collabora con il cinema brasiliano e creando il suo primo fumetto per bambini pubblicato da un quotidiano locale. Continuò comunque la sua collaborazione regolare come cartoonist con giornali italiani, sulle pagine di Linus, dove prese vita il personaggio di Trino, un dio impreparato che si affanna nella creazione del mondo.

Nel 1975 torna in patria con una moglie brasiliana e una figlia nata nel frattempo, stabilendosi prima a Milano, poi ad Aquileia, nella casa di famiglia dove vive tutt’ora. In coincidenza con il suo ritorno in Italia, crea la cagnolina Pimpa, uno dei suoi personaggi più riusciti e famosi dell’artista, pubblicato inizialmente sul Corriere dei Piccoli. La Pimpa, la cagnolina a pois rossi dalle lunghe orecchie, arriva come cartone animato in TV per la prima volta nel 1983 inizialmente con la regia di Osvaldo Cavandoli e poi con la regia del napoletano Enzo D’Alò. Non venne trasmesso solo in Italia dalla Rai, ma anche in altri paesi europei, vincendo il premio “Cartoons on the Bay”.

Tra fumetto e satira

La Pimpa non è il solo personaggio per bambini creato da Altan. Oltre alla Pimpa infatti, ci sono Kika e Kamillo Kromo, altro personaggio che ottenne premi internazionali, e diventò cartoon sempre con regia di Enzo D’Alò e con musiche di Beppe Crovella. Fra i suoi romanzi a fumetti si contano anche “Ada”, “Macao”, “Friz Melone”, “Franz”, “Cuori Pazzi”, “Zorro Bolero”, tutti con varie traduzioni anche all’estero.

Ma Altan divenne celebre anche per il mondo artisticamente opposto ai cartoon, dando vita a fumetti impegnati e decisamente per adulti, comparsi anch’essi per la prima volta sull’ormai storico “Linus”, del quale Altan è collaboratore permanente. Le sue vignette di satira politica, pubblicate su “Panorama”, “Tango”, “Cuore” e “Smemoranda”, erano spesso accompagnate da celebri biografie in chiave semi-parodica di personaggi famosi, come Cristoforo Colombo, Casanova e San Francesco d’Assisi.

Nella politica

Decennale è la sua collaborazione con riviste come Linus, L’Espresso, Panorama e ultimamente con il quotidiano La Repubblica per il quale disegna vignette di satira politica. In genere, nelle vignette satiriche di Altan vengono raffigurate persone comuni, mentre quasi mai si trovano personaggi politici, tranne alcuni come Giovanni Spadolini, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.

Federica.

ALMANACCO: 29 Settembre nasce il pittore Caravaggio

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, dal nome del luogo di origine dei suoi genitori, nasce a Milano il 29 settembre 1571. Viene considerato uno dei più importanti pittori della storia dell’arte italiana, per la forte carica drammatica ed emotiva, ma anche per la teatralità delle sue opere che furono di ispirazione per molti artisti del barocco europeo.

Di famiglia benestante appartenente alla dinastia milanese dei Merisi. Suo padre, nominato il Marchese di Caravaggio, fu architetto, sovrintendente e amministratore di casa di Francesco Sforza, qualifica che gli dà diritto a percepire un reddito fisso. Caravaggio fin dalla più tenera età dovette fare i conti con la morte, infatti nel 1577 dovette fuggire dalla peste, malattia che uccise suo padre, il nonno e lo zio quando aveva solo sei anni.

Gli esordi artistici

La sua carriera artistica cominciò a tredici anni, quando tornò a Milano per diventare apprendista nella bottega del pittore manierista Simone Peterzano. Qui inizia ad assimilare la tradizione del realismo lombardo di Moretto, Romanino e Savoldo, esponenti delle scuole locali lombarde, entrando anche in contatto con la pittura di Lorenzo Lotto e dei Campi (famiglia di artisti cremonesi). Il periodo di apprendistato milanese termina nel 1588 quando Caravaggio è diciasettenne, da li non si ebbero più notizie sulla vita del giovane fino a quando l’artista si trasferì a Roma.

Fu nel 1593 che si trasferisce nella Roma di Clemente VIII Aldobrandini, iniziando a lavorare nella bottega del Cavalier d’Arpino, pittore locale di tradizione manierista. Nel periodo romano però, Caravaggio amava frequentare le osterie dei quartieri malfamati, trascorrendo le notti tra prostitute, giocatori di azzardo, risse e vino. Fu per questo che nei suoi dipinti, amava riprodurre scene della vita quotidiana, catturando l’umanità reietta e poverissima. Un’esempio di questa fedeltà al vero, è l’opera I Bari (1595) che gli fece guadagnare la stima di uno dei personaggi più importanti di Roma, ovvero il cardinale del Monte.

Le prime opere e committenze

Il Cardinale Francesco Maria del Monte, ambasciatore a Roma per il Granduca di Toscana, rimasto estasiato dalle opere di Caravaggio, decise di accogliere il giovane sotto la sua ala procurandogli importanti incarichi presso le istituzioni religiose. Il soggiorno nella sua corte durerà circa 5 anni, periodo in cui Caravaggio realizza molte delle sue iconiche opere, come Canestra di frutta, Bacco, Ragazzo morso da un ramarro, Riposo durante la fuga in Egitto, e molte altre. Fu grazie a queste opere che ottenne molte committenze da parte delle famiglie romane più influenti dell’epoca: i Giustiniani, i Barberini, i Borghese, i Mattei, i Vittrici, i Costa e i Patrizi.

Probabilmente grazie all’influenza del Cardinale, Caravaggio ottenne la sua prima importante commissione pubblica, quella per la chiesa di San Luigi dei Francesi. Decorò i laterali della Cappella Cantarelli con la Vocazione di san Matteo, opera che stupì tutti per la scelta dei soggetti dipinti. Nell’opera, Matteo viene rappresentato seduto al tavolo di una bettola, mentre Cristo lo indica per invitarlo alla redenzione. Mancano del tutto i toni estatici dei soggetti sacri, a favore di un maggiore realismo compositivo. Trasporta cioè il momento religioso e sacro, all’interno della vita quotidiana, introducendo i personaggi biblici in un bar malfamato. Ovviamente quest’opera venne ritenuta blasfema.

Il movimento caravaggesco

Anche se in molti criticarono Caravaggio e il suo stile crudo e blasfemo, le sue opere, con il passare del tempo ottennero un grande successo, dando vita ad un vero e proprio movimento caravaggesco. Le opere di Caravaggio colpiscono lo spettatore per l’equilibrio tra luci e ombre, ottenuto dalla collocazione attenta di lampade e candele nello studio. A prevalere sono gli sfondi scuri, abolendo quasi completamente lo sfondo paesistico dando l’attenzione solo sull’uomo. L’arte di Caravaggio è di forte realismo, prendendo i suoi modelli per strada, sono persone umili, prostitute, vecchi, garzoni.

Una tipologia di arte che da una parte, causò diversi rifiuti da parte di committenti, ricordiamo ad esempio l’opera La morte della Vergine che venne infatti rifiutata per l’eccessiva crudezza delle scena ma soprattutto perché Caravaggio scelse una prostituta annegata nel Tevere per dare volto e corpo alla Vergine. D’altro canto però il suo stile venne molto apprezzamento soprattutto da parte di altri artisti. Furono infatti molti i pittori che ne seguirono le orme aderendo al suo modo pittorico basato sui forti contrasti luminosi, e sull’estremo realismo della vita quotidiana. Tra questi riordiamo Orazio e Artemisia Gentileschi, Cecco da Caravaggio, Bartolomeo Manfredi, Ribera, Jean Valentin de Boulogne, e molti altri.

L’esilio e la latitanza

Dal 1600 la vita di Caravaggio diventò sempre più turbolenta, trovandosi spesso a dover fare i conti con la giustizia, avendo un carattere rissoso e inquieto. Fu nel maggio 1606, che durante una rissa, Caravaggio uccise Ranuccio Tommasoni, suo avversario in una partita di pallacorda. Fu per questo accusato di omicidio e condannato alla pena capitale, cosa che lo portò per i seguenti 4 anni a fuggire rifugiandosi in varie città d’Italia. Prima fra tutti cercò rifugio nel Regno di Napoli, dove diede vita ad una serie incredibile di pale d’altare.

Nel 1607 si reca a Malta dove viene insignito dell’Ordine di Cavaliere di Malta, realizzando moltissime opere il cui tema ricorrente è la decapitazione e la paura di morire, che descrivono esattamente il suo periodo di latitanza. Tra le opere maggiori ricordiamo la Decollazione del Battista, realizzata nel 1608. In seguito ad un’altra rissa in cui viene coinvolto, Caravaggio dovette fuggire anche da Malta, rifugiandosi prima a Siracusa, poi a Messina, a Palermo, e infine a Napoli nel 1609. Fu proprio a Napoli che venne ferito ed aggredito dai sicari, che lo lasciarono in fin di vita.

Ultimi anni

Ferito e debole, Caravaggio decise di intraprendere un faticoso viaggio a Roma, per invocare la grazia e la clemenza del pontefice, ma nel corso del viaggio le sue condizioni peggiorano irrimediabilmente. L’artista non raggiunse mai Roma, ma morì a Porto Ercole nel 1610.

Federica.

mARTEdì: la misteriosa isola dei morti di ARNOLD BöCKLIN

Lo svizzero Arnold Böcklin fu uno dei pittori tedeschi ed europei più ammirati e celebrati del XIX secolo. Esponente di spicco del Simbolismo, recuperò l’eredità del Romanticismo tedesco e del pittore Friedrich in particolare, sviluppando uno stile colto e carico di riferimenti letterari. Fu attivo tra la Germania e l’Italia, paesaggi che inserì nei suoi quadri, creando immagini oscillanti tra sogno e realtà, nonché paesaggi immaginari animati da figure mitiche.

L’Isola dei morti è considerato l’indiscusso capolavoro di Böcklin. Si tratta di un dipinto che l’artista realizzò in ben cinque versioni, tra il 1880 e il 1886, una sorta di produzione seriale, considerati una icona della pittura simbolista. Un sacco di artisti l’hanno studiata a fondo ed hanno cercato degli spunti per migliorare il proprio stile. L’opera infatti affascinò Sigmund Freud, Lenin, Georges Clemenceau, Giorgio de Chirico, Salvador Dalí, Gabriele D’Annunzio, ma soprattutto Adolf Hitler.

Storia dei committenti

La prima cosa da sapere, è che l’isola dei morti non è il titolo originale dell’opera. Il suo nome iniziale era Un luogo tranquillo, poi cambiato a causa di una curiosità del committente dell’opera. Fu Alexander Gunther, il mecenate dell’artista tedesco, a commissionare la prima versione dell’opera, ma dopo averla dipinta Bocklin venne stregato ed infatti decide di non consegnarla più ad Alexander. Molti rimasero colpiti dal lavoro di Bocklin, anche la contessa di Oriola che ordinò all’artista un’opera tutta per sè. Fu così che nacque la seconda versione, con colori e luminosità del tutto nuovi. Stessa cosa avvenne nel 1883 con il mercante d’arte Friz Gurlitt, per cui realizza una terza versione di questa inquietante isola, comprata poi da Hitler durante la guerra.

La storia della quarta tela è legata ad un periodo in cui Böcklin aveva problemi economici. Per intascare qualche soldo, modificò ancora una volta la sua opera sperando che qualcuno avrebbe apprezzato. Il suo lavoro entrò a far parte della collezione del barone Heinrich Thyssen, ma durante la seconda guerra mondiale venne distrutto in un bombardamento. C’è inoltre una quinta variante della tela realizzata nel 1886, commissionata dal museo di Belle Arti di Lipsia. Nel 1888, il pittore decise però di chiudere questa serie di inquietanti opere dipingendone un’altra intitolata l’Isola dei vivi, ovvero un’isola opposta alla precedente, con colori vividi e luce intensa, popolata da alberi in fiore, persone e animali di ogni genere.

Descrizione dell’opera

La scena rappresenta un’isola in un mare color petrolio che si infrange sugli scogli, mentre il cielo, scuro e minaccioso, è cosparso da nubi compatte e impenetrabili. Una piccola barca viene spinta a remi da un nocchiero, che richiama il personaggio dantesco di Caronte. Sulla prua della barchetta si scorge una bara, posta di traverso e coperta da un telo sul quale è stata deposta una ghirlanda di fiori rossi. Un’altra figura in piedi di spalle, coperta da un sudario bianco, potrebbe invece identificarsi con l’anima che accompagna il corpo all’ultima dimora o alla Morte stessa.

La barca sta per attraccare sulle coste di un’isola misteriosa a forma di C, sulla quale si innalzano colossali cipressi dalla punta aguzza, scogli vertiginosi e grandi lastre di pietra come sepolcri. Questo presuppone la metafora dell’inaccessibilità per i vivi del regno dei morti. L’isola infatti è sicuramente disabitata, ma la presenza della barca con la bara indica con certezza che si tratta di un cimitero solitario. L’atmosfera di doloroso enigma con l’esaltazione di un sublime potente e spaventoso, rimanda alle atmosfere del Romanticismo tedesco di inizio secolo. Ma la miscela impeccabile di antico e moderno e la ricchezza di simboli ne fanno un indiscusso capolavoro del Simbolismo europeo.

Interpretazioni

Essendo un quadro simbolista, sappiamo che non abbiamo una risposta certa riguardo l’interpretazione effettiva del quadro. Stando alle parole di Böcklin, la tela è un modo per riflettere sulla vita e la morte, in grado quindi di suscitare stati d’animo relativi a questi concetti. La barca in movimento è infatti la metafora del trapasso, del viaggio dell’anima nell’aldilà, con la connotazione di desolazione immersa in un’atmosfera misteriosa ed ipnotica. Si dice che questo quadro ha una valenza autobiografica, in quanto descriverebbe perfettamente il suo rapporto con il cimitero. Sappiamo infatti che Böcklin perse otto dei suoi quattordici figli prematuramente e rischiò più volte di morire per malattia.

L’isola appare realistica, in quanto si ispira a dettagli presenti nella vita reale, ma analizzando a fondo l’opera, saltano fuori un sacco di simboli. Le interpretazioni dell’Isola dei morti sono molte, in quanto l’isolotto è formato da un miscuglio di luoghi diversi. Ad esempio, le strane strutture in pietra sono molto simili a quelle del cimitero inglese a Firenze, dove venne sepolta sua figlia. Per quanto riguarda la base rocciosa inferiore, sembrerebbe ispirata a Pontikonisi, una piccola isola greca vicino Corfù, a Capri, a Ischia oppure l’isola di San Giorgio in Montenegro,

Rapporto tra l’opera e Hitler

Adolf Hitler, appassionato di occultismo, acquistò ad un’asta la terza versione della serie nel 1936 e la espose nel suo studio di Berlino e dalla quale non si separò mai, nemmeno in punto di more. Questo perchè il dipinto rispecchiava la curiosità dell’artista per la mitologia nordica, gli dei del Walhalla, le Valkirie, i miti e le allegorie di origine celtica. La stessa curiosità che spingeva il dittatore tedesco verso la ricerca delle radici della civiltà e cultura ariana, scoprendo simboli esoterici di origine celtica. Ad esempio la svastica, segno solare utilizzato poi per la follia nazista, la lancia del destino Heilige lunch, il Graal, l’Arca dell’alleanza, e molti altri.

Ma perché tanto interesse per l’Isola dei morti? Probabilmente perchè per lui l’isola rappresenta il pantheon ideale, dove riposare per sempre come un dio nordico venerato ma irraggiungibile dai comuni mortali.

Federica.

ALMANACCO: 28 Settembre muore il poeta André Breton

Poeta, saggista e critico d’arte francese, André Breton morì il 28 Settembre del 1966. Venne soprattutto conosciuto come poeta teorico del surrealismo, un movimento d’avanguardia creato da lui stesso le cui tecniche sono applicate ad ogni forma di arte. Come fondatore del movimento, curò la stesura di numerosi manifesti e riviste, mostre e incontri indirizzati alla diffusione delle teorie surrealiste.

André Breton nacque nel 1896 in Francia, nella cittadina di Pantin, dove si trasferì ancora bambino insieme alla famiglia. Qui frequenta l’Istituto Religioso Saint Elisabeth per poi entrare alla scuola comunale della città, dove si rivela uno studente eccellente. Anche se i genitori lo volevano ingegnere o ufficiale di marina, il giovane André sviluppò la passione per la poesia, tanto da iniziare a pubblicare piccole poesie sulla rivista scolastica, che firmerà con l’anagramma René Dobrant.

L’esordio poetico

Leggendo le opere di grandi poeti come Baudelaire, Mallarmé e Huysmans, si scoprì anche appassionato alle arti figurative, apprezzando molto l’arte primitiva a discapito del cubismo. Nel 1913 si iscrisse all’università per studiare Medicina, continuando però a scrivere poesie, che decise di sottoporre al giudizio critico di Paul Valéry. Ma lo studio venne ben presto interrotto, quando nel 1915 venne chiamato al servizio militare come infermiere per la Grande Guerra. Durante questo periodo di difficoltà scrisse la pièce Décembre e Age, il suo primo poema in prosa fortemente influenzato da Rimbaud.

Fu proprio in questa occasione che egli ipotizza anche di dedicarsi alla psichiatria. Infatti, a partire dal 1916 fece richiesta per entrare nei centri neuro-psichiatrici dell’ospedale a cui prestava servizio. In questo luogo entra in contatto con le teorie di Freud, che lo appassionano, tanto da praticare con i suoi pazienti il metodo dell’associazione libera, teoria della psicoanalisi che riutilizza nella sua ricerca poetica.  

Passaggio per l’arte e il dadaismo

La passione per l’arte e per la poesia, fu superiore alla Medicina. Fu per questo che abbandonò presto gli studi per lavorare per l’editore francese Gaston Gallimard nella rivista Nouvelle Revue Française. La sua scrittura fu alternativa, e le sue poesie mostravano il desiderio di rompere con la metrica classica. Il suo obiettivo, infatti, fu di rompere con la tradizione dell’Ottocento, in particolare con i simbolisti che hanno affascinato la sua adolescenza.

Questa visione lo fece partecipare con entusiasmo al Manifesto Dada 3 di Tristan Tzara, inisieme ad altri giovani poeti che costituiscono il nucleo di un gruppo che cambierà con il tempo, e con il quale fonda la rivista “Littérature“. Nel frattempo esce la sua prima raccolta di poesie, intitolata Mont de pieté, arricchita dalle illustrazioni di André Derain. Fu grazie a quest’ultimo ma anche all’amico Francis Picabia, che nel 1920 aderisce con convinzione al dadaismo. Idea che però abbandonò ben presto perchè ritenuta inconcludente.

Il Surrealismo di Breton

Fu solamente dopo l’abbandono del dadaismo che Breton si avvicinò al Surrealismo, firmando il primo Manifesto Surrealista, insieme ad altri amici del suo gruppo. Inizia a dirigere anche due riviste sul tema, ovvero La Rivoluzione surrealista dal 1924 al 1929, e Il Surrealismo al servizio della rivoluzione fino al 1933. Pubblica una moltitudine di poemi, saggi e riflessioni sull’arte che tenderanno sempre più ad essere provocatori e politici, tanto da far allontanare molti personaggi dal gruppo.

Breton, ormai sempre più politico, lascia il Partito comunista e si avvicina a Trockij, spostandosi anche negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale. Breton non rinuncia però ad un’attività frenetica, tanto che scrive Arcano 17, un racconto in cui l’evoluzione del surrealismo verso il culto d’Oriente, e persino l’occultismo, appare con evidenza. Con quest’opera denuncia i crimini di Stalin in URSS e prende posizione contro la guerra d’Algeria e contro il Nazismo. Nel 1940, scrive la Anthologie de l’humour noir, ma la distribuzione venne sospesa, con l’entrata di Hitler a Parigi. Il libro venne censurato e il suo nome fu sulle liste di comunisti.

L’esilio e gli ultimi anni

Breton, decise così di andare in esilio, rifugiandosi inizialmente nel sud della Francia, a Marsiglia su una nave diretta in Martinica, e infine a New York. Ritornato in Francia però, André Breton si sentì disorientato, anche per i numerosi mutamenti in ambito intellettuale, tanto che in molti iniziarono a considerare il surrealismo qualcosa di sorpassato. Fu così che nel 1947, organizza una mostra insieme con Duchamp che vorrebbe rilanciare il surrealismo, ma il risultato fu è dei migliori. André Breton muore il 28 settembre del 1966 a Parigi, dove fu portato dopo una crisi respiratoria.

Federica.

ALMANACCO: 27 Settembre nasce Cosimo de’ Medici

Conosciuto come importante politico e banchiere italiano, Cosimo di Giovanni de’ Medici nacque il 27 Settembre del 1389. E’ stato il primo signore de facto di Firenze e il primo uomo di Stato di rilievo della famiglia Medici. E’ soprannominato anche Cosimo il Vecchio o Pater patriae, ovvero padre della patria, proclamato dalla Signoria fiorentina dopo la sua morte. Amante delle arti e del pensiero umanista, Cosimo investì gran parte del suo enorme patrimonio per abbellire e rendere gloriosa la sua città natale, chiamando artisti e costruendo edifici pubblici e religiosi.

Nato nel 1389 a Firenze, Cosimo fu educato presso il circolo umanista del monastero dei Camaldolesi, sotto la guida di Roberto de’ Rossi, grazie al quale apprese il latino, il greco, l’arabo, ma anche nozioni teologico-filosofiche e artistiche. Oltre alla formazione umanistica, ricevette nozioni di mercatura e finanza dal padre Giovanni, famoso finanziatore della Chiesa Romana, e colui che rinforzò la posizione dei Medici a Firenze.

La fortuna del Banco mediceo

Fu nel 1414 che Cosimo, verrà nominato priore di Firenze e l’anno seguente, accompagnò l’antipapa Giovanni XXIII (al secolo Baldassarre Cossa) al Concilio di Costanza. Con la morte di quest’ultimo, Cosimo e il padre furono nominati esecutori delle volontà testamentarie, curando inoltre la realizzazione del sepolcro nel Battistero di San Giovanni. Ovviamente i Medici furono ben voluti anche dal nuovo pontefice Martino V, conosciuto come il romano Oddone Colonna. Avendo bisogno di un grande prestito finanziario per la restaurazione del dominio temporale pontificio, Colonna si rivolse ai Medici, i cui interessi economici a Roma si consolidarono notevolmente.

Ma fu nel 1420, che Giovanni de’ Medici si ritirò dalla vita economica, lasciando in mano al figlio Cosimo la gestione del Banco Medici. In breve tempo Cosimo riuscì ad ampliare la rete finanziaria della famiglia, aprendo filiali in tutte le più importanti città europee, da Londra a Bruges e Parigi, riuscendo a controllare tutta la politica fiorentina. Fu grazie al potere economico acquisito, che tra il 1420 e il 1424, egli ottenne i primi incarichi politici, divenendo protagonista di missioni diplomatiche a Milano, a Lucca e a Bologna. Nonostante ciò, anche in questo caso Cosimo mostrò notevole tatto politico, cercando di non far pesare eccessivamente la sua ricchezza economica e accontentandosi di poche cariche.

Nascita del partito mediceo

Nello stesso periodo, entrò a far parte dei Dieci di balia e degli Ufficiali del banco, coloro che si occuparono di gestire il finanziamento della guerra della Repubblica fiorentina contro la città di Lucca tra il 1429 e il 1433. Questo potere però si convertì in una costante egemonizzazione delle cariche pubbliche, attraverso il ricorso spregiudicato a pratiche clientelari e corruzione, che però non intaccarono la sua prestigiosa carica da mecenate. Insomma, grazie a lui e alle molte alleanze strette, i Medici costituiscono una sorta di partito politico, in grado di contrastare lo strapotere della fazione degli oligarchi, guidata dagli Albizzi.

Il nucleo del partito era formato dai membri dei vari rami della famiglia Medici, che ruotavano intorno alla forza finanziaria e all’esperienza politica della famiglia di Giovanni. Esso poi veniva ampliato da una serie di matrimoni architettati che legavano i Medici a famiglie inferiori come ricchezza, ma più ricche di prestigio, come i Bardi, i Salviati, i Cavalcanti, i Tornabuoni. Si estese ulteriormente con l’acquisto di vari gruppi di “amici”, ovvero famiglie influenti o per lo meno numerose, che effettuavano favori ai Medici in cambio di protezione. Difatti, queste alleanze con famiglie patrizie erano utili per l’affermazione della famiglia e per aver quel prestigio necessario volto alla conquista del potere.

La politica culturale

Anche il mecenatismo fu un’arma propagandistica nelle mani di Cosimo, in quale diede protezione agli artisti, finanziò i letterati, promosse la costruzione di edifici pubblici, e restaurò edifici antichi a Firenze e dintorni. Ad esempio, per il servizio pubblico, ricostruì il convento di San Marco, la Basilica di San Lorenzo e la Badia Fiesolana, fondando anche la Biblioteca Laurenziana. Oltre alla costruzione di conventi e al patrocinio della cultura a favore del popolo fiorentino e della chiesa locale, Cosimo si dedicò anche alla realizzazione di ville e palazzi ad uso personale e privato. Per l’occasione chiamò alla corte artisti di grido, come Donatello, autore del David realizzato su commissione di Cosimo, Filippo Lippi, Paolo Uccello, Lorenzo Ghiberti, Andrea del Castagno e Michelozzo.

La politica culturale di Cosimo fu improntata alla promozione della sua casata e di Firenze, attraverso un umanesimo molto distante da quello della prima metà del ‘400 fiorentino. Un umanesimo non più omaggiante nei confronti delle tre corone volgari (Dante, Petrarca e Boccaccio), ma totalmente classicheggiante e impregnato di una vocazione filosofica. Fu per questo che, Cosimo e il suo entourage si scontrarono con gli umanisti Leon Battista Alberti e Francesco Filelfo, rimasti ancora ancorati al primo umanesimo volgare.

L’esilio dorato

Ovviamente però con l’accrescere del potere mediceo, le famiglie rivali si misero sulla difensiva. Fu infatti nel 1430, che le famiglie Strozzi e Albizzi, si sentirono minacciati dal potere di Cosimo de’ Medici, e con alcuni pretesti provano a mandarlo in esilio. Inizialmente questi tentativi non ottennero successo, anche grazie all’opposizione di un altro grande magnate, Niccolò da Uzzano, ma alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1432, le due famiglie riuscirono nei loro intenti. Il 5 settembre del 1433, infatti, Cosimo viene incarcerato nel Palazzo dei Priori con l’accusa di aspirare alla dittatura.

La pena della carcerazione, venne in seguito tramutata in esilio, anche perché il governo oligarchico con a capo Rinaldo degli Albizzi, dovette fare i conti con le pressioni degli altri Stati italiani, contrari alla condanna a morte di Cosimo. Quest’ultimo, pertanto, si spostò a Venezia, allora sede di una prestigiosa filiale del Banco Mediceo, trascorrendo un esilio dorato, in virtù delle consistenti riserve di capitali e delle potenti amicizie. Fu per questo che dal suo esilio, riuscì a influenzare le decisioni della Signoria oligarchica di Firenze, con l’obiettivo di rientrare nella città.

La Signoria de Facto e la Guerra di Anghiari

Cosimo venne richiamato a Firenze già nel 1434, e il suo rientro fu trionfale, acclamato e sostenuto anche dal popolo che lo preferisce agli oligarchici Albizzi. Dopo aver spedito gli avversari a loro volta in esilio, Cosimo si affermò come arbitro assoluto della politica fiorentina, stabilendo una Signoria de facto. Attraverso il controllo delle elezioni, del sistema tributario e la creazione di nuove magistrature assegnate a uomini di fiducia, Cosimo gettò le basi del potere della famiglia Medici, rimanendo comunque rispettoso delle libertà repubblicane e mantenendo sempre una vita appartata e modesta, come un privato cittadino.

In politica estera, egli favorì la prosecuzione della politica di alleanza con Venezia che trovò il suo culmine nella Battaglia di Anghiari del 1440, contro i Visconti di Milano. In campo fece scendere l’esercito fiorentino, guidato dal cugino Bernadetto de’ Medici, e aiutato dall’amico Francesco Sforza, all’epoca al soldo dei Veneziani, in battaglia aperta con Milano. Fu proprio grazie all’alleanza con quest’ultimo che riuscì a vincere la guerra, e rovesciare le alleanze in suo favore, ottenendo intorno al 1454, la stipulazione della pace di Lodi.

Ultimi anni

Nell’anno in cui la pace di Lodi viene stipulata, Cosimo ebbe 64 anni, e moltissimi acciacchi dettati dall’dell’età, complici le sofferenze causate dalla gotta. Anche per questo motivo, iniziò a ridurre in modo progressivo i propri interventi sia per la gestione degli affari del Banco Mediceo sia per la politica interna. Defilatosi anche dalla scena pubblica, Cosimo dovette affrontare un terribile lutto provocato dalla morte del figlio prediletto Giovanni, su cui riponeva gran parte delle speranze di successione.

Unica gioia negli ultimi anni di vita fu la presenza del giovanissimo nipote Lorenzo, del quale ammirava l’intelligenza e lo spirito, nonostante avesse solo quindici anni. Fu proprio sul letto di morte a raccomandare di dare a Lorenzo la migliore istruzione in campo politico, che utilizzerà nel suo futuro diventando Lorenzo il Magnifico.

Federica.

ALMANACCO: 26 Settembre nasce il fumettista Winsor McCay

 Famoso fumettista, animatore e illustratore statunitense, Winsor McCay nacque il 26 Settembre del 1869. Prolifico ed eclettico artista, è stato un pioniere del fumetto e del cinema d’animazione. Fra le sue serie più famose si sono Little Sammy Sneeze e Dream of the Rarebit Fiend. Ma la serie per cui venne largamente ricordato è quella creata nel 1905 con il titolo Little Nemo, una delle più importanti nella storia del fumetto.

Nato nel 1869 a Spring Lake, in America, Winsor McCay fu figlio di Janet Murray e Robert McKay (cognome poi cambiato in McCay). In realtà non si conoscono con certezza il luogo preciso e la data di nascita esatta, come origine il suo nome completo fu Zenas Winsor McKay, in onore del datore di lavoro di suo padre, Zenas G. Winsor[. In seguito ha abbandonato il nome Zenas. Nel 1886 i suoi genitori decisero di mandare il figlio alla scuola Cleary School of Penmanship di Ypsilanti per farlo diventare un uomo d’affari, e seguire le orme del padre.

Gli esordi artistici

Alla Cleary School ricevette la sua unica istruzione, anche in ambito artistico, grazie all’insegnante John Goodison. Fu proprio questo pittore di vetrate, che gli insegna l’uso sapiente del colore e le rigorose regole dell’applicazione della prospettiva, che McCay userà durante la sua carriera di fumettista. L’amore inizato per l’arte lo portò a trasferirsi a Chicago nel 1889, con l’intenzione di studiare alla School of the Art Institute of Chicago, ma, a causa di mancanza di soldi, si vide costretto a cercare lavoro. Ecco che trovò impiego alla National Printing and Engraving Company, con l’obbiettivo di produrre xilografie per manifesti circensi e teatrali.

Due anni dopo si trasferì a Cincinnati dove lavorò come artista per il Kohl and Middleton’s Vine Street Dime Museum e dove sposò Maude Leonore Dufour. Nel 1906 McCay iniziò a esibirsi nei chalk talk, ovvero spettacoli di vaudeville molto popolari tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in cui un attore intratteneva il pubblico con monologhi, su argomenti diversi, mentre disegnava caricature o disegni umoristici su una lavagna con un gesso. Ad esempio nel suo sketch The Seven Ages of Man McCay disegnava due volti che si invecchiavano progressivamente.

L’amore per i fumetti

Iniziò però a dedicarsi soprattutto alla realizzazione di fumetti. La sua prima importante serie a fumetti fu Tales of the Jungle Imps by Felix Fiddle, basata sulle poesie di George Randolph Chester. L’opera fu pubblicata in 43 puntate sul The Cincinnati Enquirer, attraverso una striscia di racconti che avevano come protagonisti animali della giungla che si erano adattati a un mondo ostile. Di ulteriore importanza furono le due strisce Little Nemo e Dream of the Rarebit Fiend, entrambe ambientate nei sogni dei loro personaggi e caratterizzate da un tocco di arte fantasy che richiamava l’atmosfera e le sensazioni della dimensione onirica.

I fumetti di McCay non furono mai popolarissimi, ma ebbero sempre un forte seguito grazie anche al suo stile grafico molto espressivo. Soprattutto perchè pubblicava le sue illustrazioni su metà delle pagine dei giornali dell’epoca, che erano più grandi delle attuali. Il fattore principale nel suo successo è stato il continuo attingere continuamente in vari ambiti. Disegnò sempre non per lavoro ma solamente per il suo stesso piacere, che partì da bambino e continuò per tutta la sua vita. Per quanto riguarda l’arte fantasy nel fumetto, il solo rivale di McCay era Lyonel Feininger, il quale intraprese una carriera da pittore dopo aver abbandonato il mondo dei comics.

Dall’animazione agli ultimi anni della vita

Winsor McCay, oltre ai fumetti, ha anche realizzato alcuni importanti filmati di animazione, in cui ogni singolo fotogramma veniva disegnato a mano dallo stesso artista o occasionalmente, dai suoi collaboratori. Tra i suoi lavori di animazione va ricordato L’affondamento del Lusitania, un racconto realistico ed allo stesso tempo ricco di suggestioni di un episodio in cui gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale. Oppure, nel cortometraggio in tecnica mista Gertie il dinosauro, riuscì ad unire animazione e vaudeville, portando nei teatri il suo film del dinosauro ammaestrato e interagendo con esso durante gli spettacoli.

Nell’ultima parte della sua vita si è dedicato soprattutto a illustrare, con la sua tecnica accuratissima e il suo talento visivo, gli editoriali dei giornali del gruppo Hearst. Winsor McCay morì nel 1934 e fu sepolto al Cemetery of the Evergreens di Brooklyn, New York.

Federica.

ALMANACCO: 25 Settembre nasce l’architetto Francesco Borromini

Architetto italiano famosissimo, dalla personalità geniale e tormentata, Francesco Borromini nacque il 25 Settembre del 1599. Operante quasi esclusivamente a Roma, venne considerato uno tra i principali esponenti dell’architettura barocca. La sua concezione architettonica era legata a disegni inquieti, febbrili, quasi insoddisfatti, a causa della netta antitesi con l’avversario Bernini, che durò per tutta la sua vita.

Francesco Castelli, meglio noto come Borromini, nacque a Bissone, sul lago di Lugano nel Canton Ticino, nel 1599. Giovanissimo si trasferì a Milano per studiare “l’arte del costruire” insieme allo zio materno, grazie al quale ottenne il primo incarico come scalpellino presso la Fabbrica del Duomo. Dal 1619 venne documentato a Roma, dove partecipò fino al 1626 ai lavori per la fabbrica di San Pietro, diretta da Carlo Maderno, lontano parente della madre. Nella capitale ebbe modo di studiare le opere antiche e quelle di Michelangelo, da allora grande modello dell’artista.

Le prime opere architettoniche

Nella fabbrica di San Pietro, ebbe il suo primo incontro con il suo futuro rivale, ovvero Gian Lorenzo Bernini, artista giovanissimo che subentrò ai lavori dopo la morte di Carlo Maderno. Entrambi diedero i loro contributi artistici nella costruzione del Baldacchino di San Pietro, ma trovandosi fin da subito in contrasto, Borromini decise di allontanarsi dalla Santa Fabbrica, per cominciare la sua attività autonomamente, dando vita così alle sue opere. Fu proprio in questo periodo che diede vita alla realizzazione del progetto per la chiesa e il chiostro di San Carlo alle Quattro Fontane.

Detta anche San Carlino, per le sue dimensioni ridotte, divenne una tra le chiese barocche più famose della città. In questa prima opera autonoma, Borromini ebbe l’opportunità di esprimere la propria personalità artistica, attraverso uno stile che si sarebbe poi riflesso in tutte le sue future opere architettoniche. Fra le sue peculiarità, si segnalano l’impiego del colore bianco, e uno spiccato dinamismo architettonico, dato dall’alternarsi di forme concave e convesse. Borromini fu attivo nel cantiere di San Carlino dal 1634 al 1641, anni in cui lavorò anche al restauro di Palazzo Spada e Palazzo Falconieri.

L’innovazione e il movimento

Nel 1637 diede inizio al suo secondo grande cantiere, con la costruzione dell’Oratorio e del Convento dei Padri Filippini, di San Filippo Neri. Anche qui utilizzò una struttura con superfici concave e convesse alternate che proiettano all’esterno le tensioni dinamiche dell’interno. L’interno dell’Oratorio, infatti, oggi detto Sala Borromini usata per convegni e dibattiti pubblici, è scandito da pilastri con capitelli ionici e due grandi logge sui lati corti. Ovviamente, Borromini si procurò il malcontento dei Filippini, ordine spiccatamente tradizionalista, che si dimostrò particolarmente ostile al suo spirito innovatore.

Tra il 1642 e il 1660, sotto il pontificato di Urbano VIII, Borromini realizzò invece la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, riconosciuta come la sua opus magna. Anche in questo caso, attraverso intrepide sperimentazioni, diede vita ad una pianta di forma esagonale con cellette disposte in forma d’alveare, probabilmente come rinvio all’ape barberina, simbolo di Urbano VIII. Lo stesso equilibrio compositivo, lo si può ritrovare all’esterno, con la meravigliosa cupola divisa in spicchi, e conclusa con un’originalissima lanterna a spirale, che conferisce maggiore struttura dinamicità verticale.

Le commissioni del papato Pamphilj

In seguito alla morte di Urbano VIII, i Barberini caddero in disgrazia ed il soglio pontificio fu occupato da Innocenzo X Pamphilj, che ebbe l’obiettivo di rimodernare Roma. Scelse Borromini come artista papale, la cui fama accrebbe senza limiti, anche grazie alle numerose committenze come il progetto per il casino della villa di San Pancrazio, un corpo contiguo a Santa Maria in Vallicella, ed il rifacimento della basilica di San Giovanni in Laterano. Qui Borromini conciliò l’esigenza di conservazione dell’antica basilica, con i problemi di carattere statico che si erano venuti a creare, inglobando coppie di colonne all’interno di ampi pilastri.

Un’altra committenza papale fu il rifacimento del palazzo di Propaganda Fide, che si affaccia su Piazza di Spagna. Questo palazzo, adibito a Sede della Congregazione dei Gesuiti, fu un progetto iniziato da Bernini, ma portato a termine da Borromini nel 1665, che demolì le preesistenze dando una nuova vita all’edificio. Di straordinaria importanza è la creazione della facciata in movimento, considerata una dei massimi lavori borrominiani e barocchi presenti a Roma. Oltre alla facciata, Borromini realizzò la Cappella dei Re Magi, attraverso una struttura a scheletro, formata dall’intreccio di volte ad arco e costoloni, che anticipò i principi strutturali gotici successivi.

Le ultime opere

Nel 1652, sempre per volere di papa Innocenzo X, Borromini subentrò ai lavori per la chiesa di Sant’Agnese in Agone, sino ad allora sotto la direzione di Girolamo e Carlo Rainaldi. Anche in questo caso pensò di modificare il progetto iniziale, eliminando il vestibolo e progettando due bassi campanili ai lati della facciata concava, così da dare maggiore slancio alla cupola centrale. Inoltre i lavori di Borromini si concentrarono anche sulla Sagrestia di Sant’Agnese, progettata con tre assi di raccordo fra la Chiesa e il Collegio Innocenziano, inserita nella struttura di quest’ultimo palazzo.

Alla morte del Pontefice però, il suo successore Alessandro VII non fu molto convinto di Borromini, e questo fu la causa di rapporti difficili con la committenza, tanto che portarono l’artista ad abbandonare i lavori. Ecco perchè subentrò nuovamente Carlo Rainaldi, ormai cresciuto, che alterò il progetto borrominiano, eliminando così tutta la fantasia espressa dall’architetto precedente. Da questo momento, cominciarono anni di crisi per Borromini, che portò alla fine di una serie di commissioni e alla sua vita professionale. In preda alla disperazione, bruciò gran parte dei suoi disegni, si pugnala al petto e muore dopo qualche giorno di agonia, il 3 agosto 1667.

Federica.

ALMANACCO: 24 Settembre muore il gioielliere Peter Carl Fabergé

Conosciuto per essere un famosissimo gioielliere e orafo russo, Peter Carl Fabergé morì il 24 Settembre del 1920. Divenne particolarmente noto per le sue 57 famose e iconiche Uova Fabergé, prodotti d’alta gioielleria a forma di uova di Pasqua, realizzati in oro e altri materiali preziosi, molto apprezzate dagli zar di Russia. Realizzate nella sua gioielleria di San Pietroburgo, nella così chiamata Casa Fabergé, queste uova avevano diverse forme e dimensioni.

Nato a San Pietroburgo nel 1846, fin da subito maturò in lui la passione per l’arte e per la gioielleria, anche grazie al padre, che possedeva una gioielleria nel centro città. Fu per questo che crescendo decise di frequentare un corso alla Scuola delle Arti e dei Mestieri, imparando il mestiere. Grazie al lavoro del padre, tutta la famiglia iniziò un tour nelle città più importanti d’Europa, entrando in contatto con i più famosi gioiellieri di Germania, Francia ed Inghilterra.

La fama della gioielleria

I suoi viaggi e studi proseguirono sino al 1872, quando, all’età di 26 anni, fece ritorno a San Pietroburgo, dove iniziò a lavorare nella gioielleria di famiglia. Qui venne affiancato al mastro di bottega Hiskias Pendin che divenne il suo mentore e tutore, che lo avviò al lavoro. Fu alla morte di quest’ultimo che Carl Fabergé ottenne la responsabilità di condurre l’attività di famiglia. Fu proprio in quegli anni, che la bottega dei Fabergé ottenne maggior successo, in quanto si trovò a dover catalogare, riparare e restaurare oggetti, anche provenienti dall’Ermitage.

Grazie alla fama della gioielleria, Carl ottenne dal governo il titolo di Maestro Gioielliere, il che gli permise di porre sui suoi oggetti la propria firma e un marchio personale. L’ecletticità del lavoro dei Fabergé consisteva nel rendere ogni oggetto particolarmente prezioso, attraverso l’aggiunta di disegni e particolari unici al mondo, oltre all’utilizzo di automi e sistemi innovativi per i gioielli stessi. La sua reputazione divenne così alta e di conseguenza anche la bottega Fabergé divenne la più grande gioielleria della Russia, con punti vendita a San Pietroburgo, a Mosca, Odessa, Kiev e Londra.

Le famose Uova Imperiali

Ma fu nel 1882 che Carl Fabergé partecipò all’Esibizione Pan-russa a Mosca, realizzando ed esponendo per l’occasione, uno dei suoi pezzi migliori, ovvero la replica di un prezioso braccialetto in oro del IV secolo, proveniente dal tesoro di Scizia. Ovviamente ottenne moltissimo successo, tanto che lo zar, vedendolo, disse che non si poteva distinguere dall’originale, tanto era somigliante. Da quel punto in poi, le opere della famiglia Fabergé entrarono a far parte della collezione imperiale e gli artisti vennero ammessi a corte. Fu proprio per lo zar Alessandro III di Russia che venne realizzato il primo famoso uovo di Fabergè, come sorpresa di Pasqua per la moglie Maria.

Venne realizzato in uno smalto opaco di colore bianco, strutturato come una matrioska russa. Infatti, all’interno si trovava un tuorlo tutto d’oro contenente una gallinella colorata in smalti, con gli occhi di rubino. La gallinella racchiude una copia in miniatura della corona imperiale, contenente a sua volta un piccolo rubino con la forma d’uovo. La regina fu talmente felice del regalo che commissionò a Fabergé la realizzazione di un uovo per ogni anno a venire, con la condizione che fosse ogni volta un pezzo unico. A partire dal 1895, con lo zar successivo, il figlio Nicola II, le uova prodotte diventarono due all’anno: uno per la moglie Aleksandra e uno per la regina madre. Questa tradizione pasquale proseguì fino alla Rivoluzione d’Ottobre.

Diffusione e pubblicizzazione

Fu anche grazie alla realizzazione di queste uova preziose per la corte imperiale, che Fabergè e la sua gioielleria divennero famosi in tutto il mondo. La preparazione delle uova occupava un intero anno, e una volta che un progetto veniva scelto, una squadra di artigiani lavorava per montare l’uovo. Esse potevano essere di varia grandezza e colore. Infatti oltre alle più famose uova imperiali realizzate per gli zar, ne vennero realizzate anche di più piccole, addirittura da appendere ad una catenina al collo. Forse il segreto dell’unicità di ogni uovo, è che i gioiellieri della fabbrica usavano una ricca tavolozza di colori, che consisteva in 124 sfumature diverse. Grazie a questa varietà di colori, i maestri potevano realizzare una varietà di modelli unici e mai ripetuti. Ogni cliente riceveva un regalo unico e speciale.

Sulla collezione più famosa del gioielliere venne realizzato il Museo Carl Fabergé a San Pietroburgo, situato nel Palazzo Shuvalov sull’argine Fontanka. Il museo custodisce 4.000 oggetti, tra cui, oltre alle famose uova di Pasqua, oggetti per interni, argenteria e opere di contemporanei del famoso maestro, come altri gioiellieri. Ad oggi le iconiche Uova di Fabergè sono sparse per il mondo, divise tra collezioni private e museali, e se ne contano circa una quarantina. Mentre 8 di questi preziosi oggetti non si sa dove siano.

Ultimi anni

Fu però con lo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre e la caduta della monarchia zarista, che tutti i negozi del famoso gioielliere furono nazionalizzati, passando sotto le mani del Partito Bolscevico salito al potere. Fu così che in seguito alla confisca di tutti i pezzi presenti in magazzino, che Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo, dirigendosi verso Riga. Dopo che le truppe sovietiche occuparono anche il territorio della Lituania, Carl si trasferì in Germania, mentre la moglie e il figlio riuscirono a fuggire in Finlandia.

Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della Rivoluzione russa, che gli causò un forte impatto sia fisico che mentale. Fu nel 1920 che morì a Losanna, dove si era recentemente trasferito per curare un cuore malato.

Federica.

ALMANACCO: 23 Settembre muore il ricercatore Mario Pincherle

Ingegnere, ricercatore e scrittore italiano, Mario Pincherle morì il 23 Settembre del 2012. Divenne noto principalmente per le sue pubblicazioni su argomenti pseudoscientifici di paleotecnologia e archeologia misteriosa. Riuscì a comunicare con estrema semplicità le più straordinarie scoperte, sfatando grandi falsi storici e rivelando i misteri dell’antichità. A lui si devono fondamentali scoperte all’interno del Tempio del Sole, la grande Piramide di Cheope in Egitto.

Nato a Bologna nel 1919 da una famiglia di origini ebree. Compì inizialmente gli studi classici presso il Liceo classico Galvani di Bologna, ma successivamente si laureò in ingegneria nel 1942. In giovane età, insieme a tutta la famiglia, fu costretto a fuggire a causa delle leggi razziali fasciste e vivere una vita in clandestinità. Il terrore di essere deportato o trucidato e tutte le atrocità della guerra, diventeranno per Pincherle ricordi che non se ne andranno mai dal suo cuore, tanto da scriverne negli anni successivi un romanzo autobiografico intitolato I Segni.

L’inizio della sua carriera

Terminata la guerra fece rientro a Bologna, tornando alla vita normale. Dopo essersi sposato nel 1954 ebbe quattro figli, e ottenne la cattedra di professore e dirigente scolastico nella città di Ancona fino al 1991. Questi furono anni proliferi per la sua carriera, realizzando molteplici creazioni poetiche e letterarie, entrando anche in contatto con grandi personaggi spirituali della storia che lo influenzeranno tutta la sua vita. Fu proprio grazie a questi legami che la sua produzione lirica, inizierà a riguardare lo spirito cosmico, e la poesia musicale intesa come ponte d’amore tra l’uomo e Dio.

Mario Pincherle tenne centinaia di conferenze e partecipò a numerosi congressi, seminari e tavole rotonde in Italia e all’estero, le cui tematiche erano legate alle sue scoperte, o a misteri che doveva ancora affrontare. Divenne addirittura membro della prestigiosa Accademia Tiberina di Roma, relatore all’Accademia Nazionale dei Lincei e socio del Rotary club. Dopo un periodo trascorso a Vignola (MO), si trasferisce ad Ancona dove rimarrà fino al 1992, anno in cui lascerà definitivamente le Marche per sopraggiungere nella Toscana.

La Piramide di Cheope e lo Zed

La sua lunga carriera di insegnante e ricercatore, subisce una decisa svolta nel 1965, dopo il suo primo viaggio in Egitto e dopo la visita alla Piramide di Cheope. Dentro quest’ultima, teorizzo’ l’esistenza di una torre, detta lo Zed, nascosta al suo interno, che in seguito venne considerata la scoperta di uno dei più antichi e misteriosi reperti archeologici. La scoperta di Mario si basava sull’idea che la piramide di Cheope, non sia in realtà la tomba del faraone ma sia solo un monumento costruito a protezione dello Zed, con funzioni di calendario cosmico, osservatorio astronomico e bussola. Questa deduzione è rinforzata dal fatto che all’interno della piramide non sia mai stata trovata alcuna mummia.

Inoltre Pincherle affermò anche che lo Zed non venne costruito dagli egiziani, ma apparterrebbe alla civiltà atlantidea, costituito attraverso duecento monoliti di granito per un peso complessivo di circa 60 tonnellate. La scoperta diede vita ad un nuovo ambito di ricerca, basato sullo studio delle antiche tecniche di costruzione dell’antico Egitto, ipotizzando un metodo per muovere i grandi monoliti di granito, mediante la dilatazione di tronchi di legno bagnati e asciugati dal sole. Queste ricerche si basarono sulla lettura della Bibbia, di Erodoto, dei testi apocrifi, e delle parole di Enoch ed Abramo, che lo avvicinarono ad una dimensione più spirituale. Infatti, secondo Pincherle la torre zed e l’intera Piramide, sarebbero il luogo in cui il tempo e lo spazio sembrano modificarsi, per la diffusione di onde elettromagnetiche verso i lobi frontali. Teorie che vennero riprese anche da studiosi successivi.

Altre scoperte

Con i suoi scritti, Mario Pincherle aveva l’obiettivo di avvicinare il lettore ai temi che lo stimolassero maggiormente, sfatando anche alcune false credenze in campo archeologico, paleontologico e storico. Fu per questo un uomo coraggioso che scrisse libri di “rottura”, che con le sue dimostrazioni e le sue demolizioni di luoghi comuni della storia, fu determinato nel voler far luce sulla verità. Un uomo che infastidisce il lettore di testi storico- tradizionali, per porlo di fronte ad un piano diverso attraverso un risveglio spirituale. Attraverso i suoi studi Pincherle, ha inoltre rivisitato la figura di Gesù, come colui che ricongiunge la terra al Cielo, l’uomo universale che vive e sperimenta la propria umanità pienamente integrata nella propria divinita’.

Nel suo incessante viaggio attraverso il mondo antico, Pincherle fece straordinarie scoperte, dalla descrizione del sistema usato per sollevare gli imponenti massi di granito, al modello di bussola più primitivo, alla tecnica utilizzata da Archimede per incendiare la flotta romana, al sistema impiegato dagli antichi per la granulazione dell’oro, tecnica di decorazione che si utilizzava nell’oreficeria antica. Come un tassello che ne chiama un altro fu proprio durante uno di questi studi che Pincherle venne a contatto con gli Archetipi, immagini eterne e viventi oltre lo spazio ed il tempo. Secondo lui, gli Archetipi sono i ventidue strumenti con i quali Dio ha progettato e dipinto l’universo, ovvero le “funzioni” basilari della vita insite nei suoni e nei segni e nel verbo divino. Anche altri grandi uomini dell’antichità come Abramo, Akhenaton, Socrate, Platone e Pitagora, se ne occuparono tendando di capirne il mistero cosmico.

Pubblicazioni e libri

Nonostante il disinteresse che negli anni 70/80 gli dimostrarono gli editori ed il sospetto con cui veniva guardata la sua opera dagli ambienti accademici, Pincherle continuò comunque a condurre i suoi studi a ritmo incessante. I suoi libri possiedono tutti un unico filo conduttore, lo stesso filo che lui seguì e che lo guidò a compiere quest’incredibile cammino di scoperte. Ad oggi sono pubblicati i suoi scritti da diverse case editrici, come Il porto Invisibile di Orbetello, La nuova Etruscologia, Il segreto dell’Arca, Il Vangelo della Gioia, Il Gesù proibito, La grande Piramide e lo Zed, Leopardi segreto, Il libro di Abramo: i trentadue sentieri della saggezza, Giobbe: il segreto della Bibbia e tanti altri.

Federica.


ALMANACCO: 22 Settembre inizia l’Autunno

L’inizio di questa stagione avviene precisamente nel momento esatto dell’equinozio d’autunno, il cui giorno varia a seconda dell’emisfero terrestre di riferimento e dell’anno in cui ci troviamo. In particolare, nell’emisfero boreale (settentrionale), ovvero quello che contiene l’Italia, l’equinozio ricade tra il 22 e il 23 Settembre. Sarà così l’equinozio a segnare l’inizio della nuova stagione e la fine dell’estate.

Ma cosa succede tecnicamente con l’equinozio? Esso, che sia d’autunno o di primavera, è un momento particolare nella fase di rivoluzione della Terra intorno al Sole, nel quale i raggi solari cadono perpendicolarmente all’asse di rotazione della Terra. In quel momento, sia l’emisfero settentrionale che quello meridionale vengono raggiunti dai raggi del Sole, attraverso la stessa inclinazione. Il 22 settembre del 2021 quindi, le ore di sole e quelle della notte saranno le stesse, e di conseguenza anche la durata del giorno e della notte sarà la stessa.

L’autunno

Nell’immaginario collettivo, l’autunno viene vista come la stagione della decadenza, dopo il calore e la felicità portati dall’estate. In realtà l’autunno è tutt’altro che decadenza o perdita di vitalità, così come ci ricorda anche l’origine della parola. Questo nome deriva, infatti, dal verbo latino “augere”, che significa aumentare, arricchire. Questo perchè veniva associata al periodo di rinascita, e dell’abbondanza, in quanto è la stagione in cui si concentrano i grandi raccolti della frutta, ad esempio la vendemmia e la raccolta delle olive. Questo aumentava la ricchezza dei contadini, e li preparava in vista dell’inverno.

L’autunno oltre ad essere una bella stagione, fu una grande fonte di grande ispirazione per gli artisti di ogni epoca, grazie ai suoi colori, alla luce particolare, alla potenza evocativa che avevano certi panorami, regalando agli artisti innumerevoli spunti, non solo per i pittori, ma anche per scrittori e poeti. Nell’arte sono tante le opere dedicate all’autunno, evocando l’abbondanza che segue l’estate ma anche la morte prima dell’inverno. Tutto questo lo attraversiamo con una carrellata di capolavori della pittura.

Giuseppe Arcimboldo, Autunno (1572)

Gustave Courbet, La foresta in autunno (1841)

Salvador Dalì, Cannibalismo autunnale (1937)

 Vincent Van Gogh – Les Alyscamps in autunno (1888)

Egon Schiele, Sole d’autunno (1914)

Claude Monet, Il sentiero delle roseGiardino di Giverny (1920-22)

 Vassilij Kandinsky, Autunno in Baviera (1908)

Alfons Mucha, Autunno (1896)

Cy Twombly, Quattro Stagioni – Autunno (1993-5)

Federica.