mARTEdì: Tour romano sulle tracce di FRANCESCO BORROMINI

Francesco Borromini non ha bisogno di presentazioni, è semplicemente uno degli artisti più famosi di sempre. Scultore, urbanista, architetto, pittore, scenografo e commediografo italiano, un artista poliedrico e multiforme, Borromini è considerato uno dei massimi protagonisti della cultura figurativa barocca. Insieme a Bernini, il suo obiettivo fu soprattutto cambiare il volto alla Capitale, abbellendola e decorandola con alcune delle opere più importanti e imperdibili della città.

Uomo schivo, ombroso e di umore malinconico, ma dotato di grandissimo ingegno e tecnica, l’architetto Francesco Castelli, conosciuto a tutti come Borromini, fu attivo soprattutto nella scena del Barocco Romano. Fu in fatti a Roma che operò maggiormente. I lavori architettonici e scultorei di Borromini a Roma sono innumerevoli e attraverso questo articolo ne scopriremo alcune delle più importanti e sorprendenti.

Baldacchino di San Pietro

Le prime testimonianze riguardo al suo arrivo a Roma risalgono al 1619 quando ricevette l’incarico di Intagliatore in pietra nella grande Fabbrica di San Pietro. Qui si ritrovò nella città papale in un momento di grande fervore artistico, collaborando con molti artisti famosi, come l’architetto Carlo Maderno, che, riconosciuto lo straordinario talento del giovane artista, lo accolse sotto la propria ala. Fu proprio alla morte di quest’ultimo, che Borromini divenne assistente di Gian Lorenzo Bernini, artista di grande fama a Roma, con il quale collabora alla realizzazione del “Baldacchino” di San Pietro.

Di dimensioni considerevoli, il Baldacchino venne progettato come arredo liturgico cristiano, e situato sull’altare maggiore come punto cruciale e più importante della chiesa, al di sotto del quale vi risiede la cripta della Basilica. Particolari sono le 4 colonne tortili, alte 11 metri, decorate con rami di lauro (che alludono alla passione del papa per la poesia), lucertole (simbolo di rinascita e di ricerca di Dio) ed api, (elemento dello stemma della famiglia Barberini). I 4 pilastri sorreggono una trabeazione concava tipica del Barocco, che suggerisce movimento, e decorata da statue di angeli e putti animati, disegnati proprio dal giovane Borromini. In cima all’intera struttura fu collocato il globo con la croce impreziosito cromaticamente, come il resto dell’opera, dall’uso della doratura.

San Carlo alle Quattro Fontane

Trovatosi fin da subito in contrasto con Bernini, anche durante la progettazione del Baldacchino, Borromini cominciò la sua attività autonomamente, con la realizzazione del progetto per la chiesa e il chiostro di San Carlo alle Quattro Fontane detta il “San Carlino”, per le sue dimensioni ridotte. Fu tra le chiese barocche più famose della città, affidata al giovane Borromini dai padri Trinitari Spagnoli, sul quale lavorò a più riprese, fino alla sua morte. La particolarità di questa chiesa è data dall’alternanza tra forma concava e convessa su tutto l’edificio, che fa in modo che le superfici paiono dilatarsi e scontrarsi.

Questo effetto, si nota sia sulla scenografica facciata e sul campanile, ma soprattutto all’interno della chiesa, attraverso una pianta ellittica realizzata interamente da rientranze e sporgenze. L’ambiente interno inoltre è coperto da una splendida cupola ellittica, elegantemente decorata da lacunari in stucco con forme di esagoni, ottagoni e croci, che vanno riducendosi verso l’alto dando l’illusione di una maggiore profondità. Adiacente alla chiesa vi è il chiostro, capolavoro di armonia e proporzione, realizzato su due livelli di pianta ottagonale con gli angoli smussati ad ospitare coppie di colonne, tanto da trasformare la pianta in un ottagono dai lati ricurvi.

Complesso dei Padri Filippini

Terza tappa del tour romano è l’Oratorio e il Convento dei Padri Filippini, per cui Borromini vinse nel 1637 il concorso bandito dai Padri Filippini per la costruzione dei nuovi edifici. Il convento presenta tre facciate in laterizio, di quattro piani ciascuna decorati con finestre rettangolari a semplice riquadro. La semplicità e l’austerità dell’edificio, però venne interrotta da un solo elemento strutturale, ovvero la Torre dell’Orologio, sormontato da un elegante coronamento in ferro. Sotto il quadrante dell’orologio, inserito all’interno della facciata concava della torre, è situato un bel mosaico su disegno di Pietro da Cortona rappresentante la Madonna della Vallicella (a cui si dedica la chiesa a fianco).

L’Oratorio, invece si differenzia notevolmente dalle linee semplici del Convento, tanto da essere uno dei maggiori capolavori dell’arte barocca. La facciata, realizzata interamente in laterizio, si ispira al corpo umano con le braccia aperte, quasi ad abbracciare i fedeli. La superficie ricurva è ripartita in due ordini, decorati da lesene e capitelli corinzi e, un frontone mistilineo. Il primo è convesso, mentre il secondo ordine è concavo. L’interno dell’Oratorio, oggi detto Sala Borromini usato per convegni e dibattiti pubblici, è scandito da pilastri con capitelli ionici e due grandi logge sui lati corti. Al piano superiore del complesso si trova la Biblioteca Vallicelliana.

Sant’Ivo alla Sapienza

Procedendo nella carriera di Borromini arriviamo all’anno 1642, sotto il pontificato di Urbano VIII, il quale gli commissionò la costruzione della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, conosciuta come la sua opus magna. Eretta all’interno del piccolo cortile del Palazzo della Sapienza, antica Università di Roma dal XV secolo fino al 1935, quando divenne sede dell’Archivio di Stato. Qui la sua dinamicità creativa, dovette fare i conti con dei forti vincoli fisici dovuti al preesistente cortile porticato di forma rettangolare. Non volendo adottare metodi di progettazione tradizionali però, Borromini sperimentò nuove soluzioni, dando vita a qualcosa di nuovo.

Realizzò un disegno in forma esagonale con cellette disposte a forma d’alveare, di chiaro rinvio all’ape barberina, simbolo papale di Urbano VIII. Questa pianta stellare, mai impiegata prima, è formata da due triangoli equilateri che si intersecano, e tre absidi e tre nicchie che si alternano. La stessa audacia compositiva la si può ritrovare anche all’esterno, sia nel tiburio che copre la maestosa cupola polilobata, sia nella lanterna cuspidata a spirale. Quest’ultima fu decorata con estrema maestria, con fiaccole e corona fiammata su cui sono poste simboli biblici e sapienziali, ovvero una sfera, una croce e una colomba con l’ulivo nel becco, realizzate in ferro battuto. 

Palazzo di Propaganda Fide

In seguito alla morte di Urbano VIII, la carica pontificia fu occupata da Innocenzo X Pamphilj, che favorì, in ambito artistico, l’estro di Borromini, a scapito del Bernini. Fu proprio il nuovo papa a commissionargli la rifacimento del palazzo di Propaganda Fide, che si affaccia su Piazza di Spagna. Questo palazzo, adibito a Sede della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, guidata dai Gesuiti, fu un progetto iniziato da Bernini, ma portato a termine da Borromini nel 1665, che demolì le preesistenze dando una nuova vita all’edificio. Di straordinaria importanza è la creazione della facciata in movimento, considerata una dei massimi lavori borrominiani e barocchi presenti a Roma.

Oltre alla facciata, Borromini realizzò annessa al palazzo, la Cappella dei Re Magi, buttando giù e ingrandendo il progetto già realizzato dal suo rivale. Anche la decorazione fu innovativa, in quanto prese spunto dalle antiche strutture di derivazione capitolina, con un ordine più grande e uno più piccolo. Realizza uno scheletro interno ad intreccio che tende al verticalismo mediante volte ad arco e costoloni che collegano diagonalmente i centri delle pareti lunghe con i quattro angoli del soffitto. Questa struttura a scheletro divenne di massima importanza, tanto da anticipare i principi strutturali gotici successivi. La chiesa della Propaganda Fide fu, veramente, una soluzione nuova e stimolante e la sua stringente semplicità e logica conclude adeguatamente l’attività di Borromini nel campo dell’architettura ecclesiastica.

Chiesa di Sant’Agnese in Agone

Sempre sotto commissione di Innocenzo X Pamphilj, Borromini portò a termine la costruzione della Chiesa di Sant’Agnese in Agone, sorta accanto all’imponente palazzo della famiglia Pamphilj in piazza Navona. Inizialmente l’incarico venne affidato all’architetto Girolamo Rainaldi e suo figlio Carlo, che però nel 1653 vennero rimpiazzati, a lavori già avanzati, da Borromini. Anche in questo caso pensò di modificare il progetto iniziale, eliminando il vestibolo e progettando due bassi campanili ai lati della facciata. Anche quest’ultima venne visibilmente trasformata con due movimenti concavi ad ordine unico di pilastri e colonne, per fare in modo che fosse notata di più la bellissima cupola. Quest’ultima venne decorata da un grande affresco della Sant’Agnese e da 4 pennacchi con le virtù cardinali dipinti successivamente dal Baciccio.

Inoltre i lavori di Borromini si concentrarono anche sulla Sagrestia di Sant’Agnese, progettata con tre assi di raccordo fra la Chiesa e il Collegio Innocenziano, inserita nella struttura di quest’ultimo palazzo. Alla morte del Pontefice però, il suo successore Alessandro VII non fu molto convinto di Borromini, e questo fu la causa di rapporti difficili con la committenza, tanto che portarono l’artista ad abbandonare i lavori. Ecco perchè subentrò nuovamente Carlo Rainaldi, ormai cresciuto, che alterò il progetto borrominiano apportando modifiche alla lanterna e ai campanili, eliminando così tutta la fantasia espressa dall’architetto precedente. Questo portò alla fine di una serie di commissioni e alla sua vita professionale. In preda alla disperazione, brucia gran parte dei suoi disegni, si pugnala al petto e muore dopo qualche giorno di agonia, il 3 agosto 1667.

Federica.

ALMANACCO: 21 Settembre nasce l’artista Maurizio Cattelan

Curatore, gallerista, giornalista, ma soprattutto artista dell’arte contemporanea, Maurizio Cattelan nacque il 21 Settembre del 1960. Attraverso la sua arte riesce ad appassionare tutti, perchè in grado di tradurre il linguaggio dell’arte e dei media, costruendo provocazioni che creano scompiglio. Ecco perchè viene sia amato, sia criticato.

Nato a Padova, in una famiglia non legata al mondo dell’arte, Maurizio Cattelan fu inizialmente appassionato di radiotecnica. Smontando e rimontando vecchi apparecchi, come televisori e radi, acquisisce quella dimestichezza nell’assemblare, tagliare e saldare diversi tipi di materiali e metalli. Fu proprio qui che nacque la decisione di frequentare l’Istituto tecnico Industriale, e nel frattempo, per la necessità di rendersi indipendente, impegnarsi in una serie di lavoretti come giardiniere, cameriere, antennista, portalettere.

Esordio artistico

Nonostante la vita professionale lo abbia portato a sperimentare diversi lavori, la passione nel creare composizioni non è mai venuta a mancare, tanto che Cattelan inviava le foto delle sue creazioni alle gallerie d’arte di molti paesi del mondo. La prima che ha accettò una delle sue proposte fu la Galleria Neon di Bologna e da quel momento la sua vita cambiò radicalmente. Infatti iniziò ad introdursi nel mondo dell’arte, come totale autodidatta, in quanto non frequentò mai accademie e scuole.

Fu verso la metà anni ottanta, che ottenne la svolta, conoscendo e collaborando con alcuni artisti del luogo. Ma il suo esordio espositivo avvenne solamente nel 1991, alla Galleria d’arte moderna di Bologna, dove presenta l’opera intitolata Stadium, ovvero un lunghissimo tavolo da calcio balilla, con schiere di giocatori alle due estremità: i bianchi erano le riserve del Cesena e i neri erano degli operai senegalesi che lavoravano in Veneto. Due anni dopo realizza anche un altro lavoro, Lavorare è un brutto mestiere, con l’intento di voler vendere a un’agenzia pubblicitaria il suo spazio espositivo. Quest’opera venne presentata in occasione della Biennale di Venezia, sconvolgendo il pubblico presente.

Il pensiero e le tematiche

Il percorso artistico di Cattelan inizia nell’avanguardia del novecento, con un approccio critico in contrasto con il tradizionale sistema dell’arte. Il suo tentativo fu di fondere insieme vita e arte, realtà e fantasia, ricercando sempre più azioni sensazionalistiche e mass-mediatiche. Ad esempio lavori come A Perfect Day, o come Hollywood sono più affini, anche nei titoli, a certi format televisivi degli anni 80 e 90, che alla tradizione artistica, mirando a quell’effetto di meraviglia e di spaesamento del prodotto mass-mediatico.

Le sue opere combinano la scultura con la performance, includendo molto spesso anche eventi di tipo “happening”, azioni provocatorie, pezzi teatrali, testi-commento sui pannelli che accompagnano sue opere d’arte. Le opere dell’artista suscitano al primo impatto un sorriso, ma al tempo stesso disturbano lo spettatore, spingendolo ad una riflessione. I temi celati nelle opere dell’artista sono seri e profondi, come la morte, l’amore, il senso della vita, il fallimento. Ecco perchè in parecchie opere usa animali imbalsamati o finti, manichini e statue in ceroplastica.

Tra le opere più iconiche

Conosciuto da tutti come il cavallo di Cattelan, in realtà il titolo di quest’opera è Novecento, in onore del celebre film di Bernardo Bertolucci. L’opera consiste in un cavallo imbalsamato, appeso al soffitto, che trasmette frustrazione ed insicurezza, tema ricorrente delle opere di Cattelan. Un’altra opera celebre è La Nona Ora, una scultura di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite. Ovviamente quest’opera sollevò critiche e polemiche, ma aveva un messaggio nitido, ovvero simboleggiava una Chiesa ormai in profonda in crisi, a causa di numerosi scandali finanziari e sessuali emersi proprio in quegli anni.

Le opere di Cattelan non hanno mai un’unica chiave, ma hanno svariate interpretazioni. Si prenda, ad esempio, Him, l’opera che raffigura Hitler in atto di pregare, in ginocchio. Potrebbe essere simbolo dell’impossibilità di perdonare il dittatore per il male fatto, ma anche un’allegoria del male che si presenta inizialmente con un aspetto innocuo. Stessa dissacrante provocazione avvenne quanto l’artista presentò dei bambini impiccati in un’opera senza titolo del 2004, come riflessione sulla condizione dell’infanzia. Provocatoria al punto che alcuni milanesi scandalizzati salirono sull’albero di Porta Ticinese per rimuovere i manichini, ma uno di loro cadde finendo in pronto soccorso.

Le ultime opere

E forse ancor meglio con L.O.V.E., sigla di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità, fu una delle opere più ambigue, realizzate davanti alla sede della Borsa di Milano, un famoso esempio di architettura fascista. Quest’opera, alta dieci metri, fu fatta di quintali di marmo di Carrara, modellato creando un dito medio. In realtà questa scultura raffigurava una mano impegnata in un saluto fascista, con 4 dita mozzate. L’unico dito superstite è il medio, trasformando così il gesto della mano in un atto osceno e provocatorio, nei confronti del fascismo ma anche del mondo della finanza.

Ma una delle sue ultime opere, forse la più conosciuta, è quella intitolata Comedian, un ready-made che si beffa del sistema dell’arte. Si tratta di una banana, del costo di 30 cent, incollata con il nastro adesivo ad una parete della Galleria Perrotin ad Art Basel di Miami Beach. Il suo obiettivo fu quello di invitare il pubblico a riflettere sul valore delle opere d’arte, e sull’idea che una semplice banana comprata al fruttivendolo, si fosse trasformata in un’icona dell’arte contemporanea e venduta a 120 mila dollari. Durante la mostra però, questa opera venne resa protagonista di un’ulteriore performance di un altro artista David Datuna, che staccò la banana e la mangiò davanti alla folla.

Federica.

Sempre nel 2001 si dedica alla realizzazione di un altro lavoro, “Him”, in cui rappresenta Hitler in ginocchio nell’atto di richiedere perdono per il male che ha commesso. L’obiettivo di questa rappresentazione artistica è quello di far comprendere alla gente che un uomo che ha commesso uno sterminio così grave come quello ai danni degli ebrei è difficile da perdonare.

In una delle strade di New York inoltre ha anche aperto una vetrina, la “Wrong Gallery”, in cui è possibile fare delle esposizioni artistiche. Nel mondo riscuote un grande successo, ma ottiene anche numerose critiche per le sue opere provocatorie.

In occasione della laurea honoris causa che gli è stata conferita dalla facoltà di Sociologia dell’Ateneo di Trento, fingendo di essere un asino, regala all’Università un asino imbalsamato. Questo lavoro prende il nome di “Un asino tra i dottori”.

Nel corso della sua permanenza a New York Cattelan crea, con Paola Mafrin, una rivista di arte contemporanea: “Permanent Food”, in cui vengono rappresentate delle immagini rubate.

Sempre a New York dirige con Alì Subotnick e Massimiliano Gioni la rivista “Charley”. Nel 2006 viene chiamato a curare la quarta Biennale di Berlino. Due anni dopo vince l’importante Premio alla Carriera che gli viene insignito dalla XV Quadriennale d’Arte di Roma.

ALMANACCO: 20 Settembre muore il poeta e farmacista Theodor Fontane

Farmacista, scrittore e poeta tedesco, Theodor Fontane morì il 20 Settembre del 1898. Divenuto famoso soprattutto per essere un importante rappresentante del realismo poetico, riuscendo nei suoi romanzi, a caratterizzare molto bene i personaggi, la loro comparsa, l’ambiente ed il loro modo di esprimersi. Nelle sue opere infatti sembrava essere davanti ad una riproduzione cinematografica del tutto realistica, caratterizzata anche dalla personale aggiunta di una leggera vena di umorismo. Si dedicò inoltre al giornalismo a Berlino e in Inghilterra.

Heinrich Theodor Fontane nacque il 30 dicembre del 1819 a Neuruppin, in Germania. Seguì inizialmente il lavoro del padre, che possedeva una piccola farmacia nel paesino, appassionandosi alla professione. Dal 1832, Theodor frequentò il ginnasio Friedrich-Wilhelms nella città natale, e successivamente entrò nella scuola tecnica Karl Friedrich Klöden a Berlino. Studi tecnici che però abbandonò dopo un anno per dedicarsi esclusivamente alla formazione da farmacista.

L’impegno farmaceutico

Ottenuto il suo diploma nel dicembre di quell’anno, nell’autunno del 1840 iniziò il praticantato farmaceutico a Burg, presso Magdeburgo. Nello stesso periodo scrive le sue prime poesie e pubblica Geschwisterliebe, la sua prima novella. Questo periodo fruttuoso però si interruppe nel 1841, quando dovette fare i conti con una brutta malattia, contraendo il tifo. Fu in questo periodo buio che decise di ristabilirsi a Letschin, presso la sua famiglia, dove iniziò a lavorare nella farmacia del padre.

Nel corso degli anni, dopo aver lavorato per il padre, si impiegò a Berlino presso la farmacia polacca del dottor Julius Eduard Schacht, e ottenne 3 anni più tardi il brevetto di farmacista di prima classe. Sempre nello stesso periodo decise di combattere come rivoluzionario nella cosiddetta Rivoluzione di Marzo. Fu questo il momento in cui scelse di abbandonare la farmacia in maniera definitiva, per dedicarsi alla scrittura. Alla fine degli anni Quaranta infatti, pubblicò quattro testi politici di impronta radicale sullo Berliner Zeitungs-Halle, organo del Comitato Democratico della Germania.

Dalla farmacologia alla scrittura

Nel frattempo Bernhard von Lepel, lo introdusse nel circolo letterario Tunnel uber der Spree, che frequentò per oltre vent’anni. Fu proprio in questo periodo, tra il 1849 e il 1850, che Fontane pubblica numerose poesie e ballate, pubblicando anche il suo primo libro Uomini ed eroi. Otto canti prussiani. Dopo la scrittura di alcuni romanzi a sfondo storico, decise di trasferirsi a Londra, entrando in contatto con i Preraffaelliti, un movimento artistico di cui scrive nei suoi Englischer Artikel. Qui si dedica, inoltre, alla letteratura dei viaggi, scrivendo ad esempio, La contea di Ruppin, e Viaggio nel Magdeburgo. Fu proprio per i suoi scritti che si spinse a viaggiare tra l’Italia, l’Austria e la Svizzera.

Ovviamente tutti gli scritti di Fontane ebbero uno stile ben preciso, ovvero il realismo poetico tedesco. Nei suoi romanzi infatti riuscì a caratterizzare molto bene i suoi personaggi, la loro comparsa, l’ambiente ed il loro modo di esprimersi. Tipiche sue sono le conversazioni che si svolgevano in circoli ristretti, dove le persone seguono convenzioni mondane e svelano i loro effettivi interessi, spesso contro la loro stessa volontà. Ecco perché Fontane giunse ad una critica sociale partendo da quella ai singoli individui, attraverso una leggera vena di umorismo. Tutti i romanzi e le novelle dell’autore, riportano le parole dei protagonisti che dialogano, inserendosi lui stesso come artificio in cui il gesto del racconto diviene personale.

Ultimi anni

Alla fine degli innumerevoli viaggi decise di non scrivere più per la stampa periodica e di vivere come libero scrittore. Fu nominato proprio nel 1876 segretario dell’Accademia di Belle Arti di Berlino, ma resse per poco tempo l’incarico. Scrisse quindi numerose opere finché fu colpito, nel 1892, da una grave ischemia cerebrale. Il medico gli consigliò, per distrarsi dalla malattia, di raccontare per iscritto i suoi ricordi infantili ed egli seguì il consiglio, rimettendosi così bene dal malanno e completare altri due romanzi e il suo scritto autobiografico: Da venti a trenta.

Federica.

ALMANACCO: 19 Settembre muore lo scrittore Italo Calvino

Scrittore e intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, Italo Calvino morì il 19 Settembre del 1985. E’ stato uno tra i maggiori scrittori del secondo Novecento, conosciuto e tradotto in tutto il mondo, per i suoi romanzi e i racconti in cui racconta la guerra e la Resistenza. I numerosi campi d’interesse toccati dal suo percorso letterario sono meditati e raccontati attraverso capolavori quali Le città invisibili, Il Barone rampante, Marcovaldo e molti altri libri.

Italo Calvino nasce nel 1923 presso l’Avana a Cuba, dove risiedevano i genitori per svolgere la professione di agrotecnici. A soli 3 anni, con tutta la famiglia si trasferì in Italia, più precisamente a Sanremo, dove trascorse gli anni della fanciullezza. Il primo contatto con la letteratura avvenne all’età di dodici anni a scuola, leggendo il Libro della giungla di Kipling, del quale rimase colpito dai mondi esotici, le avventure e le sensazioni fantastiche che può dare la lettura. Inoltre amava leggere riviste umoristiche, disegnando lui stesso vignette e fumetti, e si appassionò al cinema, un amore che durerà per tutta la sua adolescenza.

Gli esordi caratterizzati dalla Guerra

Sono questi tutti i semi culturali e storici di quella formazione che il giovane Calvino più tardi tradurrà in una scrittura capace di spaziare dalla saggistica politica a quella letteraria e teatrale, dal racconto impegnato, a quello ironico e umoristico, dalla critica sociale, fino anche alla composizione di poesie. Questi iniziali sogni adolescenziali di Calvino, vennero però sconvolti dallo scoppio della Guerra Mondiale, evento che segnò la fine della sua giovinezza. Fu proprio in questo periodo che scrisse brevi racconti, opere teatrali ed anche poesie dai toni drammatici, ispirandosi a Montale, suo poeta prediletto.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si unì ai partigiani per non essere arruolato nell’esercito della Repubblica di Salò, evento che segnerà molto i suoi primi scritti. Durante la Resistenza inoltre, aderisce al Partito Comunista Italiano, in cui milita anche nel Dopoguerra, e allo stesso tempo si iscrive alla Facoltà di Lettere a Torino. Proprio in questo periodo comincia a scrivere racconti, avvicinandosi all’ambiente letterario e collaborando con varie riviste letterarie. Inoltre collabora con la casa editrice Einaudi, entrando in contatto con i maggiori scrittori dell’epoca, e venendo assunto successivamente come redattore stabile, occupandosi dell’ufficio stampa e dirigendo la parte letteraria della collana Piccola Biblioteca Scientifico Letteraria.

Dal Neorealismo allo stile Fiabesco

La fama di Calvino iniziò a partire dal 1947, in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, intitolato Il sentiero dei nidi di ragno, una ricognizione del periodo bellico e del mondo partigiano. Fu il suo esordio nel mondo del Neorealismo letterario, un movimento che indaga sull’esistenza umana, dando voce ai racconti e alle storie delle persone, documentando quanto successo negli anni della guerra e nell’immediato dopoguerra. Anche Calvino così venne spinto a scrivere dei grandi eventi della storia ai quali partecipò, contribuendo alla ricostruzione morale dell’umanità, provata dai grandi conflitti. Rispetto alla corrente neorealista, però, Calvino inserì degli elementi di novità, scegliendo di raccontare la storia con gli occhi di un bambino e la sua ingenuità di un bambino.

Solamente nel 1952, pubblicherà la sua nuova opera Il visconte dimezzato, la prima della trilogia de “I nostri antenati”, il cui completamento avvenne con i romanzi Il barone rampante del 1957 e Il cavaliere inesistente del 1959. Questo fu il romanzo che segnò il passaggio dal neorealismo ad uno stile fiabesco-allegorico, che diventerà caratterizzante dell’autore. In queste opere infatti Calvino riuscì a mescolare elementi fantastici all’ambientazione storica, che avrà culmine nella pubblicazione della raccolta delle Fiabe Italiane, che uscirono nel 1956 consolidando l’idea di un Calvino favolista. Un progetto di raccolta, sistemazione e traduzione di racconti della tradizione italiana popolare.

La fase sperimentale e saggistica

Ma la fase più interessante dello scrittore, però, fu quella sperimentale, che iniziò negli anni Settanta, in cui si dedica alla letteratura combinatoria. Alla base di questi romanzi sperimentali, vi è la volontà di allargare i confini della letteratura verso nuove esperienze, rompendo con gli schemi tradizionali del passato e aprendo verso idee innovative. Questa svolta avvenne in seguito alla frequentazione con gli scrittori francesi del gruppo dell’Oulipo, che intendono la letteratura come gioco combinatorio, creando un testo a partire da regole fisse che ne determinano la forma. In questo periodo nascono i suoi romanzi più noti, tra cui Le città invisibiliIl castello dei destini incrociatiSe una notte d’inverno un viaggiatore e infine Palomar.

Nell’ultimo periodo di vita però si dedicò anche alla saggistica, scrivendo numerosi saggi sulla letteratura. Questa fiorente attività sarà tutta raccolta nel 1980 in una grande opera intitolata Una pietra sopra. Tra i lavori di saggistica spicca poi l’ultimo libro, lasciato incompleto da Calvino prima di morire improvvisamente. Si tratta delle Lezioni Americane, un ciclo di sei conferenze che Calvino avrebbe dovuto tenere nel 1985 presso l’Università di Harvard. In questi saggi, l’autore individua le caratteristiche che avrebbero dovuto avere, secondo lui, la letteratura del nuovo secolo, ovvero leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. La sua carriera, dunque, si chiude con uno sguardo al futuro, e con un’attenzione verso gli sviluppi del mondo e della cultura che d’altronde aveva accompagnano lo scrittore per tutta la sua vita.

Federica.

ALMANACCO: 18 Settembre muore il matematico Eulero

Matematico e fisico svizzero, Leonhard Euler, meglio noto solo come Eulero, morì il 18 Settembre del 1783. È considerato il più importante matematico del Settecento, e uno dei massimi della storia, per aver fornito contributi matematici fondamentali con formule, teoremi, metodi, criteri, relazioni, equazioni. Uno dei suoi risultati più famosi è il Teorema di Eulero che stabilisce una semplice proprietà dei poliedri e riguarda il numero di spigoli, facce e vertici che li formano.

Nacque a Basilea in Svizzera il giorno 15 aprile 1707. Il padre Paul fu un caro amico di Johann Bernoulli, uno dei più famosi matematici d’Europa, che ebbe molta influenza su Leonhard in giovane età. Fu grazie ai suoi insegnamenti di matematica che Eulero, si appassionò della materia, iscrivendosi più tardi all’Università di Basilea, ed eseguendo un dottorato sulla propagazione matematica del suono.

Gli esordi accademici tra San Pietroburgo e Berlino

Fu nel 1727, che Eulero si trasferì a San Pietroburgo, a seguito dei due figli di Bernoulli, che in quel periodo lavoravano all’Accademia Imperiale delle scienze della città russa. I due fratelli, avevano rispettivamente la cattedra di Matematica e di Fisica nell’accademia, e fu in seguito alla morte di uno dei due che Eulero lo sostituì, acquisendo così il dipartimento di matematica. Per lui l’Accademia più che un luogo d’insegnamento era un luogo di ricerca, che però dovette abbandonare in seguito alla salita al potere russo di Pietro II. Questi, sospettoso degli scienziati stranieri, tagliò i fondi destinati a Eulero e ai suoi colleghi per la ricerca.

Fu così che decide di trasferirsi a Berlino nel 1741, in quanto gli venne offerto un posto all’Accademia della città da Federico il Grande di Prussia. Visse a Berlino per i successivi 25 anni, venendo a contatto con numerose figure intellettuali, Jakob Hermann, Daniel Bernoulli, l’astronomo Joseph Delisle, e Christian Goldbach. In quel periodo si occupò di cartografia, magnetismo, motori a vapore, navi, didattica della scienza, e in matematica di teoria dei numeri, di meccanica razionale e delle novità emergenti in analisi, quali equazioni differenziali e calcolo variazionale. In un quarto di secolo pubblicò ben 380 articoli, oltre che le sue due opere più importanti l’Introductio in analysin infinitorum,  e le Institutiones calculi differentialis.

Dalla cecità alle opere

Iniziarono in questo periodo anche problemi di salute, legata alla vista di Eulero che peggiorò molto durante la sua carriera. Dopo aver sofferto di una febbre cerebrale, nel 1735 diventò quasi cieco, a causa dei suoi lavori scrupolosi sui libri. Questa sua condizione ovviamente ebbe un effetto anche sul suo rendimento, che riuscì a compensare con le sue abilità mentali di calcolo e memoria fotografica. Inoltre fu aiutato da Nicolaus Fuss, che gli fece da segretario. Coninuò così ad occuparsi ancora di ottica, algebra e moti della Luna e sorprendentemente da allora pubblicò quasi metà della sua produzione scientifica, nonostante la cecità.

Insieme al suo assistente, scrisse la sua bella e celebre opera Lettere ad una principessa tedesca, dedicata alla principessa di Anhalt-Dessau, nipote di Federico il Grande. L’opera consiste in una raccolta di oltre 200 lettere riguardanti le scienze, che dimostrano la forte capacità divulgatrice di Eulero, e fornisce anche informazioni sulla sua personalità e sulle sue credenze religiose. Quest’opera però non favorì i rapporti con il Re, che lo riteneva troppo poco raffinato per la sua corte. Fu a causa dei rapporti deteriorati con l’imperatore Federico, che quest’ultimo offrì la presidenza dell’Accademia di Berlino a D’Alembert, col quale Eulero ebbe sempre un’aspra disputa scientifica. Fu così che Eulero decise di andarsene definitivamente, ritornando a San Pietroburgo nel 1766, fino alla morte avvenuta a 76 anni per un emorragia celebrale.

Teoremi di Eulero

Eulero contribuì praticamente a tutti i rami della matematica e della fisica teorica del Settecento e si interessò soprattutto allo sviluppo dell’analisi infinitesimale, una teoria nata con le opere del matematico e filosofo Leibniz e con quelle di Newton. Un’analisi, usata poi per studiare il moto dei corpi, e che divenne uno strumento prezioso per esprimere le leggi fisiche nella scienza moderna. I suoi contributi spaziarono in tutti i campi della matematica, come ad esempio anche in trigonometria e geometria analitica, introducendo anche lo studio di seno, coseno e tangente.

Inoltre enunciò il così detto Teorema di Eulero, che racchiude 3 teoremi diversi. Nel primo si stabilisce che in ogni triangolo ortocentro, baricentro e circocentro, sono allineati su una retta, detta “retta di Eulero”, e la distanza tra i primi due punti è doppia della distanza tra il baricentro ed il circocentro. Il secondo enunciato dice che avendo un quadrilatero semplice ABCD, avendo le diagonali M e N, allora la somma dei quadrati delle lunghezze dei lati è pari alla somma dei quadrati delle lunghezze delle due diagonali, più 4 volte il quadrato della distanza tra i due punti medi delle diagonali. Il terzo enunciato, che equivale al teorema dei Seni, esprime una relazione di proporzionalità diretta fra le lunghezze dei lati di un triangolo e i seni dei rispettivi angoli opposti.

Federica.

ALMANACCO: 17 Settembre muore il pittore Giorgione

 Pittore italiano, Giorgio da Castelfranco, anche conosciuto con il soprannome di Giorgione per sottolinearne l’imponenza fisica e morale, morì il 17 Settembre del 1510. Cittadino della Repubblica di Venezia, fu un importante esponente della scuola veneta, ma anche una delle figure più enigmatiche della storia della pittura, tanto da rendersi quasi una leggenda. Significativi, furono soprattutto i suoi paesaggi, dove alla realtà amava mischiare simboli, creando mondi misteriosi a affascinanti, intrisi di un’antica malinconia.

Della sua vita si conosce pochissimo e i fatti certi sono noti grazie a iscrizioni sui dipinti o a pochi documenti contemporanei. Si dice essere nato a Castelfranco Veneto in un giorno imprecisato del 1477 o del 1478. Nessun documento permette di risalire alla giovinezza del pittore, né quando abbia lasciato Castelfranco, per intraprendere gli studi a Venezia, nella bottega di Giovanni Bellini, uno dei più importanti esponenti del Rinascimento italiano.

Gli esordi tra affreschi e paesaggi

Dal maestro Bellini, Giorgione apprese soprattutto l’attento uso dei colori e della fusione dei toni, utilizzando lo sfumato, che nelle sue opere assume un ruolo chiave. Questa tecnica gli permetteva di dipingere contorni soffusi attorno alle figure, ottenendo un armonico equilibrio tra i diversi elementi presenti sulla tela. Tecnica che lo portò ad impratichirsi sull’utilizzo dell’affresco, dedicandosi alla decorazione di facciate e di interni di palazzi, a cominciare dall’opera della Nuda, sulla facciata del Fondaco dei Tedeschi, ormai quasi completamente deteriorata.

Inoltre dal maestro veneto, Giorgione erediterà anche l’attenzione ai paesaggi, elementi ricorrenti nei suoi dipinti. In Giorgione questi giocarono un ruolo chiave, nel definire atmosfere e aiutare l’osservatore nell’interpretazione dell’opera. Questo dettaglio è evidente in uno dei suoi dipinti più famosi, La tempesta, in cui le atmosfere all’interno del dipinto sono chiaramente definiti dal paesaggio minaccioso sullo sfondo che annuncia, appunto, una tempesta in arrivo. Inoltre i ruoli dei soggetti ritratti, donano all’opera un significato profondo e misterioso, questo perchè amava introdurre all’interno dei suoi lavori numerosi dettagli con significati simbolici spesso di difficile interpretazione.

La sacra Pala di Castelfranco

Nel contesto della produzione di Giorgione, da collocare sempre nei primi anni di attività ci sono anche le opere a soggetto sacro. A questo periodo troviamo la Sacra Famiglia Benson, l’Adorazione dei pastori Allendale, l’Adorazione dei Magi e la Madonna leggente, tutte opere in cui si iniziano a notare differenze fondamentali con il maestro Bellini. Infatti se per Bellini tutto è pervaso di sacralità come manifestazione divina, per Giorgione tutto ha un aspetto laico, dove la natura ha una vita propria, nella quale i personaggi sono immersi con sentimenti reali e terrestri. Come ad esempio nella Pala di Castelfranco, realizzata per la cappella del cavaliere Tuzio Costanzo, nel Duomo di Castelfranco Veneto,

Il cavaliere, originariamente commissionò l’opera per celebrare la famiglia, ma in seguito alla morte in battaglia del figlio Matteo, Tuzio Costanzo preferì dedicare l’opera a lui. La sacra conversazione si caratterizza per il gruppo della Madonna con Gesù Bambino isolati nel cielo, a sottolinearne la dimensione divina, ma al contempo circondati da uno sfondo realistico di un villaggio in rovina, segnato dalle inquietanti tracce della guerra. Alla base, sono presenti san Francesco, e un santo guerriero non identificato, che rivolgono il loro sguardo all’ipotetico osservatore, facendo da tramite tra il mondo reale e quello divino. La continuità tra i due mondi è però garantita dall’uso perfetto della luce atmosferica, e da un evidente tonalismo, che rende il chiaroscuro morbido e avvolgente.

Le commissioni criptiche ed iconiche

Non è improbabile che Giorgione all’inizio del Cinquecento frequentasse la corte asolana di Caterina Cornaro, regina di Cipro, che aveva radunato attorno a sé un esclusivo circolo di intellettuali. A questo periodo, risultano le opere Doppio ritratto, e il Ritratto di guerriero con scudiero. Al 1505 circa risale anche la tela dei cosiddetti Tre filosofi, dai complessi significati allegorici non ancora pienamente spiegati. La difficoltà interpretativa delle sue opere infatti fu spesso legata alle complesse richieste dei committenti, ricchi e raffinati, che volevano opere misteriose, piene di simbologie. Giorgione medita lungamente i temi dei suoi quadri e li riempie di significati biblici, storici, letterari.

Una delle opere più celebri di Giorgione, che celebra invece la bellezza, fu la Venere Dormiente , meglio conosciuta come Venere di Dresda, città in cui si trova oggi. Realizzata dall’artista tra il 1507 e il 1510, e’ un olio su tela dove la dea è colta mentre dorme rilassata su un prato, inconsapevole della sua bellezza. Essa con il tempo divenne la prima fonte di ispirazione di molti artisti, tra cui Tiziano, Lotto, Dossi e, secoli dopo anche di Goya, Velazquez e Manet. Fu proprio Tiziano ad avere un legame speciale con quest’opera, in quanto completò il dipinto dopo la morte prematura di Giorgione, dando vita al paesaggio di sfondo.

Ultimi anni

L’ultima fase della produzione del pittore mostra opere sempre più criptiche, caratterizzate da un approccio ormai sempre più libero sulla tela, senza disegno preparatorio e con invenzioni abbozzate direttamente sulla tela col colore, dalle tonalità fiammeggianti. Tra le ultime tele ricordiamo,  Cristo portacroce, il Concerto, il Cantore e il Suonatore di flauto.

Fu nel 1510, in piena epidemia di peste, che Giorgione morì a Venezia, poco più che trentenne, probabilmente contagiato dal morbo. La data di morte si scoprirà in un documento, ovvero il 17 settembre 1510.

Federica.

ALMANACCO: 16 Settembre muore l’architetto Gio Ponti

Architetto e designer italiano fra i più importanti del dopoguerra, Giovanni Pinti, detto Giò morì il 16 Settembre del 1979. Formatosi nell’ambito del neoclassicismo, si accostò poi alla tematica del nazionalismo, rimanendo tuttavia estraneo a quel dibattito culturale, mantenendo una posizione isolata. Dotato di fecondità inventiva, svolse un ruolo importante anche nell’ambito dell’architettura degli interni e del disegno industriale, introducendo negli ambienti della nuova borghesia italiana il gusto per l’arredamento moderno.

Nato a Milano il 18 novembre 1891. Dopo il liceo classico, si iscrive nel 1913, alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ma interruppe gli studi a causa della chiamata alle armi durante la prima guerra mondiale, a cui partecipa in prima linea. Fu proprio durante la guerra, che visita le architetture di Palladio, grazie al quale decise di dedicarsi esclusivamente all’architettura. Rientrato a Milano, prese la laurea e si avvicina al gruppo dei “neoclassici milanesi”.

Gli esordi tra ceramica e design

A Milano, inizialmente aprì uno studio assieme all’architetto Emilio Lancia, collaborando anche con gli ingegneri Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. Contemporaneamente avviò la sua attività di designer all’industria ceramica Richard-Ginori, dando il via a un rinnovamento della produzione, rielaborando completamente il design della società. Il suo disegno rifletteva la tradizionale Secessione Viennese, riallacciandosi ai valori del passato, e trovando per questo sostenitori nel regime fascista. Porcellane e maioliche, verranno presentate alla Prima Mostra Internazionale di Arti Decorative di Monza, nel 1923. Con le sue ceramiche, inoltre vinse il “Grand Prix” all’Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1925.

La conformazione classica, la passione per la pittura e per le arti decorative, costituirono la matrice principale da cui si sviluppa il primo linguaggio pontiano. Centrale è un inedito ma forte approccio al tema dell’abitazione, realizzando molti edifici come la villa Bouilhet a Garches presso Parigi, in cui architettura, interni e decorazione si fondono. Designer universale, realizzò inoltre moltissimi oggetti in diversi campi, dalle scenografie teatrali, alle lampade, alle sedie, agli oggetti da cucina, agli interni di famosi transatlantici, fino alla Pavoni, una macchina per caffé espresso da bar.

La concezione del suo nuovo stile

In questi stessi anni inizia anche un’attività editoriale, fondando nel 1928 la rivista “Domus”, insieme a Gianni Mazzocchi. Una testata che non abbandonerà più, e che rappresenterà il suo strumento di elaborazione e diffusione delle sue idee progettuali, in architettura, nel disegno di arredo e nelle arti decorative. Fu proprio grazie a questa rivista che si avvicinò alle teorie razionaliste e al concetto di italianità, che lo condurranno a concepire le prime Case tipiche emblematicamente denominate “Domus”.

L’attività di Ponti negli anni trenta si estese anche all’organizzazione della V Triennale di Milano nel 1933 e alla realizzazione di scene e costumi per il Teatro alla Scala. Ricevette tra l’altro numerosi premi sia nazionali che internazionali, diventando infine professore di ruolo alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1936, cattedra che manterrà sino al 1961. Nel 1954, Ponti inventa il premio Compasso d’Oro e, nello stesso anno, è partecipe della nascita, della rivista “Stile Industria”.

L’architettura e le pareti attrezzate

Intanto il design come l’architettura di Gio Ponti diventano sempre più innovativi abbandonando i frequenti richiami al passato neoclassico. Questo è da considerarsi come il periodo di più intensa e artisticamente feconda attività di Ponti, infatti negli anni ’50 verranno realizzate di fatto le sue opere più importanti. Ne sono un esempio il secondo palazzo ad uffici della Montecatini e il Grattacielo Pirelli a Milano. I 120 metri di altezza di quest’ultima opera costruita intorno ad una struttura centrale progettata da Pierluigi Nervi fanno del “Pirellone” (come sono soliti chiamarlo i milanesi) uno dei grattacieli in cemento armato più alti del mondo. L’edificio appare come una slanciata e armoniosa lastra di cristallo, che taglia lo spazio architettonico del cielo, i cui lati si restringono in quasi due linee verticali.

La teoria della ”forma finita”, punto cardine dell’opera di Ponti, coinvolge tutti i livelli della progettazione, dagli oggetti più minuti alle grandi architetture mentre la forma “a diamante” ne è il codice. Nel campo dell’arredo, riuscì ad ideare le così dette pareti organizzate, ovvero intere pareti prefabbricate nel quale inserire in un unico sistema, apparecchi e attrezzature fino ad allora autonome. Queste invenzioni troveranno una esemplare applicazione nelle ville dei primi anni Cinquanta, ovvero a Caracas, Villa Planchart e Villa Arreaza, e a Teheran, Villa Nemazee.

Ultimi anni

Negli anni Sessanta i viaggi di Ponti si spostano dall’America Latina all’Oriente, realizzando numerosi edifici, come la struttura ministeriale di lslamabad in Pakistan, una villa per Daniel Koo a Hong Kong e alcune importanti facciate per grandi magazzini di Singapore, a Hong Kong, a Eindhoven in Olanda. Inoltre si concentrò anche sulla realizzazione di edifici religiosi, come ad esempio a Milano con la chiesa di San Francesco e la chiesa di San Carlo Borromeo, che rappresentano un’evidente tendenza alla smaterializzazione, anticipando alcune delle opere del decennio successivo.

Ad ottant’anni Ponti realizza ancora opere memorabili quali la Concattedrale di Taranto ed il Denver Art Museum. Inoltre dipinge su perspex, piega con l’argentiere Sabattini sottili lastre metalliche, pensa a tessuti, pavimenti, facciate dove il colore predomina. Muore a Milano, nella casa di via Dezza, il 16 settembre 1979.  

Federica.

ALMANACCO: 15 Settembre nasce la scrittrice Agatha Christie

Scrittrice e drammaturga britannica, Agatha Mary Clarissa Christie, meglio nota come Agatha Christie nacque il 15 Settembre del 1890. Considerata una delle scrittrici più influenti e prolifiche del XX secolo, divenne famosa soprattutto per i suoi romanzi e racconti gialli, divenuti icone di successo in tutto il mondo. Nelle sue opere sono presenti personaggi ricorrenti come il detective belga Hercule Poirot e la curiosa vecchietta Miss Marple, protagonisti di buona parte della sua produzione letteraria e di una serie di adattamenti cinematografici e televisivi.

Nacque nel 1890 a Torquay, in Inghilterra, in una ricca famiglia dell’alta borghesia. Ricevette un’istruzione domestica, da parte dei genitori che le insegnarono a scrivere e leggere, argomenti che amò particolarmente. Tanto che nel 1901, all’età di soli 10 anni, scrisse la sua prima poesia, intitolata The cowslip. Dopo la morte del padre fu soprattutto la madre, donna dotata di una percezione straordinaria, ad insegnarle l’idea di una fantasia romantica immaginaria, cosa che caratterizzò con il tempo le poesie di Agatha.

Gli esordi letterari

A 16 anni le viene permesso di recarsi a Parigi per perfezionare gli studi di musica e canto, perché a quel tempo Agatha aspirava a diventare una cantante lirica. Dopo due anni però, senza ottenere riscontri in questa veste, si decise a tornare in Inghilterra, dedicandosi all’altro suo hobby, ovvero la scrittura. Agatha in questo periodo inizia l’attività di scrittrice, dando vita a biografie romanzate, firmate dallo pseudonimo di Mary Westmacott che, però, vengono ignorate sia dal pubblico che dalla critica.

Nel 1912 ci fu la svolta, in quanto ad un ballo conobbe Archibald Christie, giovane ufficiale d’artiglieria, con il quale si sposa, prendendo il suo cognome. Grazie a lui, ottenne il posto di crocerossina all’ospedale di Torquay, durante la prima guerra mondiale. Fu durante questa esperienze che ebbe l’idea per il suo primo romanzo giallo, Poirot a Styles Court, che le venne lavorando nell’ospedale a contatto con farmaci e veleni. La conoscenza acquisita sui veleni verrà messa a frutto nei suoi romanzi polizieschi. Vienne così creato l’eccentrico personaggio di Hercule Poirot, investigatore belga, vanitoso e maniaco dell’ordine, che Agatha farà apparire in molti suoi scritti, ottenendo moltissimo successo.

La fama, tra Poirot e Miss Marple

Nella sua vita personale, purtroppo, Agatha non fu altrettanto fortunata. In seguito alla morte della madre, il marito le confessa di amare un’altra donna e le chiede il divorzio. La scrittrice cadde in una profonda depressione, tanto da allontanarsi dalla sua casa e scomparire misteriosamente. Venne ritrovata due mesi dopo, senza memoria, ad Harrogate, una stazione termale dell’Inghilterra settentrionale, in un albergo in cui si è registrata con il nome dell’amante del marito. Per due o tre anni, sotto l’effetto della depressione e dell’amnesia, scrisse romanzi decisamente inferiori alle sue opere più riuscite.

Tutto cambiò quando decise di partire per Istanbul e successivamente a Baghdad. Il suo viaggio in treno sull’Orient Express, gli fu rivelatore, in quanto la fece innamorare dell’archeologo Max Mallowan, con il quale si sposò nel 1930. Spesso accompagnava il marito nelle sue spedizioni archeologiche e i suoi viaggi, esperienze che contribuirono a fare da sfondo a molti dei suoi romanzi. Primo fra tutti fu Assassinio sull’Orient Express, che divenne uno dei suoi scritti più iconici. Altri romanzi furono Dieci piccoli indiani, Poirot sul Nilo e La domatrice. Inoltre venne pubblicata l’opera La morte nel villaggio, primo romanzo in cui compare il nuovo personaggio del’ l’anziana Miss Jane Marple.

Successi e onorificenze

Nel 1947 il successo di Agatha Christie è ormai talmente grande che addirittura la Regina Mary, per i suoi ottant’anni, chiese alla scrittrice come regalo di compleanno, la composizione di una commedia. La Christie, realizzò appositamente il racconto Tre topolini ciechi, che la Regina gradì moltissimo. Anche il pubblico dimostrò sempre di essere molto attaccato alle sue opere, tradotte in 103 lingue, da sfiorare il mito. Nel frattempo la Christie scrive un’autobiografia che la impegna circa 15 anni e che termina poco prima del suo 75° compleanno.

Nel 1954 Agatha riceve il Grand-Master Award of the Mystery Writers of America, e nel 1971 le viene assegnata la massima onorificenza concessa dalla Gran Bretagna ad una donna, ovvero il D.B.E. (Dama dell’Impero Britannico). Nel Natale del 1975 nel romanzo Sipario, Agatha decise di far morire l’ormai celeberrimo investigatore Hercule Poirot, tanto che solamente un mese dopo all’età di 85 anni, morì anche lei nella sua villa di campagna a Wallingford.

Federica.

mARTEdì: le opere prospettiche di ANDREA MANTEGNA

In occasione della data della sua morte, avvenuta ieri 13 Settembre, ricordiamo l’artista Andrea Mantegna, uno dei principali pittori rinascimentali e artista di corte dei Gonzaga. Partì come allievo a Padova di Squarcione, formandosi in un ambiente ricco di stimoli culturali che gli permise di maturare un nuovo linguaggio spaziale. Fu influenzato dalle novità plastiche e progettistiche diffuse dagli artisti toscani, in particolare da Donatello e Piero della Francesca, e caratterizzato da un sicuro costante riferimento al mondo classico, soprattutto di derivazione romana.

Le opere di Andrea Mantegna hanno la caratteristica di raccogliere molti aspetti della cultura artistica rinascimentale, come ad esempio la conoscenza dell’antichità classica, lo spazio prospettico, la centralità della figura umana e una complessa trama simbolica. Lo stile di Mantegna infatti fu inconfondibile, caratterizzato da uno spiccato senso dello spazio, effetti scenografici e monumentali, un disegno minuzioso attento ai particolari, con colori accesi e contrastanti.

La Cappella Ovetari

Andrea Mantegna è uno tra gli artisti più importanti perché, attraverso le sue opere, fu un precursore della ricerca della prospettiva. Con lui partirono infatti tali studi, già dai primi anni di attività a Padova, e dalle sue primissime opere. La serie di affreschi per la Cappella Ovetari, nella chiesa degli Eremitani a Padova, mostra già la sua analisi il cui obiettivo era quello di poter creare uno spazio illusionistico di rappresentazione. Le scene mostravano un interesse per l’antichità classica, mescolata all’erudita esibizione e resa scenica. Anche il punto di vista fu originale, perchè posizionato estremamente ribassato accordandosi con quello dell’osservatore nella cappella, conferendo grande imponenza all’architettura prospettica all’interno delle scene.

Questo ciclo ad affresco dedicato ai santi Giacomo e Cristoforo è in gran parte andato perduto nel 1944 durante un bombardamento alleato che ha distrutto la cappella. Per le restanti parti rimane la documentazione fotografica che ne attesta la straordinaria importanza, quale primo ciclo pittorico rinascimentale del nord Italia, già molto ammirato dai contemporanei. Fu talmente innovativo che i suoi studi influenzarono l’arte successiva rinascimentale e l’uso della prospettiva diventò uno dei punti di forza dell’arte barocca. 

La Pala di San Zeno

Più o meno nello stesso periodo realizzò anche la Pala di San Zeno, nell’omonima basilica di Verona. Anche qui appare l’interesse per l’antico, il preciso senso dello spazio, le ricerche prospettiche e la statuaria monumentalità. In questa Pala, la cornice lignea è l’elemento fondamentale per la definizione dello spazio architettonico della scena, mentre il pavimento e il soffitto a cassettoni donano profondità alla produzione. Le quattro colonne scanalate dividono la Pala in tre parti e reggono un piccolo frontone con una cimasa ad arco, così come le architetture antiche. La Madonna con il bambino non ha tutta l’attenzione dello spettatore, in quanto la vera protagonista è la stessa architettura, ricca di dettagli, adornata dalle trabeazioni e dai medaglioni.

Dal punto di vista figurativo, la Vergine con il bambino siede al centro su di un imponente trono, circondata dai santi disposti a semicerchio. Non di minore importanza è la predella sottostante con le tre scene che sintetizzano il messaggio cristiano: Orazione nell’orto, Crocifissione e Resurrezione di Cristo. Ricchi festoni di frutta e foglie guarniscono la scena, mettendo in evidenza i dettagli dal colore rosso che rappresenta la passione di Cristo. Ma la qualità dei colori e della luce è ciò che colpisce di più, orchestrati in modo armonico e spettacolare, richiamano l’attenzione e coinvolgono emotivamente. Il Mantegna fece appositamente aprire una finestra per illuminare la pala da destra, in modo da far coincidere l’illuminazione reale con quella dipinta.

La Camera degli Sposi

Nel 1460 Mantegna fu invitato da Ludovico Gonzaga a Mantova dove diventerà artista di corte. La sua prima commissione fu la decorazione della Camera degli sposi nel Palazzo Ducale, attraverso una serie di grandi scene, tutte riguardanti il tema della celebrazione politico-dinastica della famiglia Gonzaga. Si pensò ad una decorazione ad affresco che investisse tutte le pareti e le volte del soffitto, sfondando illusionisticamente le pareti con la pittura, come se lo spazio fosse oltre i limiti fisici della stanza. Tutte le scene sono realizzate con punto di vista unico e coincidente con il centro della stanza.

La volta è affrescata con una forma sferoidale e presenta al centro un oculo, l’elemento più stupefacente dell’intero ciclo, grazie alle estreme conseguenze illusionistiche studiate dal pittore. Si tratta di un tondo aperto illusionisticamente verso il cielo, che ricorda il celebre oculo del Pantheon. Secondo la prospettiva da sotto in su, si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata da un gruppo di domestiche, e un pavone, animale esotico dal significato cristologico. Inoltre dipinse una decina di putti pericolosamente in bilico aggrappati alla cornice, con vertiginosi scorci dei loro corpicini paffuti in una varietà delle pose molto ricca.

Il Cristo Morto

Probabilmente al periodo 1480-1490 appartiene un’altra opera fondamentale per capire le meravigliose tecniche prospettiche dell’artista, ovvero il Cristo morto. Considerato un capolavoro innovativo dell’arte del ‘400, per l’illusione dello spazio e per lo scorcio utilizzato per stupire lo spettatore. Si tratta di uno dei momenti cruciali nella vita di Gesù, ovvero il momento successivo a quando venne deposto dalla croce e preparato alla sepoltura. E’ disteso su una lastra di pietra utilizzata per l’unzione, lo si capisce dal piccolo vaso alla sua sinistra contenente gli unguenti. Il pittore vuol dare vita ad una composizione quanto più reale possibile, soprattutto con la volontà di sperimentare una prospettiva che si origina dal basso.

L’effetto prospettico inoltre viene accentuato dalla fonte di luce, che proveniente da destra crea un notevole gioco di ombre. A rendere più evidenti i dettagli sono le linee dure con cui Andrea disegna tutta la scena. E’ attraverso queste linee, infatti, che il nostro sguardo cade sui particolari più cruenti e reali, come i muscoli irrigiditi dal rigor mortis, oppure i fori dei chiodi presenti sulle mani e sui piedi. Inoltre importanti sono le 3 figure presenti alla destra del corpo, che stanno piangendo la morte. In primo piano c’è san Giovanni, al centro c’è la Vergine Maria, disperata che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, mentre in penombra, si distingue a malapena Maria Maddalena.

Federica.

ALMANACCO: 14 Settembre nasce l’architetto Renzo Piano

Architetto e senatore italiano, Renzo Piano nacque il 14 Settembre del 1937. Tra i più noti e rinomati architetti dell’epoca contemporanea, passò oltre 50 anni a disegnare e plasmare il mondo a modo suo. Vincitore di numerosi premi, tra cui il Premio Pritzker consegnatogli dal Presidente Americano Bill Clinton nel 1998, e la medaglia d’oro AIA nel 2008. Fu anche nominato nel 2013, senatore a vita della Repubblica Italiana, dal presidente Giorgio Napolitano.

Renzo Piano nacque a Genova nel 1937, da una famiglia di costruttori edili, influenza che lo porterà ad amare il mondo dell’architettura già da bambino. Dopo aver conseguito la maturità classica, infatti si iscrisse al Politecnico di Milano per studiare e laurearsi in Archiettura. Grazie al padre, costruttore edile, ha subito la possibilità di conoscere la vita di cantiere e di esercitare la professione, nonché di instaurare le prime relazioni con i clienti.

Gli esordi architettonici

Fu proprio durante gli studi universitari che conobbe un maestro, Franco Albini, padre del Razionalismo italiano, che nutre la sua passione per i dettagli, contribuendo a segnarne la visione architettonica di Piano. Da lui, impara ad avere una visione in cui ciascun progetto è come un prototipo, che si assembla pezzo per pezzo, con una spiccata vocazione tecnologica e artigianale, deliberatamente anti-accademica. Infatti, Renzo Piano iniziò questo lavoro di sperimentazione che lo porterà ad esiti del tutto originali. In particolare, si dedicò allo sviluppo di strutture spaziali a guscio, sperimentando sui materiali e sulle tipologie strutturali.

La carica innovativa di edifici come la fabbrica mobile per l’estrazione di zolfo, costruita a Pomezia nel 1966, oppure il padiglione per la XIV Triennale di Milano del 1967, e quello italiano costruito due anni dopo alla Fiera di Osaka, trasformano il giovane progettista in un personaggio molto noto agli addetti al settore. La risonanza internazionale, fu enorme, tanto da avviare una potente attività internazionale che dura da oltre mezzo secolo. Ma il vero successo venne in seguito alla citazione del suo nome su riviste del settore, non rivolte esclusivamente ad addetti ai lavori od appassionati, ma anche a critici, come ad esempio Casabella.

Collaborazioni e progetti

Nel 1971 iniziò la collaborazione con Richard Rogers, nella società Piano&Rogers che continuò per gran parte della sua vita. Fu proprio in quel momento che gli venne affidato uno dei progetti più discussi della sua carriera, ovvero la realizzazione del Centro Georges Pompidou a Parigi. La città francese, infatti, disponeva di una piazza del tutto anonima, che il Presidente Pompidou aveva deciso di riqualificare, istituendo un centro per l’arte contemporanea. Renzo Piano vinse il concorso insieme a Rogers e Franchini, realizzando un progetto rivoluzionario e altamente rappresentativo del movimento high-tech. Una costruzione dall’impianto architettonico ardito, costruito con materiali inusuali, che soprese sia positivamente che negativamente.

Su questo cantiere Renzo Piano conobbe Peter Rice, ingegnere capo del progetto, che diviene suo partner, a discapito di Richard Rogers. La collaborazione con Rice durò quattro anni e si conclude nel 1981, quando l’architetto italiano decide di mettersi in proprio. Nacque così il Renzo Piano Building Workshop, che non a caso realizzò a Genova come sua sede principale. Fu un edificio che sintetizza tutte le peculiarità dell’architetto, mirato all’uso di materiali e tecnologie all’avanguardia, con l’intento di progredire sempre di più nella capacità di realizzare edifici e complessi urbani in tutto il mondo. Divenne a tutti gli effetti un’archistar, capace di spaziare in tutti i campi, dal sacro al profano, dal piccolo al gigantesco. 

Le sue opere più importanti

Tra i suoi progetti più importanti ricordiamo l’Aeroporto internazionale del Kansai a Osaka, l’Auditorium Parco della Musica di Roma, la Chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, lo stadio San Nicola di Bari. Fino ad arrivare ai grattacieli, come The Shard a Londra e il Nuovo palazzo di Giustizia di Parigi, in costruzione, che diventerà il più alto edificio della città dopo la Torre Eiffel. Ma fu dall’impegno civico che Renzo Piano trae le più grandi soddisfazioni, soprattutto per la realizzazione di centri museali e culturali disseminati in tutto il mondo. Fra questi ricordiamo, la Menil Collection a Houston, la Fondazione Beyeler a Basilea, il Kimbell Art Museum di Kahn, l’High Museum di Atlanta, il Paul Klee Zentrum a Berna, fino al recente MUSE di Trento.

L’architetto genovese si cimentò inoltre in numerosi interventi di riqualificazione urbana, concependo opere che incidono profondamente nel tessuto socio-culturale dei luoghi in cui si insediano. Pensiamo ad esempio al progetto di ristrutturazione Schlumberger di Montrouge e soprattutto al recupero del Porto Antico di Genova, che riflette un moto di rinascita e orgoglio cittadino. Stessa cosa per la riconversione del Lingotto di Torino da fabbrica dismessa a polo culturale, o il restyling di Potsdamer Platz a Berlino, dopo la caduta del muro. Renzo Piano riuscì nell’intento di innovare restando fedele all’identità e alla storia di ciascun luogo, con una sensibilità artistica, e ancor prima umana, che si insedia nelle forme architettoniche, rendendole vive e uniche.

Premi e riconoscimenti

Questo talento è valso all’architetto genovese una sfilza lunghissima di premi e riconoscimenti, primo fra tutti il Pritzker Prize, ricevuto dalle mani del presidente americano Bill Clinton nel 1998, ma anche la medaglia d’oro del RIBA (Royal Institute of British Architects), la légion d’honneur, il Wexner Prize, la medaglia d’oro dell’AIA (American institute of architects), solo per citarne alcuni. Anche in Italia ricevette numerosi premi, soprattutto perchè fu un uomo capace di rappresentare l’eccellenza italiana in giro per il mondo. Si sono succeduti innumerevoli riconoscimenti, fino alla nomina di Senatore a vita della Repubblica Italiana, conferitogli nel 2013 dal presidente Giorgio Napolitano.

Un po’ della sua fortuna e del suo successo, Renzo Piano decise di condividerli, dando vita nel 2006 a una Fondazione che porta il suo nome, un ente no-profit con sede a Genova, che si occupa dell’archivio dello Studio Renzo Piano, ma che soprattutto mira a supportare e formare i giovani architetti, attraverso borse di studio, pubblicazione di libri e promozione di mostre.

Federica.