ALMANACCO: 13 Settembre muore il pittore Andrea Mantegna

Pittore e incisore italiano, e cittadino della Repubblica di Venezia, Andrea Mantegna morì il 13 Settembre del 1506. Fu uno dei più grandi artisti Rinascimentali dell’Italia settentrionale, conosciuto nel mondo dell’arte soprattutto per le sue opere intrise di sperimentazioni sulla prospettiva e sull’illusionismo spaziale. I suoi lavori sono noti per aver influenzato i grandi pittori del tempo, come il tedesco Albrecht Dürer e gli italiani Giovanni Bellini e Leonardo da Vinci.

Nacque verso la fine del 1430, a Isola di Carturo, un borgo vicino Padova. Sulla famiglia di Mantegna non si sa molto, così come sulla sua data effettiva di nascita, le uniche testimonianze storiche sono legate alle Vite di Giorgio Vasari. Gran parte della sua ambiziosa vita artistica si sviluppò dopo che lasciò il suo borgo natale, per dirigersi a Padova, che in quegli anni offriva un panorama culturale ricco e stimolante. In quel clima, il genio di Mantegna trovò l’ambiente adatto per sviluppare ed esprimere la sua creatività e la sua carica innovativa.

Gli esordi a Padova

Fu proprio all’età di 10 anni, che entrò a far parte della bottega di Francesco Squarcione, che gli trasmise l’amore per l’arte dell’antica Roma. Inoltre prese spunto dai grandi artisti dell’epoca, come Paolo Uccello, Filippo Lippi e Donatello, che aiutarono il giovanissimo Mantegna ad avere, una carriera artistica fortunata e molto intensa. Però il legame con Squarcione si sgretolò con il passare del tempo, soprattutto perchè si sentiva sfruttato dal suo maestro che lo costringeva a fare i lavori più umili e a seguire una disciplina durissima. Riuscì quindi a liberarsi del maestro nel 1448,

I primi successi arrivano sempre nello stesso anno, quando ancora minorenne prese parte alla squadra per la decorazione la cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani a Padova, dipingendo le Storie di San Giacomo e San Cristoforo. Il ciclo fu quasi interamente distrutto nel corso della seconda guerra mondiale, ma quello che ne rimase, testimonia l’avvicinarsi di Mantegna ai temi del rinascimento toscano. Ammirevole infatti fu l’utilizzo dell’ardita prospettiva, utilizzando un disegno incisivo, con il quale le forme si distaccano dallo fondo. Fu proprio la prospettiva a dare monumentalità alle scene e ai personaggi, tanto da sembrare scolpite nella parete. Inoltre, l’uso di architetture rimandano allo studio dell’antico e i personaggi alla statuaria.

Fra Verona e Mantova

Padova segna profondamente la sua vita professionale, ma Mantegna resterà in questa città fino al 1457, quando decise di trasferirsi a Verona. La scelta di questa città avvenne in seguito al fatto che ricevette una commissione per la realizzazione del Polittico di San Zeno per la chiesa del Santo a Verona, uno dei suoi massimi capolavori. La scena principale della sacra conversazione, è rappresentata all’interno di un quadriportico classico, la cui cornice reale viene illusoriamente continuata dal portico, delimitato da colonne. Il Mantegna fece addirittura aprire una finestra per illuminare la pala da destra, in modo da far coincidere l’illuminazione reale con quella dipinta.

Fu però nel 1460, che Mantegna decise di trasferirsi a Mantova, per lavorare come artista di corte per Ludovico III Gonzaga. Il marchese, cultore dell’antico, lo incaricò di curare le proprie raccolte, favorendo così le conoscenze classiche del pittore. Alla corta di Gonzaga inizia la sua produzione di ritratti, tra i più importanti sono quelli dedicati al cardinale Ludovico Trevisan e il Ritratto di Francesco Gonzaga. Inoltre gli venne commissionato il primo impegno prestigioso, ovvero la decorazione della cappella del Castello di San Giorgio, residenza privata del marchese, dove ritrae la Morte della Vergine. Nel periodo mantovano, strinse inoltre molte amicizie, prima fra tutte fu quella con Giovanni Bellini, dal quale apprende l’intensità cromatica, tipica della scuola veneta.

TITOLO

Sempre nella corte, ottenne la commissione per decorare la Camera degli sposi nel Palazzo Ducale, in occasione dell’elezione a cardinale di Francesco Gonzaga. Mantegna studiò una decorazione ad affresco che investisse tutte le pareti e le volte del soffitto, adeguandosi ai limiti architettonici dell’ambiente, ma al tempo stesso sfondando illusionisticamente le pareti con la pittura, come se lo spazio fosse dilatato ben oltre i limiti fisici della stanza. Nella volta dipinge il famoso oculo circolare aperto verso uno splendido cielo dipinto, e dal quale si affacciano figure e animali. Inoltre realizzò queste grandi scene con punto di vista unico coincidente con il centro della stanza, e una fonte di luce che corrisponde a quella reale.

Sempre a questo periodo appartengono il Cristo morto di Brera famoso per lo scorcio piuttosto ardito e il San Sebastiano del Museo del Louvre. Abbiamo poche notizie del periodo successivo che va dal 1475 al 1485, ma sicuramente si trattò di un momento difficile per la vita del pittore, in quanto venne colpito dalla morte del figlio, e si ritrovò in difficoltà economiche in seguito la scomparsa dei suoi protettori. Molto probabilmente l’artista pensò di trasferirsi a Firenze, al servizio di Lorenzo il Magnifico, realizzando la serie delle grandi tele con il Trionfo di Cesare. Considerate il momento più alto di ispirazione classica del Mantegna, e il più fortunato tentativo di ricreare la pittura trionfale dell’Antica Roma.

Ultimi anni

Sempre a Mantova, fu incaricato dalla nuova coppia di regnanti, Francesco e Isabella d’Este, di numerosi lavori. Ad esempio decorò lo studio dove Isabella raccoglieva i dipinti dei migliori pittori italiani viventi, con due tele di soggetto mitologico: il Parnaso e il Trionfo della Virtù. Esse mostrano quanto l’artista seppe anticipare il classicismo 500esco.

Una terza tela rappresentante la Favola del dio Como rimase però incompiuta a causa della morte dell’artista che avvenne il 13 settembre del 1506.

Federica.

ALMANACCO: 12 Settembre muore il poeta Eugenio Montale

Poeta, traduttore, scrittore, filosofo, giornalista, critico letterario, critico musicale e politico italiano, Eugenio Montale morì il 12 Settembre del 1981. Tra i massimi poeti italiani del Novecento, divenne famoso per aver fondato i termini di una poetica del negativo, in cui il “male di vivere” si esprime attraverso la corrosione dell’Io lirico tradizionale. Molto sensibile verso il disagio esistenziale dell’uomo, vinse inoltre nel 1975 il premio Nobel per la letteratura.

Nasce a Genova il 12 ottobre 1896 nella zona di Principe. Anche se appartenente ad una famiglia borghese, ha però un’adolescenza difficile a causa dei problemi di salute dovuti a diverse broncopolmoniti. Questo lo porta a trovarsi spesso da solo, cosa che lo rende molto attento al dolore che caratterizza la condizione umana. È quindi già da ragazzino molto sensibile e tendente all’introspezione.   

Gli esordi letterari

Per volere dei genitori si iscrisse nel 1911 all’istituto tecnico commerciale, dove si diplomerà in ragioneria, coltivando però allo stesso tempo i propri interessi letterari. La sua formazione letteraria è dunque autodidatta, frequentando le biblioteche cittadine e assistendo alle lezioni private della sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia. Letteratura e lingue straniere, furono le radici per la sua formazione e il suo immaginario, unito al panorama della Riviera ligure, dove la famiglia trascorreva le vacanze nelle città di  Rapallo, Monterosso al Mare e le Cinque Terre.

Gli anni della giovinezza delimitano così in Montale una visione del mondo in cui prevalgono i sentimenti privati e l’osservazione profonda e minuziosa delle poche cose che lo circondano, ovvero la natura mediterranea e le donne della famiglia. Un mondo che caratterizzò con decisione la sua formazione iniziale e il suo immaginario agli esordi. È in questo periodo che Montale getta le radici nel mondo della letteratura, che lo porterà a essere ricordato come uno degli autori più influenti del Novecento.

Gli anni della Guerra e del Fascismo

Fu nell’anno 1917, che venne dichiarato idoneo al servizio militare, prestando servizio nella 23° fanteria a Novara. Inizia così a frequentare il corso allievi ufficiali a Parma, chiedendo di essere inviato sul fronte di guerra. Dall’aprile 1917 combatte in Vallarsa, inquadrato nei Leoni di Liguria del 158º Reggimento fanteria, concludendo l’esperienza entrando a Rovereto. In seguito fu trasferito a Chienes e poi al campo di reduci di guerra dell’Eremo di Lanzo, dove venne, infine congedato con il grado di tenente all’inizio del 1920.

Con l’avvento del fascismo, però Montale tenderà a distaccarsi definitivamente dall’esperienza militare. Dal fascismo prenderà subito le distanze, sottoscrivendo nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, una presa di posizione culturale più che politica. Si tratta di un rifiuto della civiltà e della società di quel periodo, un sentimento che porta il poeta a vivere quegli anni in una sorta di reclusione, che gli ispira una visione profondamente negativa della vita. Il suo pessimismo non cambierà nemmeno con l’avvento della democrazia, in quanto Montale continua a sentirsi inadeguato e poco rappresentato dai partiti di massa del tempo, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano.

Tra Firenze e Milano

Terminata la prima guerra mondiale, Montale si divide tra Firenze e Milano. Firenze fu la città fondamentale per la sua attività di scrittore, in quanto era stata la culla della poesia italiana moderna, ospitando artisti del calibro di Ungaretti, Saba e Cardarelli. Fu proprio in questo ambiente che Montale entra con la prima edizione della sua opera più famosa, Ossi di Seppia del 1925. In quegli stessi anni nascono collaborazioni con numerose riviste letterarie come Solaria, e iniziando una collaborazione con l’editore Bemporad. La vita fiorentina però era caratterizzata da una forte incertezza economica e complicati rapporti sentimentali, tanto che decise di trasferirsi a Milano, nel 1948.

Il trasferimento nella città lombarda è l’occasione per la pubblicazione di due opere, ovvero Le occasioni, da una parte, e le prime liriche de La bufera e altro, che usciranno nel 1956. Dal punto di vista politico, invece, Montale prova a iscriversi al Partito d’Azione, ma ne esce in pochissimo tempo. Diventò allo stesso tempo redattore del Corriere della Sera, per conto del quale compie molti viaggi, scrivendo reportage culturali e letterari. Nel 1956, pubblica anche la raccolta di prose Farfalla di Dinard, ottenendo fama internazionale, attestata dalle numerose traduzioni delle sue poesie in svariate lingue. Le sue opere furono tanto amate che nel 1975 gli venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Muore a Milano il 12 settembre 1981, poco prima di compiere 85 anni, per problemi conseguenti a una vascolopatia cerebrale.

La poetica di Montale

Quella di Montale è una figura emblematica della letteratura italiana del Novecento, così come la sua poetica e il suo pensiero. Anche se erroneamente presentato come poeta dell’Ermetismo, non ne aderì mai completamente, ma solo in parte. Per lui infatti la poesia non ha un ruolo di elevazione spirituale, ma era in realtà solo uno strumento per effettuare indagini sull’esistenza dell’uomo nella società contemporanea. Montale riflette sull’uomo moderno, vittima di una solitudine e di una frustrazione esistenziali, e dominato dal male di vivere. A questo male, il poeta, in quanto uomo, non può avere una soluzione, ma può indagare su questo attraverso la poesia.

Il linguaggio poetico è ormai in decadenza, in quanto non è più aulico e sublime come quello dei tempi passati. E’ proprio a causa di questo che Montale sviluppa “la poetica dell’oggetto”, un sistema di scrivere che tende ad avvicinare oggetti e figure che fra loro hanno delle analogie e che, letti uno accanto all’altro, suscitano direttamente un’emozione senza bisogno di aggiungere altro. Questo fa si che il linguaggio poetico risulti molto diretto e schietto, e carico di significati. Fondamentali nella sua produzione poetica sono infatti i simboli.

Federica.

ALMANACCO: 11 Settembre muore lo scultore Pino Pascali

Artista scultore ma anche scenografo, fotografo, performer e disegnatore, Pino Pascali morì l’11 Settembre del 1968. Considerato forse l’artista pugliese più grande, e certamente più celebre a livello internazionale di tutto il Novecento. Attraverso le sue opere ha saputo esprimere il suo Io interiore fino ad arrivare ad una ragionata critica sociale, servendosi di tutti i mezzi espressivi che gli furono a disposizione in quel tempo.

Nato a Polignano a Mare, in Puglia nel 1935, anche se trascorse l’adolescenza a Bari, dove frequenta prima il liceo scientifico, poi il liceo artistico. Fin dalla tenera età, l’arte fu la sua più grande passione, tanto che nel 1956 si trasferì a Roma, per iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Fu proprio qui che seguì il corso di Scenografia tenuto da Toti Scialoja, maestro capace di attrarre i suoi allievi non solo verso il teatro, ma anche più in generale sull’arte figurativa, sulla letteratura e sulla filosofia contemporanea.

Diviso tra scultura e televisione

Furono gli anni dell’Accademia i più importanti per Pino Pascali, sia dal punto di vista artistico che ideologico. Infatti in questo periodo, maturò come artista eclettico e progressista, cominciando a frequentare l’ambiente degli artisti romani. In particolare, si lega al Gruppo di Piazza del Popolo, seguendo delle conferenze organizzate presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna. Partecipa poi a vari collettivi e nel 1965, ottenne la sua prima personale alla Galleria La Tartaruga di Roma. In soli tre anni viene notato dai più importanti critici e galleristi, entrando così a far parte del panorama dell’arte contemporanea italiana.

L’esordio di Pascali nel settore della scenografia e dell’arte scenica, avvenne ancora prima della laurea e del diploma, ottenuto con il massimo dei voti nel 1959. Fu proprio in questo periodo che si rivelò particolarmente proficua per lui la collaborazione con lo Studio Saraceni e la Lodolo Film, dove svolse attività di scenografo, grafico e creativo di spot pubblicitari. Queste esperienze lo portarono, successivamente ad aver conseguito la laurea, a lavorare come aiuto scenografo alla Rai, dando vita a Caroselli, spot pubblicitari e sigle televisive.

Poetica artistica

I primi anni Sessanta vedono Pascali impegnato nella riproduzione di opere d’arte fortemente influenzate dalla Pop Art, che stava spopolando già in America e che si diffuse successivamente anche in Italia. Nelle sue opere originali, amava sperimentare materiali e tecniche più diverse, come plastica e polistirolo, trattati con cartapesta, acido, lamiera, ecc. Proprio per questo fu un artista fuori dagli schemi, vulcanico e amante del paradosso. I suoi lavori infatti sono la somma del suo genio eclettico, nel quale però riunisce la sua cultura mediterranea, recuperando immagini di campi, mare, terra e animali. In particolare, le opere dal titolo Canali di irrigazione, Ricostruzione della natura e Campi Arati.

Pino Pascali realizzerà anche delle sculture, anche qui utilizzando materiali effimeri e fragili come il legno, la tela, la paglia, la lana d’acciaio, esprimendo la sua personalità originale e anticonformista, rifacendosi alle forme del gioco e dell’avventura tipiche dei più piccoli. Infatti, per lui la passione per l’arte ha un sapore ludico, tanto che dedicò un intero ciclo di opere alle armi giocattolo, come quelle utilizzate dai bambini, create con materiali di riuso. Proprio per questa poetica artistica, che possiamo dire che Pascali è ritenuto uno dei più importanti esponenti dell’Arte Povera, in Italia.

La morte prematura

Ma proprio all’apice della sua carriera, mentre alcune sue opere erano in mostra alla Biennale di Venezia, morì prematuramente all’età di 32 anni. La morte, fu a causa di una grave ferita riportata in seguito ad un brutto incidente in motocicletta, altra grande passione. In omaggio a questo artista, è stato istituito il Premio Pino Pascali, a cura della Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare, presso la quale sono attualmente esposte non solo le sue opere, ma anche degli artisti vincitori del Premio e degli artisti pugliesi che meritano particolare attenzione.

Federica.

ALMANACCO: 10 Settembre nasce il poeta Franco Fortini

Poeta, saggista, critico letterario e traduttore italiano, Franco Fortini nasce il 10 Settembre del 1917. Occupa un posto di primissimo piano tra gli intellettuali del secondo dopoguerra, famoso per essere tra le personalità più prestigiose del panorama letterario italiano del Novecento. Figura autorevole e controversa, che diede vita ad una produzione variegata, che comprende saggistica, poesia, narrativa, sceneggiature, traduzioni in versi ed in prosa dal francese e dal tedesco.

Franco Fortini, pseudonimo di Franco Lattes, nasce a Firenze nel 1917, da padre ebreo e madre cattolica. Compì tutti i suoi studi nella città natale, laureandosi anche in Giurisprudenza ed in Lettere. In questi anni il giovane Franco frequenta un gruppo di amici, con i quali discuterà di arte, di teatro e di musica, ma soprattutto di cinema francese. Fu proprio quest’ultima passione ad essere preponderante nell’attività letteraria di Fortini, tanto da assumere come parola d’ordine quelle della canzone cantata nel film À nous la liberté.

Gli esordi

Ma gli anni accademici non furono facili, a causa della discendenza ebrea paterna. Al fine di evitare discriminazioni per la razza, decise di assumere il cognome della madre, che è appunto Fortini. Ma questo stratagemma non lo aiutò, in quanto l’organizzazione universitaria fascista lo espelle comunque dall’università. Fu così che nel 1943, fuggì da Firenze riparandosi in Svizzera e si unì al gruppo dei partigiani della Valdossola, che in quel periodo stavano organizzando la Resistenza. Fu solamente due anni dopo che Fortini si trasferì a Milano, cominciando a lavorare nel campo letterario, come copywriter, consulente editoriale, traduttore e, infine, come docente universitario di Storia della Critica all’ Università di Siena.

Fortini si impegnò costantemente, da intellettuale rivoluzionario, nelle lotte ideologiche del suo tempo, con opere di critica e di narrativa. Inizialmente venne coinvolto dall’ermetismo, molto in voga in quel periodo, arrivando poi a sposare i principi del marxismo critico di Marx. Fortini si pose così in una posizione fortemente polemica verso la società del tempo ed anche nei confronti dell’avanguardia che emerse tra gli intellettuali ed i politici. Fu in questo periodo, dopo aver acquisito la fama, inizia a collaborare con riviste e quotidiani, attraverso un grande impegno ideologico e polemico verso la società letteraria, con saggi sui rapporti tra letteratura e politica, poesia e potere. 

La poetica

Come la maggior parte dei poeti italiani a lui contemporanei, Fortini esprime una profonda crisi dell’intellettuale di fronte alla Storia, e la conseguente negazione di qualsiasi funzione della poesia, ad eccezione della presa di coscienza e della testimonianza. La poesia resta quindi relegata ad un ruolo privato e marginale. La sua visione poetica inoltre metteva in evidenza il “qui ed ora”, esaltando i messaggi che la Natura formula, facendo anche riferimento ad episodi e personaggi del passato.

La sua produzione poetica, infatti, sembrerebbe essere molto vicina alla filosofia, in quanto riflette sulla condizione e sulle contraddizioni degli intellettuali nella società capitalista e sulle possibilità di usare il marxismo come strumento di interpretazione generale della realtà.
Domina la sua poesia una limpida lucidità che si rispecchia in una forma prosastica riscattata dalla presenza di metafore e allegorie. Per scrivere i suoi versi il poeta dice di aver bisogno di una forma molto semplice, di ritmi larghi, di pause assai profonde. La sua produzione letteraria fu molto ricca e variegata, racchiusa integralmente nel volume intitolato Una volta per sempre, pubblicato nel 1978.

Ultimi anni

Autore di poesie e romanzi, critico letterario, e polemista, Fortini ha un posto di primissimo piano tra gli intellettuali del secondo dopoguerra. Assai fervida è anche l’attività svolta come traduttore di testi, così come la sua collaborazione come autore di testi in alcune prestigiose riviste del Novecento. La sua penna è stata particolarmente apprezzata anche nelle pagine di quotidiani famosi come il Sole 24 Ore e il Corriere della Sera.

Franco Fortini si spegne a Milano il 28 novembre 1994 all’età di 77 anni.

Federica.

ALMANACCO: 9 Settembre muore il pittore Henri de Toulouse-Lautrec

Pittore francese, tra le figure più significative dell’arte del tardo Ottocento, Henri de Toulouse-Lautrec morì il 9 Settembre del 1901. Artista divenuto famoso per aver ritratto le folli notti di Montmartre durante il periodo della Belle Epoque, con il suo Moulin Rouge, le ballerine di can can e gli ubriachi di assenzio. Instancabile bevitore, coraggioso, acuto e geniale, Lautrec diventa punto di riferimento delle sfrenate notti parigine, che ci racconta nelle sue opere al sapore di assenzio, sudore e  profumo francese.

Nasce nel 1864 ad Albi in Francia, da una famiglia che apparteneva alla nobiltà, essendo il padre un conte. Ribelle fin da giovanissimo, Lautrec rifiutò il sontuoso stile di vita legato alla sua condizione, per fuggire nella periferia parigina, tra pittori, ballerine, poeti e prostitute. Fu proprio nella febbrile Parigi, che sviluppa subito la passione per il disegno e l’arte, tanto che la famiglia gli permette di seguire una formazione artistica.

Dalla malattia agli esordi artistici

Nel periodo scolastico si ruppe entrambe le ginocchia, e le gambe non gli cresceranno più, tanto che resterà fisicamente deforme. Questa disabilità e malformazione fu anche dovuta probabilmente alla parentela fra i suoi genitori, sposati anche se cugini. Fu per questo che diagnosticato i nanismo, fu costretto ad una sedia a rotelle, ritirandosi anche dalla scuola. In questa circostanza, durante i lunghi periodi di convalescenza, trova conforto nella pittura che diventa la sua grande passione.

Inizia anche a seguire delle lezioni di pittura che gli vengono impartite da René Princeteau, un pittore sordomuto che lo inizia alla carriera artistica. Inizia ad eseguire vari disegni, in cui soggetti sono la sua famiglia, il mare, le battute di caccia, i cavalli. L’anno successivo inizia a frequentare lo studio d’arte del maestro francese Léon Bonnat e l’atelier di Fernand Cormon sito nel quartiere di Montmartre. Qui frequentando i locali e i cafes più celebri di Parigi, ha modo di conoscere vari artisti dell’epoca, tra cui si Vincent Van Gogh, Louis Anquetin, Emile Bernard.

L’artista di Montmartre

Con l’influenza artistica di Montmartre, anche i suoi dipinti divennero più frizzantini, ritraendo clienti ai tavoli, le ballerine, le cantanti dei locali, i bevitori al bar. È a lui che dobbiamo le immagini più vivide e autentiche della Parigi rumorosa e allegra negli anni della Belle Epoque. Proprio per questo Toulouse-Lautrec diventa presto uno dei personaggi più popolari negli ambienti bohèmien delle capitale, trascorrendo le sue notti bevendo assenzio e ammirando le ballerine di can can negli affollati locali notturni.

Inutile dire che si innamora del Moulin Rouge, diventando un ospite fisso del celebre locale. A questo storico luogo sono legate alcune delle opere più celebri di Toulouse-Lautrec come Ballo al Moulin Rouge. Ovviamente però non si dedicò solo ai locali di Montmartre, ma anche alle protagoniste delle chiassose notti parigine, ovvero le prostitute. Lautrec le amava ritrarre nella loro intimità, condividendo intere giornate con le ragazze, così da poterle ritrarre al risveglio, durante la toeletta, mentre ingannano il tempo in attesa dei clienti.

Fino al successo

Inoltre si avvicina sempre più al gruppo di artisti noti come Les Artistes Inchoérents, chiamati in questo modo perché rappresentano nelle loro tele dei temi trattati in modo umoristico e anticonformista. Con questo gruppo partecipò a varie esposizioni, esponendo quadri come il celebre dipinto Les Batignolles trois ans et demie avant Jésus-Christ, Portrait d’une malhereuse famille atteinte de la petite grelure, e altri due quadri Bal du Moulin de la Galette e Il Ritratto di Forcaud che però non ottennero un giudizio positivo da parte della critica francese.

Grazie al consiglio di van Gogh, Toulouse-Lautrec si appassionò anche alla xilografia giapponese, influenza che si percepisce nella realizzazione dei suoi famosi manifesti pubblicitari. Il più celebre è quello realizzato nel 1891 per il Moulin Rouge. Dopo il successo riportato nel biennio 1892-1893 realizza per altri locali francesi altri manifesti, così come numerose riviste. Se dal punto di vista artistico ottenne gran successo, visse una difficile situazione a livello personale dettata dalla sua condizione fisica. Fu proprio in questi anni che affoga i suoi dispiaceri nell’alcool e vive numerose crisi depressive.

Ultimi anni

Sul finire degli anni Novanta dell’Ottocento le sue condizioni di salute peggiorano, ripercuotendosi anche nella sua produzione artistica. Toulouse-Lautrec morirà a 37 anni a causa della sifilide a dell’alcolismo, un problema che lo accompagna fin dalla giovane età e da cui più volte proverà a fuggire senza successo.

Federica.

ALMANACCO: 8 Settembre muore il pittore André Derain

Pittore, incisore, scenografo, costumista teatrale, scultore e ceramista francese, André Derain morì l’8 Settembre del 1954. Importante artista, famoso per essere pioniere delle diverse avanguardie artistiche del Novecento. Iniziò la sua carriera artistica insieme al gruppo di pittori Fauves, ma nel corso degli anni si avvicinò anche ad altri linguaggi figurativi, secondo le influenze di altri grandi pittori del secolo.

Derain nasce a Chatou, in provincia di Parigi nel 1880, da un’agiata famiglia borghese. I primi studi vennero influenzati dal padre, che lo voleva ingegnere, ambito che però lasciò molto presto per dedicarsi ad altro. Ecco perchè nel 1898 si iscrisse all’Accademia Julian, dove entrò in contatto con le arti, dedicandosi completamente alla pittura. Fu proprio qui che conobbe prima Maurice de Vlaminck e, l’anno seguente, Henri Matisse, pittori che lo influenzarono enormemente nelle sue opere.

Gli esordi artistici

Fu in quegli anni accademici che si dedicò alla realizzazione delle prime opere d’arte, come ad esempio Il funerale o La salita al Calvario. In un primo tempo venne completamente rapito dall’arte di Vlaminck, dipingendo paesaggi realistici lungo le rive della Senna, usando colori puri e non mescolati. Crea tele dai colori puri, sentendo l’impulso di liberare la tela da ogni costrizione convenzionale o limitativa. Nel 1905 ebbe l’opportunità di esporre al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants, come un artista appartenente al gruppo dei Fauves.

Tuttavia, come si evince dalle sue opere del periodo, non mostra una totale adesione al movimento avanguardista francese. Questo soprattutto perchè usava colori audaci e brillanti come i Fauves, ma li racchiudeva nel rispetto armonico della composizione e della forma. Infatti, come uomo di cultura vasta e profonda, fu ammiratore delle opere dei grandi maestri antichi , e non poteva rinunciare a contenere l’esuberanza dei colori in un’armonia classica di composizione. Opere in questo senso sono Le rive della Senna a PecqL’Estaque.

La poliedricità di Derain

Altrettante sono le opere che devono la loro influenza al puntinismo di Paul Signac, alla luce di Claude Monet, grazie al periodo trascorso a Londra nel 1906, e alla vicinanza con il pittore Paul Gauguin, nelle quali si riscontra una minor vivacità dei colori. Furono tante le correnti artistiche a cui Derain fece riferimento, in cui sperimenta e si approccia alla pittura, con lo sguardo rivolto verso i grandi maestri contemporanei. In questo periodo dà vita a I dintorni di Collioure, Donna in camicia, e Il ponte di Waterloo.

Acquisendo sempre più fama e successo, entrò anche nella cerchia di letterati, realizzando per essi diverse illustrazioni di libri. Ad esempio illustrò un libro di poesie di Guillaume Apollinaire, una raccolta di poemi di Max Jacob, il primo libro di André Breton, le favole di Jean de La Fontaine e l’edizione del “Satyricon” di Petronio. Nel frattempo continuò a dipingere, avvicinandosi al cubismo di Braque e di Picasso, pur non arrivando alle audaci scomposizioni formali.

Dal ritorno all’ordine, al periodo gotico

Il 1911, fu l’anno di svolta in cui Derain ritornò alla vecchia maniera, impiegando il chiaroscuro e la prospettiva e rendendo i propri dipinti più classici e tradizionali. Un ritorno all’ordine e alle forme classiche, molto comune tra gli artisti attivi in quel periodo in Europa, tra cui ricordiamo lo stesso Picasso, Gino Severini e Giorgio De Chirico con la sua metafisica appena nata. Periodo questo di grande cambiamento ove in Italia nascono i Valori Plastici e Novecento, mentre in Germania sale la Nuova oggettività.

Successivamente al 1911, Derain subisce gli influssi della scultura africana e primitiva francese, intraprendendo un periodo gotico, e dedicandosi a solenni temi figurativi e elaborate nature morte. Fra le opere di questo periodo troviamo La cena, Il sabato, Natura morta sul tavolo, ma anche sculture di figure rigide e stilizzate come il Nudo in piedi. L’influenza della scultura, lo porta a partire dal 1913 a concentrarsi anche su quadri di figura, come autoritratti, ma anche scene di genere e ritratti.

Dal successo all’isolamento

Dopo essersi schierato, al termine della Prima Guerra Mondiale, contro la diffusione del Surrealismo e del Dadaismo, ritenuti movimenti anti-artistici, ebbe nuovamente un forte richiamo al classicismo. Questo anche dettato anche dalle suggestioni del viaggio a Roma, in cui perfeziona la conoscenza dei grandi pittori italiani del Rinascimento. In questo periodo, Derain si dedica soprattutto alle vedute di paesaggi e città, arrivando intorno agli anni 20, all’apice del suo successo. Riconosciuto a livello internazionale, esponendo opere a Londra, Berlino, New York, Francoforte, Duesseldorf e Cincinnati, ottenendo nel 1928 il premio Carnegie.

Nel corso dell’occupazione della Francia da parte dei tedeschi, Derain rimase a Parigi, pur essendo corteggiato dalla Germania in quanto rappresentante del prestigio della cultura francese. Nel 1941, rifiutò la direzione della scuola nazionale delle belle arti di Parigi, per effettuare un viaggio a Berlino insieme ad altri artisti francesi, per prendere parte a un’esibizione nazista dell’artista Arno Breker. La presenza di Derain in Germania viene sfruttata dalla propaganda hitleriana, al punto che, l’artista venne additato come un collaborazionista, e per questo criticato da molti di coloro che prima lo supportavano.

Ultimi anni

A causa delle numerose critiche, tese ad isolarsi sempre di più dal resto del mondo. Questo isolamento sopraggiunse nello stesso periodo in cui André Derain contrasse un’infezione agli occhi dalla quale non si ristabilirà mai completamente. Muore l’8 settembre del 1954 a Garches, Hauts-de-Seine, investito da un veicolo.

Federica.

mARTEdì: i famosi Tagli oltre la materia di LUCIO FONTANA

In occasione della morte di Lucio Fontana, avvenuta il 7 Settembre del 1968, prenderemo in analisi, alcune delle sue opere più importanti. Fontana fu sempre un tipo molto originale, tanto da divenire famoso per le serie dei buchi e dei tagli sulla tela, nelle quali introdusse l’idea di Spazialismo, movimento di cui fu fondatore. Infatti Lucio Fontana è uno degli artisti contemporanei più rilevanti a livello internazionale, il cui nome è diventato simbolo di una vera e propria rottura con i linguaggi artistici tradizionali.

I tagli di Fontana sono diventati un simbolo, un’icona di quanto l’arte contemporanea sia dirompente e talvolta necessiti di una lettura più approfondita per comprenderne il significato. Davanti a qualsiasi dei celebri tagli infatti, il cliché più comune è quello di chiedersi se sia veramente arte. In questo articolo proverò a spiegare perché i suoi tagli sono assolutamente arte raccontando l’incredibile storia di uno dei nomi dell’arte contemporanea più importanti al mondo.

La serie dei tagli

Un taglio è qualcosa di complesso da capire, perché rompe, squarcia e nell’immaginario comune rovina. Per chi è abituato a collegare l’arte con la perfezione estetica, un taglio è qualcosa che diventa a tratti incomprensibile. Eppure Fontana basò tutta la sua carriera artistica su questo concetto, unito al colore e allo spazio. Su questa idea infatti realizza una serie di opere intitolate Concetti Spaziali, o Attese, delle opere monocromatiche con al centro dei tagli netti verticali.

Le sue tele vengono quindi squarciate, attraverso uno o più tagli, netti e regolari, operati con l’intento di oltrepassare la superficie della tela di supporto ricoperta di aniline o di idropittura. I “Tagli” all’inizio si presentano in fitte sequenze, poi tendono a ridursi a pochi unici e netti, dove una garza nera ne chiude sul retro la luce. Un’apertura verso l’altrove, verso nuovi linguaggi, e verso nuove forme e spazi. che tendono ad interrompere la tradizione pittorica bidimensionale della tela, per lavorare sullo spazio che attraverso il taglio diventa tridimensionale annullando la distinzione tra pittura e scultura.

Il gesto violento del taglio

Quando in passato si criticavano i tagli di Fontana e si pensava che chiunque li potesse replicare senza alcuna difficoltà, ci si sbagliava di grosso. Infatti nel corso del tempo tante sono state le imitazioni delle opere del grande maestro, ma nessuna di esse ha mai saputo eguagliarlo. Ebbene si un taglio falso, un falso d’autore, si riconosceva da un originale. Quello di Lucio Fontana non era semplicemente un taglio fatto a caso, bensì era un singolo gesto veloce, istintivo eppure meditato, prezioso, ricco di significati, che quasi diventava una danza.

La sua sicurezza nell’incidere la tela era imparagonabile. Il taglio di Fontana infatti era come una ferita, uno squarcio. La si può anche interpretare come metafora dell’amplesso e della penetrazione. In realtà, di quest’ultima teoria, l’unico aspetto interessante, al di là delle inutili e triviali provocazioni, è che Fontana ha lo scopo di ridare vita umana, far vivere quei monocromi assoluti che fanno da sfondo ai tagli.

Tra pittura e scultura

Oltre al significato concettuale dei quadri e dei tagli di Fontana, c’è una buona parte di effettiva novità nella forma stessa dell’opera. Infatti, grazie a Lucio Fontana la tela inizia a diventare una vera e propria scultura. Ora non è più la bidimensionalità del colore a fare da padrona, ma è l’intervento fisico del taglio che va a colpire la tela stessa e fa si che essa, grazie alla rottura della sua superficie e degli elementi applicatovi sopra, interagisca direttamente con lo spazio circostante.

E’ come se Fontana ci dicesse che il mondo vero non è quello che sta sul dipinto o dentro la scultura, ma è quello che si apre oltre lo squarcio. Si può inoltre dire che abbia definitivamente superato la terza dimensione, grazie a un’arte capace di occupare lo spazio. Infatti Fontana cessa quindi di trattare la tela come semplice supporto sul quale applicare del colore, ed inizia a trattarla come materia da modellare proprio come uno scultore modella il suo pezzo di marmo, di gesso o di argilla. E ancora, i tagli sono un modo per superare la finzione dell’arte.

“Il buco è l’inizio di una scultura nello spazio. I miei non sono quadri, sono concetti d’arte.” 

Lucio Fontana

La circolarità dell’opera verso l’infinito

Ed infine, tra i più importanti significati che si celano dietro ai tagli di Fontana, c’è l’idea di un movimento in avanti ed in indietro, in versi tra loro opposti. Ogni taglio può svuotare tutto il mondo e creare un circolo di moto ininterrotto, di vita perenne, come a dare evidenza plastica all’oscillare della vita attorno ad un movimento eternamente in contraddizione con se stesso. Con un colpo di cutter il Maestro italo-argentino taglia la strada che va percorrendo, e torna al punto di partenza.

Federica.

ALMANACCO: 7 Settembre muore l’artista Lucio Fontana

Pittore, ceramista e scultore italiano, Lucio fontana morì il 7 Settembre del 1968. Importante e poliedrico artista del Novecento italiano, diventato famoso per i suoi lavori originali, che furono fondamentali per il movimento Spazialista, di cui ne fu esponente e fondatore. Iconici furono i suoi tagli sulla tela, così semplici all’apparenza ma da sempre considerati un rivoluzionario simbolo dell’arte di Fontana.

Nacque nel 1899 in Argentina, a Rosario de Santa Fè, da genitori di origine italiana, con spiccate attitudini artistiche. Il padre era infatti uno scultore, con un atelier artistico specializzato in scultura funeraria molto in voga fra i ricchi italiani emigrati in Argentina. Lucio cominciò a lavorare nello studio del padre, realizzando le prime opere sperimentali, cominciando ad allontanarsi dall’idea di scultura come attività commerciale. Da adolescente lasciò l’Argentina, seguendo la sua famiglia in Italia, stabilendosi a Milano.

Gli esordi artistici

Nel 1914, incomincia gli studi alla Scuola dei maestri edili nell’Istituto Tecnico di Milano, istruzione che tuttavia si interruppe a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Fu infatti nel 1916, che il giovane si arruolò come volontario al fronte, esperienza che però durò poco, in seguito ad una ferita riportata in battaglia, e al successivo congedo. Al rientro nel 1927 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Adolfo Wildt, un celebre artista originale e rivoluzionario che utilizzava per le sue opere materiali insoliti, come urina e sterco di cavallo. 

Fontana ne rimase fortemente influenzato, avvicinandosi all’idea rivoluzionaria di scultura intesa come ricerca di qualcosa di nuovo, di nuove istanze artistiche. Infatti per tutti gli anni ’30 Fontana si dedicò alla sperimentazione artistica, entrando in contatto con il gruppo degli architetti razionalisti detto BBPR, con gli astrattisti lombardi, e con il gruppo parigino dell’ Abstraction-Création”. Per questo alterna opere astratte, come tavolette graffite e sculture in ferro filiformi, a ceramiche barocche, di stampo Sudamericano.

Il Manifesto Blanco e lo Spazialismo

Fu però nel 1940, che Fontana decise di tornare in Argentina, come ormai scultore affermato. Fu protagonista di numerose esposizioni, ricevendo riconoscimenti pubblici, e frequentando la scena dell’avanguardia. Nel 1946 con con Jorge Rornero Brest e Jorge Larco, fu promotore della Altamira, un’accademia indipendente che diventò un centro focale di sperimentazione artistica. Fu in questo contesto che prese vita l’idea del superamento della pittura e delle arti tradizionali, per arrivare ad una nuova forma che includesse anche lo spazio e il tempo.

Concetti che Fontana espresse nel Manifiesto Blanco, un volantino firmato da molti artisti sudamericani controcorrente. Fu nel Manifesto che per la prima volta nel 1947, apparve il termine di Concetto Spaziale, che farà parte della sua produzione negli anni a venire. Fontana così decise di tornare in Italia nello stesso anno, fondando a Milano il Movimento Spazialista. Gli artisti che aderirono al movimento, furono ispirati dalla scienza, e sentivano l’urgenza di una nuova percezione dello spazio in cui confluissero anche tempo, luce e suono. Secondo gli spazialisti, il quadro doveva infatti uscire dalla tela e la scultura dalla campana di vetro, utilizzando nuovi mezzi messi a disposizione dalla tecnica, comprese radio e televisione.

Le serie iconiche dei buchi e dei tagli

Fontana mise subito in pratica le suggestioni spaziali, e nel 1949 inaugurò la serie dei buchi. Ovvero nelle sue opere con un punteruolo bucava letteralmente la tela per creare delle forme a spirale, dei vortici o delle figure organizzate. I buchi riflettevano pienamente la natura spaziale del movimento, in cui la superficie bidimensionale della tela veniva interrotta dallo spazio creato dal foro che faceva emergere il vuoto oltre la tela. L’opera includeva così lo spazio ma introdusse anche il tempo, attraverso il gesto del forare la tela. Una vera e propria performance artistica, all’inizio monocroma, connessa sia all’ambiente a luce nera, sia a immagini luminose in movimento per la televisione.

L’evoluzione dei buchi furono i tagli, la sua serie più conosciuta che iniziò a praticare dal 1958. Conosciuti con i titoli Concetto Spaziale o Attesa, in questi lavori, contraddistinti da uno o più tagli sulla tela, il concetto di superamento dello spazio bidimensionale fu ancora più netto. Lo squarcio interrompeva l’universo della tela facendo emergere prepotentemente lo spazio reale sottostante, e creava degli squarci che davano un senso di plasticità e tridimensionalità. Queste opere divennero famose in tutta Italia, ma anche all’estero grazie a numerose esposizioni a cui Fontana partecipò. Fu in una di queste esposizioni che nacquero i Quanta, un insieme di 9 tele poligonali monocrome distribuite su un’unica parete, recanti un taglio ciascuna e con una disseminazione formale che amplia la possibilità allestibile della pittura.

Ultimi anni

Ecco raggruppati per tema le serie di opere di Lucio Fontana: Le Sculture, I Buchi, Le Pietre, I Barocchi, I Gessi, Gli Inchiostri, Gli Olii, I Tagli, I Quanta, Le Nature, I Metalli, La Fine Di Dio, I Teatrini, Le Ellissi, Le Ambientazioni, I Disegni, Le Ceramiche. Numerosi furono i falsari, in quanto riprodurle fu molto facile, ma pochi con un segno altrettanto sicuro. Fontana, infatti per cautelarsi, scrisse sul retro di ogni tela frasi insensate, per effettuare una perizia calligrafica.

Morì a Comabbio, in provincia di Varese, il 7 settembre del 1968, all’età di 69 anni. In seguito alla morte, la moglie Teresita Rasini, diede vita alla Fondazione Lucio Fontana, alla quale lasciò oltre 600 opere dell’artista. La fondazione collabora all’organizzazione di mostre pubbliche o private.

Federica.

ALMANACCO: 6 Settembre nasce lo scrittore e regista Andrea Camilleri

Scrittore, sceneggiatore, regista, drammaturgo e docente italiano, Andrea Camilleri nacque il 6 Settembre del 1925. Raggiunse la popolarità alla fine degli anni novanta, per aver ispirato la serie televisiva di grande successo Il commissario Montalbano trasmessa da Rai 1. Le sue opere furono tradotte in almeno 120 lingue, vendendo più di 10 milioni di copie. Nel 2003, ricevette inoltre la medaglia di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, dal Presidente Ciampi.

Nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento nel 1925. Amante della letteratura, studia ad Agrigento al Liceo Classico Empedocle dove ottenne la maturità classica, senza dover sostenere l’esame a causa dell’imminente sbarco degli alleati in Sicilia. Dopo la maturità, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, senza però portarla mai a termine. Fu in questo periodo che decise di trasferirsi a Roma, dove trascorse gran parte della sua esistenza, fino alla morte.

La carriera di scrittore e regista

Anche senza aver preso la laurea, iniziò comunque a scrivere racconti e poesie, arrivando anche fra i finalisti del Premio Saint Vincent. Scrive i suoi primi racconti per riviste e per quotidiani come L’Italia socialista e L’Ora di Palermo. Inizia inoltre a studiare regia, altra passione di Camilleri, grazie alla quale frequentò l’Accademia d’Arte Drammatica a Roma, nella quale in seguito otterrà la cattedra per insegnare Istituzioni di Regia. Fu durante il periodo scolastico che esegue la regia di più di cento opere, soprattutto di drammi di Pirandello. 

Qui concluse gli studi nel 1952, insieme ad allievi attori che diverranno celebri negli anni successivi, come Luigi Vannucchi, Franco Graziosi e Alessandro Sperlì, con i quali strinse una forte amicizia. È il primo a portare Beckett in Italia, di cui mette in scena Finale di partita nel 1958 al Teatro dei Satiri di Roma, curandone anche una versione televisiva. A Camilleri si devono anche le rappresentazioni teatrali di testi di Ionesco, Adamov, Strindberg, T. S. Eliot, Majakovskij, ecc.

L’esperienza nella Rai

Nel 1954 partecipa a un concorso per funzionari Rai, ma non viene assunto poiché appartenente al Partito Comunista Italiano, pur avendo superato con successo il concorso. Entrerà alla Rai solamente tre anni dopo, lavorando come delegato alla produzione, regista e sceneggiatore. Fu in queste vesti che legò il suo nome ad alcune fra le più note produzioni poliziesche della TV, come i telefilm del Tenente Sheridan e del Commissario Maigret. Dal 1959 a tutti gli anni sessanta, tra le molte produzioni Rai di cui si occupa hanno successo anche gli sceneggiati de Le avventure di Laura Storm.

Nello stesso anno insegna al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, e fu titolare della cattedra di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica, dove studiò da ragazzo. Ma Camilleri fu anche attore, interpretando la parte di un vecchio archeologo nel film del 1999 di Rocco Mortelliti La strategia della maschera. Un film giallo, che ebbe scarso successo, sia presso la critica sia presso il pubblico, che narra gli eventi che si svolgono tra la Sicilia e Roma relativi alla sparizione di preziosi reperti archeologici. Ma questa non fu la sua prima esperienza da attore, infatti recitò in Quel treno da Vienna, per la televisione tratti dai romanzi di Corrado Augias.

La scrittura e il Commissario Montalbano

Col passare degli anni, Camilleri affiancò a questa attività di regista e attore, all’altra sua passione, cimentandosi con la scrittura. Il suo esordio in questo campo risale precisamente al primo dopoguerra, dove l’impegno nella stesura di romanzi si fece più intenso fino a dedicarvi un’attenzione esclusiva a partire da quando, a causa dei limiti d’età, abbandonò il mondo dello spettacolo. Fu autore di importanti saggi “romanzati” di ambientazione siciliana nati dai suoi studi sulla storia dell’Isola. Nel 1978, esordisce nella narrativa con Il corso delle cose, scritto dieci anni prima e pubblicato gratuitamente dalla Lalli Editore, che però non ottenne successo. Nell’80 pubblica Un filo di fumo, il primo romanzo ambientato nell’immaginario paese di Vigàta, con cui vinse il Premio Gela.

Dopo una pausa di 12 anni, nel 1992 pubblica per Sellerio La stagione della caccia, e nel 1994 La forma dell’acqua dendo vita al personaggio del commissario Montalbano, protagonista di una nutrita serie di romanzi. Da quel momento la sua produzione è molto ricca e il successo immenso, diventando famoso oltre i confini nazionali, soprattutto come autore di romanzi polizieschi. Romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Grazie al riuscito personaggio letterario del Commissario Montalbano, Camilleri decise di portarlo con successo anche in TV, interpretato da un magistrale Luca Zingaretti.

Ultimi anni

Vincitore tra gli altri dei premi “Bancarella” e “Flaiano”, Camilleri è annoverato tra gli scrittori italiani più ricercati, con oltre dieci milioni di copie vendute. Nel 2014 gli viene consegnato a Barcellona il IX Premio Pepe Calvalho, riconoscendo in lui uno dei più autentici rappresentanti del noir mediterraneo. Il 17 luglio 2019 muore a Roma, dopo un mese di ricovero in ospedale per un arresto cardiocircolatorio.

Federica.

ALMANACCO: 5 Settembre muore il filosofo Auguste Comte

Filosofo e sociologo francese, Isidore Marie Auguste François Xavier Comte, meglio noto solo come Auguste Comte, morì il 5 Settembre del 1857. Venne considerato come il padre del Positivismo, in quanto iniziatore di questa corrente filosofica. Colui che fu il primo a coniare ed usare il termine “fisica sociale” per indicare un nuovo campo di studi, che trattava di conoscenza sociale basandosi su prove scientifiche.

Auguste Comte nasce a Montpellier nel 1798, in una famiglia di stampo monarchico e cattolico, ostile al governo rivoluzionario di Napoleone. Entrò all’età di 16 anni nell’Ecole polytecnique di Parigi, di impronta prettamente scientifica, che contribuì a influenzare le sue elaborazioni successive. In questo periodo ha l’opportunità di conoscere il filosofo Saint-Simon, di pensiero socialista, del quale diventa il segretario, iniziando una collaborazione che durerà per sette anni.

Dagli esordi al crollo psico-fisico

Fondendo le sue influenze scientifiche e filosofiche, pubblica nel 1822 l’opera “Il piano dei lavori scientifici necessari per riorganizzare la società“. E nel 1830 pubblica il suo primo volume della sua opera fondamentale, il Corso di filosofia positiva, che arriva a contare altri quattro volumi conclusi nel 1842. Nonostante il successo ottenuto dopo la pubblicazione del primo volume, Comte non ottenne nessun riconoscimento accademico. Infatti, il suo scritto scientifico non venne molto apprezzato dall’ambiente accademico, tanto da negargli la tanto agognata cattedra di professore di matematica alla Scuola politecnica di Parigi. 

Si concentrò per questo a tenere un corso di filosofia in casa propria, che però dovette ben presto sospendere a causa di un disagio psicologico che lo portò alla depressione. Comte vede così acutizzarsi gravi problemi psichiatrici e crisi nervose, sommatisi alla fine del suo matrimonio e alle difficoltà economiche. Vive anni di solitudine e anonimato, arrivando persino a tentare il suicidio gettandosi nella Senna e riuscendosi a salvare solo grazie all’intervento di una guardia fluviale. Dopo il tentato suicidio, passò un breve periodo nella clinica psichiatrica del dottor Jean-Étienne Dominique Esquirol, iniziando poi la fase più prolifica della sua attività filosofica.

Il Positivismo di Comte

La sua produzione letteraria, infatti ebbe una svolta mistico-religiosa. Si dichiarava, il profeta di una nuova religione, in cui la scienza doveva essere posta al centro. Fu così che nel 1848, fondò la Società Positivista, che ebbe come fine la diffusione del culto dell’umanità. “Ordine e progresso”, fu il suo motto esposto nei 4 volumi della sua opera Sistema di politica positiva, ultima grande opera di Comte, dove sottolinea la sua fiducia estrema verso la società moderna e, soprattutto, nella scienza e nelle sue capacità. Non a caso fu il padre del Positivismo, inteso come tutto ciò che è pratico, efficace, materiale e utile.

Il punto di partenza della filosofia di Comte, è che l’intelligenza umana passa attraverso la legge dei tre stadi, a cui corrispondono diverse forme di sapere e metodi conoscitivi. Il primo stadio è teologico, che corrisponde al Medioevo, in cui l’uomo ricorrendo alla fantasia, attribuisce la causa di tutti i fenomeni naturali a eventi divini e soprannaturali. Il secondo stadio è metafisico, che corrisponde all’ Umanesimo, in cui l’uomo ricorrendo alla ragione, spiega i fenomeni naturali facendo riferimento ad entità o forze astratte. Il terzo stadio, invece è positivo e corrispondente all’800, in cui l’uomo si rivolge alla conoscenza delle leggi scientifiche, accostandosi solo a ciò che può conoscere in modo certo e utile. 

La nascita della Sociologia

Secondo Comte, tutte le discipline seguono un percorso evolutivo, passando dal primo stadio fino all’ultimo, così come l’uomo passa dall’infanzia all’età adulta. In relazione a questa evoluzione, Comte organizzò e classificò tutte le scienze sulla base della complessità, dell’ordine storico e pedagogico. Secondo lui questa enciclopedia delle scienze era formata da 5 scienze fondamentali, ovvero astronomiafisicachimica, biologia e sociologia. L’ultima scienza, fu la più importante perchè, ingloba i risultati delle altre e aggiunge qualcosa di nuovo. Da questo, fu chiaro come tutte le discipline siano subordinate e abbiano una funzione preparatoria rispetto alla sociologia.

Comte per questo fu anche riconosciuto come il fondatore della nuova disciplina, la sociologia. Definita anche come “fisica sociale”, essa studia i fenomeni sociali e deve, entrare nel terzo stadio. La sociologia è la scienza più complicata e con il compito più delicato e difficile, ovvero studiare le leggi che regolano il funzionamento della società, in modo da predisporre una organizzazione ordinata della società. Essa viene divisa in: Statica avente per oggetto l’ordine, analizzando le istituzioni sociali in un determinato periodo storico; e Dinamica avente per oggetto il progresso, occupandosi invece della trasformazione migliorativa della società dal punto di vista conoscitivo, politico e materiale. Solamente in questo modo, sarà possibile creare un regime politico dominato dalla “sociocrazia”, ovvero un regime assoluto e autoritario dominato dalla sociologia. 

Federica.