ALMANACCO: 4 Settembre nasce il generale Luigi Cadorna

Generale e politico italiano, Luigi Cadorna nacque il 4 Settembre del 1850. Ufficiale di grande energia, passò alla storia per essere diventato capo di Stato maggiore generale dirigendo con poteri quasi assoluti le operazioni del Regio Esercito nella prima guerra mondiale dall’entrata dell’Italia nel conflitto, alla disfatta di Caporetto. Figura discussa e controversa per le sue strategie eccessivamente rigide e per la spietata disciplina che causarono pesanti perdite.

Nasce a Pallanza, in Piemonte nel 1850, discendente di un’illustre famiglia di militari. Anche il padre Raffaele fu un generale, grazie al quale Luigi venne avviato sin da bambino alla carriera militare. Il suo percorso militare iniziò all’età di 10 anni, prima come allievo del Collegio militare di Milano, poi passando all’Accademia militare di Torino, dove divenne sottotenente dello Stato Maggiore. Nel 1868 entra alla Scuola di guerra, da cui ne uscì Tenente.

La carriera di Cadorna

Da qui parte una carriera di successi in cui, girando l’Italia centrale e settentrionale, conquista la stima degli alti ranghi del settore. A distanza di qualche anno consegue il grado di maggiore diventando comandante di battaglione ad Alba, e poi a Verona. Nel 1892 promosso colonnello, ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10º Reggimento Bersaglieri a Cremona e a Napoli. Fu in questa occasione che ebbe modo di studiare per la prima volta quei princìpi tattici, che costituirono poi la base della sua incrollabile fede nell’offensiva a oltranza, mettendo in evidenza la sua rigorosa interpretazione della disciplina militare e per il frequente ricorso a dure sanzioni.

Nel 1896, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del Corpo d’armata di Firenze, e poi, dal 1898 è maggiore generale della brigata Pistoia ad Alessandria e all’Aquila, entrando a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell’esercito. La sua ascesa, si dimostrò costante, nonostante le numerose sue recriminazioni nei confronti di un presunto ostruzionismo da parte dei superiori. Questo perchè Luigi Cadorna mostrò fin da giovanissimo, quelli che dovevano essere i tratti inconfondibili della sua figura di soldato. Fu fortissimo carattere, con indomabile energia, amore per lo studio e per la riflessione. Aveva tenacia nel lavoro e attaccamento ferreo al dovere. Per più anni alternò servizi di stato maggiore a turni di comando di truppe.

L’inizio della Guerra

Ovviamente però affrontò anche degli insuccessi, primo fra tutti fu quello del 1900, quando si pensò ad un valido sostituto, in seguito all’abbandono del generale Alberto Cerruti al comando della Scuola di Guerra. Cadorna si vide scavalcato dal generale Luigi Zuccari, ma non si perse d’animo. Infatti nel 1914, alla morte del generale Alberto Pollio, fu chiamato a succedergli alla carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito, a pochissimi giorni di distanza da quello che sarebbe stato il primo conflitto mondiale.

Il nuovo Capo di Stato Maggiore si pose al lavoro, per fare dell’Esercito Italiano una macchina all’altezza della guerra all’orizzonte. Dal punto di vista militare, il programma mise in moto una sorta di restauro di forze, equipaggiamenti, batterie e corpi. Con il suo piano, scese in campo nel 1915 contro le truppe austro-ungariche. Per circa 30 mesi, condusse una serie di offensive senza mezze misure, realizzando anche delle manovre controffensive mirate. Ad esempio nella primavera del 1916, parò la minaccia dell’esercito austro-ungarico, rispose agli avversari duramente ottenendo la vittoria di Gorizia. Mossa che fece impaurire talmente tanto l’esercito nemico, che lo si vide costretto ad invocare l’aiuto dell’alleata Germania.

La disfatta di Caporetto

Fu nel 1917, che avvenne un’imponente offensiva lanciata ai danni dell’esercito di Cadorna, nell’Undicesima battaglia dell’Isonzo. Azione che però si concluse senza risultati decisivi, ma con un numero elevatissimo di vittime. Infatti Cadorna, procedeva come una macchina da guerra senza arresto, diventando l’eroe italiano per antonomasia, ma allo stesso tempo, senza avere cura delle sue truppe. A fronte di un esercito grande e ben guidato, infatti aveva un’insufficienza di empatia umana, e questo portò ad una svolta drammatica nel 1916. Visto infatti il risultato, e le grandi perdite degli italiani, gli austriaci pensarono ad un grande piano offensive con 7 divisioni tedesche e 8 austriache, da far piombare sull’esercito di Cadorna.

Manovra che fece diventare tragica la 14esima battaglia dell’Isonzo, costringendo gli italiani a non contrattaccare ma semplicemente difendersi ad oltranza fino alla morte. I nemici conversero su due direttive verso Caporetto, avanzando a una velocità non prevista verso la pianura veneta, facendo crollare l’esercito italiano. Questa brutta sorpresa venne aggravata dall’avvilimento fisico, lo stremo, la pesante carenza di risorse mista a noti difetti di organizzazione, le cui colpe ricadono tutte sul generale Cadorna. Fu per questo che si decise all’immediata sostituzione del generale Cadorna con il generale Armando Diaz.

La letteratura e gli ultimi anni

Ma Cadorna non fu solo il generale che portò alla disfatta di Caporetto, fu anche un uomo colto che si dedicò alla scrittura e alla letteratura. Infatti, nel 1898, scrisse Istruzione tattica, il suo primo libretto, relativo alla fanteria e all’importanza del coordinamento delle varie armi, dello sfruttamento del terreno per i tiratori avanzati, della determinazione del comandante e della disciplina nelle truppe. Quando nel 1919 venne sostituito con Diaz, sulla scorta delle numerose critiche, Cadorna raccolse le sue memorie belliche nel volume intitolato La guerra al fronte fino all’arresto sulla linea del Piave e del Grappa, in cui racconta la storia del conflitto come vissuto.

Nel dopoguerra Luigi Cadorna, generale e autore, venne amato e odiato. Da una parte ha il sostegno e la riabilitazione dei nazionalisti dopo Caporetto, dall’altra, invece fascisti, giolittiani, popolari e sinistre, che continuarono ad incolparlo. Fu solamente il 4 novembre del 1924, che Benito Mussolini cambiò le carte in tavola, nominandolo maresciallo d’Italia, assieme a Diaz, ed entrando un anno dopo anche in Senato. Muore all’età di 78 anni il 21 dicembre del 1928 in Liguria.

Federica.

ALMANACCO: 3 Settembre muore il poeta Edward Estlin Cummings

Poeta, pittore, illustratore, drammaturgo, scrittore e saggista statunitense, Edward Estlin Cummings, o meglio noto come E.E. Cummings, morì il 3 Settembre del 1962. Esponente di primo piano della letteratura americana del Novecento, le sue poesie hanno ispirato scrittori, registi e cantanti, ancora oggi. Le tematiche amorose o sociali, e le figure simboliche delle sue partiture liriche si presentano nei testi drammatici, attraverso le influenze d’avanguardia, in particolare Dadaismo e Surrealismo.

Nato il 14 ottobre del 1894 a Cambridge in Massachusetts, da una famiglia benestante. Il padre, era un professore di sociologia e scienze politiche all’Università di Harvard, e spinse subito suo figlio nel mondo letterario e poetico, incoraggiandolo a scrivere. Studiò presso l’università di Harvard, laureandosi con lode in inglese e studi classici, e in particolare in latino e greco, passione che mantenne per tutta la vita, riscontrata in diversi titoli delle sue opere. Scrisse diverse poesie in questo periodo, pubblicate nell’Harvard Monthly, giornale universitario, di cui Cummings ne fu redattore.

L’esperienza della guerra

Nel 1917 però, allo scoppio della Prima guerra mondiale, Cummings decide di arruolarsi, ma un errore amministrativo gli impedì di prendere servizio per 2 mesi, durante i quali soggiornò a Parigi. Fu proprio in questo momento, che nacque il suo viscerale amore per la capitale francese, nella quale tornerà spesso. Proprio alcune settimane dopo l’inizio della guerra però, lui e il suo amico William Slater Brown furono arrestati perché sospettati di spionaggio, con l’accusa di scambiarsi lettere con opinioni contrarie sulla guerra. Furono così arrestati e rinchiusi nel campo di La Ferté-Macé, in Normandia.

Nel dicembre dello stesso anno, venne rimpatriato negli Stati Uniti. Edward racconta l’esperienza di tale prigionia nel romanzo autobiografico La stanza enorme. In esso descrive tutti i personaggi che incontrò nel campo di detenzione durante i tre mesi, ironizzando sulle conseguenze di un’applicazione troppo pedante e cieca delle regole. Ancora scosso da questa avventura, fu subito richiamayo alle armi dall’esercito americano, prestando servizio nella XII Divisione di Camp Devens, in Massachusetts, fino al novembre 1918. Fu solo successivamente che realizzò una serie di viaggi, incrociando durante le sue peregrinazioni diversi importanti figure tra cui Pablo Picasso. Compie anche un viaggio in Unione Sovietica, che racconta nel suo secondo romanzo, intitolato Eimi (1933).

La svolta poetica

La sua concentrazione sull’attività poetica, viene favorita da un terribile incidente d’auto, nel quale il padre perse la vita. Fu infatti il dolore per la grave perdita, che gli fa comprendere di doversi concentrare sulle cose importanti della vita e sulla sua passione della poesia. Per rendere omaggio al padre, scrisse la poesia My father moved through dooms of love, dove si intravede una nuova fase creativa dello scrittore. Questa svolta artistica si inaugurò proprio con il testo, che è una sorta di ritratto-ricordo di un padre che era stato anche guida nel sapere e maestro di vita.

Nonostante la vicinanza di Cummings agli stili d’avanguardia, molto del suo lavoro rientra nella tradizione, infatti molte delle sue poesie sono sonetti. Anche le sue tematiche sono classiche, perchè trattano spesso dell’ amore, del rapporto dell’uomo con la natura e del rapporto tra il singolo individuo e la massa. Nei suoi componimenti s’incontra molte ironia e satira. Interessante è anche l’intreccio tra quotidianità e mito, con un rimando costante alle atmosfere del paganesimo greco, vissuti e interpretati come simboli di innocenza e pura sensibilità.

La Poesia Pittografica di Cummings

Se però dal punto di vista tematico, la sua poesia s’inserisce nella tradizione romantica, al contrario la sua struttura sintattica è particolare e innovativa, influenzata dalle avanguardie, come il dadaismo e il surrealismo. Mentre alcuni dei suoi componimenti sono basati sul verso libero, molti altri hanno una struttura di quattordici versi riconducibile al sonetto, dove sia le lettere che la punteggiatura, realizzano un intricato schema rimico. Ad esempio l’uso delle maiuscole, la punteggiatura, le frequenti spezzature di verso, e l’impiego dell’enjambement è forzato al massimo, costringendo l’occhio del lettore a comprendere il testo a livello visivo.

Per questo alto grado di visualizzazione la poesia di Cummings viene detta anche Poesia Pittografica. La sua passione per le parole, lo induce a crearne sempre di nuove, fondendo insieme nomi propri, avverbi, preposizioni e sostantivi comuni. La sua idea dell’intima vitalità delle lettere rovescia sulle parole tanti diversi significati, aumentati e potenziati da frequenti giochi di parole. Il talento di Cummings non è però indirizzato solo alla composizione di poesie, scrive anche romanzi, libri, racconti per bambini e commedie. Un interessante esempio della sua versatilità è un’introduzione scritta per la striscia comica Krazy Kat del fumettista George Herriman.

Gli ultimi anni

Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale molti giovani poeti trovano in Cummings la loro guida. Fu in questo momento che comincia a ricevere una serie di riconoscimenti, e nel 1952 l’Università di Harvard gli concede una cattedra di professore onorario. Trascorre l’ultimo periodo della sua vita viaggiando, svolgendo incarichi come lettore e ritagliandosi momenti di riposo estivi nella sua residenza del New Hampshire.

Edward Estlin Cummings muore all’età di 67 anni il 3 settembre del 1962 per un arresto cardiaco. Al momento della sua morte è il secondo poeta americano più letto dopo Robert Frost.

Federica.

ALMANACCO: 2 Settembre muore lo storico dell’arte Philippe Daverio

Storico dell’arte, critico d’arte, personaggio televisivo, gallerista, politico e accademico, Philippe Daverio morì il 2 Settembre del 2020. Divenne noto al grande pubblico per la partecipazione a numerosi programmi televisivi e la conduzione della fortunata striscia Passepartout su Rai3. Voce particolare, look riconoscibile con il suo farfallino e le giacche originali, Daverio aveva avuto il grande merito di divulgare a tutti, l’ampio spettro dell’arte moderna e contemporanea.

Nato a Mulhouse, in Alsazia (Francia),nel 1949, crebbe in una grande famiglia multiculturale, con suo papà di origini italiane e sua mamma alsaziana, assieme ad altri cinque fratelli. Si trasferisce da giovanissimo in Italia per proseguire gli studi, frequentando prima la prestigiosa Scuola Europea di Varese, e dopo iscrivendosi alla facoltà di Economia e Commercio alla Bocconi di Milano. Pur avendo completato tutti gli esami, non ha mai preparato la tesi e non si è quindi laureato.

Philippe Daverio - Photo Credits: web

Philippe Daverio e il mondo dell’arte

È nel periodo universitario che l’uomo iniziò il suo percorso nel mondo dell’arte. Nel 1975 ha aperto la sua prima galleria d’arte contemporanea a Milano, a cui ne hanno fatto seguito altre tra l’Italia e New York.

Il suo impegno come storico dell’arte lo ha portato a collaborare con molte riviste, a scrivere diverse opere letterarie. Tra i più importanti titoli, ricordiamo: Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio De Chirico fra il 1924 e il 1929Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini

Philippe Daverio - Photo Credits: web

Dall’arte alla televisione

Collaboratore di diverse testate come “Panorama” e “Liberal“, nel 1999 è inviato speciale di “Art’è“, trasmissione in onda su Raitre. Arrivò a condurre Passepartout e Il Capitale di Philippe Daverio.

Su Rai 5, invece, è stato al timone di Emporio Daverio, nel quale il critico alsaziano analizza la cultura, l’arte, la gastronomia e l’architettura di città o regioni italiane. Nel 2019 è stato scelto, inoltre, come inviato per Striscia la Notizia, protagonista di una rubrica dedicata all’arte.

Philippe Daverio - Photo Credits: web

Philippe Daverio e l’attività politica

Nel 2008 Vittorio Sgarbi, divenuto sindaco della cittadina siciliana di Salemi, nomina Daverio bibliotecario della città. L’anno dopo, in occasione delle elezioni provinciali, si candida a Milano come consigliere nella lista civica di Filippo Penati venendo eletto, anche se poco dopo dovette dimettersi.

Nell’anno 2011, in cui ricorre il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, fonda “Save Italy”, movimento che intende sollecitare cittadini e intellettuali a favore della tutela della enorme eredità culturale del Bel Paese.

Philippe Daverio - Photo Credits: web

Ha ricevuto varie onorificenze, tra cui il Cavalierato delle Arti e delle Lettere e la Medaglia d’Oro di benemerenza del Ministro per i Beni Culturali.

Malato da qualche tempo, si è spento ricoverato presso l’Istituto dei tumori di Milano il vicino 2 settembre 2020, all’età di 70 anni.

Federica.

ALMANACCO: 1 Settembre muore il Re Sole Luigi XIV di Francia

Membro della casata dei Borbone nonché il 64° re di Francia, Luigi XIV, detto il Re Sole o Luigi il Grande, morì il 1 Settembre del 1715. Con il primato di aver guidato il regno più lungo della storia, divenne famoso per essere un convinto assertore di una monarchia di tipo assolutistico e della legittimità dei diritti divini del monarca. Soprannominato Re Sole, proprio per ribadire il suo ruolo da monarca assoluto, divenne celebre per la sua frase “Lo stato sono io”.

Nato a Saint-Germain-en-Laye nel 1638 per miracolo, in quanto la regina faticava a partorire alcun figlio. A soli 5 anni, incredibilmente ottenne le redini del regno, in seguito alla morte del padre avvenuta nel 1643. Venne accompagnato in questo difficile ruolo dal primo ministro francese e cardinale italiano Giulio Mazzarino.

L’ascesa al trono e i primi cambiamenti

Fu solamente alla soglia dei suoi 22 anni, che a causa della morte di Mazzarino, subentrò come Re effettivo. Il panorama politico che trovò una volta salito al potere, non fu però dei più favorevoli, soprattutto in seguito alla guerra e all’aumento del peso fiscale provocato. Le conseguenze furono ondate di proteste nelle campagne francesi e un malcontento generale dell’aristocrazia poco dalla politica del cardinale Mazzarino. Le rivolte partirono soprattutto dal parlamento francese, un’istituzione non rappresentativa, ma di controllo amministrativo e finanziario con poteri giudiziari. Esso diede vita a due rivolte dette fronda parlamentare e fronda dei nobili.

Proprio per questo, quando Luigi XIV ascese al potere, decise che durante il suo regno la Francia non sarebbe più stata vittima di rivolte e di difficoltà finanziarie. Stabilì di creare una monarchia assoluta in cui il sovrano fosse il centro indiscusso con pieni poteri, aiutato da un Consiglio di ministri composto da uomini di fiducia. Nel 1682 spostò in modo permanente la sua residenza nella ricca reggia di Versailles, creando una vita di corte basata su feste e giochi, nonché sulla costante distribuzione di soldi e cariche ai membri della nobiltà. Riuscì ad allentare il legame tra nobiltà e territori e controllare allo stesso tempo i nobili riunendoli in un’unica reggia trasformandoli in cortigiani.

Il Re sole, monarca assoluto

Da quel momento si fece chiamare il Re Sole, il sovrano attorno al quale girava tutta la vita politica del regno. Il monarca assoluto infatti, divenne per la Francia quello che il sole è per il sistema solare, ne rappresentava cioè il fulcro, la parte centrale e più importante, quella attorno alla quale gira tutto il resto. Da monarca assoluto infatti intervenne in ogni campo, dalla difesa riorganizzando le forze armate gerarchicamente, all’economia tagliando le spese e risanando le casse dello Stato. Favorì inoltre le esportazioni e promosse la produzione interna di manifatture in grado di creare beni di lusso, come la seta e i merletti, da esportare a prezzi alti con le compagnie commerciali.   

Dal punto di vista religioso, condusse a una politica religiosa accentratrice e intollerante, concentrando ondate di persecuzioni, soprattutto sugli Ugonotti, ristabilendo una Francia cattolica. In politica estera, invece nel 1667 promosse delle espansioni che però portarono la Francia ad entrare in guerra contro la Spagna. Luigi XIV addirittura avanzò la candidatura alla successione sul trono di Spagna e cercò di ottenere i Paesi Bassi spagnoli. Di fronte al rifiuto, invase le Fiandre e la Franca Contea. Fu per questo che per contrattacco venne creata nel 1686 la Lega d’Augusta composta da Spagna, Austria e Paesi Bassi, che accerchiarono la Francia, facendole firmate la pace di Rijswijk un anno dopo.

Lo stile artistico di Luigi XIV

Luigi XIV però non operò solamente dal punto di vista politico, economico e religioso, ma si dedicò anche a interessanti sviluppi sulle arti e le scienze. Questi sviluppi ovviamente furono assecondati o ostacolati in base agli orientamenti e agli interessi della corte, come ad esempio per la letteratura, il teatro e le scienze. Tutto doveva passare sotto la supervisione e l’approvazione del Re Sole. Per quanto riguarda invece architettura e arti figurative, furono molto più presenti all’interno della corte. Nel 1648 ad esempio venne realizzata l’Accademia reale di pittura e scultura, e qualche anno dopo venne istituita anche la Fabbrica Gobelins di arazzi e arredi preziosi, e l’officina per replicare i vetri di Murano.

Il re Sole fu talmente dedito all’arte, che venne coniato anche lo stile Luigi XIV, o anche noto come classicismo francese. Era semplicemente lo stile architettonico e delle arti decorative che intendeva glorificare la figura di Luigi XIV e il suo regno, rappresentando la maestà, l’armonia e la regalità. Esso si articolò in tre periodi, che coincidono con le età del re. Nel primo durante la giovinezza del re, l’architettura e l’arte vennero ancora influenzate dallo stile del padre e dal barocco italiano. Durante il secondo periodo, sotto il governo del re, lo stile divenne più classico, trionfante, lussuoso, come espresso dalla reggia di Versailles, con un mobilio massiccio, pieno di sculture e dorature. L’ultimo invece, fu un periodo di transizione, che si presentava in forma più leggera e con una maggiore libertà e fantasia di linea.

Ultimi anni

Nel 1715, stanco e con problemi di salute, Luigi XIV morì dopo settantadue anni di regno. Sembra che alla notizia della sua morte, la Francia intera esultò e festeggiò e che il suo feretro, trasportato nella chiesa di Saint-Denis a Parigi, fu oltraggiato da sputi e fango lanciati dalla folla oppressa da anni di tasse e privazioni.  

ALMANACCO: 31 Luglio muore il filosofo Denis Diderot

Filosofo, enciclopedista, scrittore e critico d’arte, Denis Diderot morì il 31 Luglio del 1784. Conosciuto come uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo e uno degli intellettuali più rappresentativi del XVIII secolo. Fu promotore ed editore dell’Encyclopédie, un dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, con circa 5000 voci scritte in lingua francese, che diventerà il primo esempio della moderna enciclopedia. Diderot inoltre scrisse numerose opere filosofiche e teatrali, romanzi, articoli e saggi su disparati argomenti, occupandosi di arte, storia, politica e società.

Nasce nel 1713 a Langres, una cittadina di provincia, da una famiglia borghese benestante. Dopo aver studiato presso il collegio della città, si trasferisce a Parigi per iscriversi all’Università, da cui esce con il titolo di “magister artium” nel 1732. Privo di un preciso indirizzo di carriera, si adatta ai più diversi lavori, dallo scrivano pubblico al precettore, frequentando, come molti altri giovani bohémien, i salotti e i caffè, in cui conosce illuministi come Jean Jacques Rousseau, Condillac, Voltaire e D’Alembert.

Denis Diderot *oil on canvas *81 x 65 cm *signed: L. M. Van Loo / 1767

Gli esordi

Studia greco e latino, medicina e musica, guadagnandosi da vivere come traduttore, che gli permise di accedere al sapere filosofico e scientifico inglese. In particolare, nel 1745 tradusse il Saggio sulla virtù e sul merito di Shaftesbury, da cui imparò che la morale e la religione non per forza dipendono l’una dall’altra, e ne ammira le idee di tolleranza e di libertà. Grazie a questa influenza inizierà a scrivere i primi libri. Risale al 1749 la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono di intonazione sensista e materialista, argomentando contro l’esistenza di Dio, a causa della quale Diderot fu incarcerato per 100 giorni.

Già nella prima rassegna di titoli, si intravedono le due caratteristiche fondamentali della personalità intellettuale di Diderot, ovvero la vastità dei suoi interessi, che spaziano dalla filosofia alla biologia, dall’estetica alla letteratura, e la flessibilità dei generi di scrittura, particolarmente legato al carattere mobile, aperto e dialogico del suo pensiero. Caratteristiche che verranno alla luce soprattutto nella sua opera più famosa di quel periodo, Pensieri filosofici, di marca squisitamente illuminista, soprattutto in tema di religione. A causa di questo Diderot venne segnalato alla polizia come individuo pericoloso per il deismo professato nella sua opera.

L’Enciclopedia

Nel frattempo, incominciò anche la grande avventura dell’ Encyclopédie, o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, che lo occuperà instancabilmente per tutto il successivo quindicennio. In qualità di direttore del progetto, Diderot aveva il compito di trovare i soldi necessari a proseguire l’impresa, tenere i contatti con gli autori, scrivere lui stesso molte voci dell’opera. Inoltre come recita il titolo, l’Enciclopedia non si occupava solo della scienza, ma anche delle arti e dei mestieri. Le novità introdotte rispetto alle enciclopedie precedenti, furono l’ordine alfabetico al posto della suddivisione tematica, la stesura collettiva di diversi autori invece che individuale, e l’attenzione per la tecnica.

Infatti, i curatori credevano che il lavoro manuale e le conoscenze tecniche fossero importanti tanto quanto il sapere astratto, e che dovevano essere spiegate in modo rigoroso e condivise. L’Enciclopedia però, pubblicata nella metà del Settecento, in pieno illuminismo, fu fortemente influenzato dalla convinzione che la fonte del sapere sia la ragione e non la tradizione, la competenza e non l’autorità. Il sapere illuminista è frutto di ricerche, esperienze,  e argomentazioni, non di tradizioni, credenze o rivelazioni. Fu per questo, che tutti gli anni passati nella scrittura dell’opera, furono segnati da mille difficoltà, a causa della sua irrinunciabile battaglia politica e culturale espressa nell’opera. Venne addirittura censurata dal Parlamento e dal Papa, causa per cui Diderot continuò a lavorarci in modo clandestino.

Diderot, tra l’ateismo e il materialismo

Le condanne furono una conseguenza delle sue posizioni antireligiose. Infatti anche se educato al cattolicesimo fin da bambino, Diderot assunse negli anni una posizione deista, credendo cioè in un Dio che promuove una religione, fondata sulla ragione, come l’esistenza. Altri aspetti della vita religiosa, come i riti, i testi sacri e le istituzioni ecclesiastiche sono invece un residuo della tradizione e della superstizione, da non adottare. Se nell’opera Pensieri filosofici ancora sosteneva la necessità di una religione razionale, successivamente Diderot divenne decisamente ateo come emerge nella Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono e successivamente negli Elementi di fisiologia, una delle sue ultime opere.

L’ateismo, ovvero l’affermazione dell’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio e della superiorità morale di una vita condotta indipendentemente dalla religione, si coniuga con delle tesi filosofiche materialiste. Secondo queste tesi, la natura è un tutto materiale in movimento, e non esiste separazione tra spirito e materia e che la sostanza è unica. Allo stesso tempo il movimento non è prodotto da un elemento esterno ai corpi, come Dio, ma è intrinseco alla materia stessa. Concepisce perciò l’essere umano come unità psico-fisica, dando importanza al ruolo del cervello, in quanto contribuisce a produrre e organizzare le sensazioni, le percezioni e la conoscenza. Così, l’ipotesi di un essere qualsiasi, posto al di fuori dell’universo materiale, è impossibile. 

Diderot e il teatro

Appartengono a questo periodo altre importanti opere come L’interpretazione della natura o il sogno di d’Alembert, nonché i romanzi quali La monaca, Giacomo il fatalista o il dialogo Il nipote di Rameau. Diderot si cimentò inoltre con il teatro, che stava prendendo piede in quel periodo, attirando un pubblico sempre più numeroso. Per un filosofo illuminista come Diderot, l’arte drammatica fu una grande occasione per diffondere e difendere le proprie idee. Le sue opere teatrali Il figlio naturale e Il padre di famiglia, non ebbero però il successo sperato.

Inoltre Diderot scrisse negli anni Settanta, Il paradosso sull’attore pubblicato postumo nel 1830. Tra i suoi scritti teatrali, è uno di quelli che ha avuto maggior successo, perchè non presenta soltanto la propria teoria teatrale, ma più in generale la propria teoria dell’arte. Nel corso del dialogo si interroga e propone delle risposte a domande sulla natura dell’opera d’arte e dell’imitazione. Per quanto riguarda il teatro, invece Diderot sostenne che i grandi attori, non siano coloro che sanno immedesimarsi nelle passioni umane e riviverle sulla scena in modo sensibile, ma quelli che utilizzano intelligenza e razionalità.

Federica.

ALMANACCO: 30 Luglio nasce la scrittrice Emily Brontë

Scrittrice britannica dell’età vittoriana, emily Brontë nacque il 30 Luglio del 1818. La più celebre delle tre sorelle Brontë, amava scrivere della sua vita originale e tormentata, attraverso uno stile letterario spiccatamente romantico. Con le sorelle, furono le scrittrici vittoriane autrici di alcuni tra i migliori romanzi della letteratura inglese. Di Emily ricordiamo l’iconico e famosissimo Cime Tempestose.

Emily nacque nel 1818 a Thornton, in Inghilterra, come quinta di sei figli. Nel 1824 Emily, insieme alle sorelle, entra nella scuola di Cowan Bridge per figlie di ecclesiastici. Fu in questo ambiente che fiorì il talento letterario delle sorelle Brontë, in particolare quello di Emily che iniziò ad abbozzare i primi scritti. E’ solita scrivere sceneggiature, improvvisare piccoli spettacoli teatrali in casa e inoltre appuntare scene di vita quotidiana su diari di cui oggi rimangono soltanto poche pagine. Nacque così Young Men il primo ciclo narrativo dei ragazzi Brontë.

Dagli esordi alla fantastica isola di Gondal

Fu però durante l’infanzia, che la vita di Emily venne colpita da gravi lutti, primo fra tutti quello della madre. Morirono poi, nel 1825, anche le sorelle maggiori Maria ed Elizabeth, colpite entrambe da un’epidemia di tisi scoppiata nella loro scuola, che colpì irreparabilmente anche la saluta di Emily. Fu per questo che abbandonò la scuola, e continuò la propria istruzione in casa, leggendo e imparando le arti femminili. Fu proprio nell’ambiente domestico che Emily riuscì ad inventare le storie più disparate, anche grazie ad un gruppo di soldatini, regalati dal padre, con i quali si divertiva ad immaginare le più disparate avventure.

Risale a quegli stessi anni, l’opera Tales of Islanders, ispirato dalla fantasia di poter avere un’isola tutta per sé. Fu soprattutto Emily, aiutata dalla sorella Anne, a lavorare al ciclo, che nel giro di pochi anni si evolse sotto il nome di Gondal. Gondal era un’isola inventata, e situata nel Pacifico settentrionale, il cui territorio era suddiviso in regni rivali, dove gli abitanti dell’isola divennero protagonisti di intrighi politici, sanguinose vendette e complesse storie d’amore. Gran parte di queste storie venne messa per iscritto dalle due sorelle, anche se l’intero ciclo di Gondal andò perduto, non si sa se accidentalmente o intenzionalmente, e la ricostruzione delle vicende è a tutt’oggi piuttosto problematica e controversa.

La prima pubblicazione

Mossa dalla sua passione per la scrittura, nel 1838 inizia a lavorare come insegnante presso la scuola di Law Hill, ma dopo soli sette mesi tornò a casa, anche se riuscì a scrivere un numero considerevole di poesie. Fu così che decise di partire alla volta di Bruxelles insieme alla sorella Charlotte, per approfondire la conoscenza delle lingue e affinare l’arte della musica e della scrittura. Rimase a Bruxelles per circa un anno, periodo che passato lontano dal luogo natio, segna profondamente la giovane Emily. Alla morte della zia, nel 1842, le due sorelle, scoprirono la cospicua eredità lasciata, con cui Emily ottenne finalmente l’indipendenza economica per potersi dedicare soltanto alla scrittura.

L’ostinazione e la voglia di affermarsi di Charlotte, fa sì che questa divenga la promotrice delle sorelle più piccole Emily e Anne. A lei probabilmente si deve la fama e il riconoscimento del loro talento, dopo aver avuto l’idea di pubblicare un volume dei loro versi di Gondal, fino a quel momento scritti e lasciati privati. La pubblicazione però avvenne attraverso gli pseudonimi che le sorelle crearono a partire dalle loro iniziali, ovvero Currer (da Charlotte), Ellis (da Emily) e Acton (da Anne), con il cognome Bell (da Brontë). Il libro viene pubblicato nel 1846 ma non riscosse il successo desiderato, in quanto ne furono vendute soltanto due copie. Ma comunque emily ricevette critiche lusinghiere.

Cime tempestose

Fu grazie a questa iniziale fama, che nel 1847, Emily venne contattata dall’editore Newby che decise di pubblicare il suo romanzo Cime tempestose. Questo divenne un famosissimo romanzo originale e potente, che tuttavia inizialmente riscosse un notevole scandalo, a causa della mancanza di un fine morale della vicenda. Fu un romanzo ricco di significati simbolici, dove domina la sensazione di tensione e ansia, mista ad attesa e curiosità per la rivelazione finale, che suscitò un comprensibile scalpore. Oggigiorno il romanzo, la cui struttura innovativa fu riconosciuta inizialmente solo da pochi recensori, è considerato un classico della letteratura mondiale e uno dei migliori esempi della letteratura vittoriana.

Cime tempestose, si presenta come un lavoro molto diverso da quelli del tempo, in cui le scene molto crudeli, le ambientazioni tetre e i significati simbolici nascosti nell’opera, colpiscono molto i lettori. In particolar modo, stupisce la descrizione cruda delle passioni umane e lo strano rapporto tra i due protagonisti Catherine e Heatcliff, ovvero un amore platonico, un legame di anime che discerne l’umano per fondersi con qualcosa di animalesco e sovrumano. Nonostante questo, ha regalato ai lettori, di ieri e di oggi, un amore iconico fatto di sentimenti logoranti, tanto nell’anima che nel corpo.

Ultimi anni

Di salute cagionevole sin dai tempi della scuola, Emily Brontë era affetta da tubercolosi ed entrò in fase terminale già al principio del 1848. Le sue condizioni peggiorarono drasticamente a settembre dello stesso anno, dopo il decesso del fratello Branwell, morto appena trentunenne di delirium tremens e da anni vittima di alcolismo e dedito all’uso di oppio. Fu durante il suo funerale che Emily si raffreddò e morì nel pomeriggio dello stesso anno.

Federica.

ALMANACCO: 29 Luglio muore il compositore Robert Schumann

Compositore, pianista e critico musicale tedesco, Robert Schumann morì il 29 Luglio del 1856. Venne da molti considerato l’iniziatore del romanticismo musicale, realizzando attraverso l’utilizzo del pianoforte importanti composizioni considerate autenticamente romantiche e poetiche per armonia, ritmo, forma e tecnica pianistica rivoluzionaria. Riuscì quindi a far coabitare le sue due passioni e vocazioni, quella musicale e quella poetico-letteraria.

Nacque nel 1810 nella città di Zwickau, in Germania, accostandosi fin da giovanissimo alle sue grandi passioni per la poesia, la letteratura e la musica. Conclusi gli studi liceali, nel 1828, dopo il suicidio della sorella e la morte del padre, si trasferisce a Lipsia, dove intraprese gli studi in giurisprudenza, che però non portò mai a termine. Qui si dedicò anche allo studio del pianoforte sotto la guida di Friedrich Wieck.

Il romanticismo di Schumann

Innamoratosi del pianoforte, a soli 20 anni inizia a comporre i suoi primi straordinari pezzi, la cui produzione si concentra soprattutto nel miracoloso decennio 1830-1840. Ricordiamo ad esempio PapillonsSei intermezziCarnavalSonata in fa diesis minoreStudi sinfonici e il primo straordinario vertice, la Fantasia in do maggiore, grazie ai quali ottenne significativi risultati come esecutore. I titoli dei suoi componimenti rivelavano, già di per sé stessi, un compositore fuori dalle consuetudini tradizionali, ispirati all’immaginario naturalistico o da personaggi della narrativa e della favolistica scenico-teatrale.

Le opere, secondo il Romanticismo di Schumann, sono un esempio di passionalità focosa e di sentimenti intimi, delicati, sensuali, intrisi della matrice poetica del suo pensiero. Coltissimo, profondamente legato alla poesia e alle concezioni filosofiche del suo tempo, Schumann subordinò spesso la sua ispirazione musicale a un movente letterario. Propugnatore dell’ideale della perfetta corrispondenza tra forma e intuizione fantastica, diede il meglio di sé negli innumerevoli brevi pezzi pianistici. Schumann compose un’Opera, 4 Sinfonie, diverse Ouvertures per orchestra, Concerti per pianoforte, per violino, per violoncello, pezzi corali, pianistici e liederistici.

Da compositore a critico musicale, a insegnante

Nel 1832, però, tentando di migliorare l’indipendenza delle dita con un complicato marchingegno di sua invenzione, si procura una distorsione e una temporanea paralisi della mano destra. Questo compromise la sua carriera di pianista costringendolo a dedicarsi esclusivamente alla composizione e all’attività di critico musicale. Nel 1834, fonda la rivista Neue Zeitschrift fuer Musik per la quale scrive numerosissimi articoli in veste di critico, frequentando tutta la vita musicale e letteraria della città di Lipsia. Attraverso i suoi scritti, da il via alle crociate, sia contro la musica in generale sia verso alcuni compositori, quali Liszt e Wagner, che abbandonarono i canoni del passato per esplorare nuove frontiere musicali dedite al virtuosismo strumentale.

Nel 1843 Schumann divenne insegnante di pianoforte, composizione e lettura della partitura al Conservatorio di Lipsia, ma dopo due anni decise di abbandonare l’incarico. Ceduta anche la direzione della rivista, decise di lasciare Lipsia, città per la quale ha perso ogni interesse, per trasferirsi a Dresda, dove fonda il Chorgesangverein, un’associazione di canto corale. Da Dresda, andò successivamente a Duesseldorf, per lavorare come direttore d’orchestra, carica che però dovrà lasciare nel 1853, a causa dei primi segni di squilibrio mentale.

Ultimi anni di vita

I disturbi nervosi con il passar del tempo andarono sempre più aggravandosi, e ne risentirà anche la sua creatività musicale che non venne compresa. Diceva che i suoi ultimi lavori fossero visionari, in quanto nell’ultimo periodo della sua vita era dedito a pratiche spiritiche. In stato sempre più confusionale, nel 1854, tenta il suicidio gettandosi nel Reno, e venne per questo internato nella nella clinica di salute mentale di Bonn, dove trascorre i suoi ultimi anni di vita. Morì il 29 Luglio del 1856.

Federica.

ALMANACCO: 28 Luglio nasce l’artista Marcel Duchamp

Pittore, scultore e scrittore franco-americano, Marcel Duchamp nacque il 28 Luglio del 1887. Considerato fra i più importanti e influenti artisti del XX secolo, occupandosi di pittura e attraversando varie correnti artistiche dal fauvismo al cubismo. Divenne però famoso per essere animatore del dadaismo e del surrealismo, dando poi inizio all’arte concettuale, ideando il ready-made e l’assemblaggio. Passato alla storia per la realizzazione di opere ironiche e provocatorie del tutto originali e mai pensate.

Nato a Rouen, in Francia nel 1887, da una famiglia con spiccate attitudini artistiche, tra scultori, pittori ed incisori. Anche Marcel si innamorò subito del mondo dell’arte, iniziando a dipingere a soli 14 anni, fortemente influenzato dalla tecnica degli impressionisti. Fu per questo che nel 1904 si trasferì a Parigi, dove iniziò a frequentare l’Académie Julian, che abbandonò per noia.

Dall’Impressionismo al Futurismo

Marcel Duchamp, fu da sempre avverso alle etichette e per questo restio a seguire una corrente artistica stabilita. Infatti, le sue opere manifestano caratteri di volta in volta diversi, in rapporto alle influenze del momento. Dall’impressionismo di Manet, ebbe una fase intimistica dettata dalle influenze di Bonnard e Vuillard, per finire con il Fauvismo di Cezanne. Fu già nel 1909 che espose sui lavori al Salon des Independants e al Salon d’Automne, dove riuscì a confrontarsi anche con l’espressionismo e con il simbolismo. Fu proprio durante queste importanti mostre che strinse un forte rapporto con Man Ray e Francis Picabia.

Ma la sua fama crebbe soprattutto nel 1913, quando alla mostra all’Armory Show di New York, presenta l’opera Nudo che scende le scale nr.2, che destò molto scandalo. Fu in quest’opera che si vide un’altra faccia di Duchamp, quella rivolta verso il progresso artistico attraverso un legame con il futurismo e il cubismo. Nell’opera infatti, si avverte una scomposizione del movimento tipicamente di influenza data da Boccioni e Picasso. Mosso dalle nuove avanguardie futuristiche decise, nel 1915 di trasferirsi a New York, dove iniziò la grande amicizia con Ray e Picabia. Fu insieme a loro che entrò a far parte della Society of Independent Artists, una società di artisti indipendenti che potevano esporre liberamente.

I famosi Ready-made

Fu proprio nell’ambiente newyorkese che diede vita al suo primo Ready-made (letteralmente già fatto, già pronto), presentando una comune Ruota di Bicicletta su un piedistallo. Un’operazione che per quanto semplice, fu rivoluzionaria ed epocale che aprì la strada all’arte concettuale. Quest’opera segnò il passaggio da una concezione tradizionale dell’arte concentrata sulla vista e l’estetica, verso una dimensione in cui l’opera d’arte viene percepita attraverso tutti i sensi. Duchamp creò quest’opera perché sentiva la mancanza del camino di casa, e il rumore della ruota in movimento gli ricordava le fiamme.

Il ready-made più noto però del 1917 con il titolo è Fontana. Duchamp espose, con lo pseudonimo inventato di R. Mutt, un comune orinatoio pubblico da parete rovesciato, firmato e datato. Ovviamente questa opera d’arte non venne per niente apprezzata, e fu criticata dagli organizzatori della mostra che rifiutarono di esporre l’oggetto. Egli ha preso un articolo usuale della vita, limitando il proprio intervento alla scelta di un oggetto, che decontestualizzato, assume un nuovo significato, un nuovo modo di pensare quest’oggetto, attraverso l’interpretazione dell’artista. Per lui, quindi, il significato di “arte” non è più fare, mostrando competenza tecnica, ma scegliere, operando a livello di intelletto.

Ultimi anni

Dopo un lungo periodo a New York, si dedicò ai viaggi, spostandosi prima a Buenos Aires, poi ritorna a Parigi, dove incontra tutti i principali esponenti dell’ambiente dadaista, che di lì a qualche anno daranno vita al surrealismo. Fu in questo periodo che adotta un altro pseudonimo per firmare i suoi lavori, ovvero Rrose Selavy che divenne un vero e proprio alter-ego. Il nome viene ricavato da uno dei tanti giochi di parole duchampiano, dove Selavy ricorda il francese c’est la vie, e Rose è l’anagramma di eros. Nel nome Rrose Selavy si può quindi leggere il messaggio: L’eros è la vita, nome con cui si firma, e di cui veste i panni di questa moderna donna degli anni Venti.

Nel biennio successivo, partecipò inoltre a importanti tornei di scacchi, ottenendo anche ottimi piazzamenti a tornei internazionali. In merito a quest’altra passione, l’artista pubblicherà anche un libro sugli scacchi nel 1932, abbandonando quasi completamente l’attività artistica. Riprenderà l’attività artistica soltanto nel 1936,partecipando alle mostre del gruppo surrealista a Londra e a New York. In questo periodo comincia a progettare la Boite en válise, una raccolta portatile delle riproduzioni delle sue opere più significative, circa 43 opere, tra cui gran parte delle opere fondamentali. Marcel Duchamp muore a Neuilly-sur-Seine il 2 ottobre 1968.

Federica

mARTEdì: l’opera alchemica del Grande Vetro di MARCEL DUCHAMP

In occasione del suo prossimo compleanno del 28 Luglio, prendiamo in esame l’artista Marcel Duchamp, genio della storia dell’arte per aver realizzato opere ironiche e provocatorie. Colui che passò alla storia per aver ideato il ready-made, ovvero opere già pronte che segnarono un passaggio verso l’arte concettuale. Infatti per lui, e grazie a lui, il significato di “arte” non significa più fare, mostrando competenza tecnica, ma scegliere un determinato oggetto e reinterpretarlo, operando a livello di intelletto.

Fu proprio su questa nuova idea di arte, che Duchamp realizzò una delle sue opere più iconiche e allo stesso tempo più complesse, mai realizzate. Dal titolo La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, o meglio nota come il Grande Vetro, quest’opera è stata realizzata dal 1915 al 1923, ma non venne mai completata. Per dare vita a questa rappresentazione artistica, prese in considerazione anche molti saggi, tra cui quello di Arturo Schwarz, che tratta di alchimia.

Ideazione e realizzazione

L’idea si presentò a Duchamp nel settembre del 1912, durante un viaggio che l’artista fece da Monaco a Neuilly, assistendo ad un’opera teatrale di Raymond Roussel, trovando l’ispirazione. Solamente tornato a casa negli Stati Uniti, che iniziò a lavorare al suo nuovo progetto intorno al 1915, fino ad ora solo ideato su degli appunti. Acquistò le lastre di vetro, e diede avviò alla lavorazione, che però volontariamente non portò a termine, arrivando a definire l’opera “definitivamente incompiuta”. Non si tratta di un’opera pittorica e figurativa, ma più un’interfaccia artistica che pose fine all’ideale di estetica nell’arte.

Duchamp infatti volle rendere la sua opera una sorta di strumento magico, il quale ogni qual volta lo si fosse osservato, avrebbe cambiato di significato e di forma. Insomma, una lastra di vetro soggetta ad un’ermeneutica infinita, che solamente il caso, avrebbe potuto modificare e trasformare. L’opera infatti, è formata da due lastre di vetro molto vicine che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere e fili di piombo, che si muovono e cambiano nel tempo. Una sorta di work in progress dove analogie, allusioni e riferimenti simbolici sono stratificati uno sopra all’altro dando vita ad una sorta di rompicapo.

La teoria religiosa

Già dal titolo, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, possiamo capire come dietro all’opera che vediamo concretamente, Duchamp introdusse un significato nascosto. Come sappiamo, l’artista amava usare giochi di parole e doppi sensi omofoni. Secondo una lettura diversa della frase infatti, il titolo in francese potrebbe essere interpretato come “Maria è messa nella nuvola dai propri trebbiatori celesti”, una sorta di Assunzione religiosa molto provocatoria. La lettura di Duchamp, in realtà, non ha in sé molto di religioso bensì si direbbe piuttosto una rilettura dell’assunzione in chiave metafisica.

A comprovare questa teoria è la suddivisione in due parti del vetro. Nella parte superiore, quella celeste, vi è una nuvola pronta ad accogliere Maria, divisa da tre quadrati vuoti, che suggeriscono la Santissima Trinità. Nella parte inferiore invece, quella terrestre, è presente un parallelepipedo metallico in prospettiva che richiama alle iconografie dei feretri vuoti. I trebbiatori celesti, invece, richiamano la definizione duchampiana dell’opera come macchina agricola o macchina a vapore, che viene ricondotta alla struttura meccanica che si trova al centro dell’opera. Essa formata da tre rulli, richiama quella utilizzata in cucina per macinare il cioccolato.

L’idea alchemica-filosofale

Queste teorie della trebbiatura celeste, dell’assunzione della Vergine incoronata dalla Trinità e del denudamento della sposa, sono tutte metafore che fanno riferimento al fondamento massonico-ermetico-filosofale dell’alchimia. Infatti come spiegato in svariati saggi del periodo, queste idee vennero codificate nei trattati con il significato di purificazione della materia e la sua trasformazione in pietra filosofale. L’intera opera quindi può essere letta come una grande metafora alchemica.

La macinatrice di cioccolato, serve a triturare la materia al nero, indicata come cioccolato, mentre i sette setacci o crivelli che la sovrastano, corrispondono alle sette chiavi delle operazioni e sono strumenti di progressiva raffinazione. Il mulino ad acqua incorporato nel sarcofago invece allude al progressivo dissolvimento della materia che sale al cielo come vapore. Nel cielo la nuvola con le tre finestre, ricondensa la materia per farla tornare sulla terra in forma di gocce fertilizzanti , identificate come rugiada filosofica, per dare nuovo avvio al processo alchemico.

L’opera è quindi idealizzata come una continua polarizzazione di principi positivi e negativi, la cui essenza risieda proprio in questa sua ineffabilità, in questa mancanza. Il vetro, ovvero l’assenza dell’elemento che pone una distanza fra l’opera e l’osservatore, si conciliava con ciò che era sua intenzione esprimere, ovvero un’opera dinamica ed antidinamica al tempo stesso, dal significato mutante. Inoltre il vetro è un supporto capace di riflettere, siamo dunque di fronte ad un invito rivolto all’osservatore a riflettere a sua volta. 

Federica.


ALMANACCO: 27 Luglio nasce il poeta Giosuè Carducci

Poeta, scrittore, critico letterario e accademico, Giosuè Carducci nacque il 27 Luglio del 1835. Protagonista della cultura italiana del secondo Ottocento, famoso soprattutto per il suo percorso letterario svolto intorno ad un ideale classicista. Il suo principale riferimento fu alla poesia antica, latina e italiana, come modello cui rivolgersi costantemente. Fu inoltre il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1906.

Nacque presso Lucca nel 1835, passò tutta la sua adolescenza nel meraviglioso paesaggio toscano della Maremma. Questo questi anni in Toscana rivestono un ruolo fondamentale per la formazione della sua sensibilità, attraverso l’immagine di una natura incontaminata, energica e vitale accompagnerà tutta la sua produzione poetica. La permanenza nella Maremma è testimoniata e rievocata con affettuosa nostalgia nel sonetto Traversando la Maremma toscana del 1885 e in molti altri luoghi della sua poesia.

Gli esordi letterari

Da sempre amante della letteratura, si iscrisse alla Scuola Superiore di Pisa dove uscirà, laureato in Filologia, nel 1856. Fu in questo periodo universitario, che insieme ad altri tre compagni di studi, fondò la società degli “Amici pedanti”, un gruppo che si batteva per la difesa del classicismo contro la modernità e le nuove idee del Romanticismo. Un dibattito molto sentito in Italia in quel periodo, in quanto ogni intellettuale e letterato si schierava e lottava, a favore o contro il classicismo. E’ il 1857, anno in cui compone le Rime di San Miniato il cui successo è quasi nullo.

Successivamente a questo periodo però, Carducci visse anni molto duri, in seguito al suicidio del fratello e della morte del padre, e anni dopo anche della madre e del figlio piccolo. Questo dolore si accompagnò però a un grande successo come poeta, pubblicando una raccolta di poesie ed un’intensa attività editoriale. Fu proprio in questo periodo che decide di trasferirsi nella colta e stimolante Bologna, dove insegna eloquenza italiana all’Università. Ebbe così inizio un lungo periodo di insegnamento durato fino al 1904, caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica.

Il mutamento stilistico e l’influenza politica

Fu però in questo periodo che salì in lui una crescente delusione verso la nuova classe dirigente dello Stato Unitario e verso la mancata liberazione di Roma. Cominciò per questo ad appoggiare ideali repubblicani e giacobini fino ad un aspro anticlericalismo, che richiamano al pensiero di Giuseppe Mazzini e alla sua visione democratica. Di queste visioni ne risentì anche la sua attività poetica, caratterizzata da una ricca polemica sociale e politica. Un’esempio fu la raccolta Levia gravia, caratterizzata da un marcato atteggiamento polemico, elemento questo che si ripropone anche in Giambi ed epodi.

Atteggiamenti che però si affievolirono gradualmente, tanto che nel 1876 viene candidato come democratico alle elezioni parlamentari. La poesia perde i toni di polemica, aprendosi alla tematica amorosa, e più in generale a una riflessione sulla propria condizione di uomo e di poeta. Pian piano comincia ad accettare il ruolo dei monarchici Savoia come garanti dell’Unità d’Italia, soprattutto in seguito all’incontro con la regina Margherita a Bologna, nel novembre del 1878. Fu talmente tanto il fascino esercitato dalla donna, che scrisse un’ode Alla regina d’Italia avviandosi così, definitivamente, verso gli ideali monarchici. Non solo, Carducci diventa il vate dell’Italia umbertina e viene nominato, nel 1890, senatore del Regno.

Le opere più importanti

Ma fu nel 1887 che esce la sua raccolta più importante ovvero le Rime nuove, nove libri che contengono liriche giovanili ma anche componimenti composti nel corso degli anni. Possiamo osservare in questo modo, tutta l’esperienza e l’evoluzione carducciana nella sua globalità, compresi i primi tentativi “barbari” , ma anche componimenti dal titolo Primavere Elleniche in cui viene messa in luce la bellezza classica, armoniosa e statuaria, quasi fuori dal tempo. Tutto accompagnato da una poesia più familiare e intima, dove si notano quegli scorci della Maremma toscana a lui tanto cari e il tema dell’amore (e degli affetti in generale) che si fonde con quello della morte che incombe costantemente su ogni anima.   

Nel 1893 viene invece pubblicata l’edizione completa delle Odi barbare. In quest’opera Carducci sperimenta la metrica barbara, con la quale intendeva riprodurre approssimativamente, nella poesia italiana, il suono e la misura, cioè i ritmi accentuativi, dei versi latini. Grazie alla metrica barbara, Giosuè Carducci definisce i tentativi di numerosi poeti di ripristinare la metrica greca e latina utilizzando però il linguaggio volgare. La metrica è strettamente legata al lemma, alla parola, e risulta quindi difficilissimo applicare una metrica, pensata per una determinata lingua, ad un linguaggio del tutto diverso. In essa i contenuti e le forme derivano in gran parte dai precedenti scritti ma maggiormente approfonditi e maturi.

Gli ultimi anni

Gli ultimi anni continuano ad essere caratterizzati da una febbrile attività editoriale e poetica consacrando la sua posizione di poeta ufficiale dell’Italia monarchica. Vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1904 e a pochissimi anni da questo meritato successo muore a Bologna, per una broncopolmonite, il 16 febbraio del 1907. 

Federica.