ALMANACCO: 26 Luglio muore l’illustratrice Mary Blair

Artista statunitense e disegnatrice, Mary Blair morì il 26 Luglio del 1978. Famosa per essere un’illustratrice di libri per l’infanzia, nota soprattutto per le sue opere e per il suo lavoro svolto per la società di animazione cinematografica Walt Disney. La sua impronta stilistica è ancora oggi inconfondibile, attraverso i suoi colori elettrici ed esagerati, spesso dissonanti fra loro, usati in aree di tinte piatte e forme eccezionalmente innovative per l’epoca, in ambito di concept art e animazione. 

Nata nel 1911 a McAlester in Oklahoma, negli Stati Uniti con il nome di Mary Browne Robinson. Si diplomò allo Chouinard Art Institute a 22 anni, con il sogno di dedicare la sua vita all’illustrazione, e magari di aprire uno studio tutto suo. Ma erano gli anni Trenta, il mercato del lavoro non si era mai del tutto ripreso dalla Grande Depressione, per questo dovette rinunciare al sogno di lavorare in proprio.

Occasione Walt Disney

C’era però un’industria che andava molto forte. La “fabbrica dei sogni” di Walt Disney era in forte espansione, e nel 1937 fu alla ricerca di nuovi artisti. Grazie anche al suo amore e sposo Lee Blair (da cui prese il cognome), riuscì ad entrare e a lavorare sulle prime illustrazioni.

Lavora a numerosi bozzetti che inizialmente non vennero presi in considerazione. Ha uno stile troppo particolare, fatto di forme stilizzate e colori forti, usati a contrasto. Uno stile che si adatta poco a quello “classico” Disney. Ma Walt ne è conquistato perché la sua aspirazione è che i film animati vengano percepiti come arte, e Mary è l’artista in grado di renderlo possibile.

Mary Blair, Cinderella - Heritage Auctions

Nella sua trentennale carriera all’interno della Walt Disney Pictures, Mary Blair rivestì diverse posizioni, come concept artist, responsabile e supervisore fino a color stylist. Come sosteneva Marc Davis, disegnatore e responsabile Disney, fu lei a portare l’arte moderna all’interno della produzione disneyana come nessuno aveva mai fatto prima. Tra le sue opere principali ricordiamo: Dumbo, Fantasia, Lilli e il Vagabondo, Cenerentola, Alice nel paese delle meraviglie, Le avventure di Peter Pan, e molti altri.

Mary Blair, illustrazione Peter Pan - Concept Art Disney

Mary Blair e l’uso dei colori

La sua impronta stilistica è ancora oggi inconfondibile. I suoi colori elettrici ed esagerati erano il suo marchio di fabbrica. Venivano usati in aree di tinte piatte e forme eccezionalmente innovative per l’epoca, in ambito di concept art e animazione. Per questo tipo di lavori, era solita usare guache e acrilici, ma anche l’acquerello.

È stata un’artista rivoluzionaria, che ha portato l’arte nei lungometraggi animati, che ha osato (e usato) colori forti, atmosfere che potevano quasi emanare i loro profumi attraverso la pellicola. Il suo stile nell’uso del colore ancora oggi è fonte di ispirazione per molti designer contemporanei ed artisti nel campo dell’animazione.

Mary Blair, “Alice in Wonderland,”  - Photo Courtesy of the Hilbert Museum

Donna poliedrica ed elastica

Ma la sua avventura alla Disney non è ancora finita: Walt la sceglie nel 1964 per progettare la nuova attrazione di Disneyland It’s a Small World, progetto a cui Mary si dedica con grande passione. Ma Mary Blair non si fermò alla concept art e all’animazione. Qualche anno dopo, la celebre casa editrice Simon & Schuster le commissionò alcuni fra i più bei Little Golden Books.

Non sono solo i suoi colori e le sue idee a rendere Mary Blair una delle illustratrici più conosciute al mondo, ma piuttosto il suo eclettismo e la sua capacità di essere elastica, di farsi strada all’interno di diversi mercati. Non solo animazione e libri illustrati per lei, ma anche pubblicità, packaging, biglietti di auguri e scenografie teatrali. Il suo disegno arrivò ovunque.

Wall in Disneyland, It's a Small World Murales - Photo by Yesterland

Ultimi anni di vita

Mary Blair è stata premiata come una “leggenda del mondo Disney” nel 1991, una delle prime donne a ricevere questa onorificenza. Mary Blair è morta a causa di una emorragia cerebrale il 26 luglio 1978, all’età di 66 anni.

Federica

ALMANACCO: 25 Luglio muore il poeta Samuel Taylor Coleridge

Poeta, critico letterario e filosofo britannico, Samuel Taylor Coleridge morì il 25 Luglio del 1834. Viene considerata una delle figure più importanti del movimento romantico, in particolare per la creazione e la pubblicazione delle ballate liriche. Tra le sue opere più celebri si ricordano il poema narrativo La ballata del vecchio marinaio, e l’opera in prosa Biographia Literaria.

Nato il 21 ottobre 1772, in Inghilterra a Ottery Saint Mary, piccolo villaggio tra le colline del Devon. Sin da bambino mostrò una grande passione per la lettura e un enorme talento per la poesia. Dotato inoltre di un’intelligenza precoce e grande immaginazione, dopo la morte del padre, venne mandato a studiare presso la Christ’s Hospital School a Londra, dove studiò latino, greco, ebraico e naturalmente, letteratura inglese.

Gli esordi e le influenze

Nel 1791 cominciò a frequentare l’Università di Cambridge, dove continuò a scrivere poesie e allo stesso tempo cominciò a interessarsi alla situazione politica del tempo. Fu grazie all’incontro con il poeta Robert Southey, che lo influenzerà in modo particolare, diventando insieme a lui un fervente sostenitore degli ideali della Rivoluzione Francese. Insieme tentarono di creare una comunità utopica in Pennsylvania, chiamata la Pantisocrazia, basata su principi di uguaglianza e di socialismo. L’obiettivo fu il raggiungimento della pace sociale e uno sviluppo economico equo per tutti.

All’obiettivo della Pantisocrazia, ci si raggiungeva attraverso 12 gentiluomini di buona educazione e di principi liberali, che avrebbero dovuto imbarcarsi con dodici dame, per fondare una comunità ideale nelle selvagge foreste della Pennsylvania. A porre fine a questa repubblica visionaria vi fu tuttavia la rinuncia da parte di Southey, che accantonò definitivamente il progetto, e per questo non venne mai realizzato. Da questo abbandono ne sorse un dissenso che, pur essendo di breve durata, compromise definitivamente la loro amicizia. Disilluso da questo e altri fallimenti, Coleridge decise di trasferirsi a Nether Stowey, nel Somerset.

Le Ballate Liriche

Nel 1794 Coleridge abbandonò Cambridge per trasferirsi nel Somerset, dove diventò amico del poeta William Wordsworth. Quest’amicizia, rivoluzionò totalmente la poesia inglese, grazie ad una collaborazione che portò alla nascita e alla pubblicazione delle “Lyrical Ballads”. Questo libro del 1798, è una raccolta di poesie che divenne una pietra miliare nella letteratura inglese, con i primi grandi lavori della scuola romantica. In esso ci sono le più importanti opere di Coleridge, come La Ballata del Vecchio MarinaioChristabel e Kubla Khan, caratterizzate da grande immaginazione descrittiva e ritmo musicale, in cui si affrontano le tematiche romantiche più importanti del tempo quali la natura, il soprannaturale, il misterioso e l’esotico.

Nel 1798 Coleridge partì per un viaggio nell’Europa continentale, facendo tappa in Germania, dove si interessò alla filosofia idealistica tedesca di Kant, imparando il tedesco e cominciando una serie di traduzioni. In seguito a questi studi divenne l’interprete più influente del romanticismo tedesco. Dopo qualche anno, nel 1800, fece ritorno in Inghilterra continuando la collaborazione con Wordsworth. Amicizia che però andò con il tempo a deteriorarsi, per visioni filosofiche divergenti, ma anche per la dipendenza da oppio di Coleridge, che stava compromettendo la sua salute. Ne seguì un periodo di depressione durante il quale egli si convinse di aver perso la sua ispirazione e creatività. Dopo aver trascorso un periodo a Malta nella speranza di migliorare le sue condizioni di salute, Coleridge ritornò a Londra.

Biographia Literaria

Fu proprio dopo essersi ristabilito a Londra, che ritrovò la sua vena letteraria, dando vita alla sua maggiore opera in prosa, intitolata Biographia literaria. Fu un’opera autobiografica contenente una critica letteraria e riflessioni filosofiche, nel quale sono presenti una serie di dissertazioni e appunti su vari argomenti, che mostrano la sua grande brillantezza intuitiva. Particolarmente rilevanti sono le sue considerazioni sulla natura della poesia e dell’immaginazione. In merito a quest’ultima ne sottolineò l’importanza, come una facoltà divina che permette al poeta di modificare e ricreare il mondo che lo circonda.

Inoltre nell’opera distinse tra immaginazione primaria e immaginazione secondaria. Descrisse l’immaginazione primaria come l’agente primo di ogni percezione umana, ciò che rende possibile la conoscenza ed è comune a tutti gli uomini. L’immaginazione secondaria, invece, coesiste con l’immaginazione primaria, ma è un’immaginazione poetica che dissolve, diffonde e dissipa al fine di ricreare, quindi è ciò che permette al poeta di creare l’arte. Secondo la sua teoria poetica, all’origine di una delle idee centrali dell’estetica romantica, l’immaginazione artistica svolgerebbe un ruolo di mediazione tra culture moderne diverse tra loro.

Gli ultimi anni

Gli ultimi anni e mesi di vita passarono tra le sue solite sofferenze fisiche e disturbi polmonari, che venivano però alleviate da un folto gruppo di giovani ardenti, interessatissimi alle idee di Coleridge sulla poesia, sulla filosofia e sulla religione. Questi furono fondamentali per diffondere il pensiero del poeta nel XIX secolo. Infine, il 25 luglio 1834 Coleridge morì a 61 anni nella sua casa a Highgate, stroncato da un attacco cardiaco dovuto a circostanze ignote, ma probabilmente riconducibili alla sua tossicodipendenza o a cardiopatia reumatica seguita alla malattia che lo avevo colpito anni prima.

Federica.

ALMANACCO: 24 Luglio nasce l’aviatrice Amelia Earhart

Aviatrice statunitense, passata alla storia per essere stata la prima donna ad attraversare in solitaria l’Oceano Atlantico, Amelia Earhart nasce il 24 Luglio del 1897. Viene ricordata tutt’oggi come eroina americana per la traversata atlantica, nonché come uno dei più capaci e celebrati aviatori del mondo. Fu un esempio di coraggio e spirito d’avventura, una donna dal grande temperamento che prese il volo sfidando se stessa e la società dell’epoca.

Nata nel 1897 in Kansas, da una famiglia benestante. Trascorse gran parte della sua infanzia e della giovinezza spostandosi in varie città degli Stati Uniti e del Canada, al seguito dei suoi genitori, costretti a continui spostamenti per ragioni di lavoro. Solo nel 1908 si fermarono per un periodo a Saint Paul, nel Minnesota, dove lei frequentò brevemente la Saint Paul Central High School. Fu grazie ai numerosi viaggi che iniziò la sua passione per il volo, che approfondì solo anni più tardi.

La passione per il volo

Fu nel 1920, all’età di 23 anni, quando si reca insieme al padre a un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield a Long Beach in California, che per la prima volta salì a bordo di un biplano. Volò per un giro turistico di dieci minuti sopra la città di Los Angeles, occasione che le fece capire che il suo unico obiettivo della vita, ovvero imparare a pilotare un aereo. Appoggiata anche dal padre, iniziò a frequentare le lezioni di volo, come hobby e passatempo, spesso accettando ogni tipo di lavoro per mantenersi alle costose lezioni.

 Fu Anita Snook la sua maestra di volo, un’altra pioniera dell’aereonautica, che la fece innamorare del mondo fantastico del cielo. Superato un triennio di studi e un periodo di esperienza fatta sul campo, conseguì il brevetto di pilota, divenendo la sedicesima donna al mondo ad averlo conseguito, nel 1923. Solamente ad un anno di distanza dal brevetto, con l’aiuto economico della madre e della sorella, acquistò il suo primo biplano, con il quale successivamente stabilirà il primo dei suoi record femminili, salendo a un’altitudine di 14 000 piedi.

Il primo volo

La svolta nella sua carriera di aviatrice arrivò però solo nel 1928, un anno dopo la prima trasvolata atlantica in solitaria di Charles Lindbergh. Amelia a bordo del suo Fokker FVII chiamato Friendship, fu la prima donna ad attraversare l’Atlantico. In questa impresa venne accompagnata dal pilota Wilmer Stultz ed il coopilota e meccanico Louis Gordon, che però concentrarono tutta la fama e gli onori di tutto il mondo per lei. L’impresa fece di Amelia un’eroina nazionale, la nuova “Regina dell’aria”. Anche il Presidente Coolidge le fece le sue personali congratulazioni.

Grazie ai proventi delle conferenze, delle campagne pubblicitarie, dei suoi scritti e dei numerosi incarichi che ebbe in compagnie aeree, Amelia negli anni successivi poté non solo dedicarsi alla sua passione per il volo, anche agonistico, ma anche promuovere l’aviazione, in particolare, le donne aviatrici. Nel 1931 sposò inoltre George Putnam, scrittore ed editore, il quale le fece scrivere il libro intitolato “20 Hours – 40 Minutes” in merito alla sua avventura transoceanica, un vero e proprio bestseller.

Le iconiche imprese

Ma l’anno seguente si spinse ancora oltre, infatti pilotando un autogiro Pitcairn PCA-2, stabilisce il record mondiale, raggiungendo i 5 613 metri di altitudine. Inoltre all’inizio del 1932, Amelia riuscì a concretizzare finalmente il sogno di essere la prima donna ad attraversare in volo l’Atlantico totalmente da sola. Nessun altro pilota, a parte Lindbergh, lo aveva fatto. Il 20 maggio partì da Harbour Grace, a Terranova, ai comandi di un Lockheed Vega e, dopo un volo di quasi quindici ore, atterrò in Irlanda del Nord.

Sempre determinata e con l’intento di arrivare dove altri avevano fallito, diventa la prima aviatrice ad attraversare il Pacifico, da Oakland a Honolulu, nelle Hawaii. Dopo aver compiuto altri voli in solitaria, Amelia Earhart si dedicò alla pianificazione di una nuova grande impresa, spingendosi oltre chiunque altro. Si tratta della circumnavigazione aerea dell’intero globo seguendo la rotta equatoriale, ovvero la più lunga. Impresa che la consacrò definitivamente come la più nota eroina della fase pionieristica della storia dell’aviazione.

Il giro del mondo

L’aereo prescelto per il giro del mondo fu un bimotore Lockheed chiamato Electra, sul quale salì Amelia e Fred Noonan, che avrebbe dovuto accompagnarla come navigatore. Dopo più tentativi dovuti a guasti del motore, Amelia e Fred decollarono ufficialmente da Miami il 1 giugno 1937, con rotta verso est, facendo varie tappe in Sud America, Africa, India, Indocina, Nuova Guinea. Dopo un mese, avevano percorso circa 35000 chilometri, e dovevano ora affrontare solamente l’ultima tratta attraverso l’Oceano Pacifico. Il 2 luglio ripartirono alla volta di Howland Island dove avrebbero dovuto fare tappa, ma non arrivarono mai.

Le tracce del Lockheed Electra si persero, e furono vane le mobilitazioni senza precedenti di navi e aerei di soccorso, Amelia e Fred Noonan non vennero mai ritrovati. Ancora sono sconosciute le vere cause che provocarono l’incidente, sono state avanzate numerose ipotesi, alcune molto fantasiose. Si pensò persino che, costretti ad un atterraggio di emergenza, i due fossero stati catturati come spie e giustiziati dai Giapponesi, oppure che Amelia avesse fatto volontariamente perdere le proprie tracce, rifacendosi una vita altrove. In realtà la causa del disastro fu con ogni probabilità un guasto meccanico o l’esaurimento imprevisto del carburante per un calcolo di navigazione errato.

Il successo e i riconoscimenti

Il mistero della tragica scomparsa ha del resto contribuito ad alimentare il mito di Amelia Earthrt, facendone, soprattutto negli Stati Uniti, non solo un’eroina dell’aviazione ma un’icona del femminismo. Indiscutibilmente la sua figura fu un simbolo per tutte le donne che in quell’epoca erano ancora molto lontane dall’emancipazione. Su di lei sono stati scritti centinaia di articoli e libri, che si aggiungono a quelli di cui lei stessa fu autrice. Amelia ricevette molti riconoscimenti, sia in vita che successivamente alla scomparsa, come la Legion d’Onore e la Distiguished Flying Cross dal Congresso degli Stati Uniti.

Federica.

ALMANACCO: 23 Luglio venne brevettata la macchina da scrivere

Fu il 23 luglio del 1829, quando, l’americano William Burt, scienziato, inventore, legislatore, costruttore, geometra e soldato, riceveva il brevetto che attestava ufficialmente l’invenzione della prima macchina da scrivere. Il brevetto USA n. 5581X, fu fondamentale per una delle invenzioni che passerà alla storia, e per la rivoluzionaria scoperta.

Il tipografo brevettato di Burt, fu un predecessore della moderna macchina da scrivere, ma comunque fu la prima ad essere effettivamente costruita. Il brevetto originale venne firmato dal presidente Andrew Jackson e dal segretario di Stato e futuro ottavo presidente Martin Van Buren, grazie al quale Burt ne acquisisce i diritti esclusivi completi per circa 14 anni. Il modello del brevetto però andò perduto nell’incendio dell’Ufficio Brevetti del 1836.

Descrizione e ideazione del nome

Il tipografo consisteva in una scatola di legno rettangolare (12 x 12 x 18) con una leva oscillante su un’estremità per impressionare. Era formato da un gruppo di caratteri di stampa sia maiuscole che minuscole, chiamate lettere tipografiche, che erano montate su un breve settore fissato sul lato inferiore della leva. Il numero di linee digitate sulla carta viene visualizzato da un indicatore circolare simile a un orologio sulla parte anteriore della scatola. Attraverso la leva, si premeva verso il basso, imprimendo la lettera selezionata sulla carta, quest’ultima formata da un grande rotolo continuo, la cui parte stampata veniva strappata formando il documento dattiloscritto o la lettera desiderata. 

Burt fece ricerche per un nome appropriato per la sua invenzione e inizialmente si stabilì con il nome “tipografo”. Nome che venne usato per tutte le macchine di scrittura di tipo, a partire dall’invenzione del 1829 di Burt, fino al 1874 quando vari inventori ne migliorano la macchina. Tuttavia, il concetto generale alla fine divenne noto con il nome di “Type-Writer”. L’utilizzo del trattino tra le due parole però, fu rimosso nel 1919, ovvero fino a quando William Ozmun Wyckoff, presidente dell’Associazione dei cronisti stenografici dello Stato di New York, pubblicizza il nome di “macchina da scrivere” nel 1886, termine che diviene pubblicamente accettato.

Evoluzione nel tempo

La prima macchina da scrivere costruita da Burt, non fu all’altezza delle sue aspettative, in quanto appariva molto rudimentale sia per le enormi dimensioni dello strumento, e di conseguenza la poca praticità, ma anche per la lentezza del sistema di scrittura. Ma questi intoppi non lo buttarono giù, tanto che dopo soli 6 mesi realizzò una versione migliorata principalmente nell’aspetto. Questo ovviamente ne aumentò la commercializzazione della macchina agli investitori, suscitando molto interesse in quanto invenzione riuscita che non esisteva ancora sul mercato.

Questo primo originario esemplare fu però fondamentale per lo sviluppo delle successive macchine da scrivere. L’evoluzione del tipografo di Burt, avvenne con Austin Burt, il pronipote dell’inventore, che costruì un modello funzionante del tipografo per l’ Esposizione Universale di Chicago, nel 1893 partendo da una copia in pergamena del brevetto originale. Attraverso i dettagli completi forniti dall’inventore, costruire una nuova macchina non fu difficile, anche se ci volle più di un mese per costruirla, in quanto molte delle parti dovevano essere fatte a mano. Importante l’apporto evolutivo che diedero le figure di Giuseppe Ravizza e dell’americano Christopher Scholes, che nel 1867, realizzò la prima macchina idonea alla commercializzazione.

Famosa negli anni

La svolta, tuttavia, furono le macchine elettriche prodotte successivamente al 1950, grazie all’Olivetti che lanciò il celeberrimo modello “Lettera 22”. Alcune di queste divennero famose, come la Underwood di Jessica Fletcher ne La signora in Giallo, o l‘Olympia portatile che Paul Auster usa dal 1974 per scrivere i suoi romanzi. Quel che è certo è che dopo l’arrivo della macchina da scrivere, il mondo non è stato più lo stesso e segretari, avvocati e commercianti hanno finalmente scritto lettere, testamenti e contratti, anche in triplice copia, con una sola battitura.

Federica.

ALMANACCO: 22 Luglio nasce il pittore Edward Hopper

Pittore ed esponente del realismo americano, Edward Hopper nasce il 22 Luglio del 1882. Artista di grande importanza, divenne famoso per i suoi ritratti realistici, che ritraggono la solitudine dell’America contemporanea nelle città, tra bar  silenziosi e stazioni di servizio. Le sue opere sono permeate di silenzi, solitudine e frasi non dette, come nei film noir, che rispecchiamo l’essere malinconico e silenzioso dell’artista.

Nato nel 1882 a Nyack, sul fiume Hudson, da una colta famiglia borghese americana, titolari di un negozio di tessuti. Da sempre appassionato di disegno, tanto che i genitori lo indirizzano verso la carriera di illustratore, iscrivendolo nel 1900 alla New York School of Art, un prestigioso istituto nel quale entrò in contatto con grandissimi artisti del suo tempo. Tra questi vi furono William Merrit Chase e di William Henri, che lo spingeranno a migliorarsi sempre di più e a continuare su questa strada.

I viaggi e le influenze artistiche

Nel 1906 va a Parigi, dove rimane affascinato dall’ambiente e dall’atmosfera avanguardista, in particolare venne molto colpito dallo stile degli artisti simbolisti ed impressionisti. Fu in questo periodo che realizza un gruppo di autoritratti, dipinti a grosse pennellate su fondo scuro, in cui si avverte già il tentativo di esprimersi attraverso la luce. Fu proprio il gioco di luminosità che in futuro ebbe un ruolo fondamentale nei suoi quadri più iconici. Per sostenersi, inizia a lavorare come illustratore per le agenzie pubblicitarie, dedicandosi allo stesso tempo anche alle incisioni, tecnica che lo fece conoscere dal pubblico ottenendo premi e riconoscimenti.

Dopo un anno a Parigi, realizzò diversi viaggi in tutta Europa, a Londra, Berlino e Bruxelles. Fu durante questi spostamenti che Hopper perfezionò il suo particolare e ricercato gioco di luci e ombre, la descrizione di interni e il tema centrale della solitudine e dell’attesa. I quadri di questo periodo erano di piccole dimensioni, avevano colori cupi e prediligevano spazi angusti, come cortili, sottoponti, trombe di scale, stradine. Solo successivamente la tavolozza divenne più lieve, mentre le composizioni rappresentavano in spazi più aperti soggetti come le chiuse dei canali, il sole che si riflette sugli edifici.

La nascita del suo stile

Quando però ritornò in America, la sua vita cambia totalmente. L’atmosfera piena di positività e divertimento crolla, lasciando che Hopper si concentri invece su temi giornalieri legati al suo paese. Non trovò subito il successo sperato, ma decise comunque di continuare a migliorarsi, arrivando a maturare uno stile autenticamente americano, abbandonando le nostalgie europee che lo avevano influenzato sino a quel momento. Fu così che iniziò ad elaborare soggetti legati alla vita di tutti i giorni, nella composizione figurativa urbana e architettonica in cui inserire un unico personaggio, solo e distaccato psicologicamente, come se vivesse in una dimensione isolata.

Inoltre il suo genio artistico gli ha permesso di costruire una tavolozza coloristica del tutto originale e riconoscibile, attraverso un uso della luce così originale e un uso dell’inquadratura di tipo fotografico. L’estrema originalità di Hopper è facilmente distinguibile, dalle tendenze avanguardistiche del periodo, come cubismo, futurismo, fauvismo e astrattismo. Hopper, al contrario, predilige il passato dell’arte di Manet, Pissarro, Sisley o Courbet, riletti però in chiave metropolitana ed originale. Nel 1924 Hopper ottiene finalmente il successo con una mostra alla Rehn Gallery che mise d’accordo pubblico e critica. In particolare venne apprezzata la sua tela intitolata Apartment Houses e l’opera House by the Railroad (quest’ultima citata dal regista Alfred Hitchcock nel suo film Psycho).

L’elemento del silenzio

C’è il suo modo modesto, discreto, quasi impersonale, di costruire la pittura, il suo uso di forme angolari o cubiche esistenti in natura, le sue composizioni semplici apparentemente non studiate e la sua fuga da ogni artificio dinamico, allo scopo di inscrivere l’opera in un rettangolo. Tuttavia ci sono anche altri elementi del suo lavoro che sembrano aver poco a che fare con la pittura pura, ma rivelano un contenuto spirituale. C’è, ad esempio, l’elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori più importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o questa dimensione di ascolto, è evidente sia nei quadri in cui compare l’uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture.

Il silenzio ha per lui un valore simbolico, e spesso viene associata all’angoscia dell’anima umana dell’America moderna. Solitudine, tristezza, vuoto e depressione, in un progresso futuro che è solamente tecnologico, e per nulla umanistico. Le immagini anche se hanno colori brillanti, non trasmettono vivacità, così come gli spazi che sono realistici ma allo stesso tempo c’è qualcosa di metafisico che comunica allo spettatore un forte senso di inquietudine. Inoltre nei dipinti di Hopper si scorge qualcosa che sta ancora per accadere o che è appena accaduta. Seppe cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando all’attimo un significato eterno, universale.

Ultimi anni

Al di là delle numerose e possibili interpretazioni della sua pittura, Hopper sarebbe rimasto fedele alla propria visione interiore fino alla sua morte, avvenuta il 15 maggio del 1967 nello studio newyorchese.

Federica.

ALMANACCO: 21 Luglio nasce lo scrittore Ernest Hemingway

Scrittore e giornalista statunitense, Ernest Hemingway nacque il 21 Luglio del 1899. Autore di molti romanzi e racconti, venne considerato lo scrittore simbolo del Novecento, il cui stile ebbe un’importante influenza sullo sviluppo del romanzo del XX secolo. Fu proprio per questo che vinse nel 1953 il Premio Pulitzer per la narrativa, e un anno dopo il Premio Nobel per la letteratura.

Nato nel 1899 in un sobborgo di Chicago, in una famiglia benestante, con padre medico e madre cantante di opera lirica. Trascorse un’infanzia felice in mezzo alla natura, condividendo con suo padre la passione per la caccia, la pesca e la vita all’aria aperta, che si portò dietro per tutta la vita. A quattro anni venne messo in una scuola dell’infanzia e, contemporaneamente, inserito in un circolo naturalista diretto dal padre, dove imparò a praticare diversi sport, fra i quali la violenta e pericolosa boxe.

Dagli studi alla Prima Guerra Mondiale

Fu solamente in seguito all’iscrizione alla Municipal High School che cominciò a dedicarsi alla scrittura, incoraggiato da alcuni insegnanti che avevano individuato la sua predisposizione per la letteratura. Hemingway scrisse così i suoi primi racconti ed articoli di cronaca, pubblicati poi sui giornali scolastici. Nel 1917 ottenne il diploma, ma rifiutò sia di iscriversi all’università, come avrebbe desiderato suo padre, sia di dedicarsi al violoncello come voleva sua madre. Decise invece di trasferirsi a Kansas City, per lavorare come cronista per un quotidiano locale, dove si distinse per il linguaggio moderno, rapido e oggettivo.

Nel 1917, però quando gli Stati Uniti d’America entrarono nella Prima Guerra Mondiale, Ernest decise di lasciare il lavoro, presentandosi come volontario per andare a combattere in Europa. Tuttavia, a causa di un difetto alla vista, venne escluso dai reparti combattente e venne arruolato come autista nei servizi di autoambulanza destinati a giungere sul fronte del Piave. Fu così che Ernest Hemingway giunse in Italia, dove successivamente militò in trincea. Qui mentre stava salvando un soldato colpito a morte, venne ferito gravemente e ricoverato in ospedale a Milano. Dopo essere stato decorato con la medaglia d’argento al valor militare, nel 1919 tornò a casa, evento che gli fu d’ispirazione per la stesura di A Farewell to Arms (“Addio alle armi”).

La fama e le prime opere

In America, Hemingway venne accolto come un eroe, particolarmente dai cittadini dell’Illinois. Dopo il rientro a casa, ricominciò a scrivere, dedicandosi alla stesura di alcuni racconti, del tutto ignorati da editori e dall’ambiente culturale. Così decise nel 1920, di trasferirsi a Toronto, dove conobbe Harriet Gridlay Connable, con il quale collaborò nella redazione del Toronto Star, lavorando come inviato speciale girando tutta l’Europa: Spagna, Italia, Turchia, Svizzera, Francia. Durante i suoi numerosi viaggi, nacquero i suoi primi racconti, scritti satirici e l’ispirazione per alcuni romanzi.

Fu proprio Parigi che rappresentò per Hemingway l’inizio della sua carriera letteraria, grazie all’incontro con la scrittrice Gertrude Stein e il poeta Ezra Pound. I due diventarono i più efficaci punti d’orientamento per la sua ricerca letteraria, grazie ai quali cominciò a pubblicare alcuni racconti e poesie su riviste letterarie. Nel 1926, inoltre escono libri importanti come Torrenti di primavera, Il mio vecchio e Fiesta, tutti grandi successi di pubblico e di critica. In ogni modo la celebrità di Hemingway è ormai consolidata, tanto da essere tradotto ampiamente in tutto il mondo, meno che in Italia a causa del regime fascista che lo ha messo al bando.

Lo stile narrativo rivoluzionario

Lo stile narrativo di Hemingway si basava sulla semplicità e su una prosa essenziale, formata da frasi brevi, semplici e concise, prive di parole superflue. Inoltre i suoi romanzi e racconti erano ricchi di dialoghi, che egli preferiva a uno stile descrittivo, limitando quindi, affermazioni esplicite, introspezione, descrizioni di stati d’animo e sentimenti. Preferiva che i lettori, piuttosto che ricevere la descrizione di un’emozione, vedessero le cose e i fatti che producevano le emozioni stesse. 

Anche il narratore di Hemingway è impersonale, oggettivo, che non conosce la vita interiore dei personaggi, i loro pensieri e i loro sentimenti. Lo scrittore non usa mai verbi, aggettivi e avverbi che possono indicare un’interpretazione degli eventi da parte del narratore o un suo commento. Il narratore è semplicemente un testimone degli eventi che narra. Hemingway paragona la sua tecnica narrativa a un iceberg di cui vediamo solo una parte mentre il resto è nascosto, così nei suoi scritti ogni elemento esplicito e visibile, nasconde qualcosa di non visibile. Questa tecnica narrativa fu veramente rivoluzionaria e influenzò enormemente gli scrittori del suo tempo e delle generazioni future. 

Dalla Seconda Guerra Mondiale al Premio Nobel

Gli anni ’30 segnarono una svolta nella sua vita, in quanto cominciò a interessarsi ai problemi sociali del tempo. Infatti, nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, lo scrittore partì per Madrid, lavorando come giornalista corrispondente di guerra. Questa esperienza gli fornì l’ispirazione per il suo prossimo romanzo Per Chi Suona la Campana. Stessa cosa accadde nel 1941, quando gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra mondiale. Hemingway lavorò di nuovo come corrispondente di guerra, prendendo parte anche allo sbarco in Normandia, partecipando alla liberazione della città.

Nel 1953 pubblicò Il Vecchio e il Mare, una delle opere più famose dello scrittore. Un romanzo breve, che commuove la gente e convince la critica, raccontando la storia di un povero pescatore cubano che cattura un grosso pesce spada, e cerca di salvare la sua preda dall’assalto dei pescecani. In sole 48 ore, vende cinque milioni di copie, e che gli valse il premio Pulitzer nel 1953. Solamente un anno dopo ottenne anche il Premio Nobel per la Letteratura. Lo scrittore però non partecipò alla cerimonia di premiazione, in quanto in quel periodo stava attraversando una crisi nervosa.

Gli ultimi anni

Negli ultimi anni della sua vita soffrì vari problemi di salute e depressione, e rimase particolarmente debilitato a livello fisico tanto da non essere più in grado di scrivere. Temendo il declino fisico e mentale, si uccide con un colpo di pistola nella sua casa in Idaho (USA) nel 1961.  

Federica

mARTEdì: le inquadrature fotografiche nelle opere di EDGAR DEGAS

Edgar Degas, è uno dei massimi esponenti dell’impressionismo francese, spesso ricordato per le sue iconiche danzatrici e i nudi femminili. Come il gruppo degli impressionisti, anche lui rivoluzionò completamente il mondo dell’arte, allontanandosi dai classicismi e dalla perfezione delle linee dei movimenti precedenti, quali romanticismo e neoclassicismo. Degas, preferì imprimere sulla tela la prima impressione avuta guardando un soggetto, attraverso l’utilizzo di forti ed istintive pennellate, senza bozzetto o modello preparatorio a matita.

Degas in realtà non fece mai parte totalmente del gruppo degli impressionisti, in quanto molte delle loro idee e visioni sull’arte non riuscì mai a farle sue. Ad esempio, non lavorò mai ai paesaggi en plein air, ma si concentrò sulla realizzazione di scene quotidiane al chiuso. Inoltre, se da una parte gli impressionisti riproducevano l’impressione fissa di un paesaggio, non mutevole nel tempo, al contrario Degas amava i corpi umani in movimento. Infatti, i principali soggetti da lui dipinti sono le ballerine, a lezione o in scena, oppure i fantini e i cavalli in corsa.

La composizione fotografica

Per queste scene di vita moderna, a volte fece ricorso ad effetti luminosi espressivi, usando anche inquadrature audaci ed ingegnose. Ecco il motivo per cui la sua tecnica pittorica venne definita rivoluzionaria, in quanto l’inquadratura delle sue tele ebbe un taglio quasi fotografico. Degas infatti, non interessava ritrarre il soggetto nella sua interezza, ma bloccare quel determinato istante nel dipinto, così come lui lo vedeva attraverso il suo campo visivo. Volle quindi fissare istantaneamente l’espressione del moto dei corpi, dal mondo del teatro agli ippodromi.

Non bisogna dimenticare che fu proprio in quegli anni che esplose la fotografia, come nuova invenzione tecnologica destinata a rivoluzionare la stessa concezione dell’arte, e in particolare l’arte di Degas. Per l’artista, questa tecnica è un mezzo utile allo studio del movimento, le cui figure sono così naturali nei gesti e negli atteggiamenti, che non sembrano mai in posa. Fu proprio per questo che Degas inizia ad usare una macchina fotografica per preparare la scena da dipingere e cogliere l’attimo vero. Ed ecco come abbandona il punto di vista frontale per adottare prospettive oblique, punti di vista decentrati e sfalzati.

Dipinto nel 1874, La lezione di danza è uno dei quadri più famosi di Edgar Degas, dove ricorre il tema preferito delle ballerine ma anche l’uso sapiente dell’inquadratura fotografica. Realizzato dietro le quinte dell’Opéra di Parigi, scelse di ritrarre il momento in cui le danzatrici stanno provando dei passi di danza prima di salire sul palcoscenico, sotto l’occhio attento del maestro. Le ballerine disposte in semicerchio, si riposano o parlottano distratte, ognuna con un proprio atteggiamento. Ogni loro gesto, apparentemente marginale o secondario, è invece indagato con grande attenzione.

Altro elemento fondamentale del quadro, è la composizione riprodotta scegliendo un punto di vista originale e innovativo. Infatti, il cosiddetto punto di fuga, ovvero il punto dove le linee parallele dell’opera convergono, non si trova all’interno della scena, ma si trovano fuori dal quadro a destra. Questo tipo di inquadratura, taglia alcune figure e i margini della scena, rendendo ancora più dinamica la struttura d’insieme dello spazio. La profondità spaziale inoltre, viene accentuata dalle linee oblique del parquet, dando alla composizione un taglio fotografico. In questo modo l’osservatore, già abituato ad osservare le immagini fotografiche, ottiene un impressione di maggior immediatezza e di istantaneità casuale, come da reportage fotografico.

Un altro quadro di Degas in cui si comprende al meglio il suo stile innovatore, fu L’assenzio, del 1875. Fu infatti negli ultimi anni della sua vita, che lasciò il tema delle ballerine spensierate, per dare sfogo alla sua depressione a causa di un grave problema che lo privò della vista. Ecco perchè tratta una scena molto forte e di cruda realtà, in cui due figure vengono consumate fisicamente e psicologicamente dall’alcool, facendoli diventare dei manichini, dei gusci vuoti. I due personaggi, una prostituta e un vagabondo, non si conoscono, ma siedono seduti vicini, davanti ad un calice di assenzio, con lo sguardo perso nel vuoto mentre i pensieri gli annebbiano la mente.

Anche in quest’opera, possiamo notare come i due personaggi non vengano ripresi frontalmente, ma di tre quarti, adottando una prospettiva scomoda. Disponendo i due personaggi in obliquo, sembra quasi che il pittore voglia incastrarli tra il piccolo tavolo ed il divano su cui sono seduti, senza possibilità di fuga. Questa inquadratura fotografica, viene utilizzato come espediente per rispecchiare perfettamente la triste situazione in cui si trovano i due. Angoscia, che viene amplificata anche dalla presenza dello specchio alle loro spalle, sporco e opaco, che mostra a malapena le ombre della prostituta e del vagabondo.

Federica.

 

ALMANACCO: 20 Luglio nasce lo scrittore Francesco Petrarca

Scrittore, poeta, filosofo e filologo italiano, Francesco Petrarca nacque il 20 Luglio del 1304. Considerato il precursore dell’Umanesimo e uno dei fondamenti più importanti della letteratura italiana. Venne ricordato soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere, modello di eccellenza stilistica dei primi del Cinquecento. Le sue tematiche e la proposta culturale, diedero avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare di Petrarca.

Nato ad Arezzo nel 1304, da genitori fiorentini appartenenti alla fazione dei guelfi bianchi, destinati quindi all’esilio. Per questo motivo viaggiò per tutta la sua adolescenza per vari luoghi della Toscana, tra cui Pisa, città importante nella quale avvenne l’incontro con l’amico del padre, Dante Alighieri. I viaggi con la famiglia, lo portarono anche in Francia, ad Avignone, dove entrerà in contatto con personaggi della vita politica e culturale del suo tempo, dai quali resterà fortemente influenzato.

Tra Avignone e la vita spirituale

Fu proprio in Francia, che Petrarca realizzò i primi studi, prima a Carpentras sotto la guida del letterato Convenevole da Prato, e poi a Montpellier, per studiare giurisprudenza, materia però non molto apprezzata. Dopo la laurea, si trasferì ad Avignone, dove iniziò a lavorare per la famiglia Colonna, esperienza che non solo gli portò un guadagno per vivere, ma che gli permise di estendere le sue conoscenze nell’élite culturale e politica europea. Fu proprio come rappresentante della famiglia Colonna che affrontò diversi viaggi in tutta Europa, legandosi a diversi circoli letterari, stringendo amicizia con molti latinisti importanti, e assumendo come suoi modelli letterari Virgilio, Cicerone ed Agostino.

Dopo essere entrato a far parte del seguito del vescovo Giovanni Colonna, Petrarca nutrì una profonda attrazione per la spiritualità cristiana, prendendo anche gli ordini sacri, e divenendo canonico. Fu proprio durante una messa nella Chiesa di S. Chiara di Avignone, che incontrò per la prima volta Laura, la donna che sarà l’amore della sua vita e la sua musa ispiratrice, oggetto della maggior parte delle sue poesie del Canzoniere. La donna incarna l’ideale femminile del suo tempo, al di sopra di ogni pensiero terreno, madonna più che donna, da adorare più che amare, poiché secondo Petrarca attraverso la donna l’uomo avrebbe potuto avvicinarsi a Dio.

Il Canzoniere e l’amata Laura

Questa visione della donna e l’intera filosofia di Petrarca sulla passione e l’amore umano, si trova nella sua opera più famosa, ovvero il Canzoniere, una raccolta di sonetti e poesie proprio in onore di Laura. Il titolo originale “Rerum Vulgarium Fragmenta”, (frammenti di cose volgari), sottolinea come l’opera sia scritta in volgare, lingua prestigiosa e aulica, usata per fare poesia in quel periodo. Il Canzoniere contiene 366 poesie, una per ogni giorno dell’anno, più una poesia iniziale che funge da proemio e presentazione dell’opera. Questi componimenti si dividono poi in due sezioni: rime in vita di Laura e rime in morte di Laura.

I temi sono principalmente l’amore per Laura, decritta come la donna-angelo stilnovista ma, anche creatura terrena capace di suscitare un desiderio carnale e non solo spirituale. Alla tematica amorosa se ne collega un’altra, ovvero l’intento del poeta di risollevare con la sua poesia tutti gli innamorati che soffrono per amore, usando parole che suonano molto dolci all’orecchio di chi le legge. Petrarca sa giocare molto con le parole e con i loro significati, ad esempio introduce il rapporto semantico fra Laura, laurea, lauro, alloro, collegando i significati di ogni termine.

Onorificenze e ultimi anni

Oltre al canzoniere, Petrarca scrisse molte altre opere. Una fra queste fu il Secretum, un’opera scritta in latino, attraverso una sorta di confessione in forma di dialogo con Sant’Agostino, che mette in scena una profonda riflessione dell’autore sulla sua vita. Tutto quello che ha scritto fino a quel momento lo ha reso un personaggio noto e amato tanto che, nel 1341, gli viene conferita la laurea come poeta, e verrà incoronato a Roma “ad honoris”. Inoltre incontrò e divenne molto amico di Giovanni Boccaccio, un altro grandissimo autore della nostra letteratura che insieme a Petrarca e Dante, è conosciuto come una delle “tre corone”, in riferimento proprio alla corona di alloro che veniva all’ora usata per cingere i poeti (appunto laureati).

Questo periodo felice però verrà interrotto dalla peste che nel 1348 devasterà l’Europa e porterà in Petrarca un periodo di profonda inquietudine e tristezza, aggravato anche dalla morte violenta di Laura, che lo turba profondamente. Fu proprio in questo periodo che nelle sue poesie, notiamo un cambiamento verso una tematica più profonda, interrogandosi sulla natura dell’anima, facendo apparire le poesie come preghiere. Gli ultimi anni della sua vita, fu a Padova, continuando a scrivere e a studiare come ha sempre fatto, e morì ad Arquà – in suo onore questa località si chiama oggi Arquà Petrarca – il 19 luglio 1374.     

Federica.

ALMANACCO: 19 Luglio nasce il pittore Edgar Degas

Pittore e scultore francese, Edgar Degas nacque il 19 Luglio del 1834 a Parigi. Conosciuto come uno fra i primi impressionisti, famoso soprattutto per i suoi quadri di ballerine e lezioni di danza. Pur partecipando al gruppo degli impressionisti, Degas non amava dipingere en plein air, come i suoi colleghi, dipingendo essenzialmente ambienti chiusi, con angolazioni insolite e pennellate rapide e sciolte.

Edgar Degas nacque nel 1834 da una famiglia nobile e illustre, che gli permise di studiare e viaggiare, crescendo in un ambiente colto che lo incoraggia e lo sostiene. Iniziò gli studi classici nel prestigioso liceo parigino Louis-le-Grand, poi frequentò la facoltà di legge alla Sorbona, dove però non provò mai un forte interesse per la disciplina. Fu per questo che una volta presa la laurea, inserì la sua sincera vocazione per le belle arti, registrandosi come copista al Louvre ed entrando in contatto con i grandi maestri italiani del passato rinascimentale.

La giovinezza e i viaggi in Italia

Autodidatta colto ed entusiasta, fu in un primo tempo affidato al maestro classicista Louis Lamothe, a sua volta allievo del grande Ingres. Fu proprio grazie a lui, che studiò i nudi, la pittura di storia, e il valore del disegno del rinascimento italiano. Nel 1855, dopo che la sua vocazione artistica si era fatta preponderante, Degas si mise in cerca delle sue radici artistiche, partendo alla volta dell’Italia, così da studiare, l’arte antica e i maestri del Rinascimento.

La prima tappa del suo viaggio fu Napoli, dove fu accolto dal nonno nel suo sontuoso palazzo, e dove visita le collezioni antiche del Museo Archeologico e quelle rinascimentali di Capodimonte. Qui realizzò il suo primo capolavoro, Il ritratto di Hilaire De Gas, raffigurante proprio il nonno, eseguito con tecnica impeccabile, padronanza del disegno e uso sapiente del chiaroscuro. Successivamente, si spostò a Roma e poi a Firenze, dalla zia paterna, dove il giovane artista non fa altro che visitare musei e collezioni e realizzare schizzi e disegnare. Fu proprio a Firenze che Degas iniziò a lavorare al grande ritratto de La famiglia Bellelli, tela portata poi a compimento a Parigi e oggi annoverata tra i capolavori della sua giovinezza.

La sua versione dell’Impressionismo

 Degas nel 1859 fece ritorno a Parigi, riuscendo a conciliare l’immenso bagaglio museale acquisito in Italia, con una visione dinamica della vita contemporanea parigina, ricca di vivacità e di freschezza. La scena artistica parigina era infatti dominata da figure come Manet e Courbert,  i quali non si rivolgevano a temi classici o mitologici, bensì alla contemporaneità e al realismo nei dettagli, pur mantenendo il rispetto dei modelli classici. Questa fusione tra passato e presente, divenne uno dei manifesti artistici approvati da Degas, che colse queste nuove istanze rendendole proprie.

 Nel 1861 incontra Edouard Manet e si unisce a un gruppo di pittori che successivamente sarebbero diventati, gli Impressionisti. Pur partendo da basi classiche, Degas, evolve il proprio linguaggio artistico in senso impressionista, attraverso la scoperta del presente e della contemporaneità. In tal senso realizzò soggetti in movimento, inquadrature fotografiche, pennellate rapide e leggere che rendono gli effetti di luce e ombre. A differenza degli altri impressionisti però la sua principale ispirazione non è però nella natura en plein air, ma nella vivace vita cittadina, raffigurando quasi esclusivamente fantini, balletti, lavandaie, scene di trambusto sui boulevard o la solitudine dell’umanità parigina.

Temi ricorrenti nelle sue opere

Come già detto i suoi temi principali erano legati all’ambientazione interna urbana parigina, ripresi da angolazioni insolite come avrebbe fatto un fotografo. Prime fra tutte raffigurava le ballerine dietro le quinte, le grandi étoile che danzano sul palcoscenico, le prove senza pubblico e le ragazze che si esercitano durante le lezioni. Tra i capolavori più famosi ci sono l’Etoile e La lezione di danza, dove ogni dettaglio è vivo e ed è in movimento, dato anche da punti d’osservazione insoliti, spesso rialzati e obliqui, che rendono al meglio il senso di profondità degli spazi. Come le ballerine, raffigurò anche fantini e cavalli, in corsa negli ippodromi.

Ma questo amore per la città parigina e la sua contemporaneità, portò Degas a raffigurare la vita nella Francia di fine secolo non solo dal punto di vista del divertimento e della mondanità. Infatti in quel periodo ci fu la guerra franco-prussiana, le successive rivoluzioni, e i forti conflitti sociali che agitavano l’intera nazione, tra cui l’antisemitismo, la povertà, l’alcolismo ed l’emarginazione. L’unico tra gli impressionisti che puntò l’obiettivo su questi drammi della società fu Degas, con l’obiettivo di suscitare riflessioni psicologiche ed esistenziali. Un’esempio di questa tendenza fu L’assenzio, capolavoro indiscusso in cui mescola l’arte della fotografia alla solitudine interiore.

Gli ultimi anni di vita

Negli ultimi anni della sua vita, i temi ricorrenti sono sempre gli stessi, ovvero l’amore per le donne, e in particolare, in questo ultimo periodo, sui nudi femminili introspettivi. Realizzò una serie di opere con donne che escono dal bagno, intente a bagnarsi, lavarsi, asciugarsi, strofinarsi pettinarsi o farsi pettinare. Nudi naturalistici, dunque, in attività quotidiane e in gesti prosaici e spontanei, realizzati, differentemente dal periodo precedente, attraverso l’utilizzo di colori molto intensi, forse in contrapposizione al suo stato di salute.

Infatti fu proprio alla soglia dei 50 anni, che Degas venne colpito da un grave problema che lo privò quasi del tutto della vista. Motivo che, insieme alla morte dell’amico Manet, lo spinse ad abbandonare la pittura e ritirarsi a vita privata. Furono anni di solitaria alienazione, in cui Degas fu oppresso dalla cecità e dalle inquietudini professionali che ne scaturirono. Stroncato da un aneurisma cerebrale, Degas sarebbe infine morto a Parigi il 27 settembre 1917, quando l’Europa veniva dilaniata dalla prima guerra mondiale.

Federica.

ALMANACCO: 18 Luglio nasce il pittore Giacomo Balla

Pittore, scultore, scenografo e autore di “paroliberi” italiano, Giacomo Balla nasce il 18 luglio 1871. Conosciuto per essere uno tra i primi protagonisti del Divisionismo italiano, ma anche un grande esponente di spicco del Futurismo, firmando i manifesti assieme a Marinetti. Le sue ricerche artistiche sulla velocità, il dinamismo e gli effetti della luce lo resero uno degli artisti più originali dell’epoca.

Nato a Torino nel 1871, ebbe da subito la passione per la fotografia grazie all’influenza del padre, ma abbandonò presto per dedicarsi esclusivamente alla pittura e al disegno. Spinto dalla sua vena artistica, frequenta l’Accademia Albertina di Belle Arti dove studia prospettiva, anatomia e composizione geometrica. Nel 1891 esordisce come pittore, entrando nell’ambiente frequentato dall’aristocrazia e dall’alta borghesia torinese, conoscendo artisti del calibro di Edmondo De Amicis e Pellizza da Volpedo.

L’esordio divisionista

Ma fu nel 1895 che ebbe una svolta nella sua carriera, lasciando Torino per raggiungere Roma dove rimarrà tutta la vita. Qui si avvicinò alla nuova tecnica divisionista, diventandone uno dei promotori e trovando subito un buon seguito di allievi, tra cui Boccioni, Severini, Sironi, conosciuti alla Scuola libera del nudo. Insieme parteciparono nel 1903 alla V Biennale di Venezia, prima esposizione di numerose successive partecipazioni postume. In questo primo periodo romano dipinse alcuni suoi capolavori come La Pazza, che porta con sé quel tipo di pittura verista rivolta alla socialità a cui Balla non rinunciò. La sua pittura era caratterizzata dalla precisione e dall’impostazione molto vicina alla fotografia.

La sua attività creativa è molto intensa nei primi anni dieci, ispirata dallo stile divisionista, anche se a partire dal 1911 esprime nuovi interessi stilistici. Fu proprio il legame tra lui e Boccioni che lo condurrà verso strade diverse dal divisionismo, che gli permisero di abbandonare la pittura realista e virare verso ricerche artistiche d’avanguardia. Entrerà così in una nuova fase di ricerca pittorica tesa a rappresentare il dinamismo, il movimento. Questa ricerca puntava alla via futurista, riprodotta su foglio o tela attraverso linee di auto in corsa e altre figure in movimento.

Il Futurismo di Balla

Queste tendenze avanguardistiche, si concretizzarono intorno al 1910, quando Filippo Tommaso Marinetti pubblicò il primissimo Manifesto Futurista, con l’obiettivo di creare un’avanguardia artistico-letteraria letteraria capace di superare la stagnante cultura italiana. Assieme a Boccioni, Carrà e Severini, Balla firmò il manifesto, convertendosi totalmente e realizzando da quel momento in poi solo opere futuristiche firmandosi con lo pseudonimo “FuturBalla”. In questo periodo Balla dipinse alcuni dei suoi capolavori, come Bambina che corre sul balcone e Dinamismo di un cane al guinzaglio. Si può notare un approccio dinamico delle figure rappresentate che derivò anche dall’interesse verso la fotodinamica, data dalla percezione della luce e dei colori.

Questi furono anni di grande creatività per Balla che spostò la sua ricerca da un linguaggio realista tipico di fine secolo, ad una ricerca artistica d’avanguardia che gli permise anche di avere un ruolo più attivo all’interno del gruppo futurista. Negli stessi anni firma anche il manifesto Ricostruzione futurista dell’Universo, dove teorizza come il dinamismo pittorico e il dinamismo plastico si collegano alle parole in libertà e all’arte dei rumori. Inizia a lavorare sull’onomatopea, a comporre tavole parolibere e a progettare scenografie mettendo in evidenza i collegamenti tra l’immagine e la dimensione fonetico-rumorista.

Dal Fascismo al dopo-guerra

L’idea dell’arte totale proseguì durante tutta la Prima guerra mondiale, fortemente sostenuta dai futuristi, perchè visto come la strada che avrebbe portato l’Italia alla modernità. Anche Balla aderì al fascismo, infatti nel 1926 realizzò una statuetta raffigurante Mussolini, con alla base la scritta “Sono venuto a dare un governo all’Italia” e consegnata direttamente al duce. Divenne così l’artista del fascismo per eccellenza e fu molto apprezzato anche dalla critica.  Intorno al 1932 realizza Marcia su Roma, un dipinto realizzato con un chiaro riferimento a Il quarto stato di Pellizza da Volpedo.

In tarda età però Balla farà ritorno al figurativismo, dissociandosi gradualmente dal futurismo e di conseguenza anche dal fascismo. Infatti tornò nella convinzione che la pura pittura figurativa a suo dire era quella che meglio di tutte si avvicinava alla realtà. Le sue opere furono quindi caratterizzate da un attento realismo, da qui fino alla sua morte, avvenuta il 1° marzo del 1958 a Roma.

Federica.