ALMANACCO: 17 Luglio muore il filosofo Adam Smith

Filosofo ed economista scozzese, Adam Smith morì il 17 Luglio del 1790. Conosciuto come il padre dell’economia politica, in quanto è il fondatore della scuola classica, il cui pensiero si fonda nella realtà economico-sociale e politica di quegli anni. La sua opera La ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle Nazioni, fu il primo studio sistematico della natura del capitalismo e dello sviluppo storico dell’industria e del commercio tra le nazioni europee.

Nato a Kirkcaldy, presso Edimburgo nel 1723. Compì gli studi in filosofia sociale e morale nelle università di Glasgow e Oxford, in quanto non essendo ancora l’economia una disciplina accademica. Divenuto professore, tenne lezioni di retorica e letteratura a Edimburgo dal 1748 al 1751. In questo periodo stabilisce anche una stretta collaborazione con il filosofo David Hume il cui rapporto durerà fino alla sua morte e che contribuirà in modo importante allo sviluppo delle teorie etiche ed economiche di Smith.

I primi esordi

Adam Smith viene nominato nel 1751 professore di Logica e l’anno seguente professore di Filosofia morale, presso l’Università di Glasgow. Successivamente raccolse le sue lezioni di etica nella sua prima grande opera, Teoria dei sentimenti morali del 1759, grazie alla quale ottenne molti successi. In questo periodo conobbe molti dei principali esponenti della scuola dei fisiocratici del continente, tanto che fu particolarmente influenzato da François Quesnay e Anne-Robert-Jacques Turgot, dai quali trasse alcuni elementi che confluirono nella sua teoria.

Nel 1778 Smith viene nominato commissario delle dogane e si trasferisce ad Edinburgo. Nonostante l’attività lavorativa lo impegni assiduamente, trova il tempo per dedicarsi alla riedizione della “Ricchezza delle nazioni” ed alla revisione della Teoria dei sentimenti morali. Muore il 17 luglio 1790, lasciando agli amici precise istruzioni per bruciare gran parte dei suoi scritti.

Ricchezza delle nazioni

Dal 1766 lavorò alla sua opera più importante intitolata La ricerca sopra la natura e le cause della Ricchezza delle nazioni, pubblicata nel 1776, che avrebbe segnato l’inizio della storia dell’economia come scienza autonoma.  con quest’opera si chiuse il periodo dei mercantilisti e dei fisiocratici, da lui così definiti e criticati, dando avvio alla serie di economisti classici, diventando il testo di riferimento per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo. Essa infatti rappresenta il primo serio tentativo nella storia del pensiero economico di separare l’economia politica dalle discipline connesse della teoria della politica, dell’etica e del diritto.

Quest’opera è un’analisi dei processi di produzione e distribuzione della ricchezza economica, e dimostra che le fonti principali di ogni reddito risiedono nel lavoro e nel livello di produttività del lavoro. Una sorta di teoria di macroeconomia moderna, in cui la tesi principale della ricchezza delle nazioni è che il lavoro, e dunque il capitale che ne aumenta la produttività, viene impiegato nel migliore dei modi in condizioni di non interferenza pubblica e di libero scambio. La ricchezza di una nazione quindi viene identificata dall’insieme dei beni prodotti suddivisi per l’intera popolazione, si può quindi parlare di reddito pro-capite.

La teoria della mano invisibile

Per spiegare questa tesi, Smith si servì della famosa metafora della “mano invisibile”, ovvero che ciascun individuo, nel perseguire il proprio tornaconto, è spinto, come da una mano invisibile, a operare per il bene di tutta la collettività. Secondo questa teoria il sistema economico non richiede interventi esterni per regolarsi, in particolare non necessita l’intervento di una volontà collettiva razionale. Quindi ogni interferenza nella libera concorrenza da parte del governo è pertanto quasi sicuramente dannosa.

La teoria della mano invisibile è il concetto a noi più noto di Adam Smith e, pure, quello più abusato in quanto la mano invisibile è valida, come descritto sopra, solo date certe condizioni. Tuttavia, questa teoria non permette di spiegare il fenomeno della disoccupazione e di trattare adeguatamente le produzioni non-mercantili di ambiti particolari dove dei bisogni fondamentali devono essere soddisfatti, ad esempio educazione obbligatoria e salute di base. Infine, Adam Smith cerca una similitudine discutibile tra l’ordine economico all’ordine morale, definendo la mano invisibile come conforme alla giustizia.

Federica.

ALMANACCO: 16 Luglio nasce l’esploratore Roald Amundsen

Esploratore norvegese, Roald Amundsen nacque il 16 Luglio del 1872. Passato alla storia per essere stato il primo uomo a condurre una spedizione per raggiungere il Polo Nord e il Polo Sud. Successivamente divenne un esploratore specializzato nelle spedizioni in ambedue le regioni polari, Artide ed Antartide.

Nato nel 1872 a Borge, vicino Oslo, ebbe fin da subito un innato spirito di avventura e un’attrazione per una vita avventurosa e perigliosa. Fu contrario alle volontà del padre di iscriversi all’Università per studiare medicina, così decide invece di arruolarsi nella Marina, per dedicarsi alla vita di mare. La dura vita a bordo della nave tempra il norvegese, tanto che gli servì come preparazione alle future avventure in ambiente artico.

Le prime memorabili imprese

Fu subito chiaro che la Marina ebbe grande influenze su di lui e sulle sue passioni per le regioni polari, che costituivano un’enorme attrazione per lui. La prima spedizione invernale alla quale partecipò nel 1897, fu a bordo della RV Belgica, ad opera del comandante Adrien de Gerlache. La nave rimase intrappolata nei ghiacciai per quasi un anno e durante questo periodo de Gerlache ed il suo comandante in seconda si ammalarono di scorbuto, passando il comando al giovane Amundsen, che ricoprì il ruolo di primo ufficiale. A causa di questo stop forzato di circa 1 anno, l’equipaggio della nave diventò il primo nella storia a trascorrere un inverno intero nelle acque antartiche.

Nel 1903 Amundsen si rese protagonista di un’altra memorabile impresa, come risolutore di situazioni estreme. Al comando del piccolo vascello chiamato Gjøa, e con un equipaggio di soli sei uomini, fu il primo a completare la difficile traversata del Passaggio di Nord-Ovest, collegamento fra Oceano Atlantico ed Oceano Pacifico. La spedizione partì da Oslo e si concluse solamente tre anni dopo a San Francisco. Anche in questo caso, a causa del mare ghiacciato, la nave rimase bloccata per due anni circa, nello Yukon, durante il quale Amundsen abbandonò la nave per raggiungere da solo, con gli sci da fondo, Eagle in Alaska. Qui riuscì a telegrafare notizie sui successi della spedizione, come la scoperta della posizione esatta del Polo Nord Magnetico.

Alla scoperta del polo Sud

Questo risultato lo spinse a voler intraprendere altri viaggi e altre esplorazioni, soprattutto rivolti al Polo Nord, ancora terra inesplorata. Solamente dopo essere in procinto di organizzare una spedizione, scoprì di esser stato preceduto da Frederick Cook e Robert Peary. Ma non si perse d’animo tanto che cambiò obbiettivo, puntando invece al Polo Sud, in estremo segreto, anche con il proprio equipaggio. La spedizione per il Polo Sud iniziò il 19 ottobre del 1911, poco prima di un’altra spedizione inglese che aveva lo stesso scopo, guidata da Robert Falcon Scott.

Grazie alla meticolosa progettazione del viaggio, e alla velocità di Amundsen, riuscì ad arrivare alla meta il 14 dicembre dello stesso anno, precedendo gli inglesi di 35 giorni. Arrivati a destinazione, i cinque membri del gruppo di Amundsen piantano la bandiera norvegese al Polo Sud. La foto che immortala il momento è ormai storica. Solamente un mese dopo Scott si accorse di essere arrivato secondo dalla bandiera norvegese piantata al Polo. Amundsen raccontò il suo viaggio nel libro The South Pole: An Account of the Norwegian Antarctic Expedition in the Fram, 1910-1912

Negli ultimi anni

Soddisfatto di aver realizzato il sogno della sua vita, l’esploratore non si fermò e organizzò altri viaggi. Fra il 1918 ed il 1925 Amundsen intraprese con la nave Maud una lunghissima spedizione scientifica nel Mar Glaciale Artico, con lo scopo di esplorarne le zone ancora sconosciute. Inoltre cercò di attraversare il Polo Nord a bordo della nave, cosa che però non gli riuscì, in quanto restò intrappolato nei ghiacci artici. Deluso per non essere stato al Polo Nord, Amundsen tentò di farlo con gli idrovolanti senza successo, ed poi con i dirigibili, mezzi in grande ascesa in quel periodo.

Storico è l’evento del 1926, nel quale insieme all’italiano Nobile e all’americano Ellsworth, sorvola il Polo Nord con il dirigibile Norge. Dal dirigibile furono lanciate sul Polo le bandiere italiana, norvegese e statunitense. Fu però in seguitò ad un altro volo di esplorazione che Amundsen decolla il 17 giugno del 1928, senza mai più tornare. Alcuni mesi più tardi venne trovato un relitto del suo aeroplano a nord delle coste settentrionali della Norvegia, ma di lui non si ebbero più notizie.

Federica.

ALMANACCO: 15 Luglio nasce il pittore Rembrandt

Pittore e incisore dell’età dell’oro olandese, Rembrandt Harmenszoon van Rijn, meglio noto semplicemente come Rembrandt, nacque il 15 Luglio del 1606. Considerato una delle figure di riferimento della pittura europea del Seicento, realizzando dipinti, disegni, stampe, e oltre 80 autoritratti, in cui appare sempre diverso, sia per le espressioni che per l’età. Autore dell’iconica, Ronda di notte, dimostra come un ritratto non è solo un soggetto in posa, ma è un attimo rubato al tempo.

Nato a Leida, in Olanda nel 1606, figlio di un mugnaio benestante. Desideroso che il figlio facesse una carriera importante, elevandosi di ceto, lo iscrive alla facoltà di lettere della sua città. Ma da amante dell’arte, preferì frequentare lo studio del pittore Jacob van Swanenburg che gli fece conoscere l’arte italiana e i suoi capolavori. E’ grazie a questi studi che conobbe soprattutto l’arte rivoluzionaria di Caravaggio, che lo influenzerà con i sorprendenti effetti realistici grazie all’uso del tutto personale delle luci. Visibile in una delle sue primissime opere Lapidazione di S. Stefano.

Dall’apprendistato agli ambienti colti

Nel 1624, decise di fare il grande passo trasferendosi ad Amsterdam per diventare apprendista del più grande pittore olandese di genere storico dell’epoca, ovvero Pieter Lastman. Rembrandt studia con attenzione i quadri del maestro e ne impara la precisione e l’uso di colore tipicamente italiano, riproponendo alcuni dei soggetti storici del maestro. Grazie all’estrema abilità, ben presto però l’allievo superò il maestro, la cui fama si diffuse gradualmente fra gli ambienti della borghesia colta, ottenendo quindi successo come ritrattista.

Ebbe modo, quindi, di accedere agli ambienti colti dell’alta società, grazie ai suoi ritratti, che colpivano per l’uso drammatico delle luci e delle ombre, di influenza caravaggesca, ma anche per  la sua capacità di cogliere la personalità del soggetto. Rembrandt non si limitava a ritrarre il volto e il corpo dei suoi committenti, ma scavava dentro di loro per trovare un dettaglio che ne svelasse la personalità. Come nel celebre dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp che, non ritrae il soggetto in posa, ma lo riprende mentre è intento nell’attività che lo ha reso famoso. L’attenzione con cui gli altri personaggi del dipinto osservano affascinati ciò che fa il dottor Tulp, suggerisce a chi vede il dipinto, l’importante ruolo sociale ricoperto dal protagonista dell’opera. Eccellente è inoltre l’accuratezza della descrizione dei costumi e la resa dei particolari.

Ritratti ed Autoritratti

Rembrandt fu un artista molto prolifico, tanto che gli vengono attribuiti con certezza almeno 300 dipinti. Vi furono molte opere iconiche tra cui L’accecamento di Sansone, realizzato nel 1636 che rappresenta il momento di massima influenza del barocco nei suoi lavori. Ma Rembrandt divenne famoso non solo per i ritratti commissionati da borghesi e nobili, perchè celebri furono anche i suoi autoritratti, eseguiti servendosi di due specchi. La particolarità è che mettendo in fila tutti gli autoritratti dell’artista si potrebbe leggere la storia della sua vita.

Infatti questa serie degli autoritratti, copre un arco di tempo di 40 anni, e serve a Rembrandt per studiare le espressioni facciali e gli effetti della luce e dell’ombra. Famoso è ad esempio il ritratto in cui l’artista esprime un’espressione stupita, o quello in cui Rembrandt è ormai vecchio e si ritrae con uno sguardo stanco e disilluso. Questa “ossessione” per gli autoritratti accomuna Rembrandt con molti altri artisti che lo hanno preceduto, come Durer, o che sono venuti dopo di lui, come Frida Kahlo o Van Gogh.

Dalla depressione all’ultima opera

Ma a partire dagli anni 40 del Seicento, comincia anche il suo tracollo economico e familiare, a causa, da un lato della poco accusata gestione delle finanze e dall’altro dell’abbattersi di veri e propri drammi affettivi. Nel 1640 muore la madre e poco dopo anche l’adorata moglie. Non a caso, in questo periodo la produzione di Rembrandt rivela estrema sofferenza, dove il colore risulta più intenso. Cambiamento non molto apprezzato dalla committenza che portò all’inizio del declino della sua carriera artistica.

Ma un raggio di luce tornò a illuminare la vita dell’artista, quando gli venne commissionato un ritratto di gruppo di una delle milizie volontarie che difendevano la città di Amsterdam. Il suo dipinto Ronda di notte fu del tutto rivoluzionario tanto che suscitò aspre critiche. Infatti i committenti si aspettavano un classico ritratto con i soggetti in posa, ma Rembrandt stupì tutti, ritraendo il capitano alla guida dei suoi uomini nel pieno dell’azione, come se in quel momento il tempo si fosse fermato in un attimo infinito. La curiosità di questo dipinto, è che aldilà del nome equivocabile, è ambientato di giorno, e solo con il passare degli anni si formò una patina scura di sporcizia che riporterebbe tutta la scena in una notte scura.

Federica.


ALMANACCO: 14 Luglio nasce il pittore Gustav Klimt

Pittore austriaco, uno dei più significativi artisti della secessione viennese, Gustav Klimt nacque il 14 Luglio del 1862. I dipinti di Klimt, raffinati, allusivi, sensuali, ricchi di riferimenti colti, sono opere densamente evocative, che racchiudono e trasmettono l’atmosfera della Vienna della “Belle Epoque”. Personalità schiva e poco mondana, l’artista amò profondamente le donne, non solo dal punto di vista della rappresentazione pittorica.

Nacque nel 1862, nei sobborghi di Vienna, dal padre orafo e dalla madre colta ed appassionata di musica classica. Tutti i figli maschi della famiglia Klimt riveleranno in futuro una forte passione per l’arte, tra cui Gustav. Fu grazie a questi interessi che il ragazzo nel 1876, venne ammesso nella scuola d’arte e mestieri dell’Austria, dove studiò arte applicata, e dove iniziò a maturare un proprio stile artistico.

Dagli esordi artistici alla pausa

Il talento del giovane artista non passò inosservato, tanto che venne subito chiamato insieme al fratello, per la decorazione del cortile del Kunsthistorisches Museum. Da questo momento in poi, gli incarichi iniziarono a moltiplicarsi, cominciando ad avere sempre più successo. Tra le commissioni vi erano decorazioni pittoriche di diversi edifici pubblici come le quattro allegorie nel Palazzo Sturany a Vienna, il soffitto della Kurhaus di Karlsbad, e la decorazione in pannelli del Burgtheate. A testimonianza del suo successo artistico, nel 1888 Klimt ricevette un riconoscimento ufficiale dall’imperatore Francesco Giuseppe.

Nonostante il successo, nel 1892, il padre di Klimt venne a mancare, e pochi mesi dopo, anche suo fratello Ernst morì. Questi lutti furono un duro colpo per il pittore viennese, il quale decise di fermare la propria attività artistica per circa sei anni. Fu però durante gli anni di inattività che cominciò la sua lunga relazione con Emilie Flöge, la quale, pur sapendo che il compagno aveva relazioni con altre donne, non lo lasciò fino alla morte. Terminato il periodo di inattività, nel 1895, nacque l’opera Amore, uno dei quadri che anticipò le caratteristiche di forma e contenuto che accompagneranno Klimt per tutta la sua carriera.

La Secessione Viennese

Tuttavia, sempre più in contrasto con i rigidi canoni accademici, nel 1897 Klimt fondò insieme ad altri 19 artisti la Secessione Viennese, il cui simbolo era la Pallade Atena, dea greca della saggezza e delle buone cause. Il gruppo ebbe l’obiettivo di portare l’arte al di fuori dei confini della tradizione accademica, in tutte le sue forme, tramite le arti plastiche, il design e l’architettura, facendo di conseguenza rinascere anche le arti e i mestieri. Sotto il movimento dell’Art Nouveau, riproponeva un’eleganza decorativa, linee dolci e sinuose, soggetti ispirati alla natura o a mondi lontani e mitologici, vagamente onirici.

Klimt fa proprio questo stile, arricchendolo con il suo tocco inconfondibile. Le sue opere si caratterizzano per il tratto morbido e le curve armoniche dei suoi soggetti, in cui si combinano astrazione, eleganza e decorazione. Le donne di Klimt sono eteree, dolci, romantiche ma al contempo dotate di una sensuale malizia. Le figure femminili spesso riprendono il tema della “Femme Fatale”, nelle quali la sensualità traspare al punto che i contemporanei consideravano i nudi dei suoi dipinti eccessivi e talvolta scandalosi.

Le opere più importanti della Secessione

Come prima opera realizzata in seguito alla fondazione del gruppo, Klimt ebbe come commissione la decorazione dell’aula magna dell’Università di Vienna, nel 1894. Forse la sua opera più importante, aveva un tema illuminista legato al trionfo della Luce sulle Tenebre, dal quale si sviluppavano le tre facoltà: FilosofiaMedicina e Giurisprudenza. Quando però i quadri furono completati, vennero rifiutati e aspramente criticati dai committenti, che gli contestarono il contenuto erotico e l’estrema sensualità dei personaggi, non adatti all’Università.

Noncurante delle critiche, negli stessi anni Klimt realizzò anche il Fregio di Beethoven, lungo ben trentaquattro metri, concepito per la quattordicesima mostra secessionista viennese, nei locali del Palazzo della Secessione. Questo trionfo di immagini visionarie, enigmatiche, dionisiache che sottintende le angosce e le aspirazioni dell’uomo moderno, è una delle migliori testimonianze del genio provocatore di Klimt, che da lì a poco verrà travolto dall’uragano artistico da lui stesso causato. Caseina, smalti e intonaco su pannelli lignei incannucciati, frammenti di specchio, bottoni, chiodi di tappezzeria, pezzi di vetro colorato e dorature.

Il Periodo Aureo

Nel 1903 Klimt si recò per due volte a Ravenna, dove rimase colpito dall’arte medievale, in particolare dallo sfarzo dei mosaici bizantini. L’oro musivo, i colori dorati e brillanti ed il richiamo al mondo dell’oreficeria del padre, furono elementi che portarono alla completa trasformazione del suo stile artistico. E’ proprio l’uso dell’oro che contraddistingue le tele del cosiddetto Periodo Aureo di Klimt. Essi suggerirono un nuovo modo di trasfigurare la realtà, modulando le parti piatte e plastiche con passaggi tonali, dall’opaco al brillante.

Infatti altre peculiarità delle opere del periodo aureo furono la spiccata bidimensionalità del loro stile, che si arricchisce dando maggiore risalto al linearismo e alle campiture, l’impiego di pregnanti simbolismi e la prevalenza di figure femminili, armoniose ed erotiche. Dal connubio di queste cose nacquero alcuni dei capolavori più celebri dell’artista come Giuditta, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, la Danae, il BacioL’albero della vita. Il periodo aureo però, si chiuse nel 1909 con l’esecuzione di Giuditta II, seconda raffigurazione dell’eroina ebrea, che a differenza della prima, è caratterizzata da cromie più scure e forti, che daranno avvio al cosiddetto «periodo maturo» dell’artista.

Il terzo periodo artistico

Conclusa la dei tanti capolavori, l’artista, affrontò un periodo di crisi artistica ed esistenziale. Infatti le opere auree, iniziarono a non rispecchiare più la società in stava vivendo, in quanto la Belle Époque era ormai giunta al termine, così come l’Impero Austro-Ungarico che collasserà allo scoppio della prima Guerra Mondiale. Proprio per questo Klimt inizierà a mettere in discussione la sua arte, soprattutto in seguito al contatto con artisti come Van Gogh, Matisse e Toulouse-Lautrec. Determinante fu anche l’incontro con la pittura espressionista, dei due viennesi Egon Schiele e Oskar Kokoschka.

Dal punto di vista stilistico, il periodo maturo è caratterizzato dalla fusione di queste influenze e dall’abbandono del fulgore dell’oro e delle eleganti linee Art Nouveau. Sacrificò quindi le tonalità dorate a favore di uno stile più realista, con toni più accesi e ricchi di colori. Scopo di Klimt in questo periodo, fu quello quello di ricercare una modalità espressiva meno sofisticata e più spontanea, adottando una tavolozza più colorata. Sulla base di questi mutamenti, intorno al 1910 ebbe ancora grande rilevanza nel mondo artistico italiano, partecipando alla Biennale di Venezia e diventando vincitore dell’Esposizione Internazionale di Arte di Roma nell’anno successivo, con il capolavoro Le Tre Età della donna.

Ultimi anni

L’attività di Klimt si interruppe l’11 gennaio 1918 quando, di ritorno da un viaggio in Romania, fu colpito da ictus e polmonite dovuta alla pandemia di quell’anno di influenza spagnola. Fu sepolto nel cimitero di Hietzing a Vienna. Numerosi suoi dipinti rimasero non finiti.

Federica.

mARTEdì: l’arte demoniaca ed oscura di FRANCISCO GOYA

Francisco José de Goya y Lucientes era pittore ed incisore spagnolo, considerato il pioniere dell’arte moderna, uno dei più grandi pittori spagnoli vissuti tra la fine del XVIII secolo e dell’inizio del XIX. Famoso per i suoi dipinti, i suoi disegni e le sue incisioni, che riflettevano gli sconvolgimenti storici in corso, come quelli realizzati durante e dopo la Grande Guerra Spagnola.

Ma fu soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita che si dedicò ad opere più crude e realiste che spesso destabilizzavano lo spettatore. Nelle sue opere mature infatti vi erano dipinti riguardanti la follia, i manicomi, le streghe, le creature fantastiche, la corruzione religiosa e politica, ma anche la propria salute mentale e fisica. Questo periodo culmina con la serie delle Pitture Nere, realizzate nella Quinta del Sordo, la sua casa di periferia, dove visse quasi in isolamento.

La serie delle Pitture Nere

Questo cambiamento di rotta nella sua produzione artistica avvenne in seguito alla sua misteriosa malattia, che portò a depressione ed a un estraniamento dal mondo che lo circondava. In pochi sanno però che oltre a cause di salute, Goya fece questo cambiamento perchè in parte fu influenzato della corrente filo-esoterica degli Illuminati. Ebbene, intorno al 1792 Goya abbandonò i toni distesi della gioventù e approdò in uno stile onirico, visionario, facendosi interprete della parte nera, dannata e dolorosa dell’essere umano.

Attratto dalla follia e deformità, il pittore incomincia a dipingere opere sempre più scure nei colori con una luce appena accennata. Temi molto bui e perversi appunto, appresi anche della nuova corrente filosofica degli Illuminati, come scene di stregoneria, esorcismi, volti deformati. Scene allegoriche, soggetti inquietanti ed angoscianti resi con tinte fosche. Anche i colori erano bianchi sporchi amalgamati a neri spessi come catrame, ocre fangose, rossi e gialli violenti. Immagini che tolgono il fiato e che spingono ad interrogarsi sui loro oscuri significati. 

Il Sabbah delle streghe

Un esempio è Il grande caprone, che fa parte di un ciclo di otto tele sul tema della stregoneria, dell’esoterismo e del satanismo, e quindi di magia nera. La scena rappresentata è quella di un rito satanico, detto Sabbah, altro nome dell’opera, ispirandosi ad un antico rito di tradizione popolare spagnola. Al centro del dipinto vi è un enorme caprone, simbolo del diavolo, con enormi corna, occhi rossi e robuste zampe posteriori. E’ circondato da un gruppo di streghe, sue suddite, che gli porgono i corpi dei bambini scheletrici, vittime sacrificali di quella notte.

In lontananza vediamo glia altri bambini appesi a un bastone, sorretto da una vecchia strega. Dall’atmosfera non si comprende bene se si tratta di un rito svolto durante il tramonto o all’alba. Anche la luna, è in posizione simbolica, in quanto secondo varie interpretazioni la sinistra è la posizione del male. Goya rappresenta in questa tela volti grotteschi e deformi, con un cielo segnato dalla presenza dei pipistrelli che danno ancora più il senso cupo alla pittura.

Altre opere demoniache

Altra opera è Saturno che divora un figlio, nel quale raffigura il dio Saturno in veste di cannibale. Gli occhi sgranati, folti capelli che ricadono sulle spalle, fauci spalancate e mani avide. Esso viene colto nell’atto di portare alla bocca il corpicino del ragazzo, uno dei suoi 5 figli, che mutilato dalla testa, gronda di sangue. Il rosso del sangue, reso con pennellate corpose, denuncia la ferocia e l’efferatezza del gesto. L’opera dà un grade senso di orrore e follia, che allegoricamente secondo alcuni, rappresenterebbe le feroci repressioni del re Ferdinando Vii, il quale uccideva i suoi sudditi, così come Saturno uccideva i suoi figli.

Un’altra opera fondamentale per capire al meglio la straordinaria forza visionaria di Goya è il Volo delle Streghe. Al centro possiamo vedere tre streghe che indossano la Coroza, il tipico copricapo che veniva indossato da chi veniva condannato dall’Inquisizione spagnola. Le tre streghe portano in volo la loro vittima straziata e urlante. In basso si possono vedere due figure terrorizzate, che per paura non guardano cosa sta succedendo, coprendosi gli occhi con i vestiti o le mani. Sullo sfondo a destra, Goya rappresenta un asinello, apparentemente inutile nella scena, ma che per lui è simbolo dell’ignoranza. Anche in questo caso, il quadro dal punto di vista allegorico, è una forte critica alla crudeltà commessa dall’inquisizione.

La ragione di questo uragano interiore resta avvolta nel mistero, sospesa in un mondo senza tempo. Forse perchè Goya, ormai anziano, malato e sordo, fu deluso da una Spagna sempre più in difficoltà, può aver voluto raccontare il suo paese, terra tragica e crudele, dove le feroci vessazioni si consumano sotto gli occhi sfiduciati dell’umanità.

Federica.

ALMANACCO: 13 Luglio nasce il designer Ernò Rubik

Designer e architetto ungherese all’istituto universitario d’arte e design di Budapest, Enrò Rubik nacque il 13 Luglio del 1944. Deve principalmente la sua notorietà all’invenzione dell’omonimo cubo e di altri giochi di logica e strategia. Con il cubo di Rubik, ebbe l’idea che ha rivoluzionato il mondo dei puzzle, una vera e propria mania diffusa negli anni ottanta.

Rubik nasce durante la Seconda guerra mondiale a Budapest. Suo padre era ingegnere aeronautico mentre sua madre una poetessa, due aspetti così distanti che influenzarono talment tanto il giovane Rubik, tanto da dare la spinta all’idea geniale che lo renderà famoso. Laureatosi nel 1967 in architettura presso l’Università di Budapest, inizia a studiare scultura e architettura d’interni. Dal 1971 lavora come architetto, per poi far ritorno all’Accademia d’Arte Applicata in veste di insegnante alla cattedra di architettura.

L’invenzione del Cubo

Durante questo periodo, nel 1973, inventa il Cubo, che inizialmente si diffonde in modo limitato in alcuni circoli scientifici. Fu proprio per esigenze didattiche che ad Erno venne in mente l’idea di realizzare un gioco per comprendere la geometria tridimensionale. I soli interessati infatti, furono studiosi matematici attratti dai problemi statistici e teorici che il cubo pone. Con questa invenzione riuscì a sintetizzare le sue passioni per l’arte e l’architettura ma anche per i rompicapi e i puzzle.

Il cubo ha un funzionamento molto semplice da capire, ma difficilmente da realizzare. Ognuna delle sei facce del solido è ricoperta da nove adesivi di colori diversi, e un meccanismo interno permette alle facce di ruotare in modo da mescolare il giallo, il rosso, il verde e il blu. Lo scopo del gioco è quello di far ritornare ogni colore al proprio posto, in modo che ogni faccia ne mostri uno solo. Terminare il cubo sembra facile, ma non è da tutti, in quanti sono miliardi le combinazioni possibili per la soluzione. Lo stesso Rubik ha raccontato di risolvere il gioco in un minuto e che per arrivare a tanto ci sono voluti giorni e giorni di allenamento.

L’evoluzione e la fama

Inizialmente chiamato Cubo Magico, venne prodotto da un’azienda di giocattoli ungherese. Successivamente l’idea venne acquisita dalla Ideal Toy Corp che iniziò a chiamarlo “cubo di Rubik” in onore al suo inventore. Dopo il successo del suo cubo, Rubik realizza il sogno di pubblicare una rivista di enigmistica, modo per diffondere ancora di più questa idea, anche a livello internazionale. Grazie a questo, originò una vera e propria mania, spingendo questo rompicapo ad essere in assoluto il gioco più venduto di quel periodo, ed il suo creatore a divenire la persona più ricca del suo paese.

Il suo giocattolo così diventò un oggetto di culto, venerato da migliaia di appassionati tanto da organizzare competizioni e tornei in giro per il mondo. Nata nel 2003, la World Cube Association è una sorta di vera e propria federazione per gli “atleti” del cubo, che ogni anno competono in gare di speedcubing. Sono competizioni nelle quali bisogna saper risolvere il rompicapo nel minor tempo possibile, attraverso diverse categorie, con grandezze e forme diverse, ma anche con modalità di risoluzione particolari, come quella in cui il concorrente è bendato o, ancora più curiosa, quella in cui il cubo viene ricomposto con i piedi anziché con le mani.

Altri progetti

Oltre a continuare la sua attività di inventore di giochi e di designer raffinatissimo, creò il il Rubik-Studio, per la progettazione di mobili e giochi, e fondò allo stesso tempo un’associazione che si occupa di promuovere, tramite borse di studio, i giovani ingegneri e architetti del futuro.

Federica.

ALMANACCO: 12 Luglio nasce il pittore Amedeo Modigliani

Pittore e scultore italiano, Amedeo Modigliani nacque il 12 Luglio del 1884. Noto anche con i soprannomi di Modì e Dedo, fu uno degli artisti più importanti ed influenti del ‘900.  Le sue opere sono talmente originali e uniche, che identificarle è facile anche per i meno esperti. Infatti divenne celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente.

Nasce a Livorno nel 1884, da una famiglia povera che si ritrovò in bancarotta. Fu per questo che venne istruito a casa dalla madre, appassionandosi di pittura fin da adolescente. Ma fu proprio in questo periodo che Amedeo fu afflitto da problemi di salute. All’età di 14 anni, infatti ebbe una grave febbre tifoide e due anni dopo si ammalò di tubercolosi in modo molto grave, da costringere il giovane ad abbandonare gli studi.

Dalla malattia agli esordi artistici

Costretto a restare in casa per via della sua salute, si dedicò alla sua grande passione per il disegno, riempiendo pagine e pagine di schizzi e ritratti. Fu solamente in seguito che decise di entrare nella bottega del pittore livornese Guglielmo Micheli, da cui apprenderà le prime nozioni pittoriche, e dove conoscerà Giovanni Fattori, esponente del movimento dei Macchiaioli. Rincorrendo la sua passione, viaggiò accompagnato dalla madre alla scoperta delle città d’arte più importanti d’Italia, fino a stabilirsi a Venezia per studiare all’Accademia di Belle Arti, dove conobbe da vicino l’Impressionismo francese.

Nonostante la sua salute decise di inseguire il suo sogno e trasferirsi nel 1906 a Parigi, che all’epoca era il punto focale dell’avanguardia artistica. Come tanti altri artisti squattrinati, si stabili a Montmartre, entrando in contatto con le più grandi personalità artistiche del tempo come Picasso, Toulouse-Lautrec, Renoir, Cézanne e Soutine. Oltre all’arte, qui si dedicò anche ad altre passioni, come l’alcool e le donne, vivendo una vita sentimentale travagliata e piena di eccessi. Furono proprio le donne ad essere maggiormente ritratte nelle sue opere.

L’inizio scultoreo

Qui nell’ambiente parigino, sotto le varie influenze artistiche, Modigliani sviluppò uno stile unico e originale. Fu proprio in questo periodo che tentò la strada della scultura, realizzando soprattutto maschere d’ispirazione africana, la cosidetta “arte negra”. I caratteri delle sue opere, appaiono antichi, quasi egizi con occhi a mandorla, bocche increspate, nasi storti e colli allungati. una tipologia di scultura originale, che tuttavia dovette abbandonare per motivi di salute, a causa delle polveri generate dalla scultura che peggioravano la sua tubercolosi.

Proprio per questo motivo decise di concentrarsi unicamente sulla pittura, e di elaborare lo stile che noi tutti conosciamo. Inizialmente, entrò a far parte delle avanguardie e dei cosiddetti artisti maledetti, tanto che il suo soprannome divenne Modì, la cui pronuncia somiglia alla parola francese maudit, cioè maledetto. É anche in questo periodo che iniziò a lavorare ai suoi primi ritratti e alla pittura, alla quale si dedicherà completamente a partire dal 1914.

Lo stile unico di suoi ritratti

Il suo stile è unico e facilmente riconoscibile. Amava realizzare dei nudi femminili distesi e dei ritratti particolari, caratterizzati dai colli lunghi e flessuosi, dagli occhi sottili persi verso l’infinito. Sono proprio gli occhi ad essere una caratteristica particolare dei suoi personaggi. I grandi occhi vitrei, rappresentano l’introspezione dei suoi personaggi, il fatto di “guardarsi dentro” e non solo di guardare il mondo. Soluzioni che ricordano le maschere scultoree africane che realizzava in precedenza. I ritratti di Modigliani colpirono per la capacità di catturare con pochi semplici tratti l’essenza dei suoi soggetti, arricchendola di un’eleganza senza tempo.

Ed è proprio la velocità di esecuzione che colpiva il committente, rendendo unici i suoi ritratti. Si diceva che fosse in grado di completare un ritratto in massimo due sedute e che non ritoccasse mai il suo lavoro. Questa grande fama che ottenne dalla committenza, non ebbe lo stesso riscontro nelle mostre personali. Infatti, nonostante il favore della critica, la Galleria che ospitava le sue opere venne chiusa il giorno successivo all’apertura, perché i suoi lavori risultarono un oltraggio al pubblico pudore. A destare maggior scalpore furono ovviamente i suoi nudi.

Ultimi anni

Modigliani morì a soli 36 anni a causa di una meningite tubercolotica. Oggi è sepolto al Cimitero del Père Lachaise di Parigi insieme al corpo della sua amata Jeanne Hébuterne, morta suicida il giorno dopo la morte dell’artista insieme al figlio che portava in grembo.

Anche dopo la sua morte Modigliani fa parlare di sé, a causa dello scalpore del 1984, con il caso delle false teste di Modigliani, sculture ritrovate nel Fosso Reale dove, secondo la leggenda, l’artista le avrebbe lanciate perché criticate da alcuni amici artisti. Molti critici si affrettarono ad esaltare la bellezza di quelle opere che poi si rivelarono dei falsi clamorosi. Inoltre alla sua vita vennero dedicati molti film e libri, ma anche una canzone.

Federica.

ALMANACCO: 11 Luglio muore il pittore Giuseppe Arcimboldo

Pittore italiano del periodo manierista, Giuseppe Arcimboldo morì l’11 Luglio del 1593. Conosciuto soprattutto per le sue “Teste Composte”, ovvero dei ritratti burleschi eseguiti combinando tra loro oggetti o elementi dello stesso genere (prodotti ortofrutticoli, pesci, uccelli, libri, ecc.) collegati metaforicamente al soggetto rappresentato, in modo da sublimare il ritratto stesso. Caratteristica fondamentale è il senso del grottesco, grazie al quale le sue opere fanno sorridere, ma al contempo inquietano, come se fossero creature aliene realistiche.

Nato a Milano il 5 aprile 1527, figlio di un noto pittore della Veneranda Fabbrica del Duomo e discendente da un ramo di un’aristocratica famiglia milanese degli Arcimboldi. Fu proprio nella bottega paterna, che iniziò la sua istruzione artistica, lavorando alla realizzazione dei disegni delle vetrate e degli arazzi del Duomo. Tale impegno continuò negli anni successivi, sia nel Duomo di Monza, sia nella cattedrale di Como. Si può quindi affermare che la sua produzione iniziale fu esclusivamente di carattere religioso.

Le originali teste composte

Non si hanno molte notizie sull’attività dell’artista, nel periodo nel quale visse a Milano. Sappiamo solamente che fu alla corte dell’imperatore Ferdinando I, designato come ritrattista e successivamente a Vienna nominato pittore di corte dal principe Massimiliano II d’Asburgo. Probabilmente, non si limitò a realizzare opere nel campo della pittura ritrattista, ma si occupò anche di caricatura. La sua formazione milanese lo vide dunque interessarsi a diverse bizzarrie e ritratti particolati, che si svilupparono poi nelle iconiche caricature fisiognomiche, che divennero il suo marchio di fabbrica.

Tutti infatti, ricordano Giuseppe Arcimboldo per le sue “teste composte”, in cui gli oggetti inanimati vengono aggregati per dare forma a volti umani. La scelta degli oggetti non è casuale, infatti ogni elemento della composizione per lui e per il committente aveva un valore simbolico. La particolare tecnica si basa sulla “pareidolia”, ossia il meccanismo visivo che ci spinge a riconoscere sembianze umane e familiari anche in soggetti dalla forma casuale. Opere che manifestano il senso giocoso del pittore, ma anche una profonda inquietudine data da un senso di repulsione per la loro grottesca innaturalità.

Le sue opere più famose

Le sue opere più celebri sono in effetti le otto tavole raffiguranti, in forma di ritratto allegorico, le quattro stagioni (PrimaveraEstateAutunno e Inverno) e i quattro elementi della cosmologia aristotelica (AriaFuocoTerraAcqua). In queste otto allegorie si ammira la cura di ogni particolare e la varietà cromatica brillante. Ognuna di esse è incentrata su un preciso elemento che si ripropone all’infinito nell’opera, andando a formare il ritratto. Ad esempio nelle stagioni, vi erano elementi naturali di quel periodo dell’anno, frutta, verdure, ortaggi.

Nel 1576 Massimiliano II morì e ascese al trono il figlio Rodolfo II d’Asburgo, uomo curioso e grande amante dell’arte, con una passione per l’occultismo, il mistero e la magia, entrando subito in sintonia con Arcimboldo. Per Rodolfo II, realizzò uno dei ritratti più famosi ovvero Rodolfo II come Vertumno, il dio latino della metamorfosi stagionali. Si tratta di un ritratto scherzoso, in cui l’accumulo di elementi diversi tra loro, come verdure, fiori, ortaggi è un modo per ricordare al sovrano la sua passione nel collezionare e accumulare oggetti.

Gli

Gli ultimi anni

Ma Arcimboldo non fu solo pittore di corte per Massimiliano II. Infatti l’imperatore vista la sua creatività originale e la cultura umanistica, lo utilizzò per essere acquirente di opere d’arte per suo conto, un collezionista compulsivo che accumulò una quantità enorme di capolavori, dalle opere del Parmigianino a quelle di Durer, dal Correggio a Pieter Bruegel il Vecchio. Gli affidò inoltre l’organizzazione delle mascherate, dei giochi e cortei fantastici della vita cortigiana.

Per i lunghi anni di servizio alla corte imperiale, oltre alla fama artistica ed al benessere economico, Arcimboldo beneficiò di speciali onorificenze fino ad essere nominato Conte Palatino. Con la promessa di rimanere al servizio dell’imperatore, Giuseppe ottenne il permesso di tornare, nel 1587, nella sua Milano. Fu proprio qui che morì nel 1593.

Federica.

ALMANACCO: 10 Luglio nasce il pittore Camille Pissarro

Pittore francese, tra i maggiori esponenti dell’Impressionismo, Camille Pissarro, nasce il 10 Luglio del 1830. Conosciuto come uno dei più importanti artisti francesi dell’800. La sua pittura è caratterizzata dai colori freschi, molto vivi, concreti e squillanti, utilizzati con molta attenzione alla costruzione dei volumi e definizione di spazi ben precisi. I suoi quadri sono incentrati sul paesaggio campestre e sulla natura, lavorando “en plein air”.

Nacque a St. Thomas nelle isole Antille, ma insieme alla famiglia, si trasferì subito a Parigi, iniziando gli studi. Fu grazie ai continui stimoli degli insegnanti che Pissarro maturò una sincera passione per il disegno e la pittura, che ebbe modo di mettere a frutto quando diciassettenne fece ritorno nelle Antille. La sua passione tuttavia, fu fortemente ostacolata dal padre, che desiderava piuttosto che si avviasse alla carriera di merciaio.

Gli esordi impressionisti

Volendo quindi dedicarsi al disegno, andrò contro il volere del padre, e scappò di casa verso il Venezuela, con l’amico pittore Fritz Melbye. Qui iniziò a vendere i suoi primi dipinti per pagarsi il viaggio che lo condusse a Parigi, nel periodo in cui la città serbava un grandissimo fervore artistico. Ritornato nella capitale francese, infatti, iniziò a frequentare l’Ecole des Beaux-Arts e poi l’Academie de Suisse, venendo a contatto con grandi pittori come Manet, Courbet e Corot. Su consiglio di quest’ultimo, infatti, Pissarro iniziò a dipingere en plein air (all’aria aperta), per rendere unico il suo stile pittorico.

Questi artisti, come lui nutrivano una spiccata insofferenza per il tradizionalismo accademico e per la dittatura artistica dei Salons. Ecco perchè si avvicinò a questo gruppo discutendo insieme di arte al Cafè Guerbois, restandone fortemente influenzato, e partecipando come loro ai Salon des Refuses, ovvero delle esposizioni dove partecipavano tutti gli artisti rifiutati dai Salon ufficiali. Solamente nel 1864, espose al Salon, ma si notarono già i segni di un cambiamento stilistico, infatti, l’atmosfera si rivitalizza, al cupo è sostituito il colore, fino ad arrivare a una svolta impressionista.

Dall’impressionismo al puntinismo

Il suo primo stile come già detto è legato al movimento impressionista, data dalla realizzazione di paesaggi en plein air realizzati con effetti cromatici date da piccole macchie di colore irregolari. Allo stesso tempo però dà vita a composizioni che appaiono solide e strutturate, anche senza linee di contorno, date da una visione artistica del tutto personale. Nonostante queste originalità, Pissarro esercitò una forte influenza sugli Impressionisti.

Tuttavia, non ne uscì indenne da quella che venne definita la crisi dell’Impressionismo, avvenuta quando il movimento aveva ormai perso ogni spinta propulsiva, con i vari artisti che iniziarono a seguire esclusivamente la loro sensibilità. Così anche Pissarro, aderì per qualche momento ad altri movimenti, come il Divisionismo di Georges Seurat, artista che sviluppò una tecnica detta pointillisme, consistente nell’accostamento di colori puri sotto forma di minuscoli puntini. Su queste teorie, Pissarro diede vita a quadri come Donne in un campoIsola LacroixRouen effetto di nebbia.

Ultimi anni

Dopo lo scoppio della guerra franco-prussiana, Pissarro si rifugiò a Norwood, un villaggio alla periferia di Londra, soggetto di vari suoi dipinti. Nonostante l’oltraggioso affronto ricevuto dalle truppe prussiane, Pissarro continuò a dipingere e a lavorare su mutamenti stilistici e tematici anche radicali. Inizia infatti a realizzare paesaggi e vedute, molti dei quali vennero esposti nella Galleria londinese di Paul Durand-Ruel, un mercante d’arte amante dell’impressionismo.

La sua produttività però, diminuì drasticamente dopo un atroce abbassamento alla vista a causa di una malattia all’occhio accompagnata da un’intensa fotosensibilità. Ciò malgrado continuò a dipingere, non più en plein air, ma dai suoi appartamenti, dando vita a scorci di città e paesaggi visti dall’alto. A partire dal 1892 ritornò allo stile impressionista, a cui rimase sostanzialmente fedele fino alla morte, avvenuta a Parigi il 13 Novembre del 1903.

Federica.

ALMANACCO: 9 Luglio muore il pittore Jan van Eyck

Pittore fiammingo internazionale, Jan van Eyck morì il 9 Luglio del 1441. Soprannominato dai suoi contemporanei come “il principe dei pittori del nostro secolo”, fu l’iniziatore della scuola fiamminga, ed uno dei grandi maestri della pittura gotica. Van Eyck sfrutta tutte le sensazioni percettive relative ai cinque sensi umani provocate dalla pittura che, così sofisticata e precisa, riesce a ricreare la realtà senza avvalersi di regole geometriche basate su uno studio.

Il pittore nasce intorno al 1390, in una città belga. A introdurlo nel mondo della pittura sarebbe stato il fratello maggiore, il misterioso Hubert. Queste sono due delle poche informazioni che abbiamo su questo grande artista, dubbie sono anche le notizie circa la formazione dell’artista, nel campo della miniatura, dalla quale probabilmente imparò l’amore per i dettagli minuti e per la tecnica raffinata. Tra le prime opere conosciute del pittore vi sono le due tavole raffiguranti la Crocifissione e il Giudizio finale, caratterizzate dall’attento realismo, dalla drammaticità e dall’attenzione per il dettaglio.

Dagli esordi alle corti imperiali

Le prime informazioni sul pittore risalgono al periodo che va dall’ottobre 1422 al settembre 1424, quando si trovava all’Aia alla corte di Giovanni di Baviera, conte d’Olanda. A questo periodo risalgono anche le sette pagine miniate delle Ore di Torino, in cui nelle piccole pagine erano inserite figure ricche di minuziosi dettagli, inserite in uno spazio realisticamente prospettico. L’anno successivo fu anche pittore di corte dal duca di Borgogna Filippo il Buono, del quale fu anche intimo amico, consigliere e agente segreto, ruolo che ricoprì fino alla morte.

Per conto di Filippo compì anche numerose missioni diplomatiche, spesso in destinazione lontane che dovevano rimanere segrete. Ad esempio si recò a Lisbona nel 1428 per concordare le nozze del duca con Isabella di Portogallo, alla quale fece successivamente due ritratti. Nel corso di quella missione, Van Eyck percorre probabilmente il cammino che porta a Santiago de Compostela, che determinò l’inizio della profonda influenza dell’arte fiamminga su quella Portoghese. Fu proprio in questo periodo che lavorò al suo capolavoro, il Polittico di Gand, costituito da 12 pannelli, caratterizzati dal naturalismo analitico, l’uso di colori luminosi, la cura per la resa del paesaggio e il grande lirismo. 

Lo stile pittorico nella città di Bruges

Jan Van Eyck nel 1430, ormai celebre pittore, si stabilì a Bruges dove lavorò con il fratello Hubert, perfezionando il suo stile. Da questo momento in poi siamo in grado di definire con precisione la carriera del pittore che ruotò attorno a luoghi ben precisi, nell’attuale Belgio. Le sue opere infatti ritraggono fedelmente il benessere economico e lo splendore di città come Gand, Bruges e Ypres appena uscite dal torpore tardo medievale. La sua arte fu rivoluzionaria, mirata a superare le convenzioni del tardogotico, verso una concezione più naturalistica, legata alla percezione visiva verosimile e all’indagine scientifica della realtà.

Tra le caratteristiche più evidenti c’è l’altissima qualità pittorica, legata alla verosimiglianza e ad un senso realistico della prospettiva. Egli infatti catturava la realtà concreta nelle sue esatte proporzioni, senza ricorrere apparentemente a calcoli matematici. Come tutti i pittori fiamminghi riproduceva con minuzia ogni singolo particolare, dando molta importanza al dettaglio minuto. Inoltre per primo, iniziò ad utilizzare i colori ad olio, mescolati alle tempere tradizionali. Caratteristica fondamentale della sua tecnica, è il ricorso ad una serie di strati sottili di colore, dette velature, stese una sopra all’altra su una base chiara e luminosa.

Le sue opere più importanti

Le sue opere più famose risalgono quasi tutte al periodo in cui viveva a Bruges. Fra questi ricordiamo la sua opera più celebre, il Ritratto dei coniugi Arnolfini , caratterizzato dal duplice ritratto nel quadro e dai numerosi simboli che il pittore aggiunse. Lo specchio ha il ruolo fondamentale di riprodurre un duplice ritratto, in quanto riflette il pittore stesso e un altro personaggio in qualità di testimoni dell’evento. Tutto è fermo, pieno di dettagli e relistico. Secondo l’interpretazione tradizionale, il quadro celebrava il matrimonio tra il mercante  lucchese Giovanni Arnolfini e Giovanna Cenami.

L’altra opera iconica fu la Madonna del cancelliere Rolin eseguita nel 1434. La scena è all’interno di un ambiente chiuso prospettico, con un’ampia arcata che crea un complesso gioco di luci ed ombre, e lascia intravedere la veduta di una città fluviale estremamente dettagliata. Tutto è descritto con minuzia, dagli edifici alle strade e persino i suoi minuscoli abitanti. Inoltre due figure principali, la Vergine ed il donatore, sono perfettamente bilanciate e disposti l’una di fronte all’altro. La prima, che regge il Bambino, è vestita con un lungo abito rosso sul quale sono ricamate in lettere d’oro i passi dell’ufficio mattutino recitato durante la messa. Mentre il cancelliere ha un abito decorato con preziosi ricami.

Ultimi anni

Nel 1441 l’artista morì e venne sepolto nella chiesa di san Donaziano a Bruges. Pochi anni dopo la morte la sua fama di pittore di grande statura e importanza si era già diffusa di qua e di là dalle Alpi. È considerato uno dei fondatori della scuola Olandese, la sua tecnica divenne un modello accettato dai pittori successivi e la sua influenza fu vasta in Europa.

Federica.