ALMANACCO: 8 Luglio nasce la pittrice Artemisia Gentileschi

Pittrice italiana di scuola caravaggesca, Artemisia Gentileschi, nacque l’8 Luglio del 1593. Primogenita del pittore Orazio Gentileschi, seguì le sue orme divenendo una tra le prime pittrici della storia dell’arte. Pittrice dallo stile drammatico e fortemente espressivo, fu una rarità nel panorama artistico del Seicento, anche se spesso il suo talento venne sminuito a causa delle sue vicende personali.

Nata a Roma nel 1593, dimostra un precoce e spiccato talento pittorico che matura nello studio del padre, già esponente di primo piano del caravaggismo romano. Fu proprio qui che la ragazza assorbì la lezione del realismo caravaggesco, riuscendosi ad imporsi in una società chiusa, in cui le donne non avevano molte possibilità di emergere. Nel 1608 il rapporto con il padre divenne una vera e propria collaborazione, intervenendo molto spesso nelle sue opere.

Dagli esordi artistici alla violenza

Fu solamente nel 1610 che produsse l’opera che suggella ufficialmente il suo ingresso nel mondo dell’arte, ovvero Susanna e i vecchioni. Tela che lascia intravedere come, sotto la guida paterna, assimilò sia il realismo del Caravaggio, sia il linguaggio della scuola bolognese di Annibale Carracci. Ma la sua attività artistica si interruppe quando, il padre decise di affidare l’istruzione artistica della figlia ad un suo collega, il pittore Agostino Tassi, sì un pittore talentuoso, ma con un carattere sanguigno e iroso e dei trascorsi più che burrascosi. Ciononostante, Orazio aveva grande stima e fu felicissimo quando accettò di insegnare ad Artemisia la prospettiva.

Fu proprio nella bottega di quest’ultimo, che accadde un evento che segnò indelebilmente la vita personale e artistica di Artemisia. Nel 1611, durante una delle tante lezioni artistiche, Tassi la violentò in modo brutale. Ne seguì un processo pubblico e molto chiacchierato, in cui gli esiti furono completamente rovesciati. Se da una parte Tassi ne uscì praticamente indenne, dall’altra parte, la famiglia Gentileschi dovettero subire pesanti condanne morali e la crudezza dei metodi inquisitori del Tribunale nei confronti di Artemisia. Paradossalmente la vittima fu torturata fisicamente e mentalmente, per ribadire la verità della propria denuncia.

La fuga verso Firenze

Solamente in seguito, intorno al 1612 le autorità giudiziarie condannarono Agostino Tassi a cinque anni di reclusione o, in alternativa, all’esilio perpetuo da Roma, soluzione che ovviamente scelse. La reputazione e soprattutto l’equilibrio psicofisico di Artemisia furono ormai minati per sempre, tanto che da qui in avanti le sue opere riportarono sempre tale tema. Per fermare il chiacchiericcio, si sposò in fretta con il pittore assai modesto, Pierantonio Stiattesi, e si trasferì a Firenze, dove approfittò del clima culturale molto fertile, coltivando la sua arte e ottenendo successo.

Artemisia venne introdotta nella corte di Cosimo II dallo zio Aurelio Lomi, e una volta approdata nell’ambiente mediceo, impegnò le sue migliori energie per raccogliere attorno a sé importanti personaggi artistici e culturali. Tra questi ci fu Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del celebre artista. Proprio quest’ultimo fu una figura di primaria importanza per la maturazione pittorica di Artemisia, procurandole numerosissime commissioni, e facendola entrare nella prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze, fu la prima donna a godere di tale privilegio. Di questo periodo fanno parte la Conversione della Maddalena e la Giuditta con la sua ancella di Palazzo Pitti ed una versione della Giuditta che decapita Oloferne, conservata agli Uffizi.

I viaggi e la morte

Perseguitata dai debiti del marito, lasciò Firenze nel 1620 per andare Genova per un breve periodo, ancora nella capitale e infine a Venezia, Londra e Napoli, e dove rimase fino alla morte. Ovunque andasse, la pittrice venne accolta con favore dal ceto artistico del luogo e ricevette anche varie commissioni, tuttavia non abbastanza numerose come quelle dei suoi colleghi maschi.

Ignorata per secoli da molti storici dell’arte, Artemisia Gentileschi venne rivalutata a partire da un importante articolo del 1916 scritto da Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia. Da lì, oltre che alle sue drammatiche vicende personali, si faceva riferimento anche alla sua portata stilistica ed espressiva, spesso legandola a un femminismo antelitteram. Furono infatti numerose le sue opere che ritraggono eroine bibliche come Giuditta, Betsabea o Ester, che ebbero la meglio sui soprusi maschili. Ad esempio nella Giuditta che decapita Oloferne è stata interpretata dalla critica femminista come la vendetta della giovane nei confronti di colui che l’ha violata. Viene ricordata soprattutto per lo stile maturo, drammatico e vividamente espressivo.

Federica.

ALMANACCO: 7 Luglio nasce il pittore Marc Chagall

Pittore più importante della Bielorussia, Moishe Segal, meglio conosciuto come Marc Chagall in lingua francese nacque il 7 Luglio del 1887. Conosciuto per il suo stile estremamente personale, nel quale sintetizza il movimento primitivo, cubista, fauvista, espressionista e surrealista. Le sue opere sono poesie su tela, con colori vivaci, soggetti onirici e surreali, e un tratto semplice che trasmette una sensazione di pace e serenità spingendolo a un’immediata empatia con l’autore.

Nato a Liosno, in un piccolo e povero villaggio della Bielorussia, da una numerosa famiglia. A causa delle sue origini ebraiche, la sua infanzia non fu affatto facile, soprattutto a causa della Russia dichiaratamente antisemita all’epoca. Tema che ritornerà spesso nelle sue opere, affrontato attraverso rappresentazioni spensierate e felici, nonostante le tristi condizioni degli ebrei russi sotto il dominio degli zar.

Gli esorti artistici tra San Pietroburgo e Parigi

Dopo aver convinto la sua famiglia, riluttante verso la carriera artistica in quanto vietata dalla Torah, Chagall iniziò a studiare pittura. Si trasferì infatti a San Pietroburgo per frequentare l’Accademia Russa di Belle Arti, dove venne indirizzato per la prima volta verso una pittura occidentale legata ad artisti come Cézanne e Gauguin. Grazie a questo interesse, nel 1910 Chagall viaggiò verso Parigi, alla scoperta delle nuove correnti artistiche emergenti, approcciando al . Fauvismo e al Cubismo.

A Parigi il giovane Chagall conobbe diversi intellettuali d’avanguardia, accrescendo le sue amicizie e la sua fama. Fu in questo periodo, che venne stimolato e influenzato dalle loro personalità, che dipinse i suoi primi capolavori, nei quali il ricordo di casa e del suo villaggio è predominante, tra cui l’opera Io e il villaggio, una fiaba cubista dove in un’unica visione sono racchiusi paesaggi russi, fantasie popolari, proverbi ebraici. Nel 1912, inizierà ad esporre le proprie opere, sia al Salon des Indépendants, che al Salon d’Automne. 

Il periodo russo

Nel 1914 ritornò Russia, con l’intenzione di rimanerci solo per un breve periodo. In realtà fu intrappolato lì con lo scoppio della Prima guerra mondiale che, insieme alla successiva rivoluzione alla quale partecipò attivamente, lo terrà bloccato fino al 1923. Ebbe un ruolo fondamentale nella rivoluzione, tanto che il ministro sovietico della cultura, lo nomina Commissario dell’arte nella regione di Vitebsk, e si lanciò in progetti ambiziosi e un museo locale.

I rivoluzionari però non apprezzarono molto lo stile pittorico fantasioso di Chagall, con le sue mucche blu, amanti fluttuanti, profeti biblici e violinisti sui tetti. Fu per questo che dopo due anni e mezzo di intensa attività poco apprezzata, abbandonò tutto e si trasferì a Mosca nel 1920. Qui realizzò i pannelli decorativi per lo State Jewish Chamber Theatre, dove descrisse lo sconvolgimento russo come uno spettacolo da circo con Lenin, in una posa buffa in verticale. Il messaggio che voleva trasmettere con quest’opera, suggerisce che nonostante gli orrori della guerra, l’amore, la felicità e la musica vivranno per sempre.

L’amore per Bella Rosenfeld

Nello stesso periodo, incontra Bella Rosenfeld, una ragazza con la pelle d’avorio e grandi occhi neri, che divenne una figura fondamentale per la vita e le opere dell’artista. I due si sposarono nel 1915, e fu una storia d’amore dolce, romantica e struggente, dalla quale nacque la loro prima figlia, Ida. Bella divenne la sua musa ispiratrice per oltre 30 anni, ritraendola in tantissime delle sue opere. Una tra queste è Compleanno, e per festeggiare il giorno del compleanno di Marc, Bella, comincia a riempire la loro piccola casa di fiori, mentre l’amato è intento a dipingere. Oppure La passeggiata, dipinto che descrive al meglio la leggerezza di un amore sincero nel cuore degli amanti.

Entrambi di origini ebraiche, Marc e Bella, però dovettero fare i conti con l’antisemitismo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, insieme furono costretti a fuggire negli Stati Uniti nel 1941. In America però, ebbero un periodo davvero drammatico, in quanto l’amata moglie Bella, venne colpita da una forte infezione virale, e perse la vita. Il colpo per Marc fu durissimo, tanto che cadde in una profonda depressione e per anni smise di dipingere. Anche se Chagall si sia risposato nel 1952 con Valentina Brodsky, apparve raramente nelle sue opere, fu invece Bella a rimanere la sua unica musa ispiratrice.

Ultimi anni di vita

Nell’ultimo periodo di vita, viaggiò in tutto il mondo come un ebreo errante, tra la Russia, Berlino, Parigi e New York. Le sue tele raccontano dell’esilio, della difficoltà delle fughe e di avere una patria. Morì il 25 marzo del 1985, nel suo studio.

Federica.

mARTEdì: la simbologia e la storia nelle opere di FRIDA KAHLO

In occasione del suo compleanno avvenuto proprio oggi, il 6 Luglio del 1907, ricordiamo l’artista e alcune delle sue opere più iconiche. Come già detto, furono soprattutto gli autoritratti ad essere prodotti, influenzati molto spesso dalle esperienze di vita dell’artista. Due furono gli eventi importanti che influenzarono maggiormente i suoi lavori più famosi: il gravissimo incidente quasi fatale, ed il divorzio dal pittore Diego Rivera.

I suoi dipinti introspettivi, parlano del mondo interiore della pittrice messicana, attraverso una materia simbolica di difficile interpretazione. L’artista diceva infatti di voler dipingere se stessa perché era il soggetto che conosceva meglio, caratterizzato soprattutto dalle folte sopracciglia. È grazie alla contestualizzazione di alcuni di questi, che ne riusciremo a cogliere una parte del pensiero e delle emozioni che Frida Kahlo che ha impresso sulle sue opere, e a dare delle spiegazioni ai suoi quadri.

Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940

Furono 55 gli autoritratti che Frida Kahlo dipinse durante la sua vita e l’Autoritratto con collana di spine e colibrì, e forse uno dei più famosi. Si ritrae con una collana di spine intorno al collo, che la ferisce e la fa sanguinare, un evidente richiamo al sacrificio di Cristo sulla croce. Infatti come Cristo anche Frida subisce una passione fisica determinata dal suo incidente e della sua infermità. In questo dipinto l’artista sembra assumere le sembianze di una martire. Infatti l’abito bianco pare una tunica e il colibrì portato al collo sembra una croce nera e ieratica.

L’attributo del colibrì morto al collo deriva anche dalla cultura tradizionale messicana, utilizzato come amuleti per favorire la vita amorosa. Il colibrì in questo caso però è nero, come simbolo del matrimonio fallito con Diego Rivera. Inoltre alle sue spalle è presente una scimmietta nera, come quella le regalò il marito, simbolo che potrebbe rappresentare la maternità alla quale dovette rinunciare a causa dell’incidente. Frida porta tra i capelli anche farfalle e libellule che volano, forse indicano un desiderio di libertà, di leggerezza e di resurrezione. Anche il fogliame dietro, è rigoglioso, simbolo di rinascita e fertilità della terra.

Le due Frida, 1939

Le due Frida è un altro dipinto legato alla separazione da Rivera, nel quale appaiono due immagini di Frida, due lati di se stessa, unite dalla mano e da una vena che unisce i due cuori. Quella di sinistra in abiti tradizionali messicani con il cuore strappato e lacerato, al contrario quella di destra è una Frida più indipendente e vestita in maniera moderna. Questo autoritratto rappresenta probabilmente la lotta interiore affrontata da Kahlo mentre si occupava del divorzio con Rivera.

Infatti l’arteria tagliata dalla Frida di desta, sgocciolante di sangue probabilmente era attaccata a suo marito e quindi recisa in seguito al divorzio. Nello stesso tempo, realizza un cielo, cupo e tempestoso, pieno di nuvole spinte dal vento e indubbiamente riflette i sentimenti di Frida. Abbiamo quindi di fronte a noi lo stato d’animo dell’artista che è ferita e sanguinante per la separazione, ma anche forte e determinata ad andare avanti.

Autoritratto con i capelli tagliati, 1940

Autoritratto con i capelli tagliati è un altro dipinto che ci racconta come la pittrice reagì alla separazione dal suo compagno. Si dipingerà vestita da uomo, con i capelli corti, le forbici in mano, e le ciocche di capelli sparse ovunque. I capelli hanno una fortissima valenza simbolica di bellezza e seduzione, che però elimina come atto di sfida nei confronti del marito. Frida siede su una sedia gialla e sopra di lei si leggono il testo e le note di una canzone popolare messicana, che dice: “Guarda, se ti amavo, era a causa dei tuoi capelli. Ora che sei senza capelli, non ti amo più”.

Anche in questo caso l’artista si serve della pittura per esprimere il suo dolore più intimo e profondo, ritraendo se stessa spogliata da ogni passione, da ogni seduzione e femminilità, come se queste fossero andate via con la separazione. Una figura completamente lontana dalla Frida durante il matrimonio, con abiti, gioielli ed acconciature ricercate. Un’ulteriore intenzione era quella di esaminare il modello sociale di donna, eliminando quel legame con la femminilità che la caratterizza, data da capelli lunghi, abiti ed atteggiamenti femminili. Ecco perchè Frida, che indossa un abito maschile di taglia abbondante, tiene in mano al posto del ventaglio un paio di forbici e guarda direttamente l’osservatore, sfidandolo così a guardarla come una donna.

La colonna spezzata, 1944

Questo quadro invece riporta l’altra tematica utilizzata da Frida, ovvero le conseguenze che ebbe dopo il tragico incidente del 1925, che le provocò numerose e gravi lesioni con effetti permanenti. Tra questi, la colonna vertebrale spezzata, per cui dovette sottoporsi a numerosi interventi chirurgici e a lunghi periodi di degenza. Nell’opera La colonna spezzata, troviamo una Frida con il corpo nudo, squarciato dalla testa fino all’inguine e tenuto insieme dal corsetto bianco.

All’interno dello squarcio vediamo la colonna vertebrale spezzata in più punti, rappresentata come se fosse una colonna ionica greca, una struttura portante che non riesce più a sostenere l’edificio. Inoltre sul suo corpo sono presenti decide di chiodi conficcati nella carne, in relazione all’iconografia cristiana del martirio. Le spaccature del corpo trovano una connessione con il paesaggio retrostante, come un panorama desolato e lacerato, come a ricordare che la sofferenza interiore influenza il modo in cui percepiamo quello che ci circonda.

Ospedale Henry Ford, 1932

Opera intitolata anche Il letto volante, venne realizzata nello stesso anno in cui l’artista dovette interrompere una gravidanza, a causa della tripla frattura delle ossa del bacino che avrebbe reso impossibile un normale parto. A causa dell’aborto, rimase 13 giorni in ospedale, passando il tempo a disegnare su questo terribile evento. Anche in quest’opera la protagonista è Frida, sdraiata nuda su un letto di ospedale, circondata dal sangue. Dalla sua pancia, ancora ingrossata per la gestazione, escono sei vene, che conducono a vari elementi differenti.

Una vena conduce ad un feto di un bambino che avrebbe dovuto avere, mentre un’altra, a destra, si estende verso una lumaca che simboleggia la terribile lentezza dell’aborto. La vena a sinistra, invece conduce al tronco umano, così come quella in basso a destra, con lo scheletro del pube, due elementi che indicano che le ferite della colonna e del bacino sono state la causa per l’aborto. In basso, c’è anche uno oggetto meccanico di sterilizzazione a vapore, la cui forma ricorda a Frida il malfunzionamento del suo corpo. Infine, l’orchidea viola che si trova in basso al centro, e collegata sempre alla vena, è un fiore che Diego le portò proprio durante il suo ricovero e che simboleggerebbe la sessualità ed i sentimenti.

Federica.

ALMANACCO: 6 Luglio nasce la pittrice Frida Kahlo

Pittrice messicana e figura latinoamericana più celebre del XX secolo, Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, semplicemente conosciuta come Frida Kahlo, nasce il 6 Luglio del 1907. Importante perchè riuscì attraverso la sua forza e creatività, a trasformare la sua disabilità e la sua sofferenza in opportunità artistica. Riuscì infatti a sublimare il dolore personale in opere artistiche che sono apprezzate a prescindere dalla sua straordinaria biografia.

Nata nel 1907 a Coyoacán, a sud di Città del Messico, da due genitori poveri ma ricchi di cultura ed animo. Da loro infatti ereditò i valori della Rivoluzione messicana e l’amore per la cultura popolare. Le canzoni, gli abiti indigeni, gli oggetti d’artigianato e i giocattoli tradizionali, insieme all’influsso religioso della madre e alle nozioni tecniche fotografiche acquisite dal padre, dettano le basi per un legame profondo tra la sua produzione artistica e la storia del Messico.

Dalla malattia alla pittura

La sua infanzia però fu travagliata a causa della poliomielite, una malattia che l’avrebbe resa per sempre zoppicante dalla gamba destra. Questa situazione si aggravò quando all’età di 18 anni quando ebbe un incidente. L’autobus sul quale viaggiava si scontrò con un tram, e lei subì diverse fratture alla colonna vertebrale, oltre a una ferita penetrante all’addome, che le resero l’esistenza tormentata. Frida, infatti, dovette affrontare oltre trenta operazioni e diversi aborti, tutti eventi infausti che cercò di tramutare in arte.

Fu durante la lunga convalescenza che iniziò a dedicarsi alla pittura, e nonostante il dolore fisico e psichico, continuò ad essere una ragazza ribelle, anticonformista e vivacissima. La disabilità la tenne costretta a riposo nel suo letto con il busto ingessato, ma questa circostanza forzata la spinse a leggere tanti libri ed a dipingere molte opere. Per sostenere questa passione, i genitori le regalano un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che possa vedersi, e ritrarsi. E’ proprio in questo momento che inizia la serie di autoritratti.

La pittura e l’amore per Diego Rivera

Furono proprio gli autoritratti ad interessare maggiormente la creatività di Frida. All’interno dei suoi dipinti infatti, raffigurava se stessa, l’immenso dolore interiore, le sue esperienze di vita e le sofferenze patite. Nelle sue tele, infatti traspare il caos interiore e il travaglio esistenziale, ma anche richiami a un Messico che attraversa profonde trasformazioni sociali, politiche e culturali. Il suo obiettivo è infatti quello di affermare in maniera inequivocabile la propria identità messicana ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native.

Dopo l’incoraggiamento della sua famiglia, decide di sottoporre i suoi dipinti alla critica di Diego Rivera, illustre pittore di murales messicano, famoso per essere un grande conquistatore di donne e un comunista appassionato. Rimase molto colpito dallo stile moderno della giovane artista, tanto da diventarne guida e introdurla nella scena politica e artistica messicana. Frida così divenne un’attivista del partito comunista partecipando a molte manifestazioni, e si avvicina sempre di più a Rivera arrivando a sposarlo nel 1929.

Ultimi anni tra successi e dolori

Il matrimonio con Diego Rivera, non fu molto felice dal punto di vista sentimentale, a causa dei continui tradimenti di lui, e degli aborti subiti per via della sua malattia. Ma dal punto di vista artistico fu prolifico, tanto che Frida venne fortemente influenzata dal suo stile naïf, iniziando a dipingere piccoli autoritratti stimolati all’arte popolare e ai folclori precolombiani. Per circa un decennio la sua vita fu tranquilla e ricca di successo artistico e accademico. Fu chiamata a insegnare in una prestigiosa accademia d’arte per la pittura e la scultura, a scrivere per alcune riviste, ricevendo molti premi e partecipando a varie mostre collettive.

Ma questo periodo felice venne interrotto dai problemi di salute. Nel 1944, infatti, per i continui dolori alla schiena e al piede destro, dovette stare a riposo assoluto e indossare un busto d’acciaio. Cosa che però non gli vietò di continuare a dipingere, tanto che si fece montare sul letto un cavalletto speciale che le permetteva di lavorare pur rimanendo sdraiata. Questa situazione però non migliorò con il tempo, tanto che la sua gamba venne amputata, cadendo in una grave depressione. Frida Kahlo morì la notte del 13 luglio 1954, a 47 anni, a causa di un’embolia polmonare.

Federica.

ALMANACCO: 5 Luglio nasce il poeta Jean Cocteau

Poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista ed attore frances, Jean Cocteau nacque il 5 luglio del 1889. Conosciuto soprattutto per aver realizzato il romanzo I ragazzi terribili nel 1929, e il film La bella e la bestia, nel 1946. La versatilità, l’originalità di ispirazione surrealista e l’enorme capacità espressiva gli portarono una fama internazionale.

Nasce nel 1889 a Parigi da una famiglia borghese e colta, che approvò il lato artistico del giovane, soprattutto nelle arti grafiche. Venne considerato un enfant prodige, perchè fin da giovanissimo fu pittore, scrittore ma anche autore di teatro. Si divertiva infatti a costruire teatrini e palcoscenici nel cortile di casa con materiali di fortuna.

La poetica dell’arte totale

Nel giro di pochi anni, e dopo aver frequentato la scuola e l’università, la sua versatilità si riversa in altre attività. Divenne così un poeta, autore di teatro, romanziere, regista di cinema e pittore, riuscendo ad entusiasmare tutti. La sua arte seguiva spesso le mode del momento, ecco perchè anche i suoi racconti poetici coglievano da una parte il simbolismo surrealista, tipico del periodo moderno, ma allo stesso tempo riscriveva miti classici del passato.

Il suo pensiero poetico infatti era quello di realizzare un’idea di “arte totale”, un’arte che comprendesse tutte le forme e tutti i periodi e che quindi mescolasse parola, pittura, musica e danza. Il nome comune che dava all’arte era «poesia», distinguibile successivamente in 4 branchie, ovvero la poesia critica, la poesia teatrale, la poesia grafica e la poesia cinematografica. Grazie all’enorme fama che ottenne, iniziò a frequentare diversi intellettuali come Proust, Mendès, Daudet, Lemaitre, Erik Satie, Picasso, Apollinaire, Rostand, dai quali venne fortemente influenzato.

Le opere di esordio

Fu solamente in seguito, che Cocteau si avvicinò alle avanguardie. Ispirato alla musica di Igor Stravinsky, infatti nel 1913 scrisse Le Potomak, un’opera composta da un mix di prosa e disegni, caratterizzata da ironia pungente e laconismo, che alterna riflessioni lucide a derive oniriche. Dettato dall’impulso avanguardistico, partecipò anche all’esperienza collettiva del «Gruppo dei sei», fondato da diversi compositori, scontrandosi con André Breton e i Dada. Fu un periodo prolifico per la produzione teatrale di Cocteau, realizzò moltissime opere tra cui il balletto Parade, che destò scandalo e venne fischiato.

Fondamentale per la sua carriera fu l’incontro con lo scrittore Raymond Radiguet, che aveva solamente quindici anni, e dal quale venne fortemente influenzato per la sua genialità. Per scrivere, i due si ritirarono insieme ad Arcachon, scrivendo opere iconiche e di fama mondiale. Ma nel 1923, Radiguet morì improvvisamente per una malattia, e Cocteau sconvolto per l’amico scrisse in un anno i romanzi Thomas l’imposteur e Le grand écart. Non riusciva a darsi pace per la morte dell’amico e iniziò a darsi all’oppio, diventandone dipendente. Fu proprio in una clinica per la disintossicazione che, nel 1929, scrisse in sole tre settimane, il suo romanzo più famoso, ovvero Les enfants terribles (I ragazzi terribili). 

Da Les Enfants Terrible alla riscrittura dei grandi classici

Nell’opera Les enfants terribles, Cocteau risente dell’influenza dei libri di Radiguet. La trama vede protagonista un gruppo di adolescenti: Gérard, Paul, Dargelos e due ragazze, Elisabeth, la sorella di Paul, e Agathe, una sua amica. Per tutta la storia le loro vite saranno intrecciate da amicizie, amori e litigi, fumando oppio e vivendo in una promiscuità incestuosa e ribelle. I temi di droga, alcol e fumo finiscono per concretizzarsi nella morte di Paul e il suicidio della sorella Elisabeth. Un finale drammatico che richiama alle sue influenze antiche delle tragedie greche.

Fu proprio grazie a quest’opera, che Cocteau abbandona le avanguardie, rivolgendosi esclusivamente ai grandi classici. Oltre a riscrivere le tragedie di Sofocle, scriverà anche opere ispirate all’antico. Infatti con la pièce Orphée (Orfeo), del 1927, fu il primo, in Francia, a adottare il punto di vista della psicanalisi nella riscrittura dei miti greci. Questa proseguì con La machine infernale del 1932, un’altra riscrittura teatrale del mito di Edipo, caratterizzata da ironia, giochi di parole e linguaggio onirico.

Gli ultimi anni da regista

La prosa già sperimentata, venne ben presto mescolata alle immagini e al linguaggio musicale. Questo suggerì all’artista un approdo nel mondo multiforme del cinema. Anche come regista cinematografico, utilizzò l’approccio psicanalitico che aveva adottato nelle sue ultime opere teatrali, mettendo in scena l’affiorare dell’inconscio e del subconscio. Nel 1943 raggiunse il grande pubblico firmando la sceneggiatura del film L’éternel retour ,trasposizione in chiave moderna della leggenda di Tristano e Isotta e successivamente nel 1946 realizzò La belle et la bête (La bella e la bestia). 

Cocteau aveva ormai raggiunto il culmine della notorietà, tanto che nel 1955 fu eletto all’Academie française. Morì nel 1963. 

Federica.

ALMANACCO: 4 Luglio muore la fisica Marie Curie

Fisica, chimica e matematica polacca, Maria Salomea Skłodowska meglio conosciuta come Marie Curie, muore il 4 Luglio del 1934. Conosciuta per le sue scoperte scientifiche e per essere la prima donna ad ottenere una cattedra alla Sorbona. Ricevette il Premio Nobel per la Fisica nel 1903, per i suoi studi sulle radiazioni, e uno per la chimica per aver scoperto il radio e il polonio.

Nata a Varsavia il 7 novembre del 1867, da una coppia di insegnanti nobili polacchi. Sin da bambina, ebbe un’intelligenza particolare e una notevole curiosità, stimolata dagli studi da autodidatta in cui la guidava il padre, da cui erediterà anche lo spirito patriottico e l’indole libera da qualsiasi condizionamento. Oltre che alla scienza, Marie si interessava moltissimo alla letteratura e alle lingue.

Dall’università all’incontro con Pierre Curie

Si diplomò al ginnasio con il massimo dei voti, ottenendo la medaglia d’oro per l’eccellenza. Tuttavia nella Polonia di quel periodo, per le donne vi era l’impossibilità di frequentare gli studi accademici, per questo fu costretta a trasferirsi in una università estera. Arrivò a Parigi, per frequentare l’Università della Sorbona, dove Marie venne mossa da una forte passione per la scienza, tanto da riuscire a terminare brillantemente i suoi studi in Fisica nel 1893. Per amore dello studio, decise di restare a Parigi e prendere una seconda laurea, questa volta in Matematica. 

Di importanza rilevante fu l’anno 1894, quando conobbe Pierre Curie, professore di Fisica Generale e Teoria dell’Elettricità alla Scuola Superiore di Fisica e Chimica Industriale di Parigi. Il rapporto fra i due divenne subito molto stretto, sia dal punto di vista amoroso, sposandosi nel 1895, ma anche dal punto di vista scientifico. Erano infatti accumunati dall’amore per lo studio della Matematica e della Fisica, e soprattutto interessati entrambi al progresso della scienza e della conoscenza.

Le scoperte scientifiche

I coniugi Curie in un laboratorio di fortuna e con strumenti rudimentali, si dedicarono agli studi di quella che sarà chiamata successivamente radioattività naturale nei sali di uranio, scoperta da Henri Becquerel nello stesso periodo. Scoperta che ebbe un enorme successo, grazie alla quale si scoprì che i sali di uranio avevano la proprietà di annerire le lastre fotografiche anche quando queste erano racchiuse in un involucro opaco alla luce. Venne così attribuito all’uranio la capacità di emettere radiazioni simili a quelle dei raggi X, parlando appunto di “raggi uranici”.

Fu Marie a riprodurre gli studi di Becquerel servendosi di un elettrometro, per misurare anche le piccole correnti elettriche nell’aria attraversata dai raggi uranici. Notò che la Pechblenda, un minerale con piccole quantità di sali di uranio, manifestava più radioattività dei sali di uranio stessi. Dopo i numerosi esperimenti su questo minerale, ebbe la conferma che gli effetti elettrici erano costanti, e che la radiazione era quindi una proprietà intrinseca dell’uranio. Da questa scoperta, Marie si rese conto che questo fenomeno non si applicava solo sull’uranio, ma che esistevano altri elementi in grado di emettere radiazioni. Tra questi elementi radioattivi, scoprì il torio, il polonio e il radio.    

Dai premi Nobel alla morte

Grazie a queste scoperte, ai due coniugi Curie venne assegnato il premio Nobel per la Fisica nel 1903 per tutti i risultati raggiunti fino a quel momento. Ma 3 anni dopo Pierre morì tragicamente in un incidente, così Marie gli succedette alla Sorbona, diventando la prima donna a ricevere una cattedra come professoressa universitaria. Qualche anno più tardi, nel 1911, le fu conferito un secondo premio Nobel per la Chimica per essere riuscita ad isolare il radio metallico.  

La passione per la scienza però gli si ritorse contro. Infatti, a causa della continua esposizione alle radiazioni Marie Curie morì di leucemia, il 4 luglio del 1934. Venne considerata la prima vittima della forza nucleare che lei stessa aveva contribuito a scoprire. Ancora oggi molti degli oggetti toccati da Marie Curie sono radioattivi. Anche la sua casa, dopo la sua morte, dovette essere decontaminata.

Federica.

ALMANACCO: 3 Luglio muore lo scrittore Franz Kafka

Scrittore boemo e autore di romanzi, Franz Kafka muore il 3 Luglio del 1883. E’ considerato uno dei massimi interpreti del Novecento, esponente del romanzo esistenzialista e del realismo magico. I suoi libri racchiudono incubi e dolori di una vita drammatica, che influenzarono talmente tanto la letteratura europea e mondiale, da meritarsi un aggettivo proprio (kafkiano) che ne identifichi l’assoluta unicità.

Nato a Praga nel 1883, da una famiglia di origini ebraiche in cui pesava la figura autoritaria del padre molto religioso. Al contrario, Franz non si mostra mai molto interessato alle questioni religiose, e per questo ebbe fin dalla tenera età dei forti contrasti con il padre, e di conseguenza anche dei traumi psicologici. Cosa che ritrova eco in tutte le sue opere, e in particolare nella sofferta Lettera al padre scritta nel 1919. Per questo motivo la sua storia famigliare è particolarmente importante per comprendere la sua carriera letteraria.

La poetica Kafkiana

Kafka ebbe sempre un carattere originale e, a differenza degli altri autori, non sentì la necessità di pubblicare le sue opere, tanto che in tutta la sua vita pubblicherà solo due raccolte di racconti. Nella sua scrittura, ritrova però l’urgenza espressiva di un uomo cupo ed irrisolto, sottomesso da un padre che sempre gli incute timore. Uno dei temi ricorrenti nelle sue opere è la famiglia, non inteso come sinonimo di pace e affetti, ma luogo del confronto frustrato, dell’inadeguatezza e della colpa. L’altro elemento in cui si rifugia, è il labirinto burocratico in cui l’uomo moderno si perde, un sistema lavorativo formato da ingranaggi che blocca la mente.

Queste due tematiche però, vengono riportante all’interno delle opere di Kafka, attraverso una mescolanza con elementi fantastici. Il tratto caratteristico dello scrittore è infatti descrivere situazioni assurde o surreali in cui i protagonisti precipitano improvvisamente senza nessun motivo apparente. Una caratteristica narrativa che rispecchia le angosce e le insicurezze profonde dell’autore, e che lo rendono unico, tanto da guadagnarci l’aggettivo “Kafkiano”.

La metamorfosi

Elementi che saranno evidentissimi nella sua opera più importante, ovvero la Metamorfosi, pubblicata nel 1915. Si tratta di uno dei racconti più iconici e conosciuti della produzione kafkiana e di tutta la letteratura novecentesca. Tratta la storia di Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che, addormentatosi, si risveglia al mattino trasformato in un orrendo ed enorme insetto. Il paradossale e fantastico racconto continua con l’inutile tentativo di spiegare l’assurda situazione al suo capo e alla famiglia che, non riesce a sopportare nemmeno la vista del figlio.  

In questo racconto emergono tutti quelli che sono i punti nodali della narrativa di Kafka, come il rapporto conflittuale con sé stesso, il cui corpo viene percepito come orrendo, al conseguente senso di straniamento e di angoscia. E’ presente anche il rapporto problematico con la famiglia che diventa conflittuale con il padre, al punto che quest’ultimo lo ferisce gravemente. Un rapporto conflittuale che culmina alla fine del racconto con la morte di Gregor e il sollievo dei membri della famiglia, la cui situazione economica ricomincia finalmente a migliorare in seguito alla metamorfosi del figlio.  

Il processo

Ma c’è un’opera in cui la macchina burocratica assume un ruolo davvero totalizzante, ovvero Il processo, rimasto incompiuto e pubblicato postumo dall’amico Max Brod. Il romanzo racconta la storia di Josef K. un impiegato di banca che, nel giorno del suo 30 compleanno, viene svegliato da due uomini che lo dichiarano in arresto. Il protagonista scopre quindi, improvvisamente, di essere sotto processo per un crimine ignoto, mai chiarito durante la storia. Le dinamiche del processo si concludono con una sentenza di condanna a morte. 

Durante tutto lo svolgersi della vicenda Kafka non dà mai alcun punto di riferimento al lettore, alcun appiglio per capire la situazione in cui ha lanciato il protagonista, contribuendo all’immedesimazione del lettore e ad accrescere il suo senso di angoscia e smarrimento, lanciandolo in una dimensione da incubo, in cui si trova imprigionato negli incomprensibili cavilli burocratici di un’entità oscura e inconoscibile. 

Federica.

ALMANACCO: 2 Luglio primo volo di un dirigibile Zeppelin

Il dirigibile Zeppelin, che prende il nome dal suo fondatore, il conte Ferdinand Von Zeppelin, volò per la prima volta il 2 Luglio 1900. Questo dirigibile fu un tipo di aeronave rigida, realizzato all’inizio del XX secolo, il cui design ebbe così grande successo che la parola “zeppelin” viene tutt’oggi genericamente usata per riferirsi a tutti i tipi di aeronave rigida.

Questo tipo di dirigibile fu sviluppato in Germania, da una ditta che realizzò nel corso di un trentennio più di 100 dirigibili. Fu il conte, prima generale dell’esercito tedesco che si ritirò nel 1891, che da quel momento decise di dedicarsi allo studio dell’aereonautica. Da questi studi, ebbe la geniale idea di proporre al governo tedesco la realizzazione di un aeromobile più leggero dell’aria, proposta che venne però rifiutata nel 1894.

Dalla costruzione al primo volo

Da tale rifiuto nacque la Gesellschaft zur Förderung der Luftschiffahrt, una società in cui il conte investì gran parte del proprio patrimonio personale e familiare. Questa si occupava della costruzione privata di dirigibili e fra il 1898 e il 1899 completò la costruzione del primo dirigibile. Il prototipo, chiamato LZ1, che sta per “Luftschiff Zeppelin”, si caratterizzava per la presenza di sacche di idrogeno poste all’interno dello scheletro rigido di metallo. Pesava 12 tonnellate e aveva una lunghezza di 128 metri, il tutto mosso da un paio di eliche connesse a due motori a scoppio.

Al fine di facilitare la difficile procedura di decollo, la sua costruzione avvenne su una piattaforma di assemblaggio galleggiante, la quale doveva essere allineata alla direzione del vento. Fu proprio il 2 luglio del 1900, che il dirigibile LZ1 effettuò il suo primo volo, un volo breve che durò appena 18 minuti. Solamente i voli successivi furono più lunghi, ed ebbero un vero e proprio successo, arrivando anche a battere il record di velocità di 6m/s precedentemente stabilito da un aerostato francese.

L’Hindenburg in volo sopra Manhattan durante uno dei suoi viaggi tra Germania e Stati Uniti, nel 1936 (AFP/AFP/Getty Images)

Dall’uso militare alla fama

In seguito al successo ottenuto, il governo si convinse a finanziare il progetto dei dirigibili Zeppelin. Il modello acquistato dal governo tedesco fu lo LZ3, migliorato rispetto al primo prototipo, poteva raggiungere una velocità massima di 136 km/h e arrivare a 4250 metri di quota. Usato per scopi militari venne inoltre armato con cinque mitragliatrici e poteva trasportare due tonnellate di ordigni esplosivi. I dirigibili vennero utilizzati nella Grande Guerra ma il loro uso, a seguito della sconfitta nel primo conflitto, non venne riproposto nella Seconda Guerra Mondiale.

Fu da quel momento che abbandonarono i fini militari, per dedicarsi esclusivamente all’utilizzo commerciale e turistico. Furono proprio per questo che iniziarono ad acquisire fama e a diventare celebri nella cultura di massa nel secondo ‘900. Soprattutto grazie anche ad un gruppo musicale britannico che scelse per sé il nome di Led Zeppelin, in virtù delle qualità fisiche del dirigibile. Anche il primo album della band riportava in copertina, un fotogramma della ripresa del disastro dello Zeppelin LZ 129 avvenuto il 6 maggio 1937.

Federica.

ALMANACCO: 1 Luglio nasce il fisico Georg Christoph Lichtenberg

Fisico e scrittore tedesco, Georg Christoph Lichtenberg, nacque il 1 Luglio del 1742. Conosciuto soprattutto i suoi aforismi, sarà uno dei primi scienziati ad introdurre nelle proprie lezioni esperimenti con apparecchiature. Per questo motivo è ricordato come una delle figure intellettuali d’Europa maggiormente popolari e rispettate.

Nato a Ober-Ramstadt in Germania, da una povera famiglia di pastori. Fin da bambino fu gobbo, a causa di una deformazione della spina dorsale. Nel 1763 riuscì ad entrare nella Göttingen University, dove nel 1769 ne diventò un professore straordinario di fisica, e sei anni dopo professore ordinario. Lavoro che mantenne fino alla sua morte.

La carriera da fisico e scienziato

Durante la sua carriera intrattenne buoni rapporti con altri grandi personaggi della sua epoca, come Goethe e Kant, dal quale fu fortemente influenzato. I suoi studenti rimasero ammaliati dal suo insegnamento per l’uso di apparecchiature per realizzare esperimenti durante le lezioni. Amato dai suoi allievi, venne anche invitato due volte in Inghilterra, dove venne ricevuto cordialmente da Re Giorgio III, e chiamato a diventare membro eletto della Royal Society. Lichtenberg rimane impressionato dalla Gran Bretagna tanto che dopo i due viaggi diverrà un noto anglofilo.

Ai giorni nostri è ricordato soprattutto per le sue ricerche riguardanti l’elettricità o più precisamente per le cosiddette Figure di Lichtenberg. Esse erano figure a diramazioni di scariche elettriche che a volte appaiono sulla superficie o all’interno di materiali isolanti. Lo studio di tali figure lungo le superfici isolanti o gli alberi elettrici (versione tridimensionale) fornì spesso agli ingegneri informazioni per migliorare l’affidabilità a lungo termine delle apparecchiature ad alta tensione. Questi studi chiamarono all’attenzione anche Alessandro Volta, che nel 1793 parteciperà alla sue lezione per assistere appositamente agli esperimenti.

I Waste Books

Scrisse molte opere scientifiche tra cui Waste books, ovvero quaderni che Lichtenberg tenne nascosti ai suoi studenti fino alla sua morte. A ogni volume fu apposta una lettera dell’alfabeto che vanno dalla A alla L, con cui i libri si interrompono alla morte di Lichtenberg avvenuta nel 1799. Questi quaderni furono conosciuti nel mondo solamente dopo la morte dell’uomo, perchè pubblicate dai suoi figli e fratelli. I quaderni contengono citazioni, titoli di libri da leggere, aneddoti autobiografici, e riflessioni brevi o lunghe.

Furono proprio questi pensieri, che portarono Lichtenberg ad essere considerato uno dei migliori aforisti nella storia degli intellettuali occidentali. Tra gli ammiratori dei Waste books, vi sono Schopenhauer, Nietzsche, Tolstoy, Freud e Wittgenstein. Alcuni studiosi hanno tentato di dedurre dagli scritti di Lichtenberg un sistema di pensiero, ma bisogna ricordare che lui non fu mai filosofo di professione, e non si legò mai ad una vera e concreta filosofia.

Federica.

ALMANACCO: 30 Giugno muore il pittore Antonio de la Gandara

 Pittore e disegnatore francese, Antonio de la Gandara, morì il 30 Giugno del 1917. Soprannominato anche il Pittore Gentiluomo, fu attivo verso la fine dell’Ottocento, durante la Belle Époque, un periodo pieno di vibranti aspettative carico di una certa fiducia nel futuro, ma di certo caratterizzato dalla nostalgia per il passato.

Di origine spagnola, nasce a Parigi il 16 dicembre del 1861, e fin da subito impara l’arte della pittura dall’artista Gèrome. Fu grazie a quest’ultimo che venne ammesso a soli quindici anni all’École Nationale Supérieure des Beaux–Arts di Parigi, distinguendosi fra tutti per il tratto pittorico ricercato e raffinato, ma allo stesso tempo passionale e pulsante di quelle speranze che caratterizzavano il periodo in cui si inseriva e dal quale era culturalmente influenzato.

Dagli esordi alla fama parigina

Fin da subito espose alle sue prime mostre, come quella al Salon des Champs Elysées nel 1883, nel quale portò un ritratto di San Sebastiano, che ebbe grande successo. In meno di 10 anni, il giovane Antonio era diventato uno degli artisti preferiti dell’élite parigina. Realizzò una serie infinita di ritratti per personaggi famosi ed intellettuali di Parigi, la cui caratteristica principale fu l’estrema semplicità, impreziosita soltanto da piccoli dettagli.

Tra i suoi modelli ci sono la Contessa Greffulhe, la Granduchessa di Meclemburgo, la Principessa di Chimay, il Principe di Polignac, il Principe di Sagan, Charles Leconte de Lisle, e molti altri. La fama che lo precede gli fece stringere alcune importanti amicizie con alcuni nomi importanti della letteratura. Ad esempio fu importante il rapporto che ebbe con lo scrittore Proust ed il poeta Verlaine.

L’influenza della letteratura

L’influenza di Verlaine e di tutti gli altri artisti “maledetti”, tra cui anche i poeti Baudelaire e Rimbaud, influenzerà senza ombra di dubbio la produzione artistica e lo stile di Antonio de la Gandara. Infatti, dopo il rapporto con quest’ultimi, si avvicina al simbolismo e a scivolamenti impressionisti tipici del gruppo. I suoi tratti pittorici cambiano attraverso pulsanti sfumature cromatiche che scavano al di sotto delle apparenze, sottolineando il carattere e la persona, in tutta la sua interezza.

Il suo pennello nei ritratti tratteggia in modo originale ed eclettico virtù e vizi, potenza e limiti dell’essere umano. Il galantuomo ch’è in lui traspare da ogni tela dipinta. L’arte di Antonio de la Gandara è innovativa e rivoluzionaria, poichè il sentimento pervade in ogni sua opera, trabocca da ogni tratto. I ritratti sono in realtà vere e proprie introspezioni psicoanalitiche che tendono a far risaltare l’uomo in tutta la sua complessità.

Gli ultimi anni di vita

Fu proprio in questo periodo che, sperimentò anche la realizzazione di vedute paesaggistiche, riproducendo spesso scene di ponti, di parchi e delle strade di Parigi. Anche in questo caso, come nei ritratti, traspare in modo netto ed evidente la sua unicità artistica, molto simile allo stile impressionista.

La sua fama crebbe ancora di più, arrivando ad esporre in quasi tutta Europa, dalla Germania al Regno Unito, dalla Russia alla Spagna, nonché in Italia, a Venezia e a Roma. Furono compresi anche gli Stati Uniti d’America dove esporrà a New York e Boston. Dopo aver strabiliato il mondo intero con la sua arte a ogni esposizione, ritornerà nella sua amata Parigi dove si spegnerà il 30 giugno del 1917.

Federica.