mARTEdì: il viaggio tra le immaginarie opere astratte di PAUL KLEE

In occasione dell’anniversario della sua morte, avvenuto ieri il 28 Giugno, scopriamo inseme la filosofia artistica di Paul Klee. Faremo un viaggio attraverso le sue opere più importanti, per capire meglio come la sua mente operava, e come le sue idee venissero versate sulla tela. Secondo lui, l’opera non era semplicemente una rappresentazione della realtà visibile, ma una sua espressione, ridotta molto spesso all’essenziale tramite semplici righe o campiture colorate.

Come già sappiamo Klee rappresenta, insieme a Wassily Kandinskij, il pittore che maggiormente contribuì ad una pittura fondata su caratteri astratti, a cui si unirono però complesse influenze, dalle primitivistiche alle espressionistiche, fino ad arrivare alle scomposizioni formali del cubismo. Inoltre per realizzare le sue opere, utilizzava supporti disparati: dal foglio di carta, alla tavola, alla tela, al legno. Proprio per questo possiamo parlare di una personalità artistica ricca e multiforme.

L’evoluzione stilistica di Klee

E’ possibile suddividere la vita artistica di Klee in due periodi, in base all’evoluzione della sua pittura e alla diversa concezione del colore. Nei primi anni della sua attività, fino al 1914, è soprattutto un disegnatore di incisioni in bianco e nero. Realizzerà anche opere più complesse, ma sempre utilizzando il chiaroscuro e l’acquarello di colore nero. Anche quando fa uso del colore a olio su tela, non si sofferma molto sul colore, ma si limita alla contrapposizione dei colori complementari per creare equilibrio. Fra le sue incisioni più importanti troviamo L’eroe alato e La macchina per cinguettare, dove la linea marcata diventa il fulcro principale.

L’anno del cambiamento fu proprio il 1914, quando affrontò il viaggio in Tunisia con il suo amico Delaunay, alla scoperta del colore. Qui Klee approfondisce l’acquerello e lo studio dei colori, soffermandosi in particolare sulle contrapposizioni tra colori primari e complementari. Fu proprio durante questo periodo che formulò la sua tesi sul colore, realizzando quadri molto vivaci e colati ma tendenti maggiormente all’astratto. Un esempio sono le opere Hammamet e Vista di Kairouan, dove l’artista comincia a sperimentare l’uso del colore.

Negli anni successivi, fino al 1920 diventa determinante l’influenza del razionalismo del Bauhaus, nel quale Klee insegnerà. Qui approfondisce gli studi sul colore, rinnovando anche l’uso della linea e delle tecniche di pittura in generale. E’ proprio in questo momento che il suo tratto pittorico subisce un’evoluzione, passando da un tratto marcato ed espressionista, ad un tratto semplificato, quasi in purezza. Nell’opera Ritmi rosso, verde e viola-giallo Klee utilizza tinte forti e contrastanti. creando una sensazione dinamica su forme stilizzate e strutturate dal gusto cubista intervallate da elementi naturalistici, quali alberi o siepi, che diminuiscono l’effetto astratto del dipinto.

Nell’opera Il pesce d’oro realizzata nel 1925, invece il protagonista è come un’apparizione dell’artista. E’ un grande pesce d’oro in mezzo al mare blu scuro, quasi nero, circondato da piccole piante acquatiche e pesciolini di vari colori. Il pesce sembra immobile, non trasmette nessun movimento, così il paesaggio, e sembra risplendere della luce calda irradiata dall’oro dai riflessi rossi delle sue scaglie. L’espressività infantile è lo strumento attraverso il quale l’artista porta lo spettatore a guardare al di là  di ciò che è visibile, invitandolo ad andare oltre, verso l’invisibile nascosto in ciò che è raffigurato, in un mondo astratto, magico e misterioso, oltre l’apparenza di quella realtà che rimane sullo sfondo come pretesto della rappresentazione.

Durante il viaggio in Italia nel 1926, Klee rimane profondamente colpito dai mosaici delle basiliche paleocristiane di Ravenna e rientrato in Germania adotta una tecnica nuova. E’ la tecnica Neodivisionista, attraverso la quale, con pennellate puntiformi, crea una tessitura cromatica fitta basata su dinamiche gradazioni di colori. Un esempio fu l’opera Ad Parnassum, nel quale attraverso minuscole pennellate dense di colore ricrea la luce accesa e viva dei piccoli tasselli colorati dei mosaici bizantini. Si ritrovano tonalità azzurro-verdi e giallo-arancio in continuo movimento, ma anche tocchi di bianco per dare maggiore plasticità e dinamicità all’immagine. Linee rette e oblique delineano la sagoma del monte Parnaso, o la sagoma di una casa, dimora di Apollo e delle Muse.

L’ultimo periodo di vita di Klee è caratterizzato da una produzione artistica intensa, all’insegna dell’astrattismo più estremo. Lo stile di Klee si concretizza in una combinazione di forme date da un linguaggio elementare diviso in aree di colore. Nel dipinto Sguardo dal rosso ad esempio, Klee punta sempre più all’essenzialità, attraverso una mix di colori e di segni, grazie al quale l’artista fa intravedere la realtà spogliata di tutto, scomposta ed essenziale. Pennellate nere e marcate creano segni di interpunzione, punti, linee, che delineano un profilo stilizzato in cui spicca un occhio, uno sguardo che rivela nello stesso tempo smarrimento e curiosità

Klee dipinge sino agli ultimi giorni della sua vita e nonostante la malattia, nelle sue opere di fine anni Trenta si avverte una sorta di ottimismo. Ad esempio nell’opera Parco vicino a Lu, Klee riproduce il paesaggio visto durante le sue passeggiate nella casa di cura vicino Lucerna, in cui è ricoverato. I simboli neri indicano gli alberi, i rami ed i sentieri del parco, rappresentati in forte contrasto con le zone di colore circostanti che ne stemperano il rigore. Uso sapiente del colore e geometrie astratte è la sintesi dell’artista, il traguardo che taglia alla fine della sua vita.

Federica.

ALMANACCO: 29 Giugno si festeggia San Pietro e Paolo

Ogni anno il 29 giugno a Roma si celebra la festa dei patroni della città, i santi apostoli Pietro e Paolo. Questa festa, apparentemente cristiana, ha assunto nel tempo anche i connotati di una festa pagana e sicuramente molto lontana dai principi religiosi. In ogni caso, la ricorrenza nasce dalla tradizione che ricorda il martirio dei due apostoli avvenuto a Roma nello stesso giorno, anche se in luoghi diversi. La celebrazione coincide inoltre con la traslazione delle loro reliquie.

La celebrazione della festa patronale di Roma comincia la sera del 28 giugno, nella Basilica Vaticana, quando la statua di San Pietro viene decorata e vestita da pontefice. Successivamente hanno luogo una serie di riti, come la benedizione del Palli da parte del pontefice, conservati nella nicchia sotto l’altare della Confessione. Il Pallio era un paramento liturgico formato da una striscia di stoffa di lana bianca avvolta sulle spalle, simbolo della pecora che il pastore porta sulle sue spalle, dal latino pallium, mantello di lana tipico della cultura romana.

Le celebrazioni religiose

Il mattino seguente, continua la festa a partire dal cancello centrale della basilica Vaticana sul quale viene appesa la nassa del pescatore. Questo antico attrezzo da pesca viene elogiato per ricordare l’umile mestiere di Pietro. Contemporaneamente nella basilica Lateranense si assiste all’ostensione dei reliquiari contenenti le teste di san Pietro e di san Paolo. Nella chiesa di San Pietro in Carcere, invece dopo una celebrazione sacra, si può compiere la visita alla prigione dove l’apostolo venne rinchiuso dopo l’arresto.

Il momento più atteso della festa un tempo era quello in cui veniva illuminato il Duomo, grazie a degli operai che si calavano con funi e carrucole sulla cupola michelangiolesca, collocandovi fiaccole e grandi lanterne di olio. Stesso effetto che oggi si ha premendo un bottone, senza mettere a rischio vite umane. Inoltre per l’occasione viene realizzata una girandola di giochi pirotecnici su Castel Sant’Angelo, illuminando tutto il centro storico della città.

Due uomini, due Santi

Sospese tra realtà e leggenda, le vite dei Santi Pietro e Paolo si intrecciano più volte, anche se furono due uomini molto diversi tra loro. Pietro era un pescatore della Galilea e fu il primo Apostolo che Gesù chiamò con sé, durante la pesca miracolosa. Fu un grande predicatore, e convertì molti al Cristianesimo, finché non venne arrestato durante le persecuzioni anticristiane di Nerone. Paolo, invece, nato a Tarso da famiglia ebraica farisea, si convertì al Cristianesimo dopo una visione sulla via per Damasco. Da quel momento, diventò un’instancabile messaggero della parola di Gesù, fino al suo arresto per mano di Nerone, finendo nella stessa prigione di San Pietro.

Anche se si incontrarono in prigione, le strade dei due Apostoli però, si separarono. Pietro tentò di scappare, ma l’apparizione di Gesù lo convinse a tornare indietro e affrontare il martirio. Fu crocifisso nel Circo di Caligola ai piedi del colle Vaticano, con la croce capovolta, in quanto non si riteneva degno di morire come Cristo. Paolo, invece, in quanto cittadino romano, ebbe in sconto una morte meno dolorosa e fu decapitato presso le Acquae Salviae. Il primo, come da tradizione, venne sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo invece sulla via Ostiense. I due Apostoli abbandonarono così la vita terrena, ma lasciarono nella città eterna le tracce del loro passaggio e i luoghi delle predicazioni, dei miracoli, delle prodigiose conversioni, dei semplici gesti quotidiani, salvati dalla devozione popolare, conservano ancora qualcosa delle loro vite speciali.

Federica.

ALMANACCO: 28 Giugno muore il pittore Paul Klee

Pittore tedesco e figura eminente dell’arte del XX secolo, Paul Klee morì il 28 Giugno del 1940. Conosciuto come esponente dell’astrattismo, in quanto considerava l’arte un discorso sulla realtà, non così come ci appare, ma rarefatta, resa essenziale, talvolta ridotta a semplici linee o campiture colorate. Questa ricerca avveniva su diverse tipologie di supporti, che vanno dalla tradizionale tela alla carta di giornale, alla juta, a cartoncini di ogni qualità e spessore.

Paul Klee nacque presso Berna, il 18 dicembre 1879, da padre musicista e madre cantante. Ecco perchè Klee, fin da bambino, fu un eccellente violinista e amante della musica classica di Bach, Mozart, Beethoven e Wagner. Nutriva invece una forte critica verso la musica moderna, sia a livello di contenuti che di significati. E’ per questo che lasciò la musica per orientarsi verso un altro tipo di arte, ovvero la pittura.

Gli esordi tra Monaco e Parigi

Nel 1901 si trasferì a Monaco di Baviera, nel quartiere degli artisti. Qui frequentò l’Accademia delle belle arti di Monaco di Baviera, dove entrò in contatto con la corrente artistica Jugendstil appassionandosi ad artisti come Gustav Klimt, William Blake e Goya. Visto il suo amore per l’arte, decise nel 1905, di viaggiare verso Parigi alla scoperta delle opere degli impressionisti e degli artisti di epoche precedenti, da Leonardo a Rembrandt. Qui fece amicizia con Robert Delaunay, pittore simultaneo-cubista, le cui ricerche sul colore e la luce lo influenzarono enormemente.

Tornato a Monaco nel 1906, entrò a far parte del gruppo di artisti espressionisti chiamato Der Blaue Reiter (il Cavaliere Azzurro), di cui Kandinsky, Macke e Munter erano gli esponenti di spicco. Insieme al gruppo espose in America, e in tutta Europa, dando vita ad opere iconiche ed innovative. Il suo stile è caratterizzato dall’uso originale della linea, dalle tecniche di pittura e dal colore. Cercava di disegnare i suoi miraggi e le sue ossessioni, leggende o visioni catastrofiche. Il suo acquerello irreale, viene realizzato con sottili scansioni cromatiche tenui e pastello, che vibrano come note sulla carta bianca. Uno vero e proprio spartito musicale del mondo che lo circonda.

Insula dulcamara

L’evoluzione tra Tunisia e Germania

Decisivo per il pittore fu il viaggio in Tunisia nel 1914, terra che lo affascina per i colori caldi e le atmosfere arabeggianti, tanto da iniziare ad utilizzare le tonalità tipiche della zona. Creò opere dove studiò la luce scagliarsi sulle dune di sabbia, interpretata nel suo linguaggio acquarellista. Arabeschi, minareti, cupole, cammelli e palme, circondati da atmosfere esotiche e fiabesche. Risulta ancora più enigmatico, in quanto esploratore del profondo e riproduttore della propria immaginazione. Ogni segno, quadrato, linea, punto consentono all’opera di crescere, quasi come un organismo vivente.

Dopo il servizio al fronte durante la prima guerra mondiale, viene consacrato a Monaco dalla sua mostra del 1919, che lo farà conoscere al grande pubblico internazionale. Questa sua fama arrivò all’architetto Walter Gropius, che lo invitò ad insegnare pittura nella Bauhaus di Weimar. Fu durante la sua cattedra che formulò la teoria della forma e del colore, sul quale scrisse anche un saggio La confessione creatrice. Dai suoi allievi venne soprannominato il Budda essendo molto distaccato da tutte le attività sociali della scuola e venne da essi considerato alla stregua di un oracolo.

Gli ultimi anni di vita

L’esperienza si concluse nel 1931, costretto dal regime nazista alle dimissioni, poichè consideravano la sua produzione, così come quella di altri, come arte degenerata. Lasciò così la Germania per trasferirsi in Svizzera, nella sua città natale, dove continuò a dipingere, nonostante i gravissimi problemi di salute dovuti ad una sclerodermia progressiva. Morì nel 1940 nella cittadina di Muralto, vicino a Locarno.

Federica.

ALMANACCO: 27 Giugno muore il pittore e storiografo Giorgio Vasari

Giorgio Vasari morì il 27 Giugno del 1574, e venne conosciuto per essere un pittore dallo spiccato gusto manierista, un architetto di certo pregio e infine eccelso storiografo. E’ proprio per quest’ultima attività che divenne famoso, grazie alla sua opera Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, una serie di biografie di tutti i più importanti artisti dal Medioevo fino al primo Cinquecento.

Nato ad Arezzo il 30 luglio 1511, frequentò fin da giovanissimo la bottega del francese Guillaume de Marcillat, pittore di vetrate di buon talento. Nello stesso periodo, frequentò le lezioni del poligrafo Giovanni Pollio Lappoli, dove ricevette una prima educazione umanistica, relizzando le sue prime opere dove è evidente l’influenza di Michelangelo e Raffaello, soprattutto per i sogetti allegorici e fantastici.

Gli esordi a Firenze, e la crisi

Successivamente, il giovane Vasari proseguì gli studi a Firenze, grazie al cardinale cortonese Silvio Passerini, tutore dei rampolli di casa de’ Medici. Qui divenne un frequentatore assiduo della bottega di Andrea del Sarto e dell’accademia di disegno di Baccio Bandinelli, artisti che gli fornirono strumenti essenziali, quali la perizia disegnativa e la capacità di composizione prospettica. Negli anni fiorentini, Vasari conobbe inoltre Francesco Salviati, amicizia nata per il comune interesse verso le opere dell’antichità classica. Insieme fecero un viaggio a Roma alla scoperta dei monumenti antichi, delle opere di Raffaello e Michelangelo ed i grandi testi figurativi della maniera moderna.

Questo periodo felice però venne bruscamente spezzato con una serie di eventi terribili che scombussolarono la sua esistenza. Prima fra tutte fu la morte del padre, in seguito alla quale entrò in un periodo di miseria, ritrovandosi improvvisamente a carico della madre e dei fratelli minori. Per guadagnarsi da vivere, si cimentò nella realizzazione di pale d’altare, per i conventi e i luoghi di culto, tanto da stabilizzare la sua condizione economica. Qui conobbe l’artista Rosso Fiorentino, la cui espressività tormentata e visionaria delle sue pitture manieriste, influenzerà molto lo stile di Vasari. Possiamo ritrovare queste influenze nella composizione della Deposizione e nel drammatico Cristo portato al sepolcro.

Dalla crisi alle commissioni in tutta Italia

Questi anni burrascosi però peggiorarono, con una crisi profonda e personale che affrontò Vasari, anche nei confronti con la corte dei Medici. Oppresso da una profonda depressione, decise di trasferirsi all’Eremo di Camaldoli, realizzando pitture per i monaci e per se stesso. La nuova occupazione gli permise di risolvere la propria crisi attraverso una chiave religiosa, conducendo un’esperienza nella solitudine eremita. Fu solamente in seguito che Vasari decise di trasferirsi a Roma nel 1538, per perfezionare sul modello antico la propria tecnica pittorica. Fu proprio nella capitale che lavorò per il cardinale Alessandro Farnese, eseguendo gli affreschi del salone del Palazzo della Cancelleria, poi soprannominata «sala dei Cento Giorni» in ragione del tempo impiegato dall’artista per portare l’opera a compimento.

Qualche mese dopo essere arrivato a Roma, però venne nuovamente invitato a Firenze per rientrare al servizio di Cosimo I de’ Medici, ma Vasari rifiutò, avviando un distacco con la corte medicea che durerà sino al 1554. Negli anni successivi ottenne importanti commissioni a Firenze, Venezia, Napoli, Roma, Bologna, Rimini, Arezzo. Ad esempio, l’importante banchiere Bindo Altoviti gli commissiona quella che è forse la sua opera pittorica più nota, l’Immacolata Concezione. Degno di nota fu il soggiorno a Napoli, dove lavorò alla decorazione del refettorio di Monteoliveto, la realizzazione di dipinti su tavola per la sacrestia di San Giovanni a Carbonara, e operò anche al Duomo e alla Cappella della Sommaria in Castel Capuano.

Le vite e le commissioni più importanti

Questo continuo vagabondare gli servì anche per raccogliere informazioni sull’arte delle varie città italiane, preparando il materiale per la sua opera più famosa Le vite de’ più eccellenti pittori scultori e architetti. Fu solamente a Roma, dopo essere approdato nell’ambiente Farnese, ricco di stimoli culturali e letterari, che compose la prima versione dell’opera. Fu proprio per quest’opera che Giorgio Vasari venne ricordato prevalentemente per la sua attività di storiografo e critico d’arte. Fu una raccolta di biografie dei più importanti artisti dal Trecento al Cinquecento, che dedicò a Cosimo I de’ Medici, sperando in questo modo di entrare nelle sue grazie.

 In questo modo, Vasari divenne l’artista prediletto di Cosimo de’ Medici, con il quale strinse una viva e duratura amicizia, lavorando come architetto, pittore e scenografo. Rinnovò il Palazzo della Signoria, realizzando il Corridoio Vasariano, un percorso preparato per collegare gli appartamenti granducali del palazzo a quelli del vicino Palazzo Pitti. Realizzò inoltre il complesso degli Uffizi. Sempre in questi anni, infine, Vasari istituì fondò l’Accademia dell’Arte e del Disegno, e diresse la ristrutturazione delle basiliche di Santa Croce e Santa Maria Novella.

Federica.

ALMANACCO: 26 Giugno si festeggia la Giornata Mondiale contro la droga

La Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga si osserva ogni anno il 26 Giugno, a partire dal 1989. Questa data fu scelta per commemorare lo smantellamento del commercio di oppio da parte di Lin Zexu terminato il 25 giugno 1839, poco prima della prima guerra dell’oppio in Cina. Vengono condotte campagne, manifestazioni, progettazione di poster e molti altri programmi, per celebrare la giornata. Con l’aumentare del consumo di droga, che conta un valore di commercio illegale pari a 322 miliardi di dollari l’anno, la giornata diventa più importante.

Il 26 giugno 1987, in occasione della Conferenza internazionale sull’abuso e il traffico illecito di droga, che si è tenuta a Vienna, si raccomandò di osservare una giornata annuale per sottolineare l’importanza della lotta contro l’abuso di droghe e il traffico illecito. Fu nelle successive riunioni che venne scelto il 26 giugno e inserito nella bozza e nella delibera finale. Viene spesso indicato dagli attivisti anti-droga come 6/26. 

Arte e droghe

Come tutti sanno, la droga venne sempre utilizzata come mezzo di assuefazione e divertimento, ma anche come mezzo per scappare dai problemi o come strumento per ideare opere folli e fuori dal comune. Infatti da sempre si è convinti che esista un forte connubio tra arte e droga, in quanto l’artista viene considerato sia genio che sregolatezza. L’artista è spesso stato giustificato, in quanto per creare ha bisogno di allentare i freni inibitori, liberandosi del razionalismo e permettendo cosi al “genio” di fluire.

Se il fenomeno è esploso nel ‘800 dobbiamo comunque sapere che l’uso di droghe si perde nella notte dei tempi, ma affrontata diversamente a seconda delle epoche. Nel mondo antico ad esempio, il consumo di droghe avveniva secondo precisi rituali, oppure riservato esclusivamente a figure importanti come lo sciamano. Si ipotizzava che l’uso di droghe allargasse la coscienza e avvicinasse alla comprensione di Dio.

Tipologie di droghe in epoche diverse

Ma fu solamente alla fine dell’ ‘800 che la droga venne utilizzata come vero e proprio strumento per fare arte, rafforzando ancora di più il binomio tra l’artista e la follia. Diffuso maggiormente intorno a quel periodo tra gli artisti fu l’assenzio, una droga a basso costo e di facile reperibilità. Di essa facevano uso, in particolare, gli artisti romantici, i Bohemien, cioè quelli incompresi dalla società e oppositori dei valori borghesi. Infatti tra essi si trova Degas, Manet, che dipingono celebri quadri dedicati ai bevitori d’assenzio, ma anche Toulouse Lautrec, Van Gogh, Picasso e Gauguin, con i quali la droga diventa una vera e propria moda e piaga sociale, che si diffuse oltre l’ambiente artistico. Solamente nel 1915, l’assenzio viene proibito per legge.

Nel mondo dell’arte, la droga venne utilizzata da molti profeti, molti teorici, e molti praticanti. Ad esempio circolarono droghe anche tra gli artisti della Beat Generation, che si riconoscono in droga, alcool, sesso, musica jazz, per la quale l’uso dell’alcool e della droga permette esperienze di coscienza vicine al buddismo zen. Possiamo far riferimento anche agli artisti dell’Espressionismo astratto, e a quelli dell’America degli anni ’60, pervasa dalla filosofia hippy dei figli dei fiori ma anche dalla marijuana e dagli allucinogeni. Così come tra gli aderenti all’Arte Psichedelica che non hanno remore nell’ammettere uso di droga.

Effetti della droga sugli artisti

Ma la droga ebbe la meglio su molti artisti famosi. Ad esempio morì di droga Amedeo Modigliani, già minato dall’alcol e dalla tisi, come altri artisti della Scuola di Parigi. Circolava anche nell’entourage della Factory di Andy Warhol , che morì di droga a 27 anni, oppure il pittore Jean Michel Basquiat, ma anche Frank O’Hara, uno dei primi fan di Jackson Pollock, curatore artistico al Museum of Mordern Art.

Oggi Damien Hirst, uno tra i più trasgressivi artisti moderni, si racconta parlando del suo rapporto con la droga, impiegata spesso per simulare artificialmente alcune forme di malattia mentale (per esempio la schizofrenia). Permetteva infatti, attraverso l’allentamento dei freni inibitori, di giungere ad attuare legami e correlazioni libere ed illogiche tra idee lontane tra loro, rafforzando quindi la capacità creativa ed immaginaria dell’artista.

Federica.

ALMANACCO: 25 Giugno nasce l’architetto Antoni Gaudí

Architetto e artista spagnolo di cultura catalana, Antoni Gaudì nasce il 25 Giugno del 1852. Viene considerato il massimo esponente del modernismo catalano, attraverso l’espressione di una genialità eccezionalmente rivoluzionaria che fu artefice della nascita di un linguaggio architettonico personale e incomparabile, difficilmente etichettabile. Grazie alle sue opere architettoniche, rese la città di Barcellona unica al mondo grazie alla Sagrada Familia, a Casa Milà e a Parco Güell.

Antoni Gaudí nacque nel 1852 a Reus, nella Catalogna meridionale, terra a cui fu molto legato fin da bambino. Proveniva da una famiglia di calderai, cosa che gli permise di acquisire durante il suo apprendistato nella bottega familiare, una particolare abilità nella gestione dello spazio e del volume. Passione che continuò anche a scuola, iniziando a coltivare il suo talento per la grafica, tanto da iscriversi successivamente all’Università di Architettura di Barcellona, dove ebbe l’opportunità di conoscere le nozioni di base attinenti tale disciplina

Dagli esordi, ai lavori per Eusebi Güell

Con il conseguimento della laurea in Architettura, Gaudí poté finalmente dedicarsi alla realizzazione di progetti, il cui stile però non fu guidato da una chiave di lettura univoca, senza norme e formule precise. Di questa sostanziale incertezza stilistica Gaudí ne fece il suo stile architettonico, ma anche il suo stile di vita, tanto che amava esibirsi ed atteggiarsi con modi di dandy, interagendo nella scena sociale di Barcellona. Ma pur essendo appassionatamente impegnato sul fronte sociale Gaudí si dedicò al lavoro con grande rigore.

Anno particolarmente importante per Gaudí fu il 1878, grazie all’incontro con l’industriale Eusebi Güell, che ebbe modo di conoscere in occasione della Exposition Universelle di Parigi. Güell segnò una tappa decisiva nella carriera architettonica di Gaudí, mettendosi al servizio di un mecenate e realizzando alcune delle sue opere più importanti. Fra queste possiamo ricordare, i Padiglioni Güell, il Palau Güell e il Parco Güell, dove natura, scultura ed architettura si confondono in una grande maestria artigianale nell’uso dei materiali. Quest’ultimo costituisce uno splendido esempio dell’onirismo che traspare nelle sue opere, amava infatti inserire motivi simbolici nei suoi lavori, integrandoli perfettamente con l’equilibrio e l’armonia delle forme.

Altre iconici progetti di Gaudì

Oltre ai lavori svolti per Güell, ricevette moltissime commissioni dall’edilizia privata, realizzando svariati progetti, tra cui la Torre Bellesguard, il restauro della cattedrale di Maiorca, La Pedrera e Casa Batllò. Quest’ultima fu di rilevante importanza, grazie alla facciata rivestita da un mosaico di pietre vitree colorate, i balconi in ghisa simili a delle ossa e lo strano tetto ondeggiante come le squame di un rettile. In tutto l’arco di tempo in cui Gaudí realizzò queste opere, fu coinvolto in una vera e propria odissea stilistica che lo vide attraversare periodi moreschi, gotici, per poi approdare definitiva a una cifra creativa propria.

Ben presto però le opere civi lie private iniziarono a lasciarlo insoddisfatto, tanto che decide di dedicarsi esclusivamente a progetti religiosi. Questo avvenne in concomitanza di un progressivo abbandono dalle apparizioni pubbliche e dalla vita mondana, per rifugiarsi alla vita mistica e religiosa. Fu infatti, nel 1883, che Gaudí ricevette la commissione per la costruzione di una chiesa chiama Basílica i Temple Expiatori de la Sagrada Família, o semplicemenete Sagrada Família. Questa monumentale basilica, iniziata da un altro architetto spagnolo, divenne per Gaudì la sua opera più importante alla quale si dedicò per 43 anni fino alla sua morte, lasciandola incompiuta.

La Basilica della Sagrada Famìlia

La Sagrada Famìlia, fu una costruzione monumentale e complessa, nel quale viene sottolineata l’associazione tra arte, architettura e vita che caratterizza l’intensa opera di Gaudí. Il suo progetto fu molto più ambizioso di quello proposto dal suo predecessore, in quanto prevedeva un tempio a 5 navate con transetto, abside, deambulatorio esterno, 3 facciate e 18 torri. Ma quando prese in mano la direzione dei lavori decise di non stravolgere quello che già era stato costruito. le modifiche avvennero soltanto a livello decorativo, passando da uno stile corinzio ad uno naturalista, organico, adattato alla natura e ispirato alle forme vegetali.

Secondo l’architetto infatti, ogni architettura crea un organismo a sé stante e come tale deve ispirarsi alla natura, concezione che si avvicina all’Art Nouveau (in Italia conosciuto come Stile Liberty). Per avvicinarsi a questa idea, utilizzò numerosi esempi naturali come ossa, tronchi di alberi, rami, giunchi, canne e stalattiti, in quanto per lui non esisteva struttura migliore che il tronco di un albero o lo scheletro umano. Queste forme, funzionali ed estetiche, furono usate da Gaudí con grande saggezza, adattando il linguaggio della natura alle forme strutturali architettoniche.

Gli ultimi anni di vita

Nel frattempo la fama dell’architetto cresceva e nel 1910 gli venne dedicata un’importante mostra monografica al Grand Palais di Parigi nel corso del Salon annuale della Société des Beaux-Arts. Gaudí, vi espose un consistente numero di immagini, piante e modelli in scala di moltissime sue opere. Il 1910 però fu anche un anno di interminabili disgrazie per l’architetto, dalla morte della nipote Rosa e del suo amico e mecenate Eusebi Güell, ma anche da una crisi economica che rischiò di incrinare la costruzione della Sagrada Família.

Il 7 giugno del 1926 Gaudí viene investito da un tram, mentre si stava recando come sempre alla Sagrada Famìlia. Dopo l’urto perse i sensi e venne trasportato all’Ospedale della Santa Croce, grazie a dei soccorritori, che però lo scambiarono per un vecchio vagabondo, visto la sua trasandatezza. Venne riconosciuto solamente il giorno dopo dal prete della Sagrada Família, ma ormai fu tardi. Morirà il 10 giugno, e ai suoi funerali realizzati all’interno della sua chiesa, parteciparono migliaia di persone. Oggi riposa nella cripta della Sagrada Famiglia.

Federica.

ALMANACCO: 24 Giugno nasce l’artista concettuale Ha Schult

Hans-Jürgen Schult, meglio conosciuto come Ha Schult, nasce il 24 giugno 1939. Conosciuto per essere un artista concettuale tedesco, famoso per le sue installazioni e oggetti artistici realizzati principalmente con la spazzatura. Realizza quindi delle opere ironiche ma allo stesso tempo satiriche e critiche verso la società. Diventa il primo artista europeo ad affrontare, il tema degli squilibri ecologici, focalizzando l’attenzione sull’ambiente sociale di città e regioni del mondo.

Nato nel 1939 a Parchim in Germania, crebbe tra le rovine del muro di Berlino. Studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Dusseldorf fino al 1961, in cui venne a conoscenza di numerosi artisti che divennero la sua primaria fonte di ispirazione. Tra i più famosi ci sono Yves Klein, Georges Mathieu e Jackson Pollock. Successivamente alla laurea, si trasferì a Monaco, dove visse per circa 15 anni svolgendo diverse professioni, tra cui quella di tassista.

La sua vita per l’arte

Durante la fine degli anni ’70 Schult visse tra la città di Colonia e New York City. E’ proprio in questo periodo che sviluppa la sua massima carriera artistica, realizzando le sue più iconiche opere. Schult si definisce un Macher, parola tedesca traducibile come “colui che fa”, legato appunto alla sua attività manuale. Diventa poi pioniere dell’ambientalismo, è uno dei più ardenti sostenitori della coscienza ecologista, tanto da introdurlo come filo conduttore delle sue opere. Ad esempio partecipa con l’opera Biokinetische Landschaft (Paesaggio biocinetico) a Documenta 5 di Kassel nel 1972.

Proprio per questo, Schult ebbe problemi a stabilire una reputazione come artista negli Stati Uniti, soprattutto perché mirava a criticare la mentalità guidata dal consumo dell’America. Tornò quindi in Germania nel 1986, si sposò con Elke Koska, considerata la sua musa ispiratrice che divenne la sua manager, e da cui ebbe un figlio, oggi diventato un famoso regista tedesco. Dal 2007, il primo premio mondiale per un’industria automobilistica attenta all’ambiente, l’ÖkoGlobe di HA Schult, viene presentato ogni anno.

La sua filosofia artistica

Schult lavora nella tradizione della Pop Art, essendo influenzato dalla pubblicità commerciale e da una visione critica del consumismo, ma crea allo stesso tempo degli happening. La sua visione di arte, consiste nel tentativo di fondere di nuovo arte e vita in un’unica unità, che naturalmente dà ancora all’individuo la libertà di accettarla come arte o meno. Per decenni Ha Schult è riuscito a stimolare la consapevolezza del pubblico utilizzando immagini che ha sperimentato, mettendo in scena temi in luoghi pubblici, che normalmente sono lontani dal pubblico. La sua opera d’arte è sempre direttamente correlata al luogo in cui è viene mostrato.

La sua visione artistica si concentra sulla critica sociale e sulla satira politica, non solo legata al consumismo della vita di ogni giorno. Le sue preoccupazioni, infatti, riguardano gli eccessi della cultura occidentale, i ritmi della vita in una società usa e getta. Egli confronta il feudalesimo, che si manifesta in giganteschi edifici trionfali con il pauperismo degli operai sfruttati che li hanno costruiti. Rende omaggio ai soldati e agli schiavi senza nome e non agli eroi e ai sovrani.

Le opere più importanti

Durante la metà degli anni ’70, Schult realizza Situazioni biocinetiche, esposte alla Documenta V di Kassel. Sono paesaggi in miniatura costituiti da rifiuti, giocattoli per bambini e batteri, all’interno di vetrine o sui pavimenti del museo. Per esempio, l’opera Schloss Neu Wahnstein è costruita su tecniche tradizionali del dadaismo, attraverso le tecniche del collage e gli assemblaggi, rompendo la percezione dello spettatore e creando nuovi contesti. Poiché queste opere sono state tutte ispirate dalla pittura romantica di Friedrich e dall’era moderna del consumo e dello spreco, Schult venne chiamato “il romantico dell’era del consumo”.

Realizzò opere anche in Italia, come Venezia vive del 1976, nel quale l’artista riempì Piazza San Marco a Venezia di vecchi giornali in un’azione notturna che sorprese il popolo e le autorità veneziane. Ma una delle opere iconiche dell’artista avvenne nel 1996, quando installò un migliaio di Trash People a grandezza naturale su tutti i siti turistici delle più importanti città, come nella Piazza Rossa di Mosca, in Piazza del Popolo a Roma, sulla Grande Muraglia Cinese e davanti alle Piramidi di Giza. I personaggi di spazzatura vennero realizzati con lattine schiacciate, rifiuti elettronici e altri rifiuti come suo commento critico sul consumo umano costante. 

Federica.

ALMANACCO: 23 Giugno nasce il pittore Perin del Vaga

Piero di Giovanni Bonaccorsi, detto Perino o Perin del Vaga, è stato un pittore italiano, nato a Firenze il 23 Giugno del 1501. Conosciuto per essere stato uno dei più importanti Manieristi italiani, il quale stile è riconosciuto per la sua dinamicità e per la sua eleganza. I suoi dipinti sono considerati importanti per la mediazione tra la tradizione romana raffaellesca e la maniera fiorentina di Andrea del Sarto.

Nato a Firenze nel 1501, mostrò sin da giovane una predisposizione verso l’arte e il disegno, tanto da riuscire ad entrare a soli 11 anni nella bottega del figlio di Domenico Ghirlandaio, Ridolfo. Durante questa formazione poté studiare le opere dei grandi artisti, come Michelangelo realizzando varie riproduzioni delle sue opere, vincendo addirittura il premio come miglior copia mai realizzata.

Primo periodo romano

 Successivamente alla bottega del Ghirlandaio, venne prestato come aiuto ad un altro pittore, il modesto Vaga, che in quel momento operava a Roma. Perin inizia così il suo primo periodo romano, dove subentrò al lavoro di decoratore del pittore, da cui poi prese il nome. A Roma, nel 1518, strinse amicizia con Giulio Romano, che lo portò ad entrare a far parte della prestigiosa bottega di Raffaello, impegnata in quel momento nella decorazione delle Logge Vaticane. Fu proprio qui che Perin del Vaga ottenne il suo primo compito, ovvero lavorare a stucco e dipingere grottesche e scene tratte dai disegni raffaelleschi.

Il suo lavoro venne molto apprezzato, tanto da venir incaricato successivamente per realizzare le figure di pianeti nella grande sala dell’Appartamento Borgia, guadagnandosi il ruolo di assistente maggiore, secondo solo a Giulio Romano. Tra le sue opere romane individuali invece, ricordiamo la decorazione della sala di Palazzo Baldassini, con la Giustizia di Seleuco, e l’affresco di Tarquinio Prisco fonda il tempio di Giove. Dopo la morte di Raffaello avvenuta nel 1520, e la peste romana del 1523, però Del Vega ritornò probabilmente a Firenze. Qui strinse amicizia con Rosso Fiorentino, e studiò le opere del Pontormo.

Da Firenze a Genova, alla scoperta del Manierismo

Successivamente si trasferì a Genova, richiesto per conto di Andrea Doria, capo della Repubblica genovese, ammiraglio di Carlo V, e prossimo principe di Melfi, che lo invita ad entrare al servizio della famiglia genovese. Qui progetta la decorazione architettonica e quella ad affresco della Villa del Principe a Fassolo, con apparati effimeri trionfali, arazzi, mobili, bandiere, arredamenti navali e i raffinati oggetti dell’artigianato artistico. Tra le sue principali opere troviamo, La lotta fra dei e giganti, Orazio Coclite difende il ponte, La fortezza di Muzio Scevola e il perduto Il naufragio di Enea.

Inoltre a Genova realizzò per la chiesa di San Francesco di Castelletto un dipinto con la Madonna e santi, ed una Natività per Santa Maria della Consolazione, dove unisce il suo raffaellismo di base al contemporaneo manierismo fiorentino consegnando alla nascente scuola pittorica genovese un modello di riflessione artistica. Rimase per molti anni a Genova, a lavorare alla Villa del Principe Andrea Doria, sino a quando nel 1538 si spostò anche a Pisa, dove lavorò al duomo, prima di ritornare a Roma un anno dopo.

Secondo periodo romano

A Roma tornò nel 1539 a servizio di papa Paolo III Farnese, per il quale realizzò opere di straordinaria importanza. Fra queste vi furono le opere in Vaticano, come le zoccolature della Stanza della Segnatura, dove sono custoditi i capolavori di Raffaello. L’artista si occupò dunque del motivo decorativo di affreschi policromi sottostante gli affreschi raffaelleschi. Nella Sala Regia, invece decorò la bellissima volta con un ricco cassettonato a stucchi. Inoltre ebbe l’onore di porre, anche se temporaneamente, una sua pittura, nella Cappella Sistina, proprio sotto il Giudizio universale appena concluso da Michelangelo, e realizzare altri disegni per la Sala Paolina.

In queste nuove opere, si può notare una differenza sostanziale con i suoi lavori del primo periodo romano. Infatti, in quest’ultime si nota una forte influenza manieristica, dovuta al contatto con il rinnovato ambiente fiorentino. Nelle sue composizioni, domina la cultura classicheggiante e romanista legata alla tradizione romana raffaellesca, ma rinnovata attraverso una accezione di pungente linearismo e di ridotta spazialità di un gusto già manieristico. Questa nuova fusione, gli portò ulteriore fama, che gli valse la commissione per la decorazione delle sale degli appartamenti papale in Castel Sant’Angelo, opera che però non risucì a portare a termine a causa della sua morte prematura, avvenuta all’età di solo quarantasette anni, nel 1547.

Federica.

mARTEdì: tutti i volti nascosti nei quadri di PAUL CEZANNE

Tutti conosciamo il pittore francese Paul Cézanne. Divenne famoso per essere uno fra i più importanti esponenti del Post Impressionismo, cioè realizzò opere capaci di superare il movimento impressionista, gettando le basi per un superamento artistico verso delle idee di arte del tutto nuove e radicali che ebbero inizio nel XX secolo.

A differenza degli Impressionisti, che si limitavano a rappresentare le cose che vedevano a prima vista, lui trasformava la realtà in forme complesse date da volumi geometrici puri. Queste forme con lui assumevano, per la loro perfezione, un valore assoluto e perenne. La sua tecnica consisteva nel sostituire alle macchie impressioniste, delle pezzature cromatiche ampie e distese, ricercando attraverso il colore una maggiore volumetria della forma. 

I segreti “paesaggi-ritratto”

Ma il colore non fu il solo mezzo utilizzato da Cezanne nella sua idea artistica di opera d’arte. Nei suoi quadri infatti amava introdurre degli elementi simbolici, del tutto nascosti sotto il soggetto apparente che voleva riprodurre, come se dietro una realtà apparente, ci fosse dell’altro. Infatti, soprattutto negli ultimi dipinti si manifesta la nascita di un nuovo straordinario genere di soggetto, inventato proprio da Cezanne. Si tratta del “paesaggio-autoritratto”, ovvero nascondere dietro un quadro con soggetto paesaggistico dei volti, dei personaggi. Conquistato dalla vita opaca e silenziosa delle cose, Cézanne dipinge uomini come oggetti e mele e brocche come esseri viventi.

I primi esperimenti “transgenerici” furono condotti da Cézanne a partire dalla seconda metà degli anni Settanta su due generi a lungo utilizzati, ovvero la natura morta e il ritratto. Ebbe infatti la brillante idea di fonderli insieme, dando vita ad una rivoluzione artistica mai vista prima. I risultati di questa ricerca condussero ad una vicinanza tra “soggetti” e “oggetti”, in accordo con quella che era la teoria del filosofo Merleau-Ponty. Attraverso questi quadri, infatti Cezanne sottraeva una solidità e una rigidità agli oggetti delle nature morte per attribuirne carattere per se stesso, per gli amici, per i familiari, ritratti di nascosto.

Uno degli esempi lampanti

La fusione perfetta tra i due generi del paesaggio e dell’autoritratto, tra la “carne” del mondo e la “carne” dell’uomo, avvenne solamente all’inizio del Novecento, precisamente nell’opera intitolata La montaigne Sainte-Victoire vue des Lauves conservata oggi al Philadelphia Museum of Art. Se si osserva con paziente questo splendido acquerello, ci appare d’un tratto il volto del pittore nascosto, come in uno stereogramma. Perfettamente riconoscibili, nella zona pedemontana si può notare la piega della bocca, la barba, le rotondità della narice, dell’occhio e dell’orecchio. Inoltre sulla sommità della in testa, si vede il copricapo rompicapo della Sainte-Victoire.

La composizione è suddivisa in tre fasce orizzontali. In primo piano, vi sono due diagonali verdi e viola che si aprono a forbice facendone uscire dei ramoscelli che si allungano a ricomporre la barba di Cézanne. Nella fascia intermedia invece scompare la geometria, lasciando spazio a una pianura delicata con tocchi rosa e arancione, dove si posiziona lo sguardo senza iride del pittore. Mentre nella fascia alta si nota chiaramente la sagoma della vetta montuosa di Sainte-Victoire.

E’ lecito considerare questa la “Terra promessa” che Cézanne, quasi al termine della propria vita, amava intravedere. Una terra in cui non è più possibile distinguere il cielo dalle montagne, gli alberi dagli esseri umani, i campi dalle case. Una terra dove ogni elemento coabita in armonia. Una Terra, un’altura, che restituiscono lo sguardo del pittore, in una percezione che è fenomeno di specchio, che si compie. Questo il magnifico mausoleo, il testamento artistico e spirituale sepolto ormai da un secolo nel grembo della montagna.

Federica.

ALMANACCO: 22 Giugno nasce il politico Giuseppe Mazzini

Patriota, politico, filosofo e giornalista italiano, Giuseppe Mazzini nacque il 22 Giugno del 1805. Esponente di punta del patriottismo risorgimentale, la sua azione politica contribuì in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano e alla Giovine Italia. Per questo si parla di lui come di uno dei padri della patria, grazie alle teorie mazziniane, importanti per la definizione di moti rivoluzionari europei tesi all’affermazione della democrazia e alla liberazione della nazione.

Nato a Genova nel 1805, ottenne la prima educazione in casa. Una fase che ebbe un grande peso nella sua vita, grazie alle lezioni di sacerdoti giansenisti, a cui si aggiungono quelle della madre, estremamente religiosa e sensibile, e quelle del padre, medico che partecipò alla vita politica genovese, nostalgico del periodo rivoluzionario. A 18 anni si iscrisse a medicina nell’Università di Genova, per volere di suo padre, ma subito abbandonò gli studi per iscriversi a Giurisprudenza. Oltre a studiare legge, si appassionò alla letteratura, tanto che per tutta la vita venne influenzato dagli scritti di Goethe, Shakespeare e Foscolo.

Dall’Università al giornalismo

Nel 1821, ci fu un avvenimento che cambiò per sempre la vita e il pensiero di Mazzini. A Genova, in quel periodo passarono dei Federati piemontesi reduci dalla rivolta, che scaturirono nel giovane un trauma rivelatore, ovvero si affacciò per la prima volta al pensiero di lottare per la libertà della Patria. Fu proprio per questo, che dopo aver preso la laurea in Legge, preferì il mondo della letteratura e del giornalismo, iniziando a scrivere recensioni e articoli per alcuni giornali liguri, come l’Indicatore genovese.

Fu proprio tramite questo giornale, che Mazzini iniziò a scrivere e pubblicare recensioni di libri patriottici. Nel 1826 scrisse il primo saggio letterario, Dell’amor patrio di Dante, opera con un forte contenuto civile e morale, con l’obbiettivo di suscitare energie positive e diffondere nell’opinione pubblica il senso dell’appartenenza a una patria comune. Grazie a questa visione, Mazzini compì la sua adesione al Romanticismo, avvicinandosi al romanzo storico dantesco, visto come esempio di poesia civile e patriottica.

Dalla Carboneria alla Giovine Italia

Nel 1827, Mazzini entrerà a far parte della Carboneria, dove inizia un’intensa collaborazione con la stampa liberale. Questa attività clandestina attirò ben presto l’attenzione della polizia, che lo arrestò nel 1830 e lo costrinse all’esilio. Si recò a Marsiglia, per partecipare alla rivoluzione parigina per abbattere il trono assoluto dei Borbone ed innalzare quello costituzionale di Luigi Filippo d’Orléans. La partecipazione a queste rivoluzioni fece maturare in lui dubbi, sull’efficacia della politica della Carboneria, ritenuta inconcludente.

Con il progressivo distacco dalla Carboneria, decise di fondare una nuova formazione politica, insieme ad alcuni elementi dell’ala più radicale della Carboneria. La chiamò la Giovine Italia, un’associazione politica che ebbe lo scopo di risvegliare le coscienze italiane e di preparare l’insurrezione contro lo straniero. Un partito pubblico con l’obiettivo di effettuare un programma di educazione nazionale, ma allo stesso tempo perseguire la cacciata degli stranieri tramite l’azione violenta. Mazzini intense quindi rinunciare a qualsiasi contributo straniero e confidare unicamente sulla forza del popolo armato.

La Giovine Europa e la Repubblica Romana

La teorizzazione mazziniana, cercò di espandersi anche fuori la nazione, fondando nel 1834, la Giovine Europa, tesa a federare i popoli oppressi del continente formando una Santa Alleanza dei popoli. Il progetto fu molto ambizioso e mai portato a termine, perché prevedeva espandere una repubblica su tutto il continente europeo. Questo suo completo fallimento portò ad una fuga da parte di Mazzini, che fu costretto a rifugiarsi a Londra, intorno al 1837. Qui visse un periodo di profonda depressione sia politica che personale, ma allo stesso tempo diffuse le proprie idee collaborando con giornali e riviste, e organizzando una fitta rete di propaganda politica.

Questo esilio si interruppe nel 1848, allo scoppio dei moti durante le cinque giornate di Milano. Mazzini accorse in Italia accettando di collaborare con la monarchia in nome dell’unificazione nazionale, ma venne subito rimandato il esilio a Marsiglia. Riscese a Roma, che nel frattempo i patrioti democratici avevano proclamato repubblica, dove divenne triumviro insieme a Saffi e Armellini. Egli fu un vero capo e l’animatore principale della Repubblica Romana, lanciando un ardito programma di riforme sociali, che restò in piedi fino a che Garibaldi riuscì a tener lontane da Roma le truppe francesi di Napoleone accorse in aiuto del papa e del suo governo temporale.

Gli ultimi moti rivoluzionari fino alla morte

Una volta caduta Roma nel 1849 per mano Napoleonica, però Mazzini è costretto a riprendere la via dell’esilio, prima a Losanna, poi a Parigi, infine di nuovo a Londra. Qui fonda il Comitato democratico europeo, e lanciò il Prestito nazionale per la causa italiana, per finanziare nuove azioni armate, che si conclusero però tragicamente. I ripetuti fallimenti portarono ad un definitivo isolamento di Mazzini nello scacchiere politico italiano.

L’anno della definitiva rottura è però il 1871 quando, Parigi rifiuta di cedere all’assedio prussiano e al governo conservatore stabilitosi a Versailles e proclama la Comune rivoluzionaria. Si tratta del primo esperimento di governo operaio e socialista della storia e la sua resistenza chiama alla solidarietà le società operaie di tutto il continente. Mazzini, fomentato prese posizione contro il governo mettendo in moto numerose guerriglie rivoluzionarie, una delle quali gli procurò la prigionia nel forte di Gaeta, Riuscì comunque a liberarsi, vivendo per gli ultimi anni della sua vita a Pisa sotto il falso nome di Dr. Brown. Qui morì nel 1872.

Federica.