ALMANACCO: 21 Giugno si festeggia la Festa della Musica

La Festa della musica (dal francese Fête de la Musique) è una evento musicale che si tiene il 21 Giugno di ogni anno per celebrare l’importanza della musica in più di 120 nazioni in tutto il mondo. Nata nel 1982, questa festa fu iniziativa del Ministero della Cultura francese come segno di una nuova politica musicale nel paese per l’utilizzo di strumenti musicali, spesso inutilizzati che rischiavano di finire nella spazzatura. Per questa festa fu scelta la data del 21 giugno, che coincide con il solstizio d’estate, stagione allegra a cui ricondurre feste musicali.

Fu Maurice Fleuret, critico musicale e neo Direttore della musica e della Danza al Ministero della Cultura francese che decise di creare una festa gratuita, aperta a tutte le musiche, di ogni genere e di ogni pratica, incoraggiando tutti a scendere per strada e suonare con i propri strumenti e cantare senza limiti. In maniera organica, nelle piazze, nei luoghi comuni, nelle scuole, nei musei, nelle strade e perfino negli aeroporti, la musica divenne protagonista di un messaggio di accessibilità universale, di invito al viaggio, di comunione e comunicazione tra ogni popolo e cultura. 

La musica nell’arte: binomio perfetto

La musica è sempre stata veicolo di condivisione per tutti, anche per gli artisti. Arte e musica nei secoli, sono sempre state un binomio perfetto per rivelare sentimenti ed emozioni. Nei millenni della storia dell’arte, diverse opere testimoniano l’evoluzione della musica e dei suoi strumenti musicali, sin dalle prime civiltà mediterranee. Esempi sono le statuine e i vasi che trattano il tema, come il Suonatore di lira proveniente dalle Isole Cicladi o il vaso raffigurante Orfeo che suona la lira. Un tema, quello di Orfeo, ripreso anche in epoca romana come testimoniato dal pavimento musivo del Museo Archeologico di Palermo con Orfeo circondato da animali.

Già in età etrusca il concetto di musica ebbe una mutazione, legandosi agli aspetti ludici del buon vivere. Ad esempio negli affreschi della Necropoli di Tarquinia, sono raffigurati suonatori di flauti e di lire circondati da danzatori, con lo scopo di intrattenere. Interessante fu la figura dell’ “aulos” un doppio flauto che per millenni fu utilizzato prima nelle domus di patrizi ed imperatori, poi nelle regge di principi, marchesi e conti, fino ad arrivare nelle corti medievali. Testimonianze medievali di questo strumento le troviamo nell’affresco dell’Investitura di San Martino, opera di Simone Martini del 1318, ma anche nei codici miniati medievali, come quello del XIV secolo secolo, del poeta Remède de Fortune.

Qualche secolo più tardi artisti fiamminghi come Hans Memling e Hieronymus Bosch, illustrarono nelle loro tavole dei musicanti con strumenti a fiato e a corda. In questi casi, parlando di Arte e Musica nel Medioevo, non si può non tener conto della religiosità che tratta il tema in questione. Nel primo caso infatti santi o angeli muniti di strumenti musicali sono intenti a suonare e decantare le lodi di Dio, al contrario con Bosch utilizzò il tema della religione e della musica per rappresentare l’inferno. Il suono prodotto dagli strumenti non è più musica celestiale ma rumore, caos, fastidio.

Due secoli più tardi, anche Caravaggio darà al tema della musica e della religione una versione originale. Lo possiamo vedere nell’opera Riposo durante la fuga in Egitto dove l’angelo, figura celestiale e divina, scende in terra per suonare con il violino una musica dallo spartito tenuto in mano da Giuseppe. Tema molto amato dall’artista fin dai primissimi dipinti, tra cui la versione del Suonatore di liuto. Anche Carlo Saraceni, amico di Caravaggio riproduce nella sua Santa Cecilia con l’Angelo, strumenti musicali, come il grande violone sorretto dall’angelo ed il liuto suonato dalla santa. Questo per sottolineare che proprio Santa Cecilia, fu protettrice della musica, degli strumentisti e dei cantanti.

Saltando di circa due secoli, il rapporto tra arte e musica diventa più intimistico. Infatti, il suonatore ritratto nell’Ottocento è più raccolto nei suoi studi e nel suo mondo, come nel caso del Suonatore di cornamusa di Thomas Couture, è assorto nella sua musica, non curante del mondo che lo circonda. I colori caldi della tela contribuiscono a gettare sulla figura una sorta di sacralità; l’ambientazione neutra lo allontana da ogni possibile riferimento spaziale e temporale: esistono solo lui e la musica in quel momento è questo è tutto quello che conta.

Con l’arrivo del Novecento ovviamente il concetto tende ad assumere significati del tutto personali. Possiamo fare gli esempi di Henri Matisse e Pablo Picasso, che anche se contemporanei, affrontano il tema della musica secondo le loro visioni artistiche. Picasso onora la musica idealizzandola tridimensionalmente, facendogli acquisire consapevolezza attraverso una volumetria, uno spessore ed una forma concreti. L’opera Chitarra di Picasso infatti, diviene un mezzo per l’esistenza della musica, essendo uno strumento capace di riprodurre suono. Nel caso invece di Matisse, nel suo dipinto Musica, utilizza colori forti e inverosimili, facendo spiccare i personaggi con gli strumenti, seppur semplici nella loro resa pittorica, piatti, non volumetrici

A concludere, l’arte soprattutto nell’ultimo secolo, non venne rappresentata nella sua essenza, come in precedenza, ma venne adoperata dagli artisti per dare un significato visivamente emozionale alla musica. Fra tutti, ricordiamo Paul Klee che sviluppò diverse teorie sul binomio arte e musica, una tra queste riguardava l’utilizzo del grafema come elemento segnico, simile ad un pentagramma. Una sua opera interessante è il Paesaggio alberato ritmico, dove lo sfondo è visto come un pentagramma idealizzato nel quale trovano luogo note e grafemi musicali come alberi ed elementi naturali.

Di pensiero simile fu anche Vasilij Kandinskij, artista che meglio rappresenta il rapporto della musica nell’arte. Il pittore infatti nel suo scritto De Blaue Reiter, spiega la sua visione dell’arte come elemento strettamente collegato alla musica, dando voce alle emozioni suscitate da queste due espressioni artistiche, per cui ogni colore usato ha un suo corrispettivo strumento musicale.
Di uno dei suoi dipinti più celebri fu la Composizione N°VI, nel quale ogni linea sinuosa si può tramutare in musica, e se mosse creano il suono.

Federica.

ALMANACCO: 20 Giugno avviene il Solstizio d’Estate

Oggi nel giorno più lungo dell’anno, alle ore alle 23.43 il sole raggiungerà il suo punto più alto nell’emisfero settentrionale e avrà ufficialmente inizio l’estate astronomica. E’ il 20 Giugno, e avviene il Solstizio d’Estate, dal latino solstĭtĭum, ovvero il fermarsi del sole. In astronomia è il momento in cui la nostra stella, nel corso del suo moto apparente lungo l’asse eclittica, raggiunge il punto di declinazione massima che corrisponde allo zenit.

Nell’emisfero boreale, quindi, il solstizio d’estate coincide con il giorno più lungo dell’anno, e nelle località poste sui circoli polari, il sole non tramonta mai. Diversamente, nell’emisfero australe questa data corrisponde con il solstizio d’inverno e dunque con il giorno più breve dell’anno. Da questo momento in poi la durata del giorno diminuisce progressivamente fino al solstizio d’inverno, che si verifica di solito intorno al 20-21 dicembre.

L’estate nell’arte

Con il Solstizio d’Estate, si dà inizio all’estate, e facciamo un tuffo nei dipinti più famosi della storia dell’arte che ritraggono questa stagione. Scopriamo come i grandi maestri dell’arte hanno raffigurato la più calda delle stagioni, attraverso i gialli, gli ocra e i rossi dell’erba bruciata, della paglia e della frutta estiva. Ecco come sulle tele appaiono raffigurate feste all’aperto, passeggiate nei campi, raccolta di frutti e paesaggi marini assolati. Di seguito, una carrellata di opere estive, che trasmettono calore, divertimento e felicità.

Frank Weston Benson – Estate
Charles Hoffbauer
La siesta – Van Gogh
Claude Monet, Campo di papaveri in estate.
Telemaco Signorini Pascoli a Castiglioncello
Edvard Munch, Ragazzi che si fanno il bagno, 1894
A Wheatfield on a Summer’s Afternoon, 1942. Marc Chagall
Hopper, Edward

Federica.

ALMANACCO: 19 Giugno nasce il matematico Blaise Pascal

Matematico, fisico, filosofo e teologo francese, Blaise Pascal nacque il 19 Giugno del 1623. I suoi lavori sono relativi alle scienze naturali e alle scienze applicate, e fu conosciuto per aver contribuito in modo significativo alla costruzione di calcolatori meccanici e allo studio dei fluidi. La sua riflessione sugli interessi scientifici, si lega ai problemi sollevati dal cristianesimo, di entità morale ed esistenziale, ottenendo così anche una fama filosofica.

Nato nella regione dell’Alvernia in Francia, e fu istruito direttamente a casa dal padre, magistrato e matematico. Il giovane Blaise si rivelò subito amante dello studio e delle materie scientifiche come la matematica e la fisica. Questa passione si sviluppò soprattutto, con il trasferimento della famiglia a Parigi nel 1631, dove si attornia di illustri matematici e fisici, con cui condivide il suo amore per la scienza. E’ proprio in quel fervore intellettuale che di lì a qualche anno sarà ufficialmente riconosciuto e favorito con la fondazione dell’Académie des Sciences.

L’amore per la scienza, tra scoperte ed invenzioni

La sua precoce genialità lo porta a scrivere, a soli sedici anni, il Saggio sulle sezioni coniche, facendo brillanti considerazioni e realizzando un teorema apposito denominato Teorema di Pascal. Esso, prendendo come riferimento un esagono, fornisce una condizione grafica caratteristica affinché un dato esagono sia inscrivibile in una conica. Tra i suoi apporti matematici vi è inoltre il triangolo di Pascal, noto in Italia come Triangolo di Tartaglia, che è un modo di disporre i coefficienti binomiali a forma di triangolo. Inoltre diede un notevole contributo nello studio dei fluidi in idrodinamica e idrostatica, chiarendo concetti come il vuoto e la pressione, la cui unità di misura porta il suo nome, formulando il cosiddetto Principio di Pascal.

Pascal venne anche considerato uno dei precursori dell’informatica poiché, appena diciottenne, progettò e costruì circa cinquanta esemplari di un calcolatore meccanico, chiamata la Pascalina, capace di eseguire addizioni e sottrazioni. Ma l’eccessiva applicazione allo studio, gravò sulla salute del giovane Pascal che dovette momentaneamente abbandonare la sua passione per la scienza e la matematica. Fu in questo momento che decise di dedicarsi allo svago e alla vita mondana, che terminerà solamente nella “notte di fuoco” del 1654, notte in cui venne colpito da una profonda crisi religiosa che lo porta a dedicarsi completamente a Dio e alla fede.

Il pensiero filosofico e teologico

Fu proprio in questo momento che decise di dedicarsi alla filosofia e alla teologia, aderendo al movimento giansenista dell’Abbazia di Port-Royal, a cui si unisce, battendosi in sua difesa. Proprio in quel periodo si accese un’aspra controversia tra i giansenisti e i teologi dell’Università della Sorbona di Parigi, e Pascal sentì il bisogno di difendere le sue idee, scrivendo nel 1656, ben diciassette Lettere Provinciali. Attraverso esse, criticò fortemente l’atteggiamento religioso dei gesuiti, definendolo lassista e dominato da eccessiva rilassatezza, ed enorme fu la loro ripercussione in Francia e in tutta Europa. Anche se nel 1660, il re Luigi XIV ne ordinò la distruzione.

La filosofia di Pascal fa riferimento ad un realismo tragico, nel quale la salvezza dell’uomo sta nella consapevolezza di non essere né il primo, né l’ultimo. L’unica cosa che ci consola dalla tristezza è il Divertissement, ovvero una distrazione, una sorta di fuga da noi stessi. Esso però non ci porta alla felicità ma ci tiene in un limbo, dove l’uomo oscilla tra due condizioni umane, miserie e grandezza. Inoltre tante cose superano la ragione umana, ma quella verità che sfugge alla ragione è data dalla religione, secondo la Dottrina della Caduta. Pascal considera il cristianesimo la religione più ragionevole perché parla della caduta da un mondo paradisiaco da parte dell’uomo in seguito al peccato originale. Questo è dimostrato dal fatto che l’uomo si sente infelice nell’essere un re spodestato. Se l’uomo non conoscesse la felicità, non proverebbe tristezza e dolore e il desiderio di tornarvi.

Gli ultimi anni di vita

Proprio mentre pubblicava le sue Lettere, Pascal aveva l’intenzione di scrivere una grande opera apologetica del Cristianesimo, oltre che del giansenismo. Ma la sua salute già malferma, era divenuta ancor più fragile, tanto che morì il 19 agosto 1662, a soli trentanove anni. Dall’autopsia si rivelarono gravi disturbi allo stomaco e dell’addome, nonché danni al tessuto cerebrale, tuttavia la causa della morte non fu mai chiarita, forse tubercolosi o tumore. ù

Federica.

ALMANACCO: 18 Giugno muore il pittore Giorgio Morandi

Pittore e incisore italiano, Giorgio Morandi muore il 18 Giugno del 1964. E’ considerato uno dei protagonisti della pittura italiana del Novecento ed è riconosciuto tra i maggiori incisori mondiali del secolo. La sua pittura si può definire unica e universalmente riconosciuta, grazie alle sue celebri nature morte in cui gli oggetti rappresentati (bottiglie, vasi, fiori, caffettiere), sono portati fuori dal loro contesto funzionale e analizzati nella loro pura essenza. Artista solitario e particolare, dipinge per la stragrande maggioranza nella stessa stanza dove ha abitato per tutta la vita.

Nasce a Bologna il 20 luglio 1890, e fin da subito mostra una precoce predisposizione artistica, e un forte interesse verso la pittura. Questo convinse i genitori ad iscriversi all’Accademia di belle arti di Bologna, frequentando il corso di specializzazione sulla figura, realizzando le sue prime opere. I suoi lavori giovanili partono dalle riproduzioni di opere di Cézanne, Derain e Picasso, e sviluppa allo stesso tempo anche un grande interesse per l’arte italiana del passato, in seguito ad un viaggio a Firenze dove potè ammirare i capolavori di Giotto, Masaccio e Paolo Uccello.

Gli esordi nel Futurismo e la Metafisica

Fino al 1911 la carriera scolastica fu eccellente, ma negli ultimi due anni di Accademia ebbe contrasti con i professori, a causa di interessi divergenti sull’arte, che portarono Morandi a maturare uno stile proprio e autonomo. Questo stile tutto suo entra in contatto con i futuristi e con la Metafisica, come lo si può riscontrare nelle opere come Natura morta metafisica (1918) e la Natura morta con Palla (1918). Grazie a quest’influenza, entrerà in contatto con artisti futuristi del carico di Marinetti, Boccioni e Russolo. 

Entrerà nel gruppo futurista, grazie al quale Morandi esporrà alla Galleria Sprovieri di Roma, presentando tredici tele e quattro disegni a matita. Tra i dipinti vi sono il Ritratto della sorella, 6 Paesaggi e alcune Nature morte di vetri. Ottenne la sua fama, diventando nel 1918 uno dei massimi interpreti della scuola metafisica insieme a Carrà e de Chirico. Le sue opere si concentrano su pochissimi e modesti soggetti, come bottiglie, vasi, fiori, caffettiere continuamente rielaborati e approfonditi.

Dal plasticismo al ritorno metodologico e rigoroso

Successivamente al 1920 le sue opere si fanno più plastiche, grazie al legame con Leo Longanesi, sia per il loro costante dialogo culturale, sia per una profonda amicizia. Si accostò, grazie a quest’ultimo al gruppo “Valori plastici”, recuperando nelle sue opere la fisicità delle cose e la realtà del mondo, ma comunque mantenendo una visione personalissima. Un esempio, fu l’opera Natura morta con l’orcio, presentata alla mostra di Firenze, all’interno di catalogo commentato acutamente da de Chirico. Vista la sua fama, l’artista bolognese venne anche invitato alla Biennale di Venezia del 1928, presentando quattro acquaforti e una cartella di incisioni nella sala del bianco e nero.

A partire dagli anni Trenta però si concentra sulle nature morte, dove applica una ricerca formale metodica e rigorosa, ritornando ai suoi studi giovanili. Le sue opere diventano così una sintesi tra il realismo di Chardin e le semplificazioni formali di Cézanne. I suoi temi sono sempre gli stessi, ma la sua pittura diventa una meditazione paziente, profonda ed intellettuale degli oggetti raffigurati, approfondendone il ritmo, i contorni, i riflessi. Questa meditazione e rigorosa contemplazione rispecchiava il suo carattere silenzioso, pacato ed austero. Sempre negli ani ’30, ottenne la cattedra di Incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

I riconoscimenti e la morte

Anno particolarmente significativo è il 1939, dove alla Quadriennale di Roma, Morandi allestì un’intera sala personale con 42 oli, 2 disegni e 12 acqueforti, ottenendo il secondo premio per la pittura, alle spalle del più giovane Bruno Saetti. Qui la sua immagine viene ormai considerata come quella di uno dei maestri più importanti del secolo, tanto da essere riconosciuto e ricercato anche dai più esclusivi ambienti internazionali del Nord Europa e negli Stati Uniti.

Ma all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’artista, decise di ritirarsi sugli Appennini dove svilupperà dei lavori dedicati ai paesaggi. A lungo malato, Giorgio Morandi si spegne a Bologna il 18 giugno 1964.

Federica.

ALMANACCO: 17 Giugno arriva a New York la Statua della Libertà

La Statua della Libertà, simbolo di New York e degli interi Stati Uniti d’America, è uno dei monumenti più importanti e conosciuti al mondo. Dopo essere stata costruita in Francia, venne donata in occasione del primo centenario dell’indipendenza americana dagli inglesi, arrivando nella capitale americana il 17 Giugno del 1885. Situata all’entrata del porto sul fiume Hudson al centro della baia di Manhattan, sulla rocciosa Liberty Island, il nome dell’opera è La Libertà che illumina il mondo.

Venne realizzata e posta all’entrata del porto, come ideale benvenuto a tutti coloro che arrivano negli USA, ma anche come augurio per chi era alla ricerca di una vita migliore, un simbolo di benvenuto e di speranza. Venne ideata da Édouard René de Laboulaye e progettata da due artisti francesi Frédéric Auguste Bartholdi, che si occupò della parte scultorea esterna e Gustave Eiffel, autore dell’omonima torre parigina, che realizzò la struttura metallica interna.

Struttura e realizzazione

Con i suoi 93 metri d’altezza che dominano l’intera baia di Manhattan a New York, essa risulta perfettamente visibile fino a 40 chilometri di distanza. Raffigura una donna che indossa una lunga toga e sorregge fieramente nella mano destra una fiaccola, come simbolo del fuoco eterno della libertà. Nell’altra mano invece tiene una tavola con scritta la data del giorno dell’Indipendenza americana, ovvero il 4 luglio 1776, mentre ai suoi piedi vi sono delle catene spezzate, simbolo della liberazione dal potere dittatoriale. A decorazione della testa vi è una corona a sette punte, che rappresentano i sette mari e, in origine, i sette continenti.

All’interno la statua è costituita da una struttura reticolare in acciaio, realizzata da Gustave Eiffel, conosciuto per aver realizzato l’omonima e imponente torre di Parigi. Questo reticolo metallico venne poi rivestito da 300 fogli di rame sagomati e rivettati insieme, secondo una scultura realizzata dall’artista francese Frédéric Auguste Bartholdi. L’iconica statua poggia poi, su un basamento granitico grigio-rosa, forse di provenienza sarda appartenente alla roccia dell’isola della Maddalena. Teoria che però non venne confermata, e per questo ricondotta alla cava di Stony Creecy nel Connecticut.

Assemblaggio e trasporto

Il progetto di Eiffel rese la statua uno dei primi esempi di costruzione a facciata continua, che non è autoportante ma è sostenuta da un’altra struttura all’interno. Egli inoltre, incluse due scale a chiocciola interne per rendere più facile l’accesso per recarsi sul punto di osservazione nella corona, diverso dall’accesso alla piattaforma sulla torcia, che invece venne previsto attraverso una stretta scala di 12 m di lunghezza, che percorreva tutto il braccio della donna. Man mano che la struttura cresceva, Eiffel e Bartholdi coordinavano il loro lavoro accuratamente in modo che i segmenti del rivestimento si adattassero perfettamente alla struttura di sostegno.

Data la forma complessa, ogni singola sella dovette essere forgiata singolarmente con un minuzioso lavoro artigianale, così anche l’assemblaggio della statua doveva avvenire in maniera particolare. Bartholdi infatti pensò di far costruire la struttura e il rivestimento della statua in un apposito cantiere in Francia, poi smontarla per il trasporto negli Stati Uniti, e assemblarla nuovamente nel luogo definitivo su Liberty Island. La statua fu portata dai francesi agli Stati Uniti attraverso moltissime casse su una piccola nave che dovette effettuare numerosi viaggi, e successivamente assemblata, in segno di amicizia tra i due popoli.

Influenze e ispirazioni

Pare che le forme generali della statua, siano state ispirate da modelli illuministici-massonici. Un esempio fu la statua della Libertà della Poesia, presente su un monumento funebre nella Basilica di Santa Croce a Firenze, realizzata 3 anni prima. Oppure presenta una notevole somiglianza con l’opera marmorea di Camillo Pacetti, intitolata La Legge Nuova, posizionata sul portale maggiore del Duomo di Milano. Inoltre, secondo Will Gompertz, direttore della Tate Gallery, il dipinto di Eugène Delacroix La Libertà che guida il popolo, avrebbe fornito un’ulteriore ispirazione da cui è nata la statua della Libertà.

Il primo modello della statua, in scala ridotta fu costruito nel 1870, e si trova a Parigi, su un’isola sulla Senna, e posizionata con lo sguardo verso l’Oceano Atlantico, verso la sua “sorella maggiore” nel porto di New York. Prima di diventare il simbolo della città americana, la statua fungeva da faro, il primo ad essere alimentato ad elettricità, visibile da circa 40 chilometri. Nel 1924 la statua divenne monumento nazionale insieme all’isola sulla quale è posta.

Federica.

ALMANACCO: 16 Giugno nasce lo scrittore Giovanni Boccaccio

Scrittore e poeta italiano, Giovanni Boccaccio nacque il 16 Giugno del 1313. Conosciuto anche come il Certaldese per il luogo di nascita, fu una delle figure più importanti nel panorama letterario europeo del XIV secolo, insieme a Dante e Petrarca. Definito anche il maggior prosatore europeo del suo tempo, e scrittore versatile capace di amalgamare tendenze e generi letterari diversi all’interno di opere originali, grazie a un’attività creativa mirata allo sperimentalismo.

Nato a Certaldo, in provincia di Firenze, da una relazione extraconiugale, fatto che pesò fin da subito sulla psiche del Boccaccio. Riconosciuto però in tenera età dal padre, fu accolto verso il 1320 nella casa paterna e mandato a studiare presso la scuoletta di Giovanni Mazzuoli da Strada, nella quale imparò le basi del latino e delle arti liberali, studiando anche la Divina Commedia di Dante Alighieri.

Il periodo napoletano

Anche se inizialmente indirizzato alla professione di mercante dalla famiglia, Boccaccio sin da adolescente fu amante della cultura della lettura. Infatti dopo soli due anni di Giurisprudenza all’Università di Napoli, il giovane lasciò per dedicarsi alle lezioni poetiche di tradizione stilnovista e di lingua volgare. Fu proprio a Napoli che incominciò a frequentare la corte degli Angiò, scrivendo sia in latino, sia in volgare e componendo opere come il Teseida, il Filostrato e la Caccia di Diana. Secondo la tradizione stilnovistica, iniziò anche a crearsi una propria musa letteraria, ovvero Fiammetta, forse tale Maria d’Aquino, figlia illegittima di Roberto D’Angiò.

Nel 1340, però dovette ritornare improvvisamente a Firenze a causa dei problemi economici paterni. Qui si aprì per lui un periodo di sofferenza per la vita ristretta e provinciale, per le ristrettezze economiche, e soprattutto per l’arrivo della peste nera, che prese suo padre nel 1348. Nonostante quest’insofferenza emotiva però, Boccaccio continuò a scrivere, allontanandosi dalla letteratura cortese di Napoli, per avvicinarsi alla narrativa realistica e popolareggiante, tipica della cultura medievale. Questa nuova visione utilizzata per accattivarsi l’animo dei suoi concittadini, raggiungerà il suo apice nella stesura del Decameron, composto fra 1349 e 1353. 

Il Decameron

Il Decameron, fu la sua opera più celebre, e consiste in una raccolta di novelle che ad oggi definiamo un assoluto capolavoro e un punto di riferimento per tutta la letteratura umanistica in prosa successiva. Secondo la tradizione medievale, l’opera venne divisa in modo ordinato, attraverso una cornice di partenza che raccoglie 100 novelle, distribuite su 10 giorni da cui scaturisce il titolo dell’opera (deca = dieci; emeron = giorno). L’autore racconta la storia di una brigata formata da sette ragazze e tre ragazzi, che per sfuggire alla peste nera del 1348, decidono di rifugiarsi in una villa in campagna, e di intrattenersi raccontandosi a vicenda dieci novelle al giorno, una per ogni componente del gruppo.

Ogni novella raccontata ha, ovviamente, una sua trama, che rappresenta la sottocornice dell’opera. Il tema di ogni novella viene scelto, a turno, dal ragazzo di brigata che in quella precisa giornata diviene il Re o la Regina. Ispirato ai classici e alla letteratura popolare, il Decameron ebbe un tono comico e canzonatorio, con la volontà primaria di compiacere e divertire le donne. I temi principali sono l’amore e il desiderio amoroso, l’avventura e la fortuna e il confronto fra male e bene. Proprio legato a quest’ultimo tema, farà riferimento all’ipocrisia e al malcostume, criticando fortemente il clero e la politica, ma anche alla peste, metafora del male.

Dall’amicizia con Petrarca all’Umanesimo

Nel frattempo Boccaccio si lega in amicizia a Petrarca, già divenuto per lui emblema di letterato e intellettuale, durante il suo soggiorno napoletano. L’incontro di persona con il grande poeta avvenne in occasione del Giubileo del 1350, quando Boccaccio giunse a Roma per fuggire dalla peste. Da questo incontro nacque un rapporto profondo fra i due, che permise a Boccaccio di sorpassare la mentalità medievale e di abbracciare il nascente Umanesimo. Fu proprio per questo che si distacca dalla produzione in volgare per dedicarsi in modo esclusivo allo studio dei classici.

Nell’ultimo ventennio della sua vita Boccaccio si dedicò quindi, sia ad opere legate alla nuova visione umanistica sia a quelle in lingua volgare, continuando quel filone che nacque in lui durante gli anni napoletani. Nel primo caso scrisse opere enciclopediche e divulgative, tra cui la Genealogia deorum gentilium, il De montibus, e il De mulieribus claris. Nel caso della letteratura in lingua volgare, invece si ricorda principalmente Il Corbaccio, datato dopo il 1365 e nettamente in controtendenza rispetto alla considerazione positiva che le donne ebbero da sempre nella sua letteraria. In quest’opera infatti, la simpatia e l’antica ammirazione per le donne si trasformano in una aperta misoginia. Da segnalare, infine, le Esposizioni sopra la Comedia, frutto dei suoi commenti sull’opera dantesca, tenuti poco prima della morte, avvenuta nel 1375,

Federica.

mARTEdì: la sensuale ma fedele Venere di Urbino di TIZIANO VECELLIO

Oggi, come ogni Martedì, prenderemo in analisi uno dei più grandi artisti della storia dell’arte, parliamo di Tiziano Vecellio. Per capire meglio il suo stile e la sua poetica artistica, prenderemo in esame una delle sue opere più belle e sensuali, considerata una dei quadri più popolari del Cinquecento, infatti furono numerose le copie e le riproduzioni nel corso dei secoli successivi.

Parliamo della Venere di Urbino, un dipinto ad olio su tela realizzato intorno al 1538 e visibile oggi agli Uffizi di Firenze. Venne acquistata dal duca di Urbino, Guidobaldo della Rovere, solamente per un capriccio amoroso, in quanto mostrava una “donna ignuda”. In effetti, si tratta di una delle opere più importanti di nudo femminile in ambito artistico, modello anche per artisti successivi, come Manet, Ingres, Giorgione. Ma fu anche un’opera che fece molto discutere nel sesto secolo.

Descrizione della scena

La donna nuda, in primo piano è distesa e dipinta con un attenzione estremamente realistica, occupando interamente la porzione inferiore del dipinto, da sinistra verso destra. A rendere eccezionale questa Venere sono soprattutto i dettagli: è lo sguardo a colpire lo spettatore, a metà tra la sfida ed il pudore. Inoltre con una mano è intenta a coprirsi le parti intime, alludendo al tema classico della Venus Pudica, mentre con l’altra mano lascia cadere delle rose rosse, fiore sacro della dea che simboleggia la bellezza. Una bellezza fisica che però con il tempo appassisce.

La Venere è adagiata sopra un letto di materassi rosso porpora, sul quale è disposto un lenzuolo panneggiato con pieghe morbide e eleganti. Sul lenzuolo si trova un cagnolino, simbolo per eccellenza della fedeltà, che si trova nella destra della scena. Qui tutta la camera, ha un arredamento moderno, lontana dal mondo greco e romano, ai quali apparteneva in origine la Venere. Inoltre sullo sfondo ci sono due ancelle, che stanno cercando delle vesti per vestire la dea, una piegata davanti ad una cassapanca, mentre l’altra è in piedi con un vestito sulla spalla. Nella stanza si apre inoltre, una grande finestra colonnata al centro, dalla quale si scorge un giardino alberato.

Simbolismo tra sensualità e fedeltà

Ma se le rose che Venere tiene in mano, i suoi capelli sciolti e le lenzuola disfatte sono evidenti simboli erotici e sensuali, altri dettagli come l’anello al dito, il cane ai piedi della donna e la pianta di mirto sul davanzale rimandano al tema del matrimonio e dell’amore eterno. Questo doppio simbolismo servì per giustificare la destinazione del dipinto, con il quale Guidobaldo della Rovere, voleva fornire un modello erotico appropriato e culturalmente elevato, alla sua giovanissima sposa. Sperava in pratica di convincere la sua sposa a non rinunciare all’aspetto amoroso del loro matrimonio e allo stesso tempo le ricordava i suoi doveri coniugali. Tiziano fa quindi riferimento all’importanza della dimensione erotica nel matrimonio.

Anche i colori morbidi e ambrati del corpo della dea e del biondo ramato dei suoi capelli assecondano la dolce e rassicurante sensualità della scena, mentre il rosso del materasso e dei fiori, è allusivo alle passioni, però smorzato dal bianco del lenzuolo e dei cuscini. Questo netto contrasto tra le tonalità chiare e scure mettono in risalto il corpo della protagonista, su uno sfondo scuro, caratterizzato da colori tendenti al grigio e al bruno. L’uso esclusivo della pittura tonale per la costruzione dell’immagine fa si che Tiziano divenne un grande esponente del tonalismo veneto.

La composizione e l’inquadratura

La composizione della Venere di Urbino è particolarmente articolata. Il primo piano è occupato dalla linea obliqua che corre lungo il corpo della Venere, mentre il secondo piano è diviso verticalmente dalla cortina che separa la scena sul fondo. Lo spazio geometrico è rappresentato dalla scansione di questi piani, e da più centri psicologici di interesse, anche se ad attirare l’attenzione dello spettatore rimane il corpo e lo sguardo della Venere.

Federica.

ALMANACCO: 15 Giugno viene fondata la Biblioteca Medicea Laurenziana

La Biblioteca Medicea Laurenziana, anticamente chiamata Libreria Laurenziana, venne fondata il 15 Giugno del 1444 da Cosimo il Vecchio de’ Medici, per volere papale. Conosciuta come una delle principali raccolte di manoscritti al mondo, nonché un importante complesso architettonico di Firenze, disegnato da Michelangelo Buonarroti tra il 1519 e il 1534. Si tratta a tutt’oggi di una delle biblioteche più insigni al mondo.

Il nome Laurenziana deriva dal fatto che la biblioteca è accessibile dai chiostri della basilica di San Lorenzo a Firenze; e l’aggettivo Medicea si riferisce invece al nucleo originario di libri provenienti dalle collezioni librarie di membri della famiglia Medici. Fu infatti Cosimo I de’ Medici ad aver fondato questa biblioteca, inizialmente formata da raccolte private e collezioni di manoscritti della famiglia, e poi successivamente ampliata e resa pubblica nel 1571.

Storia della Costruzione

I locali della Biblioteca furono progettati inizialmente da Michelangelo per volere del cardinale Giulio de’ Medici, poi divenuto papa Clemente VII. La costruzione procedette lentamente, e Michelangelo dovette abbandonare Firenze nel 1534 per recarsi a Roma, e per questo si affidò il resto del cantiere ad altri architetti. Fu infatti Cosimo I de’ Medici, che si impegnò nella ricerca di architetti che continuarono i lavori, sempre sotto la direzione di Michelangelo da Roma. I lavori vennero comunque controllati da quest’ultimo, mediante l’invio di istruzioni, modelli e disegni a vari artisti fiorentini presenti sul cantiere tra cui il Tribolo, l’Ammannati e il Vasari.

La Biblioteca fu una delle maggiori realizzazioni dell’artista fiorentino in campo architettonico, importante anche per le decorazioni e l’arredo interno. L’opera consiste in una totale e piena espressione del Manierismo michelangiolesco, nel quale si nota la sua libertà linguistica rispetto ai canoni classici e alle regole compositive. L’edificio venne collocato al primo piano di uno dei
chiostri del complesso di San Lorenzo, e il suo spazio suddiviso in tre ambienti: il vestibolo, la sala di lettura e la stanza dei libri rari, quest’ultima mai realizzata.

Il progetto michelangiolesco

Inizialmente il progetto prevedeva un’altezza inferiore, pari a quella della sala di lettura con un’illuminazione proveniente dall’alto, data da lucernari sul soffitto. Idea che però venne rifiutata dal Papa, tanto che Michelangelo dovette, con enormi difficoltà tecniche, rialzare le pareti per aprirvi finestre che garantissero comunque l’ingresso della luce dall’alto. Il Vestibolo, di pianta quadrata funge d’accesso alla biblioteca, e venne disegnato come un cortile chiuso con facciate rovesciate sull’interno.

Esso è dominato da una grande scalinata in pietra serena realizzata nel 1559 dall’Ammannati su modello michelangiolesco, che però l’aveva pensata in legno di noce. La grande scala a tre rampe parallele, prende tutto lo spazio spingendo il visitatore verso la sala di lettura che si trova in cima. Ai lati della scalinata, vi sono pareti interne con ordini sovrapposti disegnate come se fossero un’architettura esterna. In questo caso gli elementi architettonici vengono utilizzati per il loro valore plastico, come in una grande scultura, senza logica strutturale e funzionale.

L’imponente sala di lettura

Una volta entrati nella grande sala di lettura, ci ritroviamo in un ambiente longitudinale, in stile cinquecentesco, uno dei pochi al mondo ancora integri. Al suo interno ci sono 88 banchi lignei, detti plutei, con seduta e leggio, disposti in due file parallele e su disegno di Michelangelo. Essi avevano la duplice funzione di leggio e di custodia, in quanto i codici venivano conservati nei ripiani inferiori ed erano liberamente consultabili assicurati al banco per mezzo di catene. La serie di libri disposti secondo una precisa sequenza, veniva elencata su delle tabelle appese di fianco a ciascun banco.

Inoltre la sala riportava altri elementi di spicco, come il soffitto in legno di tiglio intagliato e le splendide vetrate, decorate con gli stemmi medicei progettate da Vasari. Esse si aprivano su pareti intelaiate da una sequenza ritmica di lesene in pietra serena. Un’altra particolarità era il bellissimo pavimento realizzato in cotto rosso e bianco. Per volere di papa Clemente VII, inoltre il progetto prevedeva un terzo ambiente all’estremità della Sala di Lettura, ovvero una libreria segreta per ospitare i libri più preziosi. Buonarroti progettò questa stanza dei libri rari, come un triangolo massiccio, che per difficoltà economiche di vario genere, non venne mai realizzato.

Le raccolte e i manoscritti

Nel nucleo originario dei codici, conservati ancora oggi nella biblioteca, si riflette il colto clima umanistico della famiglia Medicea. Solamente negli anni ’40 Cosimo I de’ Medici, donò gran parte della sua biblioteca personale al Convento di San Marco, facendola diventare di dominio pubblico. Oltre a questo fondo, che conta oltre 3.000 manoscritti, le raccolte vennero ampliate costantemente con trattati e libri appartenenti ad altri esponenti della famiglia. Ad esempio fu Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente della famiglia, a trasferire le grandi raccolte artistiche all’interno della biblioteca, conosciute sotto il nome di Mediceo Palatino. Ma possiamo ricordare anche i libri provenienti della Biblioteca di Santa Maria del Fiore.

Vennero poi aggiunte raccolte private ed ecclesiastiche, e numerosi manoscritti orientali in ebraico, persiano, arabo, turco, ecc, contenenti grammatiche, lessici e testi scritturali. Infine per la grande quantità di manoscritti arrivati dal convento di San Marco, fu predisposto un fondo apposito, contenenti le raccolte dei grandi umanisti. Ad oggi quindi, essa custodisce 68.405 volumi a stampa, 406 incunaboli, 4.058 cinquecentine e, soprattutto, 11.044 pregiatissimi manoscritti, nonché la maggiore collezione italiana di papiri egizi.

Federica.

ALMANACCO: 14 Giugno nasce il rivoluzionario Ernesto Che Guevara

Rivoluzionario, guerrigliero, scrittore, politico e medico argentino, Ernesto Guevara, più noto come Che Guevara, nacque il 14 Giugno del 1928. Membro del Movimento del 26 luglio, viene ricordato soprattutto per il successo nella rivoluzione cubana, grazie al quale assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo per importanza solo a Fidel Castro, suo alleato politico. Dopo la sua morte divenne un’icona dei movimenti rivoluzionari di sinistra, idolatrato oltre che dagli stessi cubani anche da tutti quelli che si riconoscevano nei suoi ideali.

Nacque a Rosario in Argentina, nel 1928, da una famiglia borghese. Fu la madre, un’attivista politica e femminista militante, che trasmise al figlio la spensieratezza, lo spirito di avventura e l’interesse per la letteratura, cose che si porterà dietro per tutta la vita. Ma a soli 3 anni, gli venne diagnosticato l’asma, malattia molto acuta che costrinse tutta la famiglia a trasferirsi prima a Cordova e poi ad Altagracia, dove il clima più secco di montagna, rispondeva alle sue necessità.

Lo studio della medicina e l’amore per i viaggi

Non poteva frequentare la scuola con regolarità a causa della malattia e fu quindi la madre a insegnargli a leggere e a scrivere. Amava leggere i classici della letteratura mondiale, tra cui Baudelaire, Verne, Neruda, ma anche Freud e Marx. Solamente nel 1942 si iscrisse al liceo pubblico, dove la sua passione per la letteratura divenne più forte, interessandosi al personaggio di Mahatma Gandhi, che divenne l’eroe della sua gioventù, anche se non condivideva la sua idea di non violenza.

Si iscrisse poi alla facoltà di ingegneria, ma seguito della morte della nonna, e anche a causa del suo asma, decise di abbandonarla per iscriversi alla facoltà di medicina, sognando di diventare un famoso ricercatore. Dopo aver conseguito la laurea con una tesi sulle allergie, realizza una serie di viaggi, dalle Ande ai Caraibi, fino all’isola di Trinidad. Alla sete di conoscenza affianca una disposizione naturale all’altruismo, aiutando i più poveri con cure mediche. Lavora dove capita ed appunta tutto ciò che lo colpisce su un diario, dalle miserie umane all’emarginazione dell’individuo considerato improduttivo dalla società capitalistica. Tutto prende forma di prosa nella diaristica del futuro rivoluzionario in Lettere, diari e scritti.

La nascita del “Che” e l’interesse politico

Questo viaggio rappresentò una svolta nella vita di Che Guevara, che da questo momento incominciò a interessarsi alle questioni politiche. Dopo aver visto la povertà di massa, concluse che solo una rivoluzione avrebbe potuto risolvere le disuguaglianze sociali ed economiche in Sud America. Cominciò a immaginare la possibilità di una nazione unita, senza confini e legata dagli stessi ideali, idea che assumerà grande importanza nelle sue attività rivoluzionarie. Nel 1954 andò in Guatemala, dove conobbe un gruppo di rivoluzionari cubani che iniziarono a chiamarlo Che, un intercalare che rende riconoscibili gli argentini tra i sudamericani. Con ironia, Ernesto lo adotta come nome proprio.    

In quell’anno si avviò una strategia politica da parte della Cia e del Dipartimento di Stato statunitense, per rovesciare i governi democraticamente eletti, e contenere il pericolo comunista Il colpo di Stato consolidò l’opinione di Guevara che gli Stati Uniti fossero una potenza imperialista che si sarebbe sempre opposta ai governi intenzionati a ridurre le disparità in America Latina e negli altri paesi in via di sviluppo. Questo rafforzò la sua convinzione secondo cui solo il socialismo, raggiunto attraverso la lotta armata e difeso dal popolo armato, avrebbe risolto i problemi dei paesi poveri. Ecco perché si schierò con la resistenza, e pur sconfitto, rifiuta di rientrare in patria con un aereo inviato dal governo peronista.  

La rivoluzione cubana

Guevara abbandonò dunque il Guatemala per recarsi in Messico, dove lavora come cronista, incontrando numerosi esuli famosi. Fra questi conobbe Raúl Castro, e suo fratello Fidel Castro, leader del Movimento del 26 luglio, dal quale rimase profondamente colpito. Decise così di aderire al movimento rivoluzionario che voleva abbattere il dittatore cubano Fulgencio Batista. Ma nel 1956 il gruppo cadde però in una retata della polizia messicana, Che venne arrestato, ma dopo quasi due mesi di carcere riuscì a raggiungere Cuba con altri 82 compagni. 

Ma durante la fuga, i rivoluzionari vennero intercettati e uccisi nella gran parte. Riuscirono a sopravvivere solo 12 di essi, tra cui Guevara che ne divenne la guida, nominato da Fidel in persona. Il Comandante Guevara prenderà quindi, il comando della quarta colonna, fuggendo sulle montagne della Sierra Maestra per condurre la guerriglia contro il regime. Nel frattempo si ingrossavano le file dei combattenti, e furono sempre più i militanti che si aggiunsero alla rivoluzione. Nel frattempo Guevara costruirà presidi ospedalieri, stamperà un giornale clandestino, e trasmetterà su una radio libera, continuando sempre a combattere la dittatura.

La conquista dell’Avana

Tra dicembre del 1958 e il gennaio dell’anno successivo fu proprio Ernesto Guevara a lanciare l’offensiva decisiva all’Avana, battaglia decisiva della rivoluzione. Batista, dopo la sconfitta delle sue truppe, fuggì nella Repubblica Dominicana, lasciando che il Che entri nella capitale da liberatore ottenendo anche la cittadinanza cubana per i servizi resi alla rivoluzione. In seguito, divenne dirigente dell’Istituto Nazionale per la Riforma Agraria e poi presidente della Banca Nazionale di Cuba, attuando una ristrutturazione del settore del credito statale e creando delle scuole di formazione per funzionari e quadri politici. 

Tra giugno e novembre Guevara parte per un viaggio ufficiale, visitando i principali Paesi non allineati, parlando con i leaders mondiali e firmando accordi commerciali. Acquista sempre più responsabilità politiche, come rappresentare la nazione cubana all’assemblea dell’ONU del 1964. Ovviamente però, non è quello che sognava, e sentì il bisogno di allontanarsi dai riflettori, ritirandosi alla vita privata. Questa scelta fu coerente con un’esistenza all’insegna della generosità, che lo rendevano non del tutto compatibile con qualsiasi forma di potere. Molti invece sospettano che questo ritiro sia dovuto a Fidel Castro, che lo riteneva una minaccia per la sua fama. Da quel momento scomparve, e dove fosse restò un grande mistero.

Dalla ricomparsa alla morte

Ricomparve solamente nel novembre del 1966 in Bolivia, nella provincia di Cordillera, alla guida di un gruppo di guerriglieri. Tornò all’azione a causa della dura repressione boliviana ai danni delle sinistre, e lo stato d’assedio del ’67, nel quale vennero arrestati tutti i principali leaders sindacali. Questa volta però, Guevara non ha la meglio per le numerose imboscate da parte dei nemici, che porta via i suoi uomini migliori.

Il 26 settembre 1967 il suo gruppo cadde in una nuova imboscata, il Che venne colpito da una raffica di mitra e freddato con un colpo di pistola al cuore. Il 10 ottobre il corpo martoriato del Che viene mostrato ai giornalisti in un rituale macabro che non riuscì però a scalfire l’impatto simbolico di un’immagine di un Che sempre giovane. 

Federica.

ALMANACCO: 13 Giugno nasce il fisico James Clerk Maxwell

Fisico e matematico scozzese, James Clerk Maxwell nacque il 13 Giugno del 1831. Conosciuto per aver elaborato la prima teoria moderna dell’elettromagnetismo, raggruppando tutti gli studi precedenti, le osservazioni, gli esperimenti e le equazioni, sotto le cosiddette equazioni di Maxwell. Esse dimostrano che l’elettricità, il magnetismo e la luce sono manifestazioni del medesimo fenomeno, ovvero il campo elettromagnetico. Diede anche un importante contributo alla teoria cinetica dei gas e alla termodinamica statistica con le relazioni di Maxwell.

Nato ad Edimburgo nel 1831, mostrò fin da bambino una grande curiosità per gli studi e i fenomeni naturali. Nello stesso anno della sua nascita infatti, Michael Faraday ottenne i suoi importanti risultati sull’induzione magnetica, fenomeno che influenzò lo stesso Maxwell e la sua carriera futura. Inizialmente studiò privatamente, ma poi venne mandato all’Accademia di Edimburgo, dove si appassionò alla geometria, tanto da scrivere, a soli 14 anni, un articolo scientifico sullo studio delle curve ellittiche a più fuochi. Un piccolo genio della scienza!

La passione per la scienza

A soli 16 anni però lasciò l’Accademia e si scrisse all’Università di Edimburgo, dove si distinse per le sue capacità. Presa la laurea in tempi record, si spostò al Trinity College di Cambridge, dove conobbe William Thomson, il futuro Lord Kelvin, con il quale fece parte di un gruppo di 12 migliori studenti del Trinity chiamato “Club degli Apostoli”. Qui ottenne una borsa di studio, conseguì la laurea in Matematica nel 1854, e diventandone 2 anni dopo insegnante.

In questo periodo pubblicò due articoli che rivelarono le sue capacità, il primo Sulle linee di forza di Faraday, e l’altro Sull’equilibrio dei solidi elastici. In questi scritti, Maxwell mostra che poche relativamente semplici equazioni matematiche, possono esprimere il comportamento dell’elettricità, dei campi magnetici e della loro interrelazione. Uno dei suoi più importanti progressi infatti è l’aver trovato l’estensione e la formulazione matematica della teoria di Faraday sull’elettricità e sulle linee magnetiche della forza. 

I suoi successi teorici

Uno dei risultati più significativi di Maxwell fu l’elaborazione di un modello fisico-statistico per la teoria cinetica dei gas. Formulò una distribuzione di probabilità che può essere utilizzata per descrivere la distribuzione di velocità delle molecole di un dato volume di gas a una data temperatura. Questo approccio permise a Maxwell di generalizzare le leggi della termodinamica precedentemente stabilite e fornire una migliore spiegazione alle osservazioni sperimentali. Tale lavoro lo portò, in seguito, a condurre l’esperimento mentale del diavoletto di Maxwell.

Nel 1859 vinse il premio Adams per un originale saggio Sulla stabilità degli anelli di Saturno, in cui dimostrò che la stabilità degli anelli poteva essere ottenuta solo se essi erano composti da pezzi di roccia orbitanti intorno al pianeta. Questo avvalorava la teoria secondo la quale il sistema solare si era formato da una nebulosa che aveva iniziato a ruotare su se stessa. Inoltre nel 1871, pubblicò una serie di articoli connessi alla percezione del calore, che vennero uniti in un manuale di termodinamica chiamato La teoria del calore. Per queste ricerche inventò addirittura anche molti strumenti, tra cui il disco di Maxwell.

Gli ultimi anni

Nell’estate del 1879 Maxwell tornò con la moglie, malata, a Glenlair, ma pure la sua stessa salute continuava a peggiorare. Fece ritorno con la moglie a Cambridge l’8 ottobre e lì morì il 5 novembre 1879, all’età di 48 anni, per un tumore addominale.

Federica.