Conosciuto come uno dei più importanti esponenti del barocco italiano, anche se il suo nome non è tra quelli più noti, Pietro Paolini, nasce il 3 Giugno del 1603. Soprannominato anche Paolino, fu uno degli artisti noti come caravaggeschi toscani, insieme ad Orazio Gentileschi, ovvero seguaci del grande Caravaggio, basando sul suo stile gran parte delle loro opere.
Nato nel 1603 a Lucca, venne fin da giovanissimo mandato dal padre a studiare a Roma, sviluppando la sua propensione artistica. Sotto la guida di Angelo Caroselli, noto copista e falsificatore, prese conoscenza delle arti di numerose scuole, come quella bolognese e quella fiorentina. Inoltre poté vedere da vicino le opere di Caravaggio e dei suoi seguaci, esponenti del movimento barocco.
Gli esordi a Roma e l’influenza caravaggesca
Fu proprio Caravaggio ad attrare la sua attenzione, tanto da diventarne successivamente suo seguace ed entrare a far parte della cerchia dei così detti Caravaggeschi. Fu infatti una delle sue ispirazioni predominanti, tanto che successivamente ad aver visto le sue opere, Paolini realizzò La buona novella, Marta che parla a Maria, La Deposizione e Il martirio di S. Bartolomeo. In queste opere risalta a pieno l’influenza di Caravaggio e la condivisione di temi, ma reinterpretati in modo del tutto personale.
Le opere di Paolini erano per lo più scene di genere, ritratti conviviali di gruppo e ritratti di singoli ma anche tematiche religiose. Nella naturalezza dei soggetti, nel ritrarli in modo quasi teatrale e nell’uso della luce è fortemente evidente l’influenza caravaggesca. Un’opera di esempio fu il Concerto, in cui si nota la qualità tersa del lume caravaggesco e la grazia tagliente dei tipi femminili derivati da Gentileschi.
Il periodo lucchese e l’Accademia del naturale
Nel 1628 Paolini si reca a Venezia per approfondire la conoscenza della pittura veneta, ma questo studio non durò molto, perché l’anno successivo morì suo padre, e dovette ritornare a Lucca. Da quel momento in poi, Paolini lavorò principalmente nella sua città natale, inizialmente come artista al servizio delle famiglie aristocratiche e della chiesa. Fra le sue opere ricordiamo l’Adorazione dei pastori, l’Eccidio del Generale Wallenstein ed altre opere che si trovano oggi presso il Museo nazionale di Villa Guinigi a Lucca.
Intorno al 1652 accantonò la pittura per dedicarsi all’insegnamento, tanto da fondare l’Accademia del naturale, introducendo nell’ambiente lucchese le più importanti tematiche estetiche della nuova scuola naturalistica. Con il suo bagaglio di esperienze, incluso il classicismo bolognese e gli esiti della pittura veneta, riuscì a promuovere nelle terre natali tutte le novità della pittura che si era sviluppata in Italia in quegli anni. Fra i suoi allievi ricordiamo Simone del Tintore, Antonio Franchi e Girolamo Scaglia.
La Festa della Repubblica italiana si celebra il 2 giugno perché proprio in quel giorno del 1946, si tenne il referendum con cui gli italiani, scelsero di far diventare l’Italia una Repubblica costituzionale, abolendo la monarchia. Questo avvenne dopo 85 anni di regno della dinastia dei Savoia, di cui gli ultimi 20 anni sotto la dittatura fascista, conclusa durante la Seconda Guerra Mondiale.
La Festa della Repubblica Italiana è uno dei simboli patri italiani, ovvero simboli che identificano l’Italia riflettendone la storia e la cultura. I festeggiamenti del 2 Giugno, avvengono nella città di Roma, e prevedono la deposizione di una corona d’alloro sull’Altare della Patria da parte del Presidente della Repubblica Italiana, come omaggio al Milite Ignoto e una grande parata militare lungo via dei Fori Imperiali.
La storia
Prima della fondazione della Repubblica, la festa nazionale italiana era la prima domenica di giugno, anniversario della concessione dello Statuto Albertino. Questo cambiò, quando il 2 giugno gli italiani vennero chiamati alle urne per decidere quale forma di stato dare al paese, scegliendo tra monarchia e repubblica. Questo referendum istituzionale fu la prima votazione a suffragio universale indetta in Italia, fu per questo che l’affluenza dei votanti superò di gran lunga le aspettative. Il risultato della consultazione popolare, contava una percentuale di 54,3% della repubblica contro il 45,7% della monarchia.
Per la campagna elettorale, i sostenitori della repubblica scelsero il simbolo dell’Italia Turrita ovvero una personificazione nazionale dell’Italia, da proporre sulla scheda del referendum. Essa appariva come una giovane donna con il capo cinto da una corona muraria completata da torri, da cui il termine “turrita”, e accompagnata dalla Stella d’Italia, e da altri oggetti, come la cornucopia. Questa venne posta in contrapposizione allo stemma sabaudo che rappresentava invece la monarchia. Ciò scatenò varie polemiche, visto che l’iconografia allegorica dell’Italia aveva un significato universale e unificante, comune a tutti gli italiani e non solo a una parte di loro.
I cambiamenti
Il referendum fu indetto al termine della Seconda Guerra Mondiale, qualche anno dopo la caduta del fascismo, nel quale il regime dittatoriale era stato sostenuto dalla famiglia reale italiana per più di 20 anni. In seguito alla votazione, il re d’Italia Umberto II di Savoia, per evitare altri scontri tra monarchici e repubblicani, decise di lasciare l’Italia e andare in esilio in Portogallo. Dal 1º gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica, fu proibito ai discendenti maschi di Umberto II di Savoia l’ingresso in Italia, legge che rimase in vigore fino al 2002.
A differenza del 25 aprile (Festa della liberazione) e 1° maggio (Festa dei lavoratori), il 2 giugno celebra la nascita della nazione, in maniera simile al 14 luglio francese con l’anniversario della Presa della Bastiglia e al 4 luglio statunitense, giorno in cui venne firmata la dichiarazione d’indipendenza. La prima celebrazione della Festa della Repubblica Italiana avvenne il 2 giugno dell’anno successivo al referendum, ovvero nel 1947, mentre due anni dopo si ebbe la prima parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma. Solamente nel 1949, 3 anni dopo la votazione, il 2 giugno venne definitivamente dichiarato festa nazionale.
La cerimonia
Il cerimoniale ufficiale della celebrazione di Roma prevede l’alzabandiera solenne all’Altare della Patria e l’omaggio al Milite Ignoto, con la deposizione di una corona d’alloro da parte del Presidente della Repubblica alla presenza della massime cariche dello Stato. Dopo l’esecuzione dell’Inno di Mameli, le Frecce Tricolori attraversano i cieli di Roma. In seguito il Presidente della Repubblica si trasferisce nella tribuna presidenziale in via dei Fori Imperiali, dove assiste alla sfilata militare. Alla parata prendono parte tutte le forze armate italiane, le forze di polizia, il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, la Protezione Civile e la Croce Rossa Italiana.
La cerimonia si conclude nel pomeriggio con l’apertura dei giardini del palazzo del Quirinale, e con esecuzioni musicali da parte dei vari complessi bandistici italiani. Qui viene effettuato in forma solenne il Cambio della Guardia in alta uniforme, rito che avviene solamente in altre 2 occasioni: durante la Festa del Tricolore (7 gennaio) e nella Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre).
Considerato uno dei padri dell’arte italiana, Giotto è stato un pittore e architetto rivoluzionario che segnò con il suo ingegno la storia dell’arte. Fu proprio lui ad introdurre l’uso della prospettiva, sfruttando la potenza del chiaroscuro ed avvicinare le sue opere alla realtà. Le storie su di lui raccontano di un’abilità nel disegno leggendaria, tanto da riuscire a disegnare a mano libera un cerchio perfetta.
Una delle opere più importanti che Giotto realizzò, fu la Cappella degli Scrovegni, decorata intorno al 1300 a Padova. Venne commissionata dal ricchissimo banchiere Enrico Scrovegni, che acquistò un terreno per edificarvi un piccolo ambiente a una sola navata inizialmente dedicato a Santa Maria della Carità. Venne successivamente chiamata Cappella degli Scrovegni, perchè collegata in origine al Palazzo degli Scrovegni, abbattuto nel 1827.
Descrizione e caratteristiche
Considerata uno dei massimi capolavori dell’arte occidentale, la Cappella degli Scrovegni venne decorata con affreschi da Giotto, ormai quarantenne e all’apice della sua fama. Scelse di ricoprire l’intera superficie muraria della Cappella con un vasto e articolato ciclo di affreschi, un vero e proprio progetto iconografico e decorativo unitario, ispirato da un teologo agostiniano Alberto da Padova. La particolarità di questi affreschi è data dagli sfondi, realizzati con l’azzurrite applicata a secco, rendendo il colore più intenso.
Le pareti della navata presentano nella parte più bassa, un alto zoccolo di finti marmi realizzati in modo realistico, dai quali si aprono alcune nicchie con le 14 allegorie dei Vizi e delle Virtù dipinte in monocromo. Esse rappresentano il percorso del settimo giorno, e simboleggiano il viaggio verso la Beatitudine, anche in rapporto agli affreschi soprastanti. Sono quindi due percorsi terapeutici e di salvezza, che Giotto riprende dalla teologia Agostiniana.
La parte alta dell’aula, si presenta interamente affrescata su tutte e quattro le pareti, con grandi scene figurate, disposte su tre registri sovrapposti, disposti secondo un ordine narrativo. Il ciclo pittorico, incentrato sul tema della salvezza, ha inizio con le Storie di Gioacchino ed Anna nella parete a sud, e continua con le Storie di Maria nella parete nord. La narrazione continua nella lunetta in alto sull’Arco Trionfale dell’altare, con le scene dell’Annunciazione e l’Eterno. Il ciclo ricomincia, nel secondo registro con le Storie di Cristo che continuano, anche sul terzo registro più in basso. L’ultimo riquadro della Storia Sacra è la Pentecoste.
Il ciclo di affreschi è concluso da una grande raffigurazione del Giudizio Universale, che occupa tutta la controfacciata. Al centro esatto c’è la mandorla iridata con Cristo Giudice, circondato dai 12 apostoli seduti in trono, in alto le schiere angeliche e in basso l’orrore dell’Inferno con due processioni di eletti. La grande croce centrale, crea una linea verticale che prosegue verso l’alto idealmente fino alla grande finestra trilobata, simbolo della trinità divina. In alto due angeli stanno arrotolando il cielo, come fosse un tappeto, mostrando in tutto il loro splendore le porte della Gerusalemme celeste.
La volta della Cappella presenta uno spettacolare cielo stellato, ricco di stelle ad otto punte, simbolo dell’ottavo giorno, e quindi al tempo di Dio, all’Eternità. Essa è attraversata da tre fasce trasversali decorate che la dividono in due grandi riquadri, al centro dei quali sono presenti due grandi tondi con la Madonna col Bambino e il Cristo benedicente. Quest’ultimo ha pollice, anulare e mignolo uniti (simbolo della Trinità), mentre indice e medio sono intrecciati (simbolo della doppia natura umana e divina). Intorno ad essi, otto Profeti nei tondi più piccoli.
Per quanto riguarda il Presbiterio, l’abside e la sacrestia sono spazi in cui non può accedere. Le sei grandi scene sulle pareti laterali del presbiterio, non sono state affrescate da Giotto, ma dal cosiddetto Maestro del coro Scrovegni, e sono dedicate all’ultimo periodo terreno della Madonna. Anche queste scene, in linea con il lavoro di Giotto, seguono un percorso di lettura prende avvio in alto, sulla parete di sinistra, e scende per poi risalire lungo la parete opposta. Rappresentano le seguenti sei scene: Annuncio della morte a Maria, Saluto degli apostoli al capezzale di Maria, Dormitio Virginis, Funerali di Maria, Assunzione ed Incoronazione.
Lo stile degli affreschi
Le scene hanno una composizione narrativa semplice e chiara, non vi è un affollamento dei personaggi, che risultano essere pochi nelle storie, ma ricchi di gesti, posture, sentimenti ed espressioni. Giotto coglie la personalità di ogni personaggio tanto che dai volti traspaiono lo stupore, il dolore, la disperazione, la gioia, l’attesa, la spiritualità, i più diversi sentimenti. Le figure hanno un volume realistico, dato da una stesura pittorica morbida e densa, che rende le figure più piene e meno taglienti. Le scene hanno la solennità degna della loro sacralità, sono sempre maestose e importanti, date dall’equilibrio tra la statuaria classica e le eleganze del gotico.
Anche le architetture di sfondo sono chiare e reali, proporzionate con le figure che interagiscono con esse. Per esempio nella Presentazione della Vergine al Tempio vi sono tante forme combinate che creano un gioco di vuoti e pieni, anche date dall’alternarsi di luci ed ombre. Anche la Cacciata dei mercanti dal Tempio presenta un’articolata costruzione tridimensionale. Un altro raggiungimento tecnico di questi affreschi è la rappresentazione dell’aureola in scorcio prospettico nelle figure di profilo, in sintonia con la prospettiva dello spazio.
Oggi ricordiamo uno dei principali esponenti della letteratura italiana del XX secolo, Giuseppe Ungaretti, che morì il 1° Giugno del 1970. Poeta, scrittore, traduttore e accademico italiano, venne considerato precursore dell’Ermetismo, in quanto la sua poesia si forma di componimenti brevi, costituiti da poche parole essenziali e da analogie a volte ardite.
Nato ad Alessandria d’Egitto nel febbraio del 1888, da genitori lucchesi, emigrati in Egitto al tempo dei lavori per lo scavo del canale di Suez. Venne iscritto in una delle più facoltose scuole della città, la svizzera École Suisse Jacot. Durante questo periodo nacque l’amore per la poesia, avvicinandosi alla letteratura francese e a quella italiana, iniziando così a leggere le opere di Rimbaud, Mallarmé, Leopardi, Nietzsche e Baudelaire.
Gli studi e la Guerra
Nel 1912 si trasferì a Parigi per intraprendere gli studi universitari in Filosofia, dove conobbe importanti personalità dell’ambiente artistico internazionale, tra cui Guillaume Apollinaire, con il quale strinse una solida amicizia. Qui perfezionò le conoscenze letterarie e lo stile poetico, iniziando anche una collaborazione per la rivista Lacerba, nella quale pubblicò alcune sue liriche, in cui è presente l’influenza del Futurismo. Finiti gli studi, decide di partire come volontario per la Prima Guerra Mondiale.
Nel 1915, nel momento in cui l’Italia entrò in guerra, Ungaretti fece parte del 19° reggimento di fanteria, spostatosi in Francia per combattere. A seguito delle battaglie sul Carso, cominciò a tenere un taccuino di poesie, che furono poi raccolte e pubblicate successivamente con il titolo di Il porto sepolto. Questa fu per lui una forte e drammatica esperienza al fronte, circondato e asfissiato dalla morte, tanto da scrivere poesie fulminanti, rapide, concise, dove l’emozione cerca la costante complicità del lettore.
La poetica tra due delle sue opere più importanti
Nella raccolta Il porto sepolto, Ungaretti introduce tutte le sue emozioni provate in battaglia, trasferendole attraverso una scrittura diretta e compatta che arriva immediatamente al lettore. Rompe con tutte le regole tradizionali della poetica, esaltando invece, una tensione espressiva che nasce dall’urgenza di dire molto, ma con poche parole. Anche il titolo è pregno di significato e allude ad un porto reale nei pressi di Alessandria. In questo caso, il porto sepolto è il mistero, l’assoluto, alla cui ricerca il poeta si pone per potervi approdare come in un porto di pace.
Nel 1931 pubblica l’Allegria, un momento chiave della storia della letteratura italiana, e raccoglie le poesie della precedente opera. Ungaretti rielabora in modo molto originale lo stile formale dei simbolisti, in particolare i versi spezzati e la punteggiatura assente, coniugandolo all’esperienza atroce della morte in guerra. Crea spazi bianchi attorno alle parole, per dare l’idea del loro emergere dal silenzio dell’anima, tecnica che influenzò profondamente i poeti ermetici. La poesia di Ungaretti sarebbe incomprensibile senza collocarla all’esperienza della guerra, che anche in questo caso, è lampante nei versi. Dunque, il motivo biografico diventa un assoluto, un grido che si leva dal nulla della guerra, e grazie alla forma in cui viene tradotto in parola, assume il valore di una rivelazione continua, valida per tutti.
Il cambiamento romano e l’esperienza in Brasile
Nel 1921, si trasferì con la famiglia a Marino, in provincia di Roma e collaborò all’Ufficio stampa del Ministero degli Esteri, svolgendo un’intensa attività letteraria su quotidiani e riviste. Questo periodo segnò un grande cambiamento, aderì al fascismo, firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925, e qualche anno più tardi, si convertì al cattolicesimo, come testimoniato anche nell’opera Sentimento del Tempo. in quest’opera avviene un profondo cambiamento stilistico dettato dalla necessità di ricollegarsi alla tradizione classica, recuperando i versi tradizionali. Resta, però sempre la stessa importanza data alla parola anche se l’esito è diverso.
Ha inoltre viaggiato molto per tenere varie conferenze ed ha ottenuto molti riconoscimenti ufficiali. In uno di questi viaggi, in Argentina gli venne offerta la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile, che Ungaretti accettò, trasferendosi lì con tutta la famiglia. A San Paolo, morirà il figlio Antonietto all’età di nove anni, lasciando il poeta in uno stato di dolore evidente in molte delle sue poesie successive, raccolte ne Il Dolore e in Un Grido e Paesaggi. Quel dolore diventa un canto altissimo e puro, che rimanda sempre a un amore tenerissimo e orgoglioso verso la vita.
Vita di un uomo e gli ultimi anni
Nel 1942 Ungaretti ritornò in Italia, dove venne nominato Accademico d’Italia e professore di letteratura moderna e contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma. Inoltre, nello stesso anno, iniziò la collaborazione con la casa editrice Mondadori, che pubblicò gran parte delle sue opere, tra cui l’opera omnia di Ungaretti, intitolata Vita di un uomo. Una vera autobiografia poetica, che racchiude tutte le sue poesie.
Negli ultimi anni, Ungaretti ottenne particolare successo grazie alla televisione, prima come sceneggiatore dell’Odissea di Franco Rossi, poi come lettore ufficiale di brani tratti dal poema omerico, suggestionando il pubblico grazie alla sua espressività di declamatore. Fu nel 1969 che scrisse la sua ultima poesia, L’Impietrito e il Velluto, pubblicata il giorno del suo 82esimo compleanno. Morì a Milano, l’anno successivo per una broncopolmonite.
pittore italiano e definito uno dei massimi esponenti della pittura veneta, Tintoretto morì il 31 Maggio del 1594. Considerato un artista di spicco del manierismo, è stato soprannominato “Tintoretto” a causa del mestiere paterno, tintore di tessuti di seta. Inoltre ottenne l’appellativo di Il furioso o il terribile, per il suo carattere forte e il suo uso drammatico della prospettiva e della luce, che lo ha fatto considerare il precursore dell’arte barocca.
La sua data di nascita non è certa. Da suo padre prende la passione per la pittura, aiutandolo a miscelare i colori per i tessuti e mostrare il suo talento artistico, tanto che il padre lo mandò nella bottega dal grande Tiziano, dove però restò solo pochi giorni. La leggenda racconta, infatti, che il maestro lo cacciò via dopo pochi giorni, perché lo riteneva troppo bravo e temeva che con gli anni sarebbe potuto diventare un temibile rivale.
Le sue prime opere
Già nel 1539 Tintoretto realizzava le sue prime opere, firmandosi come “maestro”, dunque aveva già aperto una bottega propria a Venezia. La sua prima commissione gli giunse da Vettor Pisani, nobile e ricco banchiere, che in occasione delle sue nozze, affidò al giovane Tintoretto, la realizzazione di 16 tavole che illustrassero le Metamorfosi di Ovidio. Fu solo il primo dei tanti palazzi veneziani che Tintoretto decorò con le sue opere nel corso della sua lunga carriera.
Nel 1562 ad esempio, realizzò quattro immagini per la Sala Capitolare della Scuola Grande di San Marco: Il Ritrovamento del corpo di San Marco, il Trasporto del Corpo di San Marco, Un devoto del Santo e il Miracolo di San Marco che libera lo schiavo. Quest’ultima fu una delle sue opere più importanti, apprezzata anche dall’Aretino. Sempre per la Scuola di San Marco, lavora fino al 1566 alle tre tele raffiguranti i miracoli postumi del Santo.
La Scuola Grande di San Rocco
Forse l’incarico più prestigioso della sua carriera, fu la decorazione dei muri e del soffitto della Scuola Grande di San Rocco, per la quale ci lavorò per più di venti anni, fino al 1588. Realizzò in totale 27 tele nella sala dell’Albergo, 21 dipinti e 18 grandi teleri che ritraggono gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Si tratta di tele di vaste proporzioni applicate direttamente sulla parete, di effetto spettacolare, come se si passeggiasse attraverso le pagine della Bibbia.
Per aggiudicarsi l’incarico di decorare la Scuola Grande di San Rocco, Tintoretto dovette scontrarsi con i migliori artisti veneziani, tra cui Veronese, e il suo vecchio maestro Tiziano, ai quali fu chiesto di presentare le loro proposte. I committenti riunitosi per decretare il vincitore, si accorsero che Tintoretto aveva già installato una versione a colori e a grandezza naturale del suo progetto, giocando così d’astuzia. Anche se in un primo momento ci fu indignazione per la mossa poco leale, i committenti restarono folgorati dalla bellezza dell’opera e dalla rapidità di esecuzione che decisero di affidargli l’incarico, senza neanche valutare le proposte degli altri concorrenti.
I ritratti e le ultime opere
Oltre ai capolavori sopra elencati, una delle maggiori fonti di entrate per la bottega di Tintoretto era costituita dai ritratti. Il suo punto di forza era la rapidità di esecuzione delle opere, in quanto si limitava a chiedere al soggetto di prestarsi alla posa solo per i tratti del viso, mentre per il resto del corpo si avvaleva di manichini e faceva ricorso a schemi predeterminati. Oltre alle personalità di spicco di Venezia, come nobili e politici, tra i ritratti realizzati ci sono anche quelli di alcune famose cortigiane adornate di gioielli preziosi, perle, pettini decorati o specchi.
A questi seguirono molti altri successi, visto che l’artista continuò a ricevere commissioni fino a oltre settant’anni. Nel 1588, ad esempio, Tintoretto ormai settantenne, è impegnato a dipingere la monumentale opera del Paradiso per la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale di Venezia, che realizza con l’aiuto del figlio Domenico su tele separate ed assemblate in seguito. Negli ultimi anni della sua vita l’artista dipinge l’ultima opera e forse la più toccante, ovvero La deposizione di Cristo nel sepolcro per il Convento di San Giorgio Maggiore, che verte sul tema della morte. Dopo due settimane di febbre, morì il 31 maggio del 1594.
Nel giorno della sua morte, avvenuta il 30 Maggio del 1640, celebriamo Pieter Paul Rubens pittore fiammingo del XVII secolo. Figura centrale dell’arte barocca del Nord Europa, è conosciuto per essere uno dei tre esponenti di spicco del Secolo d’oro dell’arte Olandese, insieme a Rembrandt e Vermeer. Il suo stile pittorico, caratterizzato da un accentuato senso drammatico e dinamismo nella composizione, sarà fonte di ispirazione per molti artisti del Barocco.
Nato nel 1577 in Germania da una famiglia benestante, Rubens studiò il latino, dedicandosi alle materie umanistiche. Fece il suo apprendistato come pittore presso Tobias Verhaeght, ma già all’età di 21 anni poteva considerarsi un artista indipendente, realizzando le sue prime opere come la Battaglia delle amazzoni e il Peccato originale, che evidenziano due tematiche che l’artista amava particolarmente: il sacro e la mitologia.
Il viaggio e le influenze in Italia
Nel maggio del 1600 partì per l’Italia dove rimase per i successivi otto anni. La sua prima tappa fu Venezia, dove scopre le tonalità calde e la ricchezza materica di Tiziano, Tintoretto e Veronese. Ma fu a Mantova che, entrato nella corte del duca Vincenzo I Gonzaga, ne divenne pittore ufficiale, studiando la ricca collezione ducale e realizzando per lui importanti incarichi, come La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità.
Solamente un anno dopo, si trasferì a Roma, per studiare l’arte antica e i grandi maestri come Raffaello, Michelangelo e Caravaggio, a cui si ispira per il realismo delle sue opere. Qui ottenne la sua prima commissione pubblica, tre pale d’altare per la cappella di Sant’Elena nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Entrato nella cerchia del cardinal Scipione Borghese, realizza per lui il Compianto sul corpo di Cristo, conservato alla Galleria Borghese e il Martirio di san Sebastiano di Palazzo Corsini.
L’attività artistica ad Anversa e la bottega-azienda
Dopo otto anni trascorsi in Italia, Rubens tornò in Olanda, ad Anversa, dove divenne pittore di corte dei vicerè spagnoli Alberto e Isabella, reggenti dei Paesi Bassi. In questo periodo il suo stile si modifica, forse in rapporto alla Controriforma Cattolica. Le sue opere diventano più chiare e con toni cromatici freddi, con l’equilibrio più marcato dato dalla simmetria e dall’armonia dei personaggi, sull’esempio delle statue ellenistiche che Rubens copiò a Roma. Esempi sono la classicheggiante Discesa dalla croce, per la Cattedrale d’Anversa, e l’Incredulità di san Tommaso, prendendo a modello per il Cristo un Giove antico.
In questo periodo organizza anche una bottega, organizzata con criteri da piccola industria, scegliendo allievi in base alle singole specializzazioni. Molti artisti fiamminghi come Van Dyck, Jordaens, Jan Brueghel, Daniel Seghers, collaborarono con Rubens e subirono la sua influenza. Come una catena di montaggio, Rubens impostava il lavoro, i suoi allievi completavano l’opera, e lui ne dava il tocco finale. In questo modo riusciva a soddisfare le numerose commissioni importanti, tra cui quelle del re spagnolo Filippo IV, Carlo I di Inghilterra, i nobili genovesi e la madre del re di Francia, Maria de’ Medici.
Poeta, ma anche scrittore e politico italiano, Durante Alighiero, meglio conosciuto come Dante Alighieri, nacque il 29 Maggio del 1265 a Firenze. Considerato il padre della lingua italiana, la cui fama è dovuto alla paternità della Divina Commedia, la più grande opera scritta in italiano e uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale. Importante linguista, teorico politico e filosofo, Dante segnò profondamente la letteratura italiana, tanto da essere soprannominato il “Sommo Poeta” o, per antonomasia, il “Poeta”.
Nato a Firenze nel 1265, da una famiglia della piccola nobiltà. Da subito studiò le arti del Trivium, ovvero materie letterarie come il greco, il latino, la filosofia e la storia. Successivamente, negli anni dell’adolescenza, riuscì ad entrare nella scuola toscana del Dolce Stil Novo, di cui successivamente, insieme ad altri famosi letterati, ne divenne caposcuola. Qui conobbe il politico ed erudito fiorentino Ser Brunetto Latini, ma anche il poeta e filosofo Guido Cavalcanti, figure chiave per la sua carriera letteraria.
L’amore per Beatrice e la Vita Nova
Uno degli eventi più importanti della vita di Dante è stato l’incontro con Beatrice, la donna che ha amato ed ha esaltato come simbolo della grazia divina. Beatrice sarebbe realmente vissuta, identificata nella nobildonna fiorentina Beatrice o Bice Portinari, morta giovanissima nel 1290. L’incontro tra i due, avvenne in giovane età, grazie al quale Dante si innamorò perdutamente della donna, rendendola fulcro della sua vita e ispirazione per le sue opere. Nei suoi scritti infatti, parla di un amore puro e spirituale, tanto da far apparire Beatrice come una donna-angelo.
Dante, successivamente alla morte dell’amata Beatrice, dal 1291 cominciò a raffinare la propria cultura filosofica. Frequentò le scuole dei domenicani di Santa Maria Novella, legati al pensiero di Bonaventura da Bagnoregio, e dei francescani di Santa Croce, ereditari della lezione aristotelico-tomista di Tommaso d’Aquino. Sulla base di queste influenze nel 1292, comincia a scrivere la “Vita Nova”, concentrandosi sulla figura dell’Imperatore, mito di un’impossibile unità tra le due correnti filosofiche.
L’attività politica verso l’esilio
Dante si interessò molto alla politica della sua città, che proprio durante il basso medioevo si divise in due fazioni, i guelfi e i ghibellini. Dante per poter partecipare attivamente alla vita politica si iscrisse all’Arte dei Medici e degli Speziali, diventandone priore e schierandosi apertamente con i guelfi. A loro volta i guelfi furono divisi in bianchi, coloro che contrastavano l’eccessivo potere del papa, e in neri, appoggiando il potere papale senza alcun problema.
Dante, da sempre contrario a Papa Bonifacio VIII, perché considerato supremo emblema della decadenza morale della Chiesa, si alleò ai guelfi bianchi. A causa di questo scontro con Bonifacio VIII, iniziano due processi politici nel quale Dante venne accusato di corruzione e condannato in contumacia prima a un’enorme multa e poi a morte nel marzo 1302. E’ così costretto a lasciare la sua città, e iniziare il suo lungo esilio che durerà fino alla morte.
La Poetica dantesca
Il periodo dell’esilio, fu molto stimolante dal punto di vista del programma letterario. Il ruolo della lingua volgare fu fondamentale per Dante, in quanto divenne per lui una lingua colta e letteraria, prediligendola al latino antico ritenuto finto ed artificiale. Con il volgare, cercò di abbattere il muro tra i ceti colti e quelli più popolari, mettendola al servizio della società. Per celebra la superiorità del volgare sul latino, scrisse l’opera De Vulgari Eloquentia tra il 1302 e il 1305.
La capacità con cui Dante passa, all’interno delle Rime, dalle tematiche amorose a quelle politiche, da quelle morali a quelle burlesche, troverà il supremo raffinamento all’interno della DivinaCommedia, in cui le tre cantiche corrispondono ai tre stili: umile, mezzano e sublime. Questo plurilinguismo si inserisce perfettamente nell’ambito dello Stilnovismo, che Dante riconduce all’amore spirituale per Beatrice. Un amor cortese sublimato dalla sua intensa sensibilità religiosa, privata degli elementi sensuali e carnali tipici, tanto da paragonare la donna ad un angelo, e inserirla nel Paradiso.
Il capolavoro della Divina Commedia
La sua opera di maggior successo, è la Comedìa, un poema estremamente complesso e stratificato di alto valore religioso e filosofico. Fu Boccaccio ad attribuirgli l’aggettivo di “Divina”, in quanto considerata la più importante testimonianza letteraria medievale nonché una delle più grandi opere universale. Dante iniziò a lavorare all’opera intorno al 1300 e la continuò nel resto della vita, pubblicando le cantiche man mano che le completava. L’Inferno venne completato intorno al 1313, mentre il Purgatorio fu pubblicato nei due anni successivi. Il Paradiso, iniziato forse nel 1316, fu pubblicato man mano che si completavano i canti negli ultimi anni di vita del poeta.
Il poema è appunto diviso in tre libri o cantiche, ciascuno formato da 33 canti, tranne l’Inferno che ha all’inizio un proemio. Ogni canto si compone di terzine di endecasillabi, classica struttura dantesca. Nella Commedia racconta una drammatica realtà, intrisa di spiritualità cristiana che si mescola alla politica e agli interessi letterari del poeta. Si narra di un viaggio immaginario, compiuto dal poeta stesso, nei tre regni dell’aldilà, nei quali si proiettano il bene e il male del mondo terreno. Nel percorso tortuoso e arduo, incontrerà vari personaggi, confrontandosi con loro sulla morale, sulla filosofia e sulla politica. Dante è accompagnato dal suo maestro Virgilio nell‘Inferno e nel Purgatorio. mentre in Paradiso da Beatrice e, infine, da san Bernardo.
Scrittrice britannica dell’età vittoriana, Anne Brontë morì il 28 Maggio del 1849. Sorella minore delle più celebri Charlotte ed Emily Brontë, considerata la meno famosa delle tre ma anche la più rivoluzionaria autrice di novelle romantiche dell’era vittoriana. Una giovane donna affamata di vita e determinata, una scrittrice dotata di grande talento e soprattutto di grande coraggio.
Nata in un villaggio dell’Inghilterra, il 17 gennaio 1820 rimase subito orfana di madre, e costretta insieme alla famiglia a trasferirsi, causa il lavoro del padre. Come anche i suoi 5 fratelli maggiori, avrà una buona istruzione scolastica, studiando in due istituti, arrivando anche ad insegnare in una scuola pubblica.
Dalla carriera letteraria alla morte
Le due sorelle maggiori, Charlotte ed Emily, furono autrici e poetesse fin da subito, e avvicinarono Anne all’arte della letteratura. Tutte e tre insieme, costituivano il trio delle sorelle Brontë, pubblicando delle poesie nel 1845, sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell. La pubblicazione sotto falso nome, deriva dall’idea di lasciare al lettore il dubbio sul sesso dell’autore, anche se la maggior parte dei critici fu convinta che si trattasse di uomini.
Anne morì il 28 Maggio 1849, in un ricovero sulla costa di Scarborough, in Inghilterra, località nella quale aveva ambientato le sue novelle. Andò li per curare la forma di tubercolosi che l’affliggeva, stessa malattia di cui soffrirono anche le sorelle. Anne fu sepolta al Saint Mary’s Churchyard.
Le sue opere più famose
La principale novella di Anne Brontë è Agnes Grey, del 1847, racconta di una governante che affronta sfortune senza però perdere i suoi principi morali. Attraverso questa storia, che narra un po’ della sua vita, Anne mostra allo stesso tempo le difficoltà delle donne di classe media che intraprendono l’unica professione rispettabile, fare da governante ad una famiglia, i Bloomfield. Furono proprio loro a percepire da subito il fremito di ribellione di Agnes e il suo spirito anticonformista, molto simile a quello di Anne Brontë. Anche se l’opera guadagnò successo, venne totalmente offuscata dal capolavoro Cime Tempestose della sorella Emily, uscito nello stesso anno.
Il secondo romanzo di Anne Brontë, The Tenant Of Wildfell Hall è molto più intenso. Racconta la storia di Helen Graham, che fugge da un matrimonio infelice, argomento spinoso secondo l’opinione di sua sorella Charlotte. Questo atteggiamento di Charlotte è forse legato al fatto che il personaggio “cattivo” è basato sulla figura del loro fratello ribelle. Le accurate descrizioni della brutalità, dell’alcolismo e il linguaggio deplorevole utilizzato, non verranno apprezzati dalla critica.
Pittore e scultore italiano, tra i più importanti del XX secolo, il 27 Maggio del 1965 morì Antonio Ligabue. Visse una esistenza drammatica e costellata da lutti e abbandoni, che influenzarono simbolicamente tutte le sue opere. Uno dei massimi esponenti dell’arte Naif in Italia, racconta infatti di un’arte che nasce dall’impossibilità di vivere una vita felice, e che nasce da un uomo definito folle e destinato all’oblio.
Nato a Zurigo il 18 dicembre del 1899 sotto il nome di Antonio Costa. Fin dall’infanzia visse una vita difficilissima, causata soprattutto dalla povertà della famiglia, costretta ad affidare il povero Antonio ad una coppia di svizzeri di lingua tedesca. Fu proprio in seguito all’adozione che l’artista decise di cambiare cognome a favore del nuovo padre, facendosi chiamare quindi Antonio Ligabue.
Le difficoltà della sua vita e gli inizi artistici
Vivendo un’infanzia difficile, Antonio fu un ragazzo silenzioso che spesso che spesso aveva violente crisi nervose. Inoltre aveva anche gravi malformazioni fisiche, conseguenze della malnutrizione dei primi anni di vita. Il suo corpo era infatti segnato da rachitismo e gozzo. I genitori decisero per questo di rinchiuderlo in vari istituti per la cura di ragazzi disagiati, e molte furono le volte in cui venne espulso per il suo comportamento violento verso gli altri, e per gli atti di autolesionismo, percuotendosi il volto con pugni alle tempie e al naso.
A venti anni venne addirittura espulso dalla Svizzera, a causa di un’aggressione alla madre, e venne mandato a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, paese d’origine del padre adottivo. Non era molto loquace, si esprimeva con difficoltà in un misto di italiano e tedesco, ma aveva un talento naturale per il disegno, guadagnandosi da vivere eseguendo disegni su cartelloni per piccole compagnie circensi.
La sua produzione artistica Naif
La sua fama come artista, crebbe soprattutto grazie all’incontro con il pittore e scultore Renato Marino Mazzacurati, che immediatamente intuì il suo talento e gli insegnò le tecniche della pittura. Venne riconosciuto come il più alto esponente dei Naif italiani, per dipingere in modo istintivo, selvaggio e folle, trasportando i suoi demoni nelle opere rendendole di forte impatto visivo. Spesso dipingeva animali nell’attimo primo di lanciarsi sulla preda, o a volte in lotta tra loro. Il coinvolgimento di Ligabue nella natura circostante, lo spinge addirittura ad aspirare ad essere uno dei suoi animali, imitandone i versi, le posizioni e i gesti.
Altro tema frequente nella poetica dell’artista è quello dell’autoritratto, che colpisce per la profondità dello sguardo con cui Ligabue rappresenta se stesso. Oltre che pittore, Antonio Ligabue è stato anche un bravissimo scultore, creando le sue opere con l’argilla del Po, che masticava per renderla malleabile impregnandola di saliva. Ancora una volta furono gli animali i soggetti delle sue sculture, ma più realistici senza le fantasiose deformazioni.
Dalla fama agli ultimi anni della sua vita
Il 1961 fu l’anno del successo, nel quale critici e galleristi cominciano ad occuparsi di lui, mentre la sua attività pittorica subisce un netto miglioramento. Vince premi, vende quadri e realizzò una mostra personale alla Galleria La Barcaccia di Roma, conquistando il pubblico internazionale.
L’anno dopo però venne colpito da una grave paresi, ma non si fermò a produrre la sua arte. Antonio Ligabue morì il 27 maggio 1965, all’età di 66 anni, ospite del Ricovero Carri di Gualtieri.
Presbitero, educatore e attivista, Filippo Neri dopo la sua morte, avvenuta il 26 Maggio 1595, venne venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Conosciuto come sacerdote, ebbe l’obiettivo di allontanare i giovani dal male, fondando a Roma un oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità. Portò il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio.
Nato a Firenze il 21 luglio 1515, da una famiglia benestante, ricevette una buona istruzione che lasciò in lui l’amore per i libri e la lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita. Anche la formazione religiosa del ragazzo, avvenuta nel convento dei Domenicani di San Marco, ebbe una forte influenza su di lui. Tanto che fin da giovane studiò umanità per potersi fare sacerdote.
L’esperienza religiosa a Roma
A soli 20 anni, per inseguire la sua vocazione, si trasferì a Roma, la città del Papa, dove rimase fino alla sua morte. La città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale. Filippo giunse come pellegrino penitente, visse gli anni della sua giovinezza dedicati a coltivare lo spirito. Qui decise di dedicarsi alla propria missione evangelica in una città corrotta e pericolosa, tanto da ricevere l’appellativo di «secondo apostolo di Roma».
Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose. Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, che si sposò perfettamente con le attività di apostolato verso coloro che incontrava per le vie di Roma e con il servizio di carità negli Ospedali. Essendosi fatto sempre più intenso il suo apostolato nei confronti dei bisognosi, decise di fondare la cosiddetta Confraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini, creata per accogliere e curare viandanti, pellegrini e povera gente dei borghi romani.
La Congregazione dell’Oratorio
A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, venne consacrato sacerdote ed entrò a far parte della comunità dei preti della chiesa di San Girolamo della Carità, in pieno centro della città. Ottenne l’abilità di confessore, ma la sua occupazione principale fu il lavoro tra i giovani, fondando per loro una confraternita di laici che si riuniva per adorare Dio. Radunò attorno a sé gruppi di ragazzi di strada, avvicinandoli alle celebrazioni liturgiche e facendoli divertire, in quello che sarebbe divenuto in seguito l’Oratorio.
Nacque quasi per caso, il progetto della “Congregazione dell’Oratorio”, voluta da papa Gregorio XIII, nel 1575, che affidò a Filippo e alla sua comunità di preti. Concesse per loro la piccola e fatiscente Chiesa di Santa Maria in Vallicella, conosciuta successivamente con il nome di Chiesa Nuova, per gli importanti restauri voluti proprio dal Neri. Qui Don Filippo, promosse numerose attività, coinvolgendo nella preghiera e nella lettura della Bibbia molti uomini comuni, artisti, musicisti, uomini di scienza. Fondò inoltre una scuola per l’educazione dei ragazzi di strada.
Ultimi anni di vita
Nell’Oratorio trascorse gli ultimi 12 anni della sua vita, segnati però da terribili malattie, guarigioni e ricadute continue. Morì il 26 maggio 1595, all’età di 80 anni, dopo aver celebrato la messa del Corpus Domini. Dopo la sua morte ebbe subito fama di santità presso i fedeli, questo perché restò nel cuore di tutti per essere uno dei santi più bizzarri della storia della Chiesa.
Venne definito “Santo della gioia” perché amava accompagnare i propri discorsi con un sorriso e un pizzico di buon umore. Ricordato anche come “Apostolo di Roma” dai Pontefici e dal popolo, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei grandissimi santi che operarono nella città. La beatificazione riporta la data della sua morte, avvenuta nel 1615.