ALMANACCO: 29 Aprile Giovanna d’Arco salva la città di Orlèans

Durante l’assedio degli inglesi nella città francese di Orlèans, Giovanna d’Arco, santa ed eroina, realizzò la sua prima vittoria sul campo il 29 Aprile del 1429. Questo evento costituisce uno dei principali episodi della Guerra dei Cent’anni, primo grande successo militare della Francia dopo la disfatta di Agincourt, nel 1415.

Chiamata anche “La pulzella d’Orlèans”, Giovanna d’Arco fu un’eroina che pur essendo donna, analfabeta e senza alcuna esperienza militare, riuscì a risollevare una Francia praticamente sconfitta nella guerra contro gli inglesi. Il tutto, senza aver compiuto nemmeno 20 anni.

Il contesto storico

Giovanna d’Arco nacque nel 1412 in un villaggio della regione dei Vosgi, nella Francia orientale, da un’umile famiglia di contadini. Fin da bambina, assistette agli orrori della guerra civile, in cui il regno francese fu dilaniato da quella che passerà alla storia come la Guerra dei Cent’Anni (1337-1453). L’assedio iniziò il 12 ottobre 1428.

Un lunghissimo conflitto dove l’Inghilterra andò molto vicino a cancellare per sempre la Francia dalla mappa geografica. Quando Giovanna venne al mondo infatti, gran parte del Paese era in mano agli inglesi e ai loro alleati, i Borgognoni.

La sua missione divina

Fin dall’adolescenza si ritenne chiamata da una missione divina, risollevare il proprio Paese e salvarlo dallo sfacelo. Infatti, intorno ai 13 anni, la giovane cominciò ad avere delle visione mistiche e si convinse che Dio le stesse parlando. Dio le affidò la missione di salvare la Francia dalla guerra. Giovanna affermò di sentire le “voci” celesti di San Michele arcangelo, santa Caterina e santa Margherita a incitarla a quel compito. 

Per seguire questa missione divina, decise di fuggire di casa nel 1429, riuscendo a raggiungere Robert de Baudricourt, capitano di una guarnigione rimasta fedele all’erede al trono di Francia Carlo. Giovanna lo convinse a farsi scortare per attraversare il territorio occupato dal nemico e incontrarsi con il re, si travestì da uomo e riuscì a parlare con Carlo. Spiegò la sua missione e lo esortò ad affidarle il comando delle truppe per difendere Orléans, assediata dagli Inglesi.

La Pulzella d’Orlèans

Si trattava di un scelta coraggiosa perché se Orléans fosse caduta, l’ultima parte di Francia ancora libera sarebbe stata alla mercé degli invasori. Dopo le perplessità iniziali, Carlo affidò a Giovanna il comando delle sue truppe, e dopo aver preso le armi, nel giro di una settimana liberò Orléans dall’assedio, il 29 Aprile 1429. In seguito a questo lieto evento per l’armata francese, la donna conquistò il suo celebre soprannome di “Pulzella d’Orléans”.

Dopo questa vittoria numerosi volontari ingrossarono le file dell’esercito francese, che risalì la vallata della Loira e marciò su Reims per incoronare Carlo VII. In seguito, l’esercito francese affrontò altre quattro battaglie, tutte vittoriose, contro l’invasore inglese: La battaglia di Jargeau, La battaglia di Meung-sur-Loire, La battaglia di Beaugency, La battaglia di Patay.

La condanna

Nel frattempo però Giovanna si cimentò in altre campagne militari ma l’amore che il popolo nutriva per lei cominciò ad attirare ire e invidie della Corte. Fu così che il 23 maggio, i Borgognoni riuscirono a catturare la giovane condottiera, e portarla agli inglesi che la misero sotto processo nel 1431. Intento degli inglesi era di screditare completamente la figura di Giovanna, e bollarla come falsa profetessa ed eretica anticristiana.

Si arrivò alla condanna a morte per eresia, tanto che Giovanna d’Arco morì così sul rogo il 31 maggio del 1431, ad appena 19 anni. Con il passare del tempo però Giovanna poté diventare una figura storica non solo per la Francia, ma per tutta l’Europa continentale. Perfino la Chiesa si mosse per riabilitare il suo onore macchiato e nel 1920 Giovanna d’Arco venne dichiarata Santa.

Federica.

ALBRECHT DURER – Il cavaliere, la morte e il diavolo

Scrivo questo articolo per soddisfare la richiesta di un mio amico, anche lui con un Blog. Mi ha proposto di fare un’analisi su una delle opere che più lo ha colpito in questo periodo, Il cavaliere, la morte e il diavolo di Albrecht Durer.

Scriverò un articolo intero sull’artista tedesco Albrecht Durer, in occasione del suo prossimo compleanno, il 21 Maggio. In linea ai miei soliti articoli ne scriverò la biografia, raccontando i momenti salienti della sua vita, dalla nascita a Norimberga, ai sui viaggi in Italia alla scoperta dei grandi maestri del Rinascimento. Inoltre spiegherò, velocemente, la sua idea di arte, diversa dai concetti tradizionali diffusi nel nord Europa nel XVI secolo.

Grazie alle influenze rinascimentali italiane, crebbe in lui la consapevolezza che la figura dell’artista doveva essere nobilitata, e distinguibile dall’artigiano. L’artista era per lui un uomo di pensiero oltre che di tecnica, capace di concepire l’arte attraverso una visione teorica e naturalistica, simile al genio Leonardo Da Vinci. Durer stesso, infatti, si rispecchiava in questa nuova definizione di artista, tanto da inserire all’interno delle sue opere simbolismi, pensieri nascosti e quell’attenzione verso vicende politiche e sociali della sua epoca.

L’opera che descrive meglio questo suo lato, è appunto Il cavaliere, la morte e il diavolo realizzata nel 1513, successivamente ai suoi due viaggi in Italia. Rappresenta una delle sue opere più note, dove la tecnica incisoria a bulino raggiunge i massimi livelli, grazie all’uso del chiaroscuro tonale. L’opera si inserisce in un trittico di bulini, che rappresentano le tre vie della salvezza o le tre virtù (morali, teologiche e intellettuali). Esse sono interpretabili come le tre forme di vita contemplate nella teologia, ossia la vita attiva (Il cavaliere, la morte e il diavolo), la vita contemplativa (San Girolamo) e la vita spirituale (Melancholia).

Per quanto riguarda l’iconografia della prima opera, troviamo un cavaliere cinquecentesco, che ricorda la figura del soldato cristiano di Erasmo da Rotterdam. Sul suo cavallo maestoso, è vestito di una splendida armatura, con elmo, lancia e spada. Appare fiero e diritto, con una postura decisa e sicura. Dietro di lui appare la figura della morte, magra e sofferente. Ha l’aspetto di un teschio con baffi e barba bianca lunga e spettinata. Al posto dei capelli, escono serpenti, a ricordare la figura mitologica greca di Medusa. A differenza del cavaliere, la morte indossa una tunica vuota, e tiene tra le mani una clessidra, simbolo del tempo che scorre. A destra del cavaliere, proprio dietro il suo destriero, appare il diavolo. Ha un’aspetto mostruoso, composto da parti di diversi animali, simile all’antica figura della Chimera. La sua testa da ariete, presenta lunghe corna acuminate, mentre il corpo ricorda quello di un anziano vestito di stracci, è quindi un essere multiforme. Sembra seguire a piedi il cavaliere portando una alabarda.

Ma veniamo al simbolismo che si cela dietro quest’opera, chiaramente allegorica. Furono molte le interpretazioni date da storici dell’arte e da studiosi, anche se la lettura più accreditata fu quella cristiana. L’immagine dell’ uomo a cavallo rappresenterebbe la figura del Miles Christianus, un icona di fede forte e sicura, che non si lascia indebolire da tentazione, ne tantomeno dalla morte. Davanti a lei, rimane impassibile e continua il suo viaggio verso l’ignoto. Spesso viene ricondotto ad un crociato valoroso che procede sicuro verso la sua meta, Gerusalemme (rappresentata in lontananza nell’incisione). Dio è vicino a lui, e questo fa si che non temi ne la morte, ne il diavolo che lo incalza. Ma questa idea religiosa del cavaliere, non fu l’unica interpretazione.

Altri studiosi, se pur in minoranza, hanno rovesciato totalmente la figura del cavaliere, non più emblema di una religiosità cristiana incrollabile, ma bensì un Raubritter. E’ un termine nato in tempi moderni per definire letteralmente i cavalieri predoni, ovvero esponenti della classe cavalleresca medievale, dedita a banditismo, rapine, saccheggi. Secondo questa interpretazione, il diavolo e la morte rappresenterebbero due compagni di viaggio verso il peccato, questo spiegherebbe perché il cavaliere non li tema.

Fatto sta che la presenza e le fattezze del demonio e della morte, sono collegate ad una tradizione che unisce al simbolismo religioso un amore per le creature mostruose, tipiche di quel periodo storico a cavallo tra un Medioevo gotico ed un Rinascimento ancora esotico. D’altra parte, però, il cavaliere e il suo destriero sono decisamente più moderni, realizzati con un’anatomia precisa e scientifica, che deriva dall’influenza del Rinascimento italiano su Durer. Secondo questo fatto, e dal punto di vista culturale, mi piace pensare che la figura del cavaliere rappresenti l’uomo del Rinascimento. Esso grazie alla sua intelligenza e volontà riesce a superare le superstizioni medievali ed antiquate, figurate come il diavolo e la morte. Come se l’idea medievale caratterizzata da elementi simbolici e soprannaturali rimanga sullo sfondo, quasi in lontananza, e che lui, in primo piano, cammini fiero lasciandoseli indietro, procedendo verso la modernità.

Federica.

ALMANACCO: 28 Aprile muore il pittore Francis Bacon

Nel giorno della sua scomparsa avvenuta il 28 Aprile del 1992, ci soffermiamo sulla figura artistica di Francis Bacon, pittore irlandese. Considerato uno dei più grandi pittori del Novecento, passò alla storia per le sue opere d’arte spietate e surreali. Nelle sue opere c’è l’angoscia di un’esistenza dolorosa, di una vita in cui sulla bilancia del destino, ogni gioia va pagata con uno struggente dolore.

Nato a Dublino il 28 ottobre 1909, fin da bambino mostra una natura sensibile e una predilezione per gli abiti femminili, rivelando già allora una evidente omosessualità, che portò il padre a reagire duramente con punizioni brutali. Questo rapporto con il padre venne aggravato da una grave forma di asma ereditaria che lo costringeva ad assumere morfina e stare a casa, cosa che lo sminuiva agli occhi del padre, grande appassionato di caccia e sport all’aria aperta. 

L’influenza cubista

A causa di tali conflitti con il padre, Bacon decide a soli 16 anni, di trasferirsi inizialmente a Londra, per poi visitare le città di Berlino e Parigi, metropoli chiave nella sua formazione artistica. Qui ha infatti l’opportunità di ammirare opere di grandi artisti, come quelle di Pablo Picasso, da cui ne fu impressionato.

Venne colpito soprattutto dalla tendenza cubista di giocare con le figure umane e gli oggetti rendendoli completamente distorti, una folgorazione per l’artista che prenderà quella nuova pittura ad esempio. Realizza disegni ad olio e acquerelli, in parte ispirati a Picasso di derivazione cubista e surrealista. Un’esempio fu  Crucifixion realizzata nel 1933, una delle sue opere più note.

Le prime opere

Nel 1936 Bacon inviò alcune opere alla Mostra Internazionale del Surrealismo, senza ottenere successo. Deluso dal rifiuto, smette di dipingere, iniziando a distruggere quasi tutti i lavori, tranne Crucifixion e qualche altro quadro. Ma nel 1945 la Lefevre Gallery di Londra espose un suo trittico di opere rosse, iniziando ad ottenere successo da parte di grandi gallerie e musei che acquistarono le sue opere.

Da questo momento in poi le sue opere riscuotono sempre maggiore interesse, cosa che permette a Bacon di vivere tra Londra e la Costa Azzurra, giocando a carte e dipingendo. L’enorme successo però lo portò a condurre una vita dissoluta, perso nei fumi dell’alcool e oberato dai debiti.

L’angoscia nelle sue opere

Condurre una vita senza regole, vivendo senza remore ogni emozione, danzando in bilico su un abisso che ha tracciato un solco nella sua arte. Probabilmente è a causa di quella maledetta sensibilità, che mostra il mondo con una spietata lucidità. Per lui l’unico modo per restare in vita è annientando sé stessi, cancellando i pensieri in una vita senza sonno.

Nelle sue opere c’è l’angoscia di un’esistenza dolorosa, di una vita in cui sulla bilancia del destino, ogni gioia va pagata con uno struggente dolore. Volti sfigurati, figure straziate e tanto altro, nei lavori di Bacon. Tra le opere più famose ricordiamo la serie Heads e la serie Popes, nel quale riproduce i ritratti straziati di venticinque papi. Fra questi spicca il capolavoro Study after Vélazquez’s Portrait of Pope Innocent X, in cui il volto trasfigurato del papa è un grido di angoscia esistenziale della società dell’epoca.

Ultimi anni di vita

Nel 1962 il suo successo viene legittimato con un’importante retrospettiva alla Tate Gallery di Londra. Tale evento verrà però distrutto dalla prematura scomparsa di Peter Lacy, amante di Bacon. Questo gravissimo lutto, pose un freno alla sua carriera, lasciando un segno profondo nell’intimo dell’artista. Fu così fino alla sua morte, avvenuta il 28 aprile 1992 a Madrid, dove si era recato per una breve visita, causata dall’asma cronica.

Federica.

mARTEdì: l’influenza di Beethoven nelle opere di GUSTAVE KLIMT

Per celebrare la figura di Beethoven, l’iconico pittore Gustave Klimt realizzò un fregio a lui dedicato in occasione della XIV esposizione degli artisti aderenti alla Secessione viennese. Pensato ed esposto per la prima volta nel 1902, il Fregio di Beethoven fu un grande dipinto murale destinato a fare scalpore e ad attirare ammiratori e ferventi critici.

L’intera mostra venne dedicata al grande compositore Ludwig van Beethoven, genio titanico della musica, in occasione del 75° anniversario di morte. Proprio in quegli anni fu visto come “l’incarnazione del genio” e le sue opere furono considerate come l’esaltazione dell’amore e dell’abnegazione che possono redimere l’uomo. Nei suoi versi musicati, infatti si esortano e si invitavano gli ascoltatori ad abbracci di unione e gioia.

Il Fregio di Beethoven

Per esaltare al meglio queste peculiarità del grande musicista, realizzò il Fregio di Beethoven, ispirandosi alla Nona Nona Sinfonia. Composto in 3 parti, si sviluppava in una narrazione a fascia alta lungo le tre pareti della sala, senza nessuna cornice. Consisteva in una rappresentazione allegorica di 34 metri, relativa al compositore tedesco.

Diviso in tre parti, il fregio inizia nella parete sinistra con Il Desiderio di felicità, prosegue in quella centrale con L’umanità che soffre e le forze ostili e finisce a destra, con l’Inno alla gioia. Il fregio racconta il percorso che il Cavaliere dovrà compiere per raggiungere la donna, sconfiggendo le forze del male e resistendo alle tentazioni di sirene malvagie. E’ un percorso che l’umanità deve intraprendere per raggiungere il proprio compimento nella felicità. 

1- Il desiderio di Felicità

Anche chiamato l’Anelito alla felicità, è il fregio più lungo di sinistra e lasciato quasi interamente spoglio. Vi è un sottile ricamo di figure femminili distese in aria e fluttuanti seguendo un andamento ritmico. Sono protese verso l’infinito, e conducono lo sguardo dello spettatore verso un gruppo isolato, il sofferto anelito umano alla felicità.

Esse vengono interrotte dalla figura del Cavaliere, dall’armatura dorata, che si prepara a superare una serie di avversità. Esso viene incitato dalle suppliche di due figure nude inginocchiate davanti a lui. Alle sue spalle vi sono due allegorie, la Compassione e l’Ambizione. La prima raffigurata con il capo chino e le mani unite, mentre la seconda ha la corona di alloro in mano.

2- L’umanità che soffre e le forze ostili

Anche chiamato L’Ostilità delle forze avverse, è il fregio della parete centrale, gremito di figure che simboleggiano gli ostacoli della vita che il Cavaliere dovrà attraversare per raggiungere la felicità. Al centro c’è la personificazione del gigante Tifeo, scimmiesco con ali blu e corpo serpentino, simboleggia l’ottusità materialista.

E’ circondato da 3 donne a destra con poteri fatali e castranti, la Lussuria, l’Impudicizia e l’Incontinenza, quest’ultima riconoscibile dal grosso ventre sporgente. Alla sua sinistra invece ci sono le sue 3 figlie, le Gorgoni maligne e vampiresche, simboli di malattia, pazzia e morte, ornate di gioielli e serpenti. Isolata dal gruppo a destra della composizione, è rappresentata la smilza figura rannicchiata dell’Angoscia, che si torce avvolta tra le spire di serpenti, mentre in alto, i desideri e le aspirazioni degli uomini volano via.

3- L’anelito alla felicità che si placa nella poesia

L’ultima sezione del Fregio si articola sulla terza parete e viene scandita in due episodi delineati dalle Arti portatrici, secondo Klimt, di gioia, felicità e amore allo stato puro. Questo viaggio dell’anelito umano, sempre rappresentato dalle donne fluttuanti, passa davanti alla figura della Poesia, femminilità arcaica e orientaleggiante, che suona la cetra e placa l’anelito.

Nel secondo episodio, le figure nude fluttuanti diventano simbolo delle arti e ci introducono il paradiso di pace e amore. Qui le Muse ondeggiano mollemente nella luce dorata, e un coro glorioso di angeli canta l’Inno alla gioia, finale della Nona di Beethoven. Alla loro destra, come conclusione di tutto il fregio, vi è una sorta di campana decorativa che racchiude una coppia di amanti stretti nell’abbraccio.

E’ l’abbraccio del cavaliere disarmato e spogliato della sua corazza, e della donna, personificazione della Poesia, che vengono vegliati dalle fronde dell’albero della vita e dai medaglioni cosmici del Sole e della Luna (l’inizio e la fine del giorno). L’immagine celebra la liberazione, il trionfo dell’eroe sulle forze ostili e dunque la vittoria dei sensi sulla paure terrene.

Federica.

ALMANACCO: 27 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Disegno

Il 27 aprile si celebra in tutto il mondo la Giornata del Disegno, nota anche come Giorno del disegnatore o Giorno del disegnatore grafico. Instituita a Londra nel 1962 dal Consiglio Internazionale delle Associazioni di Disegno Grafico, questa ricorrenza è un’occasione per festeggiare la creatività, sottolineare e riconoscere il valore della comunicazione attraverso il disegno.

Il disegno è infatti da sempre uno straordinario strumento di comunicazione non-verbale, che fin da bambini usiamo. Il disegno grafico è considerato un potente veicolo per la trasmissione e la condivisione di idee, progetti, esperienze. Dal punto di vista artistico, possiamo dire che il disegno non è altro che la base dell’arte.

Storia del disegno

Facendo un excursus della storia del disegno, i primi esempi anche se non realizzati su carta, sono gli autentici capolavori fossili risalenti addirittura a più di 12.000 anni fa. Un esempio sono i tracciati primitivi rinvenuti nelle grotte di Rouffignac, considerati tra le prime manifestazioni dell’uomo. Segni grafici che l’uomo primitivo ha organizzato per dar vita ad una figura.

Nel corso dei secoli, le tecniche di disegno si sono affinate, evolute. Anche le civiltà sulle sponde del Mediterraneo, utilizzarono il disegno, non più realizzato a mani nude sulla pietra, ma tramite incisione su diverse superfici, come tavolette di argilla per i Sumeri. Ma furono gli Egizi che, inventarono il papiro che, oltre ad essere utilizzato per la scrittura, divenne base per i loro disegni.

Della civiltà greca e romana è rimasto assai poco dal punto di vista del disegno per via della deperibilità dei materiali di supporto. Tuttavia, con l’evoluzione del disegno si diedero vita ai grandi disegni greci su anfore e vasi, e alle grandi pareti decorative delle case pompeiane che presentano scorci e fughe architettoniche che venivano primariamente studiate e disegnate con cura.

Nel Medioevo, a differenza dell’antichità, vi furono più materiali resistenti che permisero diverse testimonianze di arrivare fino a noi. Furono molti i fogli di progetto architettonico rinvenuti, come i disegni per il Campanile di Giotto, o quelli del Duomo di Siena e Orvieto. Oppure importanti furono le decorazioni dei codici miniati, volumi manoscritti impreziositi con disegni in oro, argento e colori, come il Salterio di Utrecht, o la Bibbia di Caedmon.

Ma furono i trattati rinascimentali a utilizzare il disegno nel miglior modo possibile, utilizzato per approfondire temi scientifici e storico-artistici. Il più importante fra questi artisti fu proprio Leonardo Da Vinci. La sua produzione di disegni è variegata in quanto riproduce i tanti interessi dell’artista, dall’anatomia umana all’ingegneria. Un esempio di disegno leonardiano è “L’uomo Vitruviano”, e rappresenta la proporzione e la simmetria del corpo umano.

In seguito ai bozzetti di Leonardo, il disegno venne considerato un mezzo obbligato per la realizzazione di opere più importanti, una sorta di bozzetto preparatorio con uno scopo. Proprio durante la scuola pittorica fiorentina, da Botticelli a Pontormo, veniva considerato fondamento di tutte le arti. Ma a modificare questa situazione fu Michelangelo che iniziò a realizzare disegni soltanto per il gusto di realizzarli, senza un vero e proprio scopo. Non si trattava perciò di studi preparatori, né di esercizi tematici, ma adesso l’opera era il disegno stesso, riconosciuto come completo ed esaustivo.

È su tale linea che quest’affascinante forma espressiva diviene sempre più autonoma nel progredire dei secoli, dal ritratto alla natura morta e dal paesaggio alla scena di genere. Segue un’evoluzione con modalità sempre più espressive, come i disegni di Ingres e Hayez, oppure quelli di Seurat, con agglomerati di linee. Citiamo anche i disegni di Cézanne, simili ad opere ad olio, e anche quelli di Picasso prevalentemente con matita e carboncino. 

Gesto, segno e disegno sono anche ben presenti nell’arte del Novecento. Da Kandinskj con i disegni e gli acquerelli che aprì le porte alle vedute interiori dell’uomo, a Pollok e al ludico disegno metropolitano di Haring. Fino all’atto definitivo ed irrevocabile del taglio di Lucio Fontana, inteso come la più estrema espressione del disegno.

Federica.

ALMANACCO: 26 Aprile avviene il bombardamento a Guernica

Nel pomeriggio del 26 aprile 1937, la piccola città basca di Guernica fu la prima ad essere colpita da uno dei bombardamenti più conosciuti e rappresentativi del Novecento. Nel contesto della Guerra Civile spagnola, divenne il simbolo della guerra, e in un certo senso anticipò le stragi di civili della Seconda Guerra Mondiale.

In realtà si trattò di un bombardamento terroristico contro la popolazione civile e contro la città. Le conseguenze furono disastrose anche se, furono a lungo ingigantite per scopi di propaganda. A contribuire alla fama del bombardamento fu tra le molte cose il famosissimo ed enorme quadro del pittore Pablo Picasso, che diventò una delle opere d’arte antimilitariste più riprodotte del Novecento.

Pablo Picasso – Guernica

In quel periodo Pablo Picasso era impegnato alla realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi del 1937. Decide così di realizzare questo pannello che denunciasse l’atrocità del bombardamento su Guernica. L’opera di notevoli dimensioni (metri 3,5 x 8) fu realizzata in appena due mesi, ma fu preceduta da un’intensa fase di studio, testimoniata da ben 45 schizzi preparatori che Picasso ci ha lasciato.

Per la prima volta Picasso, si schiera politicamente contro Francisco Franco, grazie alla sua opera concepita come un manifesto universale contro la forza cieca delle guerre. Le dimensioni sono tali da coinvolgere lo spettatore quasi aggredendolo, facendolo sentire vittima tra le vittime, e inoltre la scelta del monocromo, bianco e nero, rende evidente la tematica luttuosa. 

Lo stile dell’opera

A livello linguistico Pablo Picasso in Guernica mette in scena una somma degli stili sperimentati negli anni. L’attitudine a mostrare le cose sia frontale che laterale, la riduzione del colore, la giustapposizione di figure piatte e figure volumetriche, la prospettiva costruita dall’incastro di elementi diversi. Forme espressioniste, cubiste e surrealiste che coesistono in una sola rappresentazione.     

Lo spazio descritto in Guernica è un interno di un’abitazione sventrato dal bombardamento, con una profondità annullata per consentire la visione simultanea dei vari frammenti. Leggendo il quadro da sinistra a destra vediamo una madre con un bambino morto in braccio, un toro simbolo della Spagna offesa, un uomo caduto, un cavallo urlante, due donne, e un uomo travolto dalle fiamme. Tutte le figure hanno tratti deformati per accentuare espressionisticamente la brutalità dell’evento.

Analogia della donna con bambino

La figura più a sinistra è la donna straziata che regge tra le braccia suo figlio morto. E’ un chiaro ed evidente riferimento alla Pietà di Michelangelo, anche se nella scultura il dolore è composto, a differenza di Picasso. Il pittore spagnolo infatti volle riprodurre una moderna pietà, attraverso lo studio della statua classica.

Il collo è allungato verso l’alto in uno spasmo di dolore e la bocca è spalancata in un urlo sordo e fortissimo. È una disperata richiesta d’aiuto. La testa del bimbo è riversa invece verso il basso. Gli occhi non hanno più vita, la bocca è chiusa. Il suo silenzio si contrappone al pianto della madre.

Simbologia delle due figure animali

Sopra la donna, vi è la figura del toro, un motivo ricorrente nella pittura di Picasso. In Guernica è una figura ambigua, in quanto simboleggia sia la bestialità e la crudeltà della guerra, sia la resistenza e la forza di fronte alle tragedie della vita e dell’umanità intera. Il posto centrale dell’opera è invece occupato dalla figura di un cavallo, allucinato e impazzito, nella cui bocca ha una sagoma che ricorda quella di una bomba.

Anche lui simboleggia la violenza della furia omicida, anche se secondo delle dichiarazioni dello stesso artista la figura del cavallo rappresenta il popolo. E’ il segno della forza naturale addomesticata dall’intelligenza. Anche il cavallo, come tutto il popolo, emette un grido di dolore disperato. Al centro dei due animali, poco visibile, c’è un colomba, non bianca ma dello stesso tono dello sfondo. Ha la testa rivolta verso l’alto con il becco aperto, e gli manca un’ala, simbolo che la pace è stata infranta e che ora c’è la guerra.

L’introduzione della luce

Sopra la figura del cavallo è posto un lampadario con una banalissima lampadina a filamento. Questo è uno dei pochissimi dettagli che ci fanno capire che Guernica sia ambientato all’interno di un’abitazione, insieme alla finestra a destra. Il lampadario oltre a richiamare la forma di un occhio, è un chiaro rimando ad una corona di spine e, in questa lettura, simboleggia il sacrificio delle persone al pari del sacrificio di Cristo.

Vicino al lampadario vi è un lume ad olio sostenuto dalla mano di una donna, anch’esso oggetto semplice e domestico, segno del quotidiano fragile, violato e sconvolto dalla guerra. Entrambe le luci sono accese per sottolineare che tutto questo avvenne di sera, il momento in cui si torna a casa nell’illusione di essere sicuri e protetti. La serenità, carica di valori umani di un pasto serale semplici viene drammaticamente spazzata via.

L’importanza delle figure

Sotto il cavallo, invece è presente un uomo, un combattente sdraiato a terra e moribondo. Non viene rappresentato come un eroe che combatte la guerra, ma come un caduto anche lui sotto le bombe con la sua spada ridotta a frammento nella mano destra. Nella stessa mano si intravede un fiore che sta sbocciando, alludendo alla speranza che nasce alla fine del conflitto.

Vi sono altre due figure al centro della composizioni, due donne. La prima in basso, si sta inginocchiando per curare le sue ferite sulla gamba. Questa è un’altra vittima del crudele bombardamento della città di Guernica, e cerca di contenere il dolore. Sopra di lei, c’è un’altra donna spaventata, che cerca di illuminare la scena con la sua lampada ad olio. Alcuni studiosi pensano che lei possa simboleggiare la Repubblica Spagnola, mentre altri pensano che rievochi le opere Le Sommeil di Salvador Dalì e La libertà che guida il popolo di Delacroix.

L’ultimissima figura all’interno dell’enorme dipinto, è quella di destra. Intorno a lei è rappresentata una casa in fiamme che non ha una struttura complessa, ma viene disegnata con poche linee geometriche. Al centro la donna ha le braccia alzate al cielo per richiedere aiuto, cercando di scappare dalle fiamme che invadono la casa. Con questo gesto pare quasi che stia implorando che il bombardamento si fermi da un momento all’altro. Molti studiosi associano la sua posizioni a quella dell’uomo che sta per essere fucilato presente nell’opera 3 Maggio 1808 di Francisco Goya.

Federica.

ALMANACCO: 25 Aprile si festeggia la Liberazione d’Italia

Ricorrenza conosciuta anche come anniversario della Liberazione, consiste in una festa nazionale della Repubblica Italiana che ricorre il 25 aprile e che celebra la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista. È un giorno fondamentale per la storia d’Italia e assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica durante la Seconda Guerra Mondiale.

Evento talmente importante che venne utilizzato successivamente da letterati, artisti e registi. Per quanto riguarda la storia dell’arte, venne anche realizzate un filone artistico che comprendeva dei pittori “resistenziali o partigiani” proprio perché attivi sul fronte della Resistenza, e allo stesso tempo in grado di celebrarla nelle loro opere. Per riuscire nel loro intento, però si servirono delle avanguardie storiche, come soprattutto Cubismo, surrealismo, impressionismo ed espressionismo.

Renato Guttuso – Serie Got mit Uns

Uno fra i pittori “resistenziali” fu Renato Guttuso, che rappresentò con grande realismo e capacità evocativa i torturati, i fucilati, i soldati delle stragi e tutta la rivolta degli uomini che combatterono e sacrificarono la loro vita per la libertà nazionale. Realizzò questa serie di disegni ed acquerelli dedicati alla Resistenza, intitolata Gott mit Uns, Dio è con noi, scritta tedesca incisa sulle fibbie d’acciaio dei nazisti.

I disegni del ciclo sono una potente e cruda testimonianza della lotta partigiana contro l’oppressione e la violenza delle dittature di tutta l’Europa e testimoniano, tra l’altro, l’impegno ideologico dello stesso Guttuso, che visse la Resistenza non solo come lotta politica contro il fascismo, ma anche come battaglia contro tutte le forme di opposizione alla libera espressione dell’uomo.

Gino Bonichi – Apocalisse

Gino Bonichi, in arte Scipione, fu l’autore di Apocalisse, questo quadro cupo e macabro che rispecchia totalmente i versi di Giovanni “Io non sono degno di te, ma voglio salvarmi da questo abisso da cui non si può risalire. Castigami, che io senta le mie colpe in vita, ma voglio la salvezza, voglio dormire puro come il pane, voglio gettarmi sulla terra senza contaminarla”.

Ci sono uomini nudi, dipinti come alieni sulla terra arsa e senza vita, spazzata da un vento sterile. L’orizzonte è segnato da pochi alberi, dai tronchi secchi, alzati quasi a sostenere il cielo cupo che si eleva oltre la fine del quadro. Dolore, pena, si mescolano a speranza e timore, a indugio e accettazione. E forse i raggi incandescenti appartengono al Verbo che illumina e prepara, rafforza e purifica.

Attilio Alfieri – Neve e Macerie

Venne fortemente condizionato dalla guerra, da cui Alfieri trasse ispirazione. Dalla tragedia avvenuta durante il secondo conflitto mondiale, realizzò alcune opere a seguito dei bombardamenti avvenuti a Milano intorno al 1941. La distruzione della città colpì anche il suo studio in via Procaccini, dove era solito progettare e dare vita alle sue opere.

Da questo tragico evento, ebbe l’ispirazione per celebrare tutte le persone che rimasero illese dalla guerra e quindi realizzare una serie di quadri con questa tematica, intitolata Guerra e distruzioni. Trasmettendoci tutta la sua angoscia esistenziale rappresenta le macerie sotto una nube di polvere e detriti, simili a neve, e ancora le condizioni degli sfollati, il dolore dei feriti, la morte dei partigiani, e molto altro.

Aligi Sassu – I martiri di Piazzale Loreto

Sassu racconta un drammatico e infamante episodio avvenuto in Piazzale Loreto a Milano nel 1944, compiuto dai membri della Repubblica di Salò contro giovani partigiani. Li uccisero a sangue freddo, in seguito ad una loro rappresaglia contro dei soldati tedeschi. Dopo aver eseguito la condanna i corpi insanguinati dei partigiani vennero lasciati al centro della piazza per tutto il giorno esposti al sole cocente.

L’artista, che militò per primo nella Resistenza italiana e quindi molto sensibile a tali temi, decise di celebrare la lotta partigiana, portando onore per i soldati uccisi. Inoltre nel dopoguerra si impegnò nelle battaglie sociali dei lavoratori.

Federica.

ALMANACCO: 24 Aprile muore lo scrittore Daniel Defoe

Daniel Defoe, che morì il 24 Aprile del 1731, è stato uno scrittore e giornalista britannico. Viene frequentemente indicato come il padre del romanzo inglese e ricordato soprattutto per essere l’autore di Robinson Crusoe, considerato il capostipite del moderno romanzo di avventura e del romanzo moderno in generale.

Nato a Londra nel 1660, nasce in una famiglia di Protestanti Dissenzienti, protestanti “cronwelliani” e non anglicani. Venne educato in una delle migliori Accademie per dissenzienti, dove oltre all’educazione tradizionale intraprende gli studi di economia, geografia e lingue moderne.

L’inizio di carriera commerciale

Viaggiò in tutta Europa, dal Portogallo, alla Spagna, Italia, Olanda, come apprendista commerciale, ottenendo considerevoli fortune. All’apice del successo aggiunge al suo cognome originario Foe un “De” volto a identificarlo come un rifugiato fiammingo elisabettiano protestante.

Nel 1683, tornò in Inghilterra, aprì un negozio di merci e cappelli, e sposa Mary Tuffley, figlia di un ricco mercante, dalla quale ebbe sei figli. Ma qualche anno più tardi, nel 1692 arrivò il tracollo finendo in prigione per bancarotta, dopo essersi distratto dagli affari per mettersi a scrivere di economia. Scritti peraltro dove raccomanda la creazione di una banca nazionale, di compagnie di assicurazioni, di casse di risparmio, pensioni.

L’esperienza politica

La dura esperienza del carcere lo avvicina al mondo della politica, tanto che una volta uscito, partecipò alla rivolta a fianco del duca di Monmouth, figlio protestante e illegittimo di Carlo II, contro il fratello. Prese anche parte alla Glorious Revolution del 1688 arruolandosi nell’esercito al servizio di Guglielmo III d’Orange, divenendo portavoce dei whigs. 

Ma alla morte di Guglielmo d’Orange, ebbe un grave colpo per la sua carriera politica, in quanto fu incarcerato per l’opera The Shortest Way with the Dissenters, per aver diffamato la Chiesa d’Inghilterra. Uscito nel 1704, da subito aprì il giornale The Review, che uscirà tre volte a settimana, diventando una pietra miliare del giornalismo inglese.

Robinson Crusoe

Dopo il 1715 si allontana definitivamente dalla lotta politica. Intorno ai 60 anni inizia a dedicarsi alla carriera esclusivamente letteraria, dando vita a opere romanzesche. Nel 1718 pubblica Robinson Crusoe, un romanzo sull’avventura del marinaio Selkirk finito in un’isola deserta a seguito di un naufragio, fatto di cronaca realmente accaduto. Si concentra sulla vita del naufrago che sopravvisse per circa una trentina di anni, grazie a mezzi di fortuna e il suo ingegno.

Si presenta dunque come una raccolta di episodi dettagliati e legati fra loro dalla presenza di un solo protagonista. Assume inoltre una valenza storica-filosofica diventando la rappresentazione emblematica della lotta contro le difficoltà e dello spirito di iniziativa commerciale che in quegli anni aveva portato l’Inghilterra a colonizzare gran parte del globo. Il successo è immediato e immenso, tanto che durerà fino ai nostri giorni.

La carriera e altre opere

Precursore del realismo immaginario, Daniel Defoe venne considerato a tutti gli effetti il primo scrittore “seriale”, e padre del romanzo moderno, in particolare quella forma in prosa con un singolo personaggio al centro della vicenda. Defoe non inventò un genere ma fu di fatto il primo a utilizzare questo tipo di forma letteraria per una produzione sistematica.

Scoperta così una fonte di rapidi guadagni, si diede alla composizione di romanzi d’avventura. Così nacquero anche Memoirs of a Cavalier, racconto della rivoluzione puritana; Captain Singleton, vita d’un filibustiere; The Fortunes and Misfortunes of the famous Moll Flanders, autobiografia di una ladra e prostituta; A Journal of the Plague Year, descrizione della peste di Londra; The History of Colonel Jack, vita di un borsaiolo che diventa giacobita; The fortunate Mistress autobiografia d’una cortigiana d’alto borgo.

Ultimi anni di vita

Dopo un’esistenza caratterizzata da numerose delusioni e disgrazie, Daniel Defoe muore a Moorfields, nei pressi di Londra, il 24 aprile 1731, abbandonato da un figlio che l’aveva depredato da ogni bene lasciandolo nella miseria più estrema.

Federica.

ALMANACCO: 23 Aprile nasce il pittore William Turner

Joseph Mallord William Turner, nato il 23 Aprile del 1775, è stato un pittore e incisore inglese. Appartenente al movimento romantico, il suo stile pose le basi per la nascita dell’Impressionismo. Le sue riprese inquiete della natura e l’uso sapiente della luce, lo portarono ad essere considerato colui che elevò la pittura paesaggistica facendola competere con quella storica, considerata più prestigiosa.

Nato a Londra, ebbe un’infanzia molto difficile, a causa dei disturbi psichici della madre, che morì in manicomio. Questo evento traumatico segnò i primi anni di vita del pittore inglese. A dieci anni, infatti, il piccolo William venne mandato a vivere con lo zio a Brentford, dove iniziò a manifestare per la prima volta il suo talento per la pittura.

I primi approcci al mondo dell’arte

Nel 1789, entrò alla Royal Academy of Arts, sotto il maestro e architetto Thomas Hardwick, che da sempre lo incoraggiò agli studi del paesaggio classico. Già in nelle prime opere, Turner riuscì a riproporre lo stile dell’epoca, contaminandolo però con la sua visione che prevede una trasfigurazione personale e lirica del dato reale.

Turner mostra subito doti notevoli, al punto che un suo acquerello, dopo solo un anno di studi, viene selezionato per l’esposizione estiva dell’Accademia. A soli ventuno anni, William espone “Fishermen at Sea“, il suo primo lavoro ad olio. Da quel momento in poi, ogni anno egli esporrà i propri dipinti all’Accademia per il resto della sua esistenza.

Lo stile romantico dedicato al Sublime

Influenzato dal Romanticismo, egli fece della natura il suo soggetto principale, anche se resa in modo personale. Si concentrò sugli elementi naturali di disordine, come le tempeste di neve, il mare in burrasca, gli incendi, i naufragi. E in queste opere fu fondamentale la luce, tanto da venir soprannominato “il pittore della luce”, proprio per l’importanza riservata all’elemento luminoso quasi personificandolo.

Per Turner la luce equivaleva a Dio, per questo si concentrò sulla rappresentazione della spiritualità incarnata dalla luce. Le figure umane nei quadri di Turner, hanno una duplice funzione. Quella di mostrare il suo amore per l’umanità, soprattutto nelle scene dove le persone festeggiano e lavorano, dall’altro, servirono per evidenziare la vulnerabilità dell’umanità stessa al confronto con l’universo. Dio identificato con la natura, ancora una volta in perfetto stile romantico, è rappresentato come il Sublime.

Le opere più importanti

Durante la sua vita fece molti viaggi in tutta Europa per essere ispirato. Nel 1797 realizza La fornace da calce a Colabrookdale, nel quale la fabbrica viene rappresentata in un’atmosfera demoniaca. Durante una tempesta nello Yorkshire realizzerà il quadro Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi. Dopo aver visto Roma, dipinge Roma vista dal Vaticano: Raffaello accompagnato dalla Fornarina prepara i dipinti per la decorazione della loggia.

Nel 1830 vengono realizzati La stella della sera e Spiaggia di Calais con la bassa marea: pescatrici che raccolgono le esche, e nel 1832 vedono la luce Staffa: La grotta di Fingal” e Helvoetsluys: la ‘Città di Utrecht’ prende il mare. Dopo Il ponte dei sospiri, il palazzo Ducale e la Dogana a Venezia: Canaletto dipinge, realizza Il ramo d’oro e L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni. ispirato a un avvenimento realmente accaduto, l’incendio al Parlamento inglese del 1834, di cui egli è stato testimone diretto.

Ultimi anni

Con il passare degli anni, tuttavia, le relazioni sociali di Turner iniziano a diradarsi: i suoi amici sono pochi, e la persona con la quale passa la maggior parte del tempo è suo padre. Con la morte di quest’ultimo nel 1829, Turner ebbe un lungo periodo di depressione che portò l’artista a isolarsi, limitando al minimo ogni forma di comunicazione verbale.

Turner morì il 19 dicembre del 1851 a Cheyne Walk, Chelsea, lasciando parte della sua eredità all’istituzione di un fondo di aiuto per “gli artisti in disgrazia Egli lasciò l’intera produzione allo Stato britannico che, però, non riuscì mai a creare una galleria per ospitare le opere di Turner, per rispettare la volontà del pittore.

Federica.

ALMANACCO: 22 Aprile si festeggia la Giornata Mondiale della Terra

La Giornata della Terra è il nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta. Le nazioni Unite celebrano questa ricorrenza ogni anno, un mese e un giorno dopo l’equinozio di primavera, ovvero il 22 aprile. Questo evento green, venne istituito nel 1970 da John McConnell, un attivista interessato all’ecologia.

Questa celebrazione della vita e della bellezza della Terra, però fu da sempre promossa anche all’interno di letteratura e arte. Furono molti gli artisti che per mezzo di allegorie e personificazioni rappresentarono la potenza e la magnificenza della Dea Terra. Vedremo come nel corso del tempo, la figura del nostro pianeta, si evolva e assuma caratteri sempre diversi.

Geb egizio, Dio della Terra

Prima di tutto, bisogna sottolineare come nell’Antico Egitto, l’idea della Terra sia differente dalla figura potente e femminile che abbiamo oggi. Infatti, secondo la religione egizia, si venerava Geb, il dio della terra, una delle poche divinità maschili presente. Secondo l’iconografia veniva spesso raffigurato sdraiato a terra, in stretto contatto con quello che rappresentava. E veniva accompagnato da un oca, posizionata vicino alla testa, emblema geroglifico che simboleggia il suo nome.

Con il passare del tempo, il suo nome venne associato sempre più spesso alla Valle, terra abitabile dell’Egitto, e quindi legato alla vegetazione e alla fertilità nonché al dominio sugli animali. Proprio per questo, l’oca che lo rappresenta divenne un simbolo di prosperità, usato anche dai faraoni.

Gea, dea della Terra primordiale greca

Nella religione e nella mitologia greca, la dea primordiale della Terra, prendeva il nome di Gea, o Gaia in greco omerico. Nel poema mitologico greco di Esiodo, si racconta come, dopo Caos, sorse l’immortale Gea, madre dei Titani e degli Dei dell’Olimpo. Da sola e senza congiungersi con nessuno, Gea genera Urano, il cielo stellante pari alla Terra, e in seguito generò i monti, le ninfe dei monti e Ponto, il mare.

Nell’arte classica Gea poteva essere rappresentata in due modi diversi. Nelle decorazioni vasali ateniesi veniva ritratta come una donna dall’aspetto matronale che emergeva dalla terra soltanto per metà, spesso mentre porgeva ad Atena il piccolo Erittonio (futuro re di Atene) perché lo allevasse. Nei mosaici di epoca successiva, invece appare come una donna che si sta stendendo a terra, circondata da un gruppo di Carpi, divinità infantili che simboleggiano i frutti della terra.

Opi, divinità arcaica della Terra

Opi è una divinità arcaica romana, personificazione della terra e dispensatrice dell’abbondanza agraria. Le leggende romane le attribuiscono delle origini sabine, in quanto il suo culto a Roma sarebbe risalente al periodo del re sabino Tito Tazio. Molto spesso viene scambiata con la personificazione dell’Abbondanza, con la dea italica Annonia, e con Cerere, dea della fertilità e dei raccolti.

Tale molteplicità di figure si può ricondurre al fatto che il culto romano arcaico, più che essere politeista, credeva a molte essenze di tipo divino, il cui potere si manifestava in modi altamente specializzati. Alla sua protezione era affidato il grano mietuto e riposto nei granai, per questo nell’iconografia viene raffigurata con una cornucopia, colma dei frutti della Terra.

Tellus, dea romana della Terra

Tellus, è un altro nome legato alla dea romana della Terra, protettrice della fecondità, dei morti e contro i terremoti. Il suo culto, probabilmente più antico della religione ufficiale romana, pare ricollegarsi a quello similare della Grande Madre. La leggenda narra che l’oracolo avesse consigliato al re Numa Pompilio di placare la Dea Tellus. Quest’ultima adirata coi Romani, che vennero sconfitti varie volte dalle popolazioni vicine, ordinò di immolare in suo onore una vite, in un periodo di carestia e di siccità. Tale pratica divenne una tradizione, e successivamente interpretata come il sacrificio di una bestia gravida.

Tra le statue della Dea, ricordiamo una statua trovata a Roma nel XIX° secolo: una donna seduta, circondata da bambini, con una cornucopia in mano ed un vitello al fianco, segno di prosperità e prolificità. Lo stesso Augusto fece raffigurare sull’Ara Pacis la Dea Tellus coi suoi figlioletti, in mezzo alle acque e ai venti, rappresentati da personificazioni umane.

Evoluzioni nel corso della storia

Ovviamente l’idea della divinità, si perse con il passare del tempo. Attraverso i periodi storici si eliminò la sua caratteristica divina, per lasciare spazio alla sua umanità. Ecco perché venne rappresentata come una madre realistica e quotidiana, spesso con il suo bambino in grembo, che nutre e protegge. In altre iconografie invece la Terra è legata alla natura, al territorio e all’elemento vegetale da tutelare. Ecco perché ci saranno riproduzioni di colline in fiore, di campi da arare, di alberi primaverili pieni di frutti.

Proprio dal rapporto tra l’arte e la terra, nascerà intorno alla metà del 1900, la Land Art o anche chiamata Earth Art (arte della terra). Fu caratterizzata dall’abbandono dei mezzi artistici tradizionali di tele e pennelli, per un intervento diretto dell’operatore nella natura e sulla natura.

Federica.