ALMANACCO: 21 Aprile si festeggia il Natale di Roma

Il Natale di Roma, anticamente detto Dies Romana, è una festività legata alla fondazione della città di Roma, festeggiata il 21 aprile del 753 a.C. Secondo la leggenda, fu Romolo ad aver fondato la Città Eterna. la cui figura è sempre abbinata al suo gemello Remo. I due gemelli diretti discendente di Enea, nati dalla bella Rea Silvia purtroppo costretta ad abbandonarli appena nati, e allattati da una lupa come fossero suoi cuccioli.

Una data importante dunque, e sempre avvolta da un aurea di leggenda, tanto da essere apprezzata da letterati e artisti. Il momento del ritrovamento dei due bambini fu immortalato su tela più volte, probabilmente perché agli artisti piacque ricordare che uno degli imperi più potenti della Storia, quello romano. Sebbene il mito di Romolo e Remo è tra i più conosciuti in Italia, la maggior parte degli artisti che lo dipinsero furono stranieri, segno che la grandezza della Roma antica fu ammirata tantissimo non solo dai romani, ma da tutti gli europei.  

Pieter Paul Rubens – Romolo e Remo

Un’esempio è il quadro di Rubens, mettendo in scena il ritrovamento di Romolo e Remo, in una ambientazione bucolica e pastorale. Nel quadro è raffigurato il momento in cui il pastore Faustolo a destra, trova i due gemelli Romolo e Remo, allattati dalla lupa. Sulla sinistra si trovano due figure, il vecchio è la personificazione del fiume Tevere, mentre la donna è Rea Silvia, madre dei gemelli.

Lo sfondo è dominato dalla grande pianta di fico, richiamo al il famoso “Ficus Ruminalis” degli scrittori latini. Nel dipinto emergono tutte le caratteristiche stilistiche dell’artista. Rubens infatti unisce un raffinato uso del colore e del tonalismo, derivato dalla pittura veneta, ad una profonda conoscenza dell’arte classica.

Nicolas Mignard – Faustolo conduce Romolo e Remo alla moglie

Una delle scene successive al ritrovamento dei due gemelli, Romolo e Remo, è quella riprodotta da Nicolas Mignard. Il pastore Faustolo, dopo aver trovato i due gemelli insieme alla Lupa in mezzo al bosco, si dirige verso la sua casa per portarli al caldo. Qui incontrerà sua moglie Acca Larenzia, che ammaliata dalla bellezza dei due piccoli decise di adottarli e crescerli come propri figli. Insieme a lei una balia, e una vecchia.

Sulla capanna dei pastori, un particolare significativo: le colombe, simbolo di Venere che secondo la leggenda fu madre di Enea e quindi progenitrice di Romolo e Remo. I gesti ampi finalizzati a far sì che l’osservatore si concentri sui particolari principali della scena, il tutto in un’atmosfera radiosa e luminosa e in un paesaggio idilliaco che ricorda i paesaggi arcadici del tempo.

I fratelli Carracci – Affreschi Fondazione di Roma a Palazzo Magnani

Ma è a Bologna, negli affreschi di Palazzo Magnani, che si può ammirare il più completo e importate racconto pittorico della nascita di Roma, opera della bottega dei Carracci, Annibale, Agostino e Ludovico. Nei quattordici quadri sono ritratti mirabilmente le storie dell’antica Roma, nei quali si intravede il preludio al Barocco.

Essi raffigurano: Romolo e Remo allattati da una lupa, Remo si batte con i ladri di armenti, Remo in catene al cospetto di re Amulio, L’uccisione di Amulio, L’asilo per i profughi sul Campidoglio, Romolo traccia con l’aratro i confini di Roma, Il ratto delle Sabine, Romolo dedica a Giove Feretrio le spoglie del re Acrone, Battaglia tra Romani e Sabini, Tito Tazio ucciso dai Laurenti, Roma colpita dalla peste, Il vecchio capitano dei Veienti schernito, La superbia di Romolo, L’apparizione di Romolo a Proculo, Ludi lupercali.

Federica.

mARTEdì: la lingua dei segni onirica di JOAN MIRO’

In occasione del giorno della sua nascita, il 20 Aprile 1893, approfondiamo lo stile e le opere di uno degli artisti più importanti della storia dell’arte: Joan Mirò. Più nello specifico ci soffermeremo sull’importanza della simbologia nei suoi lavori, tanto da creare secondo gli studiosi una vera e propria lingua dei segni, detta Miroglifici.

Infatti nella produzione artistica di Mirò ricorrevano spessissimo segni ed elementi costanti. Elementi che si ripetevano all’interno delle sue opere, come caratteri di una scrittura ideografica. Essi potevano essere associati a oggetti o a idee, traducibili attraverso un alfabeto o un dizionario apposito, quello dell’artista.

Nulla è astratto, tutto ha un significato

È necessario ricordare che lo stesso Miró presentava il carattere semiologico delle sue opere, sottintendendo che i segni impressi sulle sue tele rimandassero sempre a forme concrete, come elementi di un linguaggio verbale. Nulla è astratto, anche un segno insignificante, per lui rimandava a qualcosa. Tutto per lui aveva un significato.

Spesso ci dimentichiamo di questo dettaglio, soprattutto perché Mirò è stato sempre presentato come grande artista del Surrealismo, e quindi tendente all’astrattismo rendendo la sua arte libera, spontanea, e talvolta, ritenuta per questo facile e frivola. Ma in pochi sanno che è proprio quella libertà psichicae creativa il carattere fondante del Surrealismo. Attraverso la corrente surrealista infatti, Mirò esplora il linguaggio dei segni, il rapporto tra le immagini e il loro significato.

La filosofia del suo Vocabolario espressivo

Notiamo come Mirò sfrutta le molteplici funzioni della linea, utilizzata come contorno, come scrittura e come indicatore dello spazio, consentendo scambi produttivi di significato. Questa linea viene intervallata da un mondo onirico, formato da un universo di uccelli volteggianti, corpi astrali, figure gesticolanti e creature fantastiche che sembrano muoversi sulla superficie della tela.

Cerca di eliminare ogni gesto grafico appartenente alla vecchia arte, quella figurativa, per concentrarsi esclusivamente sul segno e il gesto grafico, dando vita ad un simbolismo surreale. Linee sottili e soggetti allucinati e onirici che poco hanno a che vedere con la realtà, creando un vero e proprio Vocabolario espressivo

Carnevale di Arlecchino

Un’esempio fondamentale per capire il simbolismo di mirò è l’opera il Carnevale di Arlecchino. Il celebre dipinto raffigura un ambiente interno nel quale fluttuano esserini che si relazionano con vari oggetti riconoscibili. Ci sono gatti colorati, un pesce, una mosca che esce da un dado. La lingua dei segni, la si nota da alcuni simboli ricorrenti, come la scala a pioli che evoca l’evasione dal mondo, la sfera nera che indica il globo terrestre, il triangolo che spunta dalla finestra simile alla Tour Eiffel, ecc.

Si può dire che quest’opera richiama le tele di Bosch, antico maestro del fantastico, poiché anch’esse popolate da buffe e minuscole creature inventate, immerse in scenari bizzarri e mondi onirici. Ed è proprio una caratteristica di Mirò, cercare di riprodurre quadri di artisti famosi, reinterpretandoli nella sua visione astratta, geometrica e Surrealista.

Paesaggio Catalano

La precedentemente surreale geometria risulta ben evidente anche nell’opera Cacciatore o Paesaggio catalano. La figura stilizzata del cacciatore a sinistra, ha barba, baffi, pipa, cuore e organo genitale. Il suo corpo è composto da linee sottili e geometriche, un triangolo al posto della testa e un occhio spalancato. A destra ci sono occhio e orecchio vicini, per sottolineare l’attenzione uditiva e visiva che serve al cacciatore per la sua attività.

Il cacciatore è una metafora dell’artista, lui come il cacciatore e alla continua ricerca della preda, ovvero simboli e metafore che descrivono la sua visione del mondo. La pittura per lui è una sorta di caccia e per tale ragione la vista è un bisogno primario per l’artista, come evidenzia il grande occhio al centro della composizione. Altro elemento simbolico è la bandiera catalana, simbolo della sua terra d’origine.

Il tardo simbolismo scientifico

Nei suoi ultimi dipinti, si possono invece trovare delle sagome che evocano la forma di cellule e particelle. Nella serie delle Costellazioni, infatti l’artista volle rappresentare il suo interesse per la scienza, soprattutto la fisica e l’astronomia. Dipingendo la realtà microscopica, Miró cercava di portare l’attenzione sulle minuscole molecole che compongono l’anima dell’essere umano e allo stesso tempo, le forme dell’universo.

Ecco perché Mirò creò tele sulle quali convivono i segni cellulari e universali, con l’intento di mettere lo spettatore davanti allo spettacolo del cosmo che ci contiene, ma anche di quello che siamo noi stessi. Su sfondi sfumati, riproduceva forme più o meno geometriche che si combinano in dipinti molto suggestivi. In questa serie, infatti, si riconoscono occhi, lune, stelle, globi che formano figure di animali e di persone

Federica.

ALMANACCO: 20 Aprile nasce il pittore Joan Mirò

Pittore, scultore, disegnatore, incisore e ceramista, Joan Miró nacque il 20 Aprile del 1893 a Barcellona. Viene considerato uno dei più importanti artisti spagnoli di sempre, legato alla corrente del Surrealismo.

Anche se la predisposizione artistica si manifesta sin da quando è ancora un bambino, la famiglia lo convince a studiare economia per lavorare come contabile in una drogheria. Continuerà questa carriera fino ai suoi 18 anni, in cui ebbe un esaurimento nervoso che lo portò a fargli cambiare vita. Per rimettersi in forze trascorse un periodo presso la fattoria di famiglia, un luogo che influenzerà molte delle sue opere.

Il primo avvicinamento al mondo dell’arte

Dopo la ripresa decide di dedicarsi completamente alla sua passione artistica, entrando nella Scuola d’arte di Barcellona. Qui si avvicina alla corrente artistica del Fauvisme, con la quale si dava la principale importanza al colore all’interno delle opere, abbandonando quindi la pittura tonale di stampo tradizionale.

Nel 1920 si trasferisce a Parigi, dove entra a far parte del circolo artistico dei pittori di Mont Martre, dove conobbe Pablo Picasso e il dadaista Tristan Tzara. Queste figure giocheranno un ruolo chiave nel suo percorso di formazione artistica. Dietro suggerimento del padre del surrealismo Breton, dà vita ad una pittura priva di effetti prospettici con forme in piena libertà.

Il più Surrealista dei Surrealisti

Durante il suo periodo surrealista (1924-1930) si convince del ruolo sociale dell’arte e della sua capacità di raggiungere le masse. Ecco perché sfruttando la sua arguzia e uno spiccato senso dell’umorismo, dipinge apponendo sulla tela le sue iscrizioni poetiche. Di questo periodo è il famoso dipinto Il carnevale di Arlecchino.

Questo lo porta ad essere considerato il più fervente esponente del Surrealismo, al punto che André Breton, fondatore di questa corrente artistica, lo descrive come “il più surrealista di noi tutti”. Ha infatti palesato il suo disprezzo per la pittura convenzionale dichiarando che andrebbe “stuprata, uccisa e assassinata”.

La poetica surrealista

Le opere di Miró hanno un aspetto onirico e allucinatorio grazie all’impiego di colori forti e decisi come il giallo, il nero, il rosso o il blu. È fatta di forme essenziali, sempre più astratte caratterizzate da tratti e linee di colori crudi e piatti. Esse vennero caratterizzate da sfondi geometrici e colori omogenei, da immagini fantastiche, fantasiose e umoristiche, contorte nel tratto e nel significato.

Grande sperimentatore e artista eclettico, usò ogni tipo di materiale come base per i suoi lavori: tele, cartoni, masonite, pezzi di ferro. Secondo lui tutto ha dignità per poter divenire opera d’arte. La sua creatività non si esprime solo attraverso la tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti, litografie, ceramiche, scenografie, arazzi ecc.

Federica.

ALMANACCO: 19 Aprile muore il pittore vedutista Canaletto

Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto, pittore e incisore, morì il 19 Aprile del 1768, all’età di 70 anni. Conosciuto come il caposcuola dei vedutisti veneti del Settecento, nei suoi quadri introdusse una rappresentazione topografica di architettura e natura, data dall’attenta resa atmosferica, dalla scelta di precise condizioni di luce e da un’indagine scientifica di oggettività. Per dipingere le sue opere usava talvolta della camera ottica.

Canaletto nasce a Venezia nell’ottobre del 1697 da una famiglia borghese veneziana. La sua passione per la pittura nasce grazie al padre, che possiede un’atelier di pittura di scenografie teatrali. Apprende le nozioni e impara a dipingere decorazioni sceniche per gli allestimenti di opere teatrali a Venezia.

Primo approccio al Vedutismo

Intorno al 1719, si trasferì a Roma con il padre e il fratello, per realizzare le scene di due drammi di Alessandro Scarlatti. Questo viaggio fu importante perché entrò in contatto con il Vedutismo. Incominciò infatti a dedicarsi alle vedute di paesaggio, venendo fortemente influenzato da artisti come Codazzi, Cequozzi e Ghisolfi, per la pittura di rovine e fantastiche antichità romane.

Ritornato a Venezia, Canaletto prende relazioni con i vedutisti della città quali Luca Carlevarijs e Marco Rossi, iniziando a dipingere a tempo pieno. Ben presto andò elaborando uno stile personale che, pur essendo profondamente radicato nella cultura veneziana, lo portò ad ottenere il favore di un pubblico internazionale.

Le commissioni internazionali

Tra il 1722 e il 1723, infatti lavora per il futuro console e mecenate inglese Joseph Smith con lavori che vanno a impreziosire le residenze inglesi. Fu un personaggio decisivo per la sua carriera in quanto lo introdusse nell’ambiente dei ricchi e raffinati collezionisti inglesi. Successivamente fu ingaggiato dall’impresario irlandese Owen McSwiney.

Il mondo anglosassone divenne fondamentale per Canaletto sia per la direzione rococò nell’ambiente artistico veneziano, sia per il nuovo mercato. Ma dal 1740, a causa della guerra di Successione Austriaca il suo mercato si ridusse a causa dei pochi visitatori inglesi, che visitavano la città veneziana. Perciò qualche anno dopo decide di recarsi a Londra con una lettera di presentazione per il Duca di Richmond, già cliente del Maestro.

Le tecniche del vedutismo

Intanto, anche in patria, il Canaletto elevò il Vedutismo ad una vera e propria corrente artistica che rispecchiava il gusto rappresentativo dell’Illuminismo europeo, al pari della pittura di storia e di figura. Nelle sue opere dipinge vedute raffiguranti paesaggi urbani, che sono principalmente quelli della sua città. Erano una rappresentazione topografica di architettura e natura, data dall’attenta resa atmosferica, dalla scelta di precise condizioni di luce e da un’indagine scientifica di oggettività.

Inoltre si avvaleva di valori assoluti della prospettiva, ottenuta con l’uso della camera ottica, uno strumento che proietta l’immagine della realtà su uno schermo di carta oleata in modo da poter poi procedere al ricalco. Dal suo trasferimento a Londra, appartengono le vedute del Tamigi e della campagna inglese dipinte per l’alta aristocrazia locale. 

Ultimi anni

Dopo il decennio inglese, il ritorno definitivo a Venezia corrispose con la fase di declino della fortuna dell’artista. Egli dipinse ancora alcuni capolavori come due suggestivi e rari notturni, continuando a sperimentare effetti luministici e prospettici degli ambienti veneziani. Però con il tempo progressivamente si andò a isolare dall’ambiente artistico e da quello mondano, fino alla morte che lo colse nel 1768, nella sua casa di San Lio.

Federica.

ALMANACCO: 18 Aprile muore il pittore Gustave Moreau

Ricordiamo oggi l’artista francese Gustave Moreau, nel giorno della sua morte avvenuta il 18 Aprile 1898. Attivo nel corso dell’Ottocento e considerato l’anticipatore della poetica Simbolista, sprofondando negli abissi del sogno e nei miasmi dell’inconscio. La sua arte si potrebbe definire perturbante, in quanto colpisce non solo gli spettatori ma anche gli artisti a lui contemporanei.

Fin da giovane, grazie agli interessi del padre architetto, ha modo di studiare in un’ampia biblioteca avvicinandosi non solo ai capolavori della letteratura occidentale ma anche alla cultura umanistica classica. Scoprì l’interesse per Ovidio, Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Vitruvio e Leon Battista Alberti, così come alla pittura italiana. Questo suo interesse culminò in un viaggio in Italia nel 1857, dove visitò Roma, Firenze e Venezia, dove entrò in contatto con l’arte classica.

Le influenze delle prime opere

Ritornato però in Francia si affidò al suo maestro spirituale e pittore Theodore Chasseriau che, con grande forza coloristica, coniugava il Romanticismo alla pittura storica e biblica. Nel 1850 realizza Autoritratto all’età di ventiquattro anni, Amleto, La Chimera e Due moderne amazzoni. Con queste opere fu considerato il precursore del movimento Simbolista, in quanto testimone della cultura decadente nella sua vita e nelle sue opere.

Si dedicò allo spirito e alla rappresentazione degli aspetti più oscuri e sconosciuti dell’animo umano, utilizzando colori vivi e chiaroscuri dorati, dal forte impatto visivo e cromatico. I diversi temi come il mito classico, la Bibbia, la cultura cristiana e orientale, furono rappresentate con cura maniacale. Ogni opera era infatti preceduta da numerosi schizzi a matita, e ripetuta più volte in maniera ossessiva, tanto da alimentare le dicerie sul suo presunto uso costante di oppio.

Tra il mito e il simbolismo

Nel 1864 illustrò la scena di Edipo e la Sfinge, opera enigmatica che ottenne il plauso della critica ed il suo primo successo artistico. E’ proprio in quest’opera che la mitologia ebbe un ruolo determinante, in quanto unico modo per svelare l’inesprimibile.

Anche nell’opera Orfeo, viene spiegato il mito, attraverso un’atmosfera quasi surreale, ultra-terrena, dove il clima mistico ed onirico richiama alla meditazione, attraverso colori rarefatti e pennellate luminose. Tutti i dettagli richiamano al mito e alle allegorie, come i gusci di tartaruga in basso, simbolo della lira, oppure il gruppo di flautisti in alto, che rappresentano l’importanza della creazione artistica, in continua rinascita e mutamento. Caratteristiche che anticipano quel movimento artistico poi chiamato Simbolismo.

Il pittore di Salomè

Nel 1870 comincia a realizzare una serie di quadri che raffigurano la principessa giudaica Salomè, capace di incantare con le proprie movenze, il re Erode. Per la frequenza con la quale rappresentò l’iconografia in acquerelli, disegni e dipinti, ottenne il soprannome di Pittore di Salomè. Esempi sono: Salomè danza davanti a Erode e Salomè con la testa di Battista. Ma il più importante fu L’apparizione.

Nelle prime opere la principessa biblica è colta sempre nell’atto di sollevare sensualmente il braccio come se iniziasse a ballare da incantatrice. Nei dipinti successivi al 1872 la ragazza, invece, è raffigurata in prigione con una rosa in mano, mentre pensierosa attende la brutale esecuzione del Battista.

Lo stile delle opere tardive

Con il passare degli anni le sue composizioni diventano via via sempre più elaborate e complicate, questo dovuto anche ad un periodo tormentato in cui Moreau si sottopose a trattamenti terapeutici per la cura di malattie nervose. Le angolazioni, e i momenti cambiano per dare vita a un clima sensuale e mistico, attraverso un mix suggestivo di storia e mito.

Tra le trasfigurazioni fantastiche tipiche di questa tendenza vale la pena di citare le illustrazioni per le favole di Jean de La Fontaine, portate a termine nella prima metà degli anni Ottanta. Nel 1886 porta a termine La vita dell’umanità, e qualche anno più tardi si cimenta in San Giorgio, Giove e Semele, Fiore mistico, Poeta persiano, Abbozzo astratto, e La Parca e l’angelo della Morte.

Ultimi anni di vita

Diventato, nel 1891, professore all’Accademia di belle arti di Parigi, tra i suoi allievi ha Georges Rouault, Pierre-Albert Marquet ed Henri Matisse, vale a dire molti degli esponenti futuri del movimento dei fauves.

Moreau muore il 18 aprile del 1898 a Parigi, lasciando una grandissima eredità, ovvero il Museo Gustave Moreau, predisposto dallo stesso artista nella sua casa di Rue de la Rochefoucauld, che custodisce più di 1400 opere tra tele, acquerelli e schizzi.

Federica.

ALMANACCO: 17 Aprile muore lo scrittore Gabriel Garcìa Marquez

Premio Nobel per la letteratura, Gabriel José de la Concordia García Márquez, anche detto Gabo, morì il 17 Aprile del 2014. Merita senza dubbio di essere ricordato tra i migliori scrittori del Novecento e di tutti i tempi. Giornalista, narratore, sceneggiatore ed editore, con la sua opera ha saputo creare un nuovo stile letterario, riassunto sotto l’etichetta di Realismo Magico.    

Nato in Colombia, frequentò il Colegio San Josè. Nel 1947 inizia gli studi all’Universidad Nacional de Colombia di Bogotà, alla facoltà di giurisprudenza e scienze politiche. Nello stesso anno pubblica il suo primissimo racconto La tercera resignacion, che lo portò a lasciare gli studi universitari per dedicarsi totalmente alla scrittura, collaborando con giornali americani ed europei.

Diviso tra il giornalismo e la letteratura

A partire dal 1948, dunque, Márquez intraprese la carriera di reporter e giornalista, lavorando per diverse testate, duranti quali viaggiò sia attraverso l’Europa che il Sud America. Arrivò a Roma e Parigi, toccando New York e per ritornare poi a stabilirsi a Città del Messico. L’anno successivo, arrivò anche a Cuba dove conobbe Fidel Castro, con cui iniziò un’importante amicizia, più letteraria che politica.

Proprio in questo periodo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, risale la prima importante produzione letteraria di Márquez. Scrisse la sua opera maggiore, Cent’anni di solitudine, che racconta la parabola e i destini intrecciati di una famiglia colombiana nel corso di sette generazioni. E’ uno dei massimi esempi del cosiddetto Realismo Magico, corrente letteraria abbracciata magistralmente da alcuni autori della letteratura Sudamericana del XX secolo, naturalmente, Márquez stesso.

Realismo Magico

Come abbiamo detto, il nome di Marquez è spesso collegato alla corrente letteraria del Realismo Magico. Esso prevede la descrizione di un mondo a primo impatto realistico, un mondo plausibile, ma nel quale sono inseriti alcuni elementi inventati e sovrannaturali, cioè non spiegabili attraverso la ragione e riconducibili alla sfera del fantastico. 

È come se fosse una realtà parallela, uguale al nostro mondo reale, ma con alcune piccole differenze. Queste differenze fantastiche e sovrannaturali però, non destano alcuna sorpresa nei personaggi, che si comportano in modo normale. Tuttavia fu Marquez colui che creò questo tipo di letteratura, prima di lui fu la cubana Dulce Maria Loynaz, il cileno José Donoso fino in tempi più recenti a Isabel Allende. In Italia si parla di solito di realismo magico per le opere di Massimo Bontempelli.   

Altri scritti importanti

La vita letteraria di Márquez fu divisa, tra giornalismo, politica e narrativa. Dal punto di vista politico si interessò al destino del popolo cileno e al colpo di Stato che nel 1973 che portò alla morte del presidente Allende. La posizione politica dello scrittore, amico personale di Fidel Castro, si delineava sempre più smaccatamente sul socialismo.

Risale agli anni Ottanta la pubblicazione di ulteriori capolavori come Cronaca di una morte annunciata e L’amore ai tempi del colera. Proprio grazie a questi ultimi romanzi nel 1982 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Iniziò anche il suo primo libro I funerali della Mama Grande con i quali si delineò il fantastico mondo di Macondo, paese immaginario che deve il suo nome ad una zona vicino al paese di origine di Marquez.

Ultimi anni

Nel 2001 è colpito da cancro linfatico, vince la sua battaglia contro il cancro e nel 2005 torna pubblica “Memoria delle mie puttane tristi“, il suo ultimo romanzo. Seguito dopo poco dalla raccolta di articoli e riflessioni Non sono venuto a fare discorsi.

Negli ultimi anni della propria vita, Márquez si ritirò a vita privata, colpito dai primi segni di demenza senile. Si spense nell’aprile del 2014 a Città del Messico, per alcune complicazioni dovute alla polmonite.

Federica.

ALMANACCO: 16 Aprile muore il pittore Francisco Goya

Francisco Goya, è stato un pittore e incisore spagnolo, la cui morte è datata il 16 aprile del 1828. Considerato il pioniere dell’arte moderna, è stato il più grande pittore spagnolo del suo tempo. Con le sue opere mostrò il lato oscuro della realtà, grazie alla sua capacità di ritrarre la drammaticità dell’esistenza umana con un realismo che colpisce violentemente lo spettatore.

Nasce a Fuendetodos, piccolo villaggio nei pressi di Saragozza, il 30 marzo 1746. Di famiglia appartenente alla piccola borghesia, frequenta per alcuni anni lo studio del pittore José Luzán Martínez. Si avvicino all’arte, e da lui apprese a dipingere imitando le opere di grandi maestri. Tuttavia, a quel tempo, l’arte del giovane Goya era poco accademica.

Primi lavori su commissione

Si spostò in tutta la Spagna, arrivando anche a studiare a Roma. Questi numerosi viaggi lo portarono ad assimilare le opere dei grandi maestri, come Francisco Bayeu, che lo aiutò ad entrare nei laboratori reali di Madrid. Qui ebbe il compito di realizzare i disegni preparatori per gli arazzi, circa 60, raffigurando scene di vita quotidiana. Decorò diverse residenze reali spagnole, ad esempio il palazzo di San Lorenzo del Escorial e il palazzo di El Pardo.

Questi primi lavori si rivelarono utili allo sviluppo artistico nella corte spagnola, tanto da essere nominato primo pittore reale ed eletto membro della Real Academia de Bellas Artes nel 1780. Grazie a queste nomine iniziò ad ottenere sempre più notorietà, soprattutto come ritrattista. Realizzò ritratti per il conte di Floridablanca, il principe Don Luis e il duca e la duchessa di Osuna.

I ritratti e i suoi iconici capolavori

Oltre ai ritratti si dilettò in una serie di capolavori che riflettono il suo stile e talento unici. Tra le opere più famose troviamo La Maja desnuda e La Maja vestida. Questi ultimi due dipinti sono iconici, soprattutto perché la Maja desnuda fu la prima figura femminile nella storia a mostrare i peli pubici, assolutamente scandaloso per l’epoca. Tanto che nel 1815, gli causò problemi con l’Inquisizione, ma ne uscì illeso.

Inoltre, realizzò una serie di dipinti il cui tema fu la Guerra spagnola. Un esempio furono i Disastri della guerra, come rappresentazioni della Rivolta del 2 maggio. Oppure ricordiamo i dipinti Il 3 Maggio a Madrid e Il 2 Maggio 1808, ispirati dagli orrori della guerra tra Spagna e Francia, e le conseguenti perdite di vite umane. I conflitti vengono ritratti in modo realistico, non c’è onore, né eroismo nei soldati, ma solo violenza e morte.

Le celebri pitture nere

All’età di 47 anni, l’artista contrasse una malattia alle orecchie che avrebbe influito sulla sua vita artistica e personale. Tale condizione di sordità lo portò ad isolarsi e comprarsi una casa soprannominata “dimora del sordo” dove vivrà gli ultimi anni della sua vita. Decorerà tutte le stanze della casa, realizzando quelle che oggi sono famose come “Pitture Nere”. Questa serie di 14 pitture murali nere, riprendono in modo realistico il mondo interiore dell’artista, distrutto dalla malattia.

Appaiono scene di stregoneria, esorcismi, volti deformati, allegorie, soggetti inquietanti ed angoscianti resi con tinte fosche e scure come catrame. Quattordici opere realizzate in preda a un sentimento di angoscia: violenza, guerra, follia, caos, presi a prestito dalle credenze popolari, dalle superstizioni e dai mostri interiori. alcuni esempi: Il sogno della ragione genera mostri, Saturno che divora un figlio, Cane interrato nella rena, Pellegrinaggio a san Isidro, Il sabba o il gran caprone.

Federica.

ALMANACCO: 15 Aprile muore il filosofo Jean Paul Sartre

Romanziere, drammaturgo e soprattutto filosofo francese, Jean Paul Sartre viene ricordato oggi per la sua morte datata 15 Aprile 1980. Pensatore tra i più significativi del Novecento, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo, Nella sua filosofia prende la forma di un umanesimo ateo in cui  l’individuo è libero e responsabile delle sue scelte, ma in una prospettiva soggettivista e relativista.

Jean-Paul Sartre nacque a Parigi nel 1905 da una famiglia borghese. A soli quindici rimase orfano di padre, crebbe con il nonno materno che lo avvicinò allo studio e alla letteratura, scoprendo la sua vena di scrittore. Sempre a Parigi, frequenterà il Liceo all’Ecole Normale supérieure, dove fece la conoscenza di Simone de Beauvoir, la futura compagna filosofa.

Opere principali

Ottenuta l’abilitazione all’insegnamento, insegna filosofia in diversi licei fino al 1945, e legge per la prima volta le opere di Husserl, Heidegger e Scheler. Letture molto importanti che daranno vita successivamente alla “fenomenologia” che ispirerà tutta la sua opera filosofica. Sono anni importantissimi per la sua maturazione e una riprova è nel fatto che nel 1938 pubblica il romanzo La nausea e la raccolta di novelle Il muro, nei quali già sono sviluppati i principi della filosofia esistenzialista.

La nausea è un racconto filosofico dove il narratore, Antoin Roquentin, scopre che niente nella sua vita è motivato o giustificato, e che, d’altra parte, non lo esime dalla necessità di scegliere. Egli quindi è libero e responsabile. Nei cinque racconti de Il Muro, invece, si esprimono questi temi in un linguaggio più letterario, rivelando il clima socioculturale di quegli anni. Il racconto che dà il titolo al volume rappresenta l’uomo in una situazione estrema, e il suo sforzo di assumerla, padroneggiarla e superarla.

La filosofia dell’esistenzialismo

In ogni libro, Sartre presenta un problema che lo angoscia, sollevando il tema dell’esistenza. L ‘esistenzialismo sartriano può infatti essere definito una filosofia della libertà, della scelta e della responsabilità. L ‘uomo deve inventare la propria vita e il proprio destino, deve costruire i propri valori. Non c’è un’essenza dell’uomo, che prefiguri la sua esistenza, non ci sono norme, leggi, autorità che predeterminino il suo comportamento.

Solo i benpensanti, i farisei, rifiutano la responsabilità di un’esistenza libera, credono in un ordine metafisico che presieda alla vita della natura e della società, rifiutano le esperienze radicali e rivelatrici del nulla, della nausea, dell’angoscia. Di qui il tema esistenzialistico dell’assoluta libertà a cui l’uomo è condannato e dell’angoscia e dello scacco a cui la libertà conduce.

L’avvicinamento al Marxismo

Il pessimismo radicale del primo periodo sarebbe stato successivamente modificato in un “umanismo” in cui l’assoluta libertà, avvertita inizialmente come fonte di angoscia, viene reinterpretata in responsabilità etica e politica nei confronti della società e della storia. Su questa filosofia scriverà il saggio Questioni di metodo dove cerca di integrare il proprio esistenzialismo nel pensiero marxista. Si comprende così, l’avvicinamento al marxismo, anche se manterrà la sua versione personale non dogmatica.

È soprattutto nella Critique de la raison dialectique che Sartre, pur accettando il materialismo storico e il concetto di alienazione, elabora un’aspra critica del marxismo ufficiale e dell’ideologia dei partiti comunisti, caratterizzati da dogmatismo e sterilità euristica. In particolare, del marxismo ufficiale respinge l’economicismo e il materialismo dialettico, proponendo un’integrazione tra marxismo ed esistenzialismo, dalla quale emerga la centralità dell’uomo nella società e nella storia.

L’importanza del teatro

Sartre abbandonò per un periodo il mondo della letteratura e dei romanzi, per dedicarsi al teatro, aiutandolo a trasmettere al meglio il suo pensiero filosofico. Le mosche introduce la questione politica della Resistenza. A porte chiuse tratta invece della difficoltà di convivere con gli altri, ed è la pièce più famosa e recitata di Sartre.

I temi principali sono la libertà, la scelta esistenziale e la responsabilità, ma anche il rapporto tra l’agire del singolo e la collettività. Temi che sono compattati nell’opera Le mani sporche, un’opera teatrale sul fine e i mezzi nell’azione politica, la cui rappresentazione suscitò polemiche e violenti attacchi da parte del Partito Comunista Francese, al punto di convincere Sartre a ritirare il permesso per la messa in scena.

Gli ultimi anni

Quasi cieco, incapace di leggere e di scrivere, si dedicò a progetti di interviste e libri-dialoghi. Dopo un lungo declino fisico, morì di edema polmonare a Parigi, il 15 aprile 1980. L’evento ebbe una risonanza mondiale, durante il suo funerale presenziarono circa cinquantamila persone.

Sartre è l’autore francese sul quale si pubblicano più articoli, libri e tesi nel mondo.

Federica.

ALMANACCO: 14 Aprile il Titanic si scontra contro un iceberg

Il naufragio del Titanic è stato il più celebre sinistro mai avvenuto in ambito marino, e una delle più grandi catastrofi del ventesimo secolo. Formalmente chiamato RMS Titanic, fu il più grande e lussuoso transatlantico del mondo al tempo, e partì per il suo viaggio inaugurale l’11 aprile 1912 da Southampton (in Inghilterra) e diretto a New York.

Sulla vicenda sono stati creati tanti miti, dato l’interesse suscitato in numerose lettori, registi, scienziati e storici. Oggi la dinamica dell’affondamento appare chiara anche se non sono mancate ipotesi di ogni genere, comprese quelle più fantasiose. La nave più sicura al mondo, si diceva essere addirittura stregata e maledetta.

Il Titanic in tutte le sue caratteristiche

La nave “più sicura del mondo”, in realtà, non aveva molte sicurezze. Ad esempio furono insufficienti le scialuppe di salvataggio, non aveva adeguati compartimenti stagni e il personale non era addestrato per gestire l’emergenza. Mancavano, perfino, segnalazioni d’allarme per avvisare i passeggeri in caso di pericolo.

Oggi sembra inaudito, ma all’epoca, era sufficiente che una nave avesse scialuppe di salvataggio solo per un terzo dei passeggeri. Infatti, era considerato uno dei risultati eccellenti del positivismo tecnico di matrice ottocentesca, esageratamente grande, lussuoso, con saloni riccamente arredati, colonne dorate, legno pregiato e inserti di madreperla. Non mancava una piscina coperta, la palestra, il bagno turco, saloni di svago, bar, salotto, utilizzabili ovviamente solo per i passeggeri di prima classe.

Dal viaggio all’avvistamento dell’iceberg

La nave partì da Southampton, in Inghilterra l’11 aprile 1912 e nello stesso giorno fece tappa in Francia e in Irlanda, prima di lasciare l’Europa e navigare in mare aperto nell’Oceano Atlantico. La navigata in mare aperto, fu spinta a più non posso dal comandante Edward John Smith, nel tentativo di attraversare l’Atlantico in tempi record. Per un paio di giorni la navigazione fu regolare e, per l’epoca, molto veloce.

Arrivò la sera di domenica 14 aprile 1912. La stazione radio di bordo ricevette numerose segnalazioni sulla presenza di iceberg lungo la rotta, ma vista la visibilità ottima e il cielo limpido, non preoccuparono il comandante. Però alle ore 23,40 le vedette, avvistarono a occhio nudo un enorme iceberg e lanciarono l’allarme. Si ordinò l’indietro tutta e una virata, ma la nave era troppo veloce e l’ostacolo era troppo vicino. L’idea fu per questo di passare a sinistra dell’iceberg, sfiorandolo con il fianco destro.

Il naufragio e l’affondamento

Con questa manovra, invece, si ottenne un tragico risultato. Il Titanic si scagliò contro la massa di ghiaccio squarciandone il fianco per 90 metri e la carena, interessando sei compartimenti, fatto non previsto dai progettisti. Venne prontamente lanciato l’SOS, recente innovazione per l’epoca, ricevuto da molte navi, ma la più vicina era a quattro ore di navigazione.

Due ore e 40 minuti dall’impatto, la grandiosa nave iniziò ad inabissarsi nel gelido Oceano. A questo punto iniziò la raccapricciante agonia della nave, imbarcando acqua e inclinandosi. L’inclinazione e la tremenda pressione esercitata fece sì che lo scafo si spezzasse in due tronconi. La parte di prua, più pesante, affondò subito e poco dopo anche la poppa, che si innalzò verticalmente per inabissarsi, infine, nelle buie acque.

Alle quattro del mattino il Carpathia, l’imbarcazione che aveva risposto al messaggio di SOS, arrivò sul luogo del disastro e salvò i pochissimi superstiti (solamente 706 sopravvissuti su 2223 passeggeri) La maggior parte dei passeggeri sono morti per annegamento e per assideramento a causa dell’acqua fredda.

La tragedia avvolta nel mistero

Per alcuni aspetti, però, gli avvenimenti di quella notte sono ancora avvolti nel mistero. La versione ufficiale è quella appena raccontata, causata dall’ eccessiva velocità di crociera e la collisione con un iceberg. Furono però diversi i complottisti che provarono a darne diverse versioni, tra cui quella che si trattò di una messa in scena.

La teoria più accreditata è che quella dello scambio tra il Titanic e la sua nave gemella, l’Olympic, già danneggiata, fatta affondare di proposito per intascare l’assicurazione. Un’altra versione raccontata da un passeggero italiano sopravvissuto, smentì totalmente la collisione con un iceberg, in quanto la tragedia sarebbe causata dallo speronamento da parte di un piroscafo olandese o svedese. Forse la verità non si saprà mai, ma di sicuro la legenda “triste” del Titanic non verrà mai dimenticata.

Celebrazioni e film

L’evento suscitò un’enorme impressione sull’opinione pubblica e portò alla convocazione della prima conferenza sulla sicurezza della vita umana in mare. La città, “madrina” dell’enorme transatlantico, pianse a lungo la perdita dei suoi cittadini e tuttora è affezionata alla tragica vicenda, tanto da realizzare una statua che ricordi i defunti del Titanic. Vennero fondate inoltre, numerose associazioni “Titanic” con molti membri che hanno legami personali o familiari con le vittime o con i sopravvissuti all’affondamento.

Vennero realizzati anche documentari sulla tragedia, e grandioso è il film colossal storico/drammatico del 1997, prodotto da James Cameron e interpretato da Leonardo DiCaprio (Jake) e Kate Winslet (Rose). Con un budget di 200 milioni di dollari per la realizzazione, Titanic fu il film più costoso mai realizzato fino ad allora.

Federica.

mARTEdì: la luce mistica nelle opere iconiche di CARAVAGGIO

Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi, è uno dei più celebri pittori di tutti i tempi. Nasce il 29 settembre nel 1571 e passato alla storia per i suoi dipinti, che combinano un’analisi dello stato umano fisico ed emotivo, sottolineato da uno scenografico uso della luce.

Nella pittura di Caravaggio, possiamo notare come la luce e il buio, non entrano in dissonanza tra loro, ma si completano, esaltandosi l’un l’altro. L’uso di questo binomio, è un’anteprima di quello che successivamente verrà usato in fotografia e cinema.

Caravaggio, Scudo con testa di Medusa - Photo Credits: web

La funzione della luce è, inoltre, quella di evidenziare il sacro e il profano, in modo allegorico-simbolico. Ecco come la luce diventa rivelatrice di dettagli poco gradevoli, ma veri! Frutta difettosa, decapitazioni, sangue, prostitute. È rivelatrice di una realtà piuttosto che di un’immagine stereotipata. E’ la luce del realismo, del cinema del popolo.

Autoritratti di Caravaggio all'interno di opere - Photo Credits: web

Le 5 opere più importanti

Per spiegare meglio l’importanza del rapporto tra tale binomio caravaggesco, bisogna approfondire 5 fra le sue opere più celebri. E’ proprio grazie all’uso mirato della luce, che tali opere hanno avuto il potere di stregare, di incantare e di stupire.

1 – Ragazzo morso da un ramarro, 1595-1596

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro - Photo Credits: web

Una fra le prime opere realizzate da Caravaggio, mostra un ragazzo morso da un ramarro che sbuca dai fiori e dai frutti in cui era nascosta. Esso si trova in una posizione scomposta, con un’espressione dolorante e sorpresa allo stesso tempo. Essa fa riferimento al piacere e le pene d’amore, per via del modello effeminato, con una rosa tra i capelli e la spalla destra sensualmente scoperta.

Nel dipinto sono particolarmente curati gli effetti luministici: la luce che penetra da una finestra, si riflette nel vaso e attraversa l’acqua nella boccia di cristallo. Infatti essa entra in campo come un lampo trasversale nel buio, che non viene quindi dall’alto, ma da una sorgente al di fuori della scena dipinta. Binomio tra luce ed ombra conferisce realismo e teatralità.

2 – La vocazione di San Matteo, 1599-1600

Caravaggio, Vocazione di San Matteo - Photo Credits: web
Caravaggio, Vocazione di San Matteo – Photo Credits: web

Il secondo dipinto è la vocazione di San Matteo, realizzato su due piani paralleli. Quello più alto vuoto, occupato solo dalla finestra, mentre quello in basso raffigura il momento in cui Cristo nomina San Matteo suo apostolo. La sacralità della scena, viene stravolta dall’artista attraverso la realtà di garzoni seduti ad un tavolo in osteria.

Per evidenziare i dettagli della scena, utilizza l’espediente di una fitta penombra tagliata da squarci di luce bianca misteriosa. E’ proprio la luce che assurge a simbolo della Grazia divina proveniente dall’alto. Grazia che simbolicamente lascia la libertà agli uomini di aderire o meno alla Rivelazione, come si denota che non tutte le figure sono rivolte verso essa.

3 – Conversione di San Paolo, 1601

Conversione di San Paolo - Photo Credits: web
Caravaggio, Conversione di San Paolo – Photo Credits: web

La terza opera ritrae il momento topico della conversione di Paolo raccontata negli Atti degli Apostoli: quello in cui a Saulo, appare Cristo in una luce accecante che gli ordina di desistere dal perseguitare i cristiani e diventare suo apostolo sotto il nome di Paolo. Sono presenti nella scena un vecchio, un cavallo, e Gesù Cristo sotto forma di luce divina proveniente dall’alto.

Anche qui la luce assume una funzione allegorica-simbolica. Come simbolo di Grazia Divina, infatti, la luce ha lo scopo di irrompere nelle tenebre del peccato (il fondo scuro). Un peccato ancor di più sottolineato dalla presenza centrale del massiccio cavallo, parte rilevante del dipinto, e simbolo dell’irrazionalità del peccato.

4 – Sette opere di Misericordia, 1606-1607

Sette opere di Misericordia - Photo Credits: web
Caravaggio, Sette opere di Misericordia – Photo Credits: web

In essa notiamo una composizione serrata, concentrata su un insieme di diversi personaggi, che raffigurano le sette opere di Misericordia. A supervisionare dall’alto, vi è la Madonna col Bambino sopra due angeli. Questa scena sacrale, può essere confusa con una semplice scena di genere. Ecco che sembra ambientata in un tipico vicolo popolare di Napoli, città in cui realizzò il quadro.

Nel dipinto convivono due ambienti di natura diversa. In alto, la Madonna col bambino in uno spazio divino e angelico, mentre in basso, i popolani in uno spazio terreno. La luce anche in questo caso illumina le figure in alto e lascia completamente in ombra quelle in basso. Anche qui, sottolinea simbologie ed allegorie verso il mondo divino.

5 – Decollazione del San Giovanni Battista, 1608

Decollazione del San Giovanni Battista - Photo Credits: web
Caravaggio, Decollazione del San Giovanni Battista – Photo Credits: web

L’ultima opera, realizzata a Malta, mostra l’attimo precedente alla decollazione di San Giovanni Battista. Secondo molti, quest’opera rappresenta il presagio di morte dell’artista, anche lui condannato alla decapitazione. Ecco perché questa è l’unica sua opera firmata, a riprova della sua devozione verso Dio e del suo pentimento.

La scena si svolge all’alba ed è concentrata tutta su un lato, priva di dettagli. La scena, anche qui, viene spogliata dalla sua sacralità per lasciare spazio al realismo dell’ambiente. Intende dare più importanza allo spazio al fine di aumentarne la drammaticità. Ancora una volta l’artista utilizza la luce come quinte teatrali, che illuminano le figure trasversalmente.

Federica