ALMANACCO: 13 Aprile muore lo scultore Bartolomeo Ammannati

Bartolomeo Ammannati, conosciuto in tutta Italia per essere scultore e architetto, morì il 13 Aprile del 1592. Artista fra i più notevoli e inquieti del suo secolo, fu un interprete del manierismo intellettuale, destinato alle élite delle raffinate corti principesche, e amante della “bella maniera” italiana. Come architetto invece fu un innovatore, capace di soluzioni ardite e scenografiche, che lasceranno un segno nell’architettura europea.

Rimasto orfano del padre a dodici anni, per vivere entrò nell’accademia fiorentina di Baccio Bandinelli. Ma non vi rimase a lungo, in quanto, nel 1527 si recò a Venezia per entrare nello studio di Jacopo Sansovino fino al 1536, l’anno del ritorno a Firenze.

La collaborazione con Jacopo Sansovino

Nella bottega di Jacopo Sansovino studiò lo stile dell’artista, elegante e raffinato, e nello stesso tempo venne influenzato dalle opere suggestive di Michelangelo. Lavori di scultura di questo primo periodo, sono per lo più perduti, come il rilievo con Dio Padre e angeli per il Duomo di Pisa e una Leda per Guidobaldo II Della Rovere.

Seguì Sansovino, tornando a Venezia, dove iniziò la collaborazione per la decorazione della Libreria di San Marco, scolpendo un Nettuno ed alcuni rilievi in archi e sottarchi, probabilmente quelli più vicini al campanile. Nel 1544 si trasferì poi a Padova, dove entrò sotto la protezione di Marco Mantua Benavides e per il cui palazzo scolpì un Ercole, un Giove e un Apollo e progettò il sepolcro nella chiesa degli Eremitani.

Grandi opere a Roma

Nel 1550 si trasferì a Roma alla corte di Giulio III, presentato da Vasari. Quest’ultimo gli procurò come primo incarico la realizzazione delle statue di Antonio e Fabiano del Monte in San Pietro in Montorio, con le allegorie della Giustizia e della Religione, in cui addolcisce gli schemi michelangioleschi con una pastosità pittorica di derivazione sansoviniana.

Studioso dell’antico, a Roma l’Ammannati entrò nei circoli del Vignola, grazie al quale si appassionò all’architettura, realizzando i suoi primi lavori nel campo. A Villa Giulia, insieme a Vasari e Vignola, progettò lo spettacolare ninfeo con fontane e grotte a tre livelli che costituiscono l’elemento “sorpresa” del cortile, secondo un gusto tipico del manierismo.

Le fontane per la corte fiorentina di Cosimo I

Nel 1555, alla morte di Giulio III, tornò a Firenze entrando in contatto con il circolo degli artisti protetti da Cosimo I de’ Medici. La prima commissione fu la grande fontana di Giunone, che avrebbe dovuto essere posta nel salone di Palazzo Vecchio, ma che fu poi collocata nella Villa di Pratolino. Realizzò anche le statue ArnoFonte del Parnaso, Allegoria di FirenzeMaturità del Consiglio e Terra, scolpite tra il 1555 e il 1561 e poste nei giardino di Boboli e al Bargelo.

Partecipò e vinse al concorso per un’altra iconica fontana, La fontana del Nettuno, in Piazza della Signoria. Composta da una vasca dal disegno elegantissimo, proponeva al suo centro un cocchio del Dio e la sua statua colossale, un gigante ammannatiano. Il Nettuno però fu aspramente criticato, non solo dai rivali artisti ma da intellettuali di corte e dal popolo. Definita una statua debole e inespressiva, detta “biancone” per il colore del marmo lasciato troppo bianco. Nonostante le critiche continuò a lavorare alla serie delle fontane e dei giganti, come Ercole e Anteo per la fontana del Tribolo, e il gigante dell’Appennino nei giardini della villa di Castello.

Lo stile architettonico

Quale artista di corte lavorò per alcuni importanti personaggi dell’ambito mediceo, costruendo per essi palazzi in cui si riscontra un ritorno alla composta ed elegante tradizione toscana, non senza innesti innovativi ed estrosi e un rinnovo continuo delle forme. Il suo linguaggio architettonico trovò a Firenze un vigore nuovo, dato da senso plastico più articolato e un raffinamento decorativo, che si rivelano nell’ampliamento del palazzo Pitti, acquistato dai Medici.

Nei disegni di palazzi veniva accentuandosi la saldezza d’impostazione geometrica delle masse, e nello stesso tempo un raccordo diretto con l’ambiente esterno attraverso bracci e portici. Lo dimostrano il palazzo Grifoni, il palazzo Giugni, il palazzo Ramirez di Montalvo, il palazzo di Sforza Almeni, la casa del Canto alla Catena, i palazzi Mondragone. Importante fu poi la ricostruzione del ponte Santa Trinità a Firenze.

Il rapporto con i Gesuiti

Dal 1572 l’Ammannati è documentato nell’ambiente dei Gesuiti, a proposito di un progetto di ampliamento del collegio fiorentino, e l’annessa chiesa di San Giovannino. In questa chiesa fu ripetuta la planimetria, a cappelle lungo l’unica navata, della chiesa romana del Gesù, forse per indicazione dei committenti. Il rapporto con l’ordine continuò anche nella capitale con il progetto per l’ampliamento del Collegio Romano.

L’accostamento agli ambienti gesuitici spinse l’artista verso un profondo senso religioso, che comportò anche un ripudio della sua produzione profana giovanile, che riguardava i nudi mitologici, non consoni ai nuovi principi di austerità religiosa. Ammannati abbandonò progressivamente i temi dell’intellettualismo manieristico in nome di un’interpretazione più severa e moralistica dell’arte. Ecco perché passò gli ultimi anni dedicandosi ad opere di pietà.

Federica.

ALMANACCO: 12 Aprile nasce l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane

Antonio Cordini, conosciuto anche come Antonio da Sangallo il Giovane, nacque a Firenze, 12 aprile 1484, e divenne famoso per essere stato un architetto italiano, attivo durante il Rinascimento e il Manierismo.

Proveniente da una celebre famiglia di architetti fiorentini, i Sangallo, si avvicinò subito alla professione, realizzando importanti opere architettoniche. La sua formazione avvenne a Firenze, nella bottega di famiglia, imparando il mestiere di carpentiere e maestro di legname.

Le prime esperienze romane

Nel 1503 si trasferì giovanissimo a Roma insieme allo zio Giuliano, chiamato da papa Giulio II della Rovere per lavorare in Vaticano. Il pontefice, infatti decise di iniziare i lavori di rifacimento della basilica di San Pietro, demolendo la struttura antica costantiniana. Per farlo decise di avvalersi dei migliori artisti dell’epoca, tra cui Domato Bramante.

Fu proprio qui che Antinio da Sangallo iniziò un breve periodo di apprendistato nella bottega di Bramante. Alla morte di Bramante però, Antonio ottenne la sua carica, diventando a tutti gli effetti architetto coadiutore di Raffaello al cantiere della Basilica di San Pietro succedendo allo zio Giuliano che aveva occupato lo stesso ruolo e che però era tornato a Firenze.

Primo architetto di San Pietro

Intorno al 1520, ci fu la morte prematura di Raffaello, e la carica di primo architetto della basilica di San Pietro venne così assunta da Antonio da Sangallo, Quindi si ritrovò protagonista assoluto dell’architettura romana, monopolizzando le committenze più prestigiose. Chiamò a se validi collaboratori, per formare una bottega ben organizzata e portare a termine il suo progetto per San Pietro.

Anche se non riuscì a concluderlo a causa della sua morte nel 1546, realizzò il progetto vaticano in miniatura, attraverso uno dei più grandi e costosi modelli lignei della storia. Propose una sintesi tra la pianta centrale di Bramante e la pianta longitudinale di Raffaello, con ai lati due torri campanarie aspramente criticate dal suo successore nella fabbrica, Michelangelo Buonarroti, perché eccessivamente sgraziate.

Palazzo farnese

Ma l’opera più significativa di Antonio da Sangallo rimase probabilmente il progetto per Palazzo Farnese, non completato a causa della sua morte, e anch’esso ultimato da Michelangelo. Il progetto per la dimora principesca per la famiglia del pontefice regnante Paolo III, fu un’impresa allo stesso tempo sobria, elegante e serena.

Ammirevole è la ripresa dei motivi imperiali romani, ripresi sui tre livelli esterni, che ricordano il modello architettonico del Colosseo. Di grande raffinatezza è invece l’atrio d’ingresso, coperto nella zona centrale da una bellissima volta a botte cassettonata, affiancata da due corridoi sorretti da colonne doriche. La concezione del palazzo fu determinante per i progetti futuri di residenze nobiliari, aprendo la strada ad una svolta decisiva nel linguaggio architettonico.

Altre opere importanti

In tale periodo le opere di Sangallo non rimasero indifferenti alle sperimentazioni manieriste. Il progetto più sorprendente in questo senso fu quello del Banco di Santo Spirito che suscitò scalpore per la novità del suo aspetto leggermente concavo che anticipava soluzioni poi divenute caratteristiche dello stile barocco.

Antonio inoltre edificò la Cappella Paolina, la Sala Regia dei Palazzi Vaticani ed altre costruzioni in Vaticano, proseguendo a partire dal 1541, anche i lavori al cortile del Belvedere. Costruì poi il pozzo di San Patrizio a Orvieto, profondo e ingegnosamente scavato nella roccia, con una doppia scala a spirale, come il Pozzo del Saladino nella cittadella de Il Cairo.

Federica.

ALMANACCO: 11 Aprile muore lo scrittore Primo Levi

Morì a Torino l’11 Aprile 1987, Primo Levi è conosciuto come scrittore italiano, autore di racconti, memorie, poesie, saggi e romanzi. Di origine ebraiche, fu testimone delle deportazioni naziste, nonché sopravvissuto ai lager hitleriani. Per questo fu soprattutto una figura fondamentale per capire il dramma e le conseguenze dell’Olocausto.

Primo Levi nasce a Torino da una famiglia ebrea di intellettuali piemontesi. Laureato in chimica e chimico di professione, divenne scrittore solo in seguito alla Guerra, che colpì tutta l’Europa, compresa l’Italia. Inevitabile fu la reazione della popolazione italiana, tra cui lo stesso Levi che ne rimase coinvolto. Nel 1943, infatti, si rifugia sulle montagne sopra Aosta, unendosi ai partigiani, ma venendo quasi subito catturato dalla milizia fascista.

Se questo è un uomo

Un anno dopo la sua cattura si ritrovò internato nel campo di concentramento di Fossoli e circa un anno dopo venne deportato nel più noto campo di concentramento di Auschwitz, in quanto ebreo. Qui vi rimase fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa, avvenuta il 27 gennaio 1945. Fu uno dei venti sopravvissuti dei 650 ebrei italiani arrivati con lui al campo.

Questa orribile esperienza è raccontata con estremi particolari, e con un grandissimo senso di umanità e dignità, nel romanzo Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947. Una vera e propria testimonianza, un documento delle violenze naziste, allo scopo di fornire un contributo personale affinché si eviti il ripetersi di tali e tanti orrori. L’opera divenne con il tempo, uno dei primissimi memoriali di deportati ebrei nei campi di sterminio nazisti.

La tregua

In seguito alla sua liberazione, scrisse il suo secondo libro, chiamato La Tregua. Collegato al suo primo libro, questo tratta del viaggio di ritorno in Italia, ovvero una cronaca del suo rimpatrio in seguito alla liberazione. Questo viaggio lungo e travagliato avvenne attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania ed Austria. Capolavoro della letteratura per il quale gli venne assegnato il premio Campiello.

Altre opere da lui composte sono invece associate alla sua passione per la chimica. Ricordiamo una raccolta dal titolo Storie naturali, oppure Il sistema periodico, una raccolta di episodi autobiografici associati ciascuno a un elemento chimico. Nel 1982 tornò al tema della seconda guerra mondiale, raccontando in Se non ora, quando?, le avventure di un gruppo di partigiani ebrei, grazie al quale vinse per la seconda volta il Premio Campiello.

Ultimi anni di vita

Nella raccolta di saggi I sommersi e i salvati del 1986, tornò per l’ultima volta sul tema dell’Olocausto, analizzando con distacco la sua esperienza, chiedendosi perché le persone si siano comportate in quel modo ad Auschwitz. In particolare estese la sua analisi alla “zona grigia”, rappresentata da tutti coloro che in un modo o nell’altro parteciparono al progetto concentrazionario nazista.

Primo Levi muore suicida l’11 aprile 1987, probabilmente lacerato dalle strazianti esperienze vissute e dal quel sottile senso di colpa che talvolta, assurdamente, si ingenera negli ebrei scampati all’Olocausto: di essere cioè “colpevoli” di essere sopravvissuti. Le spoglie dello scrittore riposano presso il campo israelitico del Cimitero monumentale di Torino.

Federica.

ALMANACCO: 10 Aprile nasce il giornalista Joseph Pulitzer

Nato a Makò in Ungheria il 10 Aprile 1847, Joseph Pulitzer è stato un giornalista, editore e politico ungherese naturalizzato statunitense. Fu il creatore di un nuova concezione di giornalismo, considerati per l’epoca controversi. A lui si deve la fondazione del noto riconoscimento all’eccellenza giornalistica, il Premio Pulitzer, che ogni anno, dal 1917, viene assegnato a giornalisti e scrittori americani.

Figlio di un ricco mercante ebreo, Joseph ricevette un’ottima educazione, acquisendo dai genitori l’amore per la lettura e le lingue straniere. Nel 1864 emigra negli Stati Uniti, arruolandosi nell’esercito federale, ottenendo la cittadinanza statunitense. Combatté durante la Guerra di Secessione statunitense, ma ben presto abbandona le armi per intraprendere la professione di giornalista.

Inizio della carriera giornalistica e politica

La sua carriera inizia nel 1868 a Saint Louis nel Missouri, dove, giovanissimo, lavora come reporter per il Westliche Post, giornale in lingua tedesca, di cui ne acquisterà una parte di proprietà nel 1871. Qui iniziò ad allacciare i primi contatti con il mondo della politica, il suo principale interesse per il resto della vita.

Nel 1869 si candida alla Legislatura di Stato, diventandone vincitore al fianco del Partito Repubblicano. Questo è il primo passo ufficiale della sua lotta alla corruzione pubblica e privata, nel perseguimento della quale molti gli accreditano, peraltro, mezzi poco ortodossi come le minacce armate. Nonostante l’impegno politico Joseph Pulitzer non abbandona il lavoro tanto amato, il giornalismo.

St. Louis Post-Dispatch e New York World

A soli trentuno anni si ritrova ad essere padrone di una piccola fortuna, in quanto riuscì ad investire soldi e impegno per fondere i quotidiani Westliche Post e St. Louis Evening Dispatch, dando vita al St. Louis Post-Dispatch. L’operazione si rivelerà un successo. L’ambizioso editore-giornalista aspira ad un pubblico ancora più vasto e non si ferma alla “periferia”.

Infatti 5 anni più tardi, nel 1883, acquista anche il New York World portandolo ad alti livelli di popolarità e diffusione. Inizialmente considerato un giornale piccolo e di nicchia, Pulitzer riuscì a trasformare il quotidiano in qualità e stile, diventando una delle più grandi e influenti testate del suo tempo. La testata divenne promotrice di un’informazione libera da ogni interesse politico o aziendale, con un filone aggressivo nel perseguire la verità dei fatti.

La sua rivoluzione giornalistica

Mentre i giornali andavano avanti, arricchendosi di firme prestigiose e partecipando alla vita pubblica del paese commentando vizi e costumi della società del tempo, nel 1982 Pulitzer propose di istituire la primissima scuola di giornalismo al mondo. La proposta fu inizialmente rifiutata, soltanto nel 1912, venne realizzata, un anno dopo la sua morte la Columbia University Graduate School of Journalism.

In pochi anni la sua figura venne ad avere una straordinaria influenza sulla politica americana e sul mondo della carta stampata, diventando un paladino della libera stampa e di un modo di intendere il giornalismo come servizio pubblico. Pulitzer ha rivoluzionato il giornalismo e ha saputo trovare, vivendo il suo tempo, la via migliore per parlare a un pubblico ampio.

Dalla morte al Premio Pulitzer

Con la stessa velocità del suo successo, però, una vita frenetica e lo stress per i molti attacchi dei nemici e detrattori minarono le sue condizioni di salute. Pulitzer divenne cieco e, fu costretto a vivere sul suo yacht lontano dal mondo. Joseph Pulitzer muore a Charleston in Carolina del Sud il 29 ottobre 1911.

Dopo la sua morte, e grazie alle ultime volontà testamentali, venne costituito il celebre premio a lui intitolato, il famosissimo Premio Pulitzer. E’ tuttora considerato il massimo riconoscimento internazionale per giornalisti, nonché autori di testi di narrativa, storici, drammaturghi e compositori.

Federica.

ALMANACCO: 9 Aprile fu scoperta la Venere di Milo

La Venere di Milo è una delle sculture più famose della civiltà greca che incarna, per molti, l’essenza dell’eleganza e della sensualità femminile. La statua marmorea classica di epoca ellenistica, probabilmente risalente al 130 a.C., venne scoperta solamente il 9 Aprile del 1820, nell’isola greca di Milos.

Fu un ufficiale della marina francese, Olivier Voutier, quando nell’aprile del 1820, attraccò con la nave sull’isola greca di Milo. Fortemente ispirato dal neoclassicismo e dall’archeologia, Voutier ne approfittò per condurre degli scavi proprio sull’isola, inizialmente nei dintorni del teatro antico.

Storia del ritrovamento

Cambiò zona di scavi, capitando nel campo di un contadino Yorgos Kentrotas, che stava cercando pietre per la propria casa. Insieme scoprirono varie parti di una statua di marmo: il busto, poi le gambe coperte dal drappo e, infine, un elemento più piccolo per unire il busto alle gambe. Avevano insieme, scoperto la Venere di Milo. La statua fu quindi ricomposta e Voutier ebbe modo di vederla meglio.

Ma Voutier non ebbe modo di caricarla sulla sua nave, così aspettò circa un mese, facendo attraccare un’altra nave all’isola di Milos. A bordo di questa c’era Jules Dumont d’Urville, ambizioso ammiraglio e celebre esploratore francese dell’epoca, che però agì diversamente da Voutier. Capì di non poterla acquistare subito, così ne fece un disegno e appuntò tutto nel suo diario, prendendosi tutti i meriti della scoperta. Con le prove scritte, chiese aiuto all’ambasciatore francese, e al re Luigi XVIII per poterla acquistare.

L’arrivo a Parigi

Il 29 ottobre 1820 la Venere di Milo lasciò l’isola di Milos per raggiungere Parigi nel febbraio dell’anno seguente. Si dice che re Luigi XVIII, da tempo malato di gotta e con cancrene diffuse, non l’abbia mai vista: appena arrivata la donò immediatamente al Museo del Louvre e tre anni dopo morì.

Una volta arrivata a destinazione, i pezzi di marmo e l’assenza di attributi resero molto complicata l’identificazione e quindi i lavori di restauro. A Costantinopoli, in uno dei sacchi di reperti arrivati con la statua, era stata trovata un’incisione sul basamento con il nome del probabile autore, Alessandro di Antiochia, scultore dell’età ellenista. Quel ritrovamento risolse parzialmente la prima questione, ma tutte le altre rimasero aperte, e lo sono tuttora.

Descrizione e stile

Il successo della statua è dovuto principalmente alla sua bellezza. Per quanto priva di molte parti, e incompleta, si tratta di una grande e inestimabile opera d’arte. L’afrodite, con il busto nudo fino all’addome, ha coperte le gambe da un fitto panneggio. Il corpo modellato è reso con delicate suggestioni chiaroscurali, col contrasto tra il liscio incarnato nudo e il vibrare della luce nei capelli ondulati e nel panneggio increspato della parte inferiore.

Non si conosce precisamente quale episodio mitologico venga rappresentato, forse è una raffigurazione della Venus Victrix che reca il pomo dorato a Paride. Infatti secondo alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano, protesa in avanti, si pensò reggere una mela d’oro. In generale comunque colpisce l’atteggiamento naturale della dea, ormai lontana dalla compostezza “eroica” delle Veneri classiche dei secoli precedenti.

Federica.

ALMANACCO: 8 Aprile muore il pittore Domenico Piola

Domenico Piola, la cui morte è datata all’8 Aprile 1703, fu un pittore, disegnatore, incisore e designer italiano, tra i principali esponenti del barocco genovese. Con il suo ruolo di regista delle arti a Genova, detenne un vero e proprio monopolio delle principali commissioni artistiche di secondo Seicento. 

Gran parte della sua famiglia già lavorava a Genova nell’ambito artistico, per questo fin da subito si avvicinò al mondo dell’arte e della pittura. Inizialmente fu apprendista nella bottega del fratello Pellegro, ma poi crescendo si trasferì nella bottega di Giovanni Domenico Cappellino, con il quale rimase per 4 anni.

Le esperienze giovanili nella città di Genova

Nella città natale, strinse amicizia con il maggiore artista genovese dell’epoca, Valerio Castello, del quale sarebbe divenuto successore nel campo delle grandi imprese decorative genovesi. Dall’amico ricevette solide conferme per iniziare il percorso artistico che prevedeva un inizio equilibrato dei linguaggi vigorosi di Rubens e Procaccini, arrivando verso gli emiliani Correggio e Parmigianino.

Nella seconda metà degli anni Quaranta il giovane, iniziò a ricevere importanti commissioni, come il Martirio e gloria di san Giacomo realizzato per l’oratorio di San Giacomo della Marina a Genova e la pala con la Gloria di san Bernardino per la chiesa della Ss. Annunziata del Vastato. Ricordiamo anche l’Ultima Cena per il refettorio degli agostiniani di Pieve di Teco e il celebre Carro del Sole, caratterizzato da una forza compositiva e cromatica dedotta in particolare da Procaccini.

La bottega di Genova

Intorno al 1650, risalgono la decorazione della cappella del Crocifisso nella chiesa di San Domenico, la Natività per la chiesa di San Francesco a Recco, la Madonna e san Simone Stock della chiesa di Nostra Signora del Carmine a Genova dipinta in occasione della peste del 1657. Nello stesso arco di tempo, fu impegnato con Valerio Castello nella vasta decorazione delle sale di palazzo Balbi Senarega.

Ma all’improvvisa morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1659, prese in mano i cantieri, divenendo titolare della più affermata bottega pittorica a Genova. Divenne il maggior interprete delle grandi imprese decorative genovesi del XVII secolo. Tutte le importanti famiglie della città, come i Doria, gli Spinola, i Balbi, si rivolgevano alla sua bottega per ornare i loro palazzi con le storie di eroi classici, di imperatori antichi, per celebrare i committenti.

Il passaggio ad una maniera delicata e soave

Ad esempio, in collaborazione con Paolo Brozzi, quadraturista bolognese e affrescatore esperto di finte architetture, decorò il salone principale del Palazzo di Pantaleo Spinola con L’offerta a Giove delle chiavi del tempio di Giano, e nel 1666, iniziò la decorazione della Chiesa dei Santi Gerolamo e Francesco Saverio del collegio dei Gesuiti a Genova.

Questa collaborazione segnò il passaggio a una nuova maniera, tutta dolce, soave e tanto delicata, che si accosta moltissimo a quella di Pietro da Cortona, soprattutto nei panneggi. Questo nuovo stile, fu saldamente fondato sul supporto grafico, su una tavolozza ricca e pastosa e sulla predilezione per composizioni teatrali, barocche, destinate a monopolizzare la parte restante del secolo. Un esempio fu la pala della Madonna e santi in adorazione della Trinità per la chiesa dei Ss. Pietro e Bernardo alla Foce a Genova.

Ultimi anni di carriera

Negli ultimi anni di vita è autore della decorazione a fresco che ricopre interamente l’interno della Chiesa di san Luca, parrocchia gentilizia delle famiglie Spinola e Grimaldi, in collaborazione con il quadriturista Anton Maria Haffner. Realizzò l’Incoronazione della Vergine sula Cupola e le Storie di S.Luca sul Coro. Qui dipinse anche la statua lignea del Cristo Deposto di Filippo Parodi.

Domenico Piola morì l’8 aprile 1703 mentre stava lavorando alla pala raffigurante San Luigi Gonzaga in adorazione dell’ostia per la chiesa dei Ss. Gerolamo e Francesco Saverio. Fu sepolto nella tomba di famiglia dentro la chiesa di S. Andrea.

Federica.


ALMANACCO: 7 Aprile muore il pittore spagnolo El Greco

El Greco, pseudonimo di Domenico Theotokópoulos, morì il 7 Aprile del 1614. Conosciuto come pittore, scultore e architetto greco, vissuto sia in Italia che in Spagna. È tra le figure più importanti del tardo Rinascimento spagnolo ed è spesso considerato il primo maestro del Siglo de Oro.

Nato in Grecia, sull’isola di Creta, ebbe sin da subito un’educazione classica, dovuta ai suoi genitori benestanti. Sotto il dominio di Venezia, l’isola di Creta in quel tempo, fu ancora sotto la tradizione bizantina delle icone, influenza importante che spinse El Greco ad avvicinarsi al mondo della pittura.

Venezia e l’influenza di Tiziano

Dopo il suo apprendistato come pittore di icone nella Scuola Cretese, dimostra subito grande talento tanto da gestire una bottega tutta sua a soli 22 anni. Successivamente decise di lasciare Creta per trasferirsi a Venezia, punto di snodo centrale del Mediterraneo, importante città dove conobbe il pittore Tiziano diventandone il suo discepolo.

Le sue opere di questo periodo rivelano gli influssi della pittura di Tiziano che si sovrappongono al figurativismo realistico-naturalista di matrice bizantina. Oltre a questo, subisce l’influenza di Tintoretto, dei manieristi veneti e del Parmigianino. Ovviamente questo lo portò ad unire i diversi mondi, dando vita ad uno stile del tutto personale e innovativo.

Il periodo romano

Nel 1570 andrà a vivere a Roma, ospite del cardinale Alessandro Farnese che aveva trasformato Palazzo Farnese in un’importante centro per intellettuali e artisti. Qui ebbe modo stringere varie amicizie, iscrivendosi alla associazione di artisti denominata Accademia di San Luca. Si avvicinò alla pittura dei manieristi, per l’uso vivido del colore, per i soggetti ritratti in pose che spesso appaiono innaturali e per le figure snelle e allungate.

A Roma El Greco avrà anche modo di ammirare e criticare la Cappella Sistina di Michelangelo. Si propose per riaffrescare la volta del Giudizio Universale seguendo i dettami imposti dalla Controriforma, ma per fortuna glielo impedirono. Ovviamente questo avvicinamento a Michelangelo, lo portò ad esserne influenzato, soprattutto nella rappresentazione delle grazia, e non nella ripresa fedele della realtà. Anche i suoi colori non si mescolano, dando al dipinto un impatto visivo immediato e potente, in cui prevalgono i verdi acidi e i rossi accesi.

Periodo spagnolo ed opere più importanti

Poiché non riuscì a far decollare la sua carriera in Italia, El Greco si spostò a Toledo in Spagna, grazie anche al suggerimento dello spagnolo Luis de Carvajal. Qui richiese la protezione del re Filippo II, senza ottenere successo. Il re dimostrò fin da subito di non apprezzare particolarmente l’arte di El Greco, assegnandogli la realizzazione di opere considerate minori.

Nonostante Filippo II, il suo talento non passa inosservato tanto da ricevere le prime importanti commissioni. Ricordiamo opere come la Sepoltura del conte di Orgaz, l’Adorazione dei magiL’Adorazione dei pastori. Per l’Escorial dipinge Sogno di Filippo e Martirio di san Maurizio, oltre alla serie dei ritratti. Fu grazie ai lavori spagnoli che acquisisce l’appellativo di “El Greco” che si porterà dietro per tutta la sua esistenza.

Dalla morte al ricordo

Dopo aver condotto una vita lussuosa, El Greco morirà a Toledo il 7 Aprile del 1614 e sarà seppellito prima nella chiesa di Santo Domingo, e poi trasferito nel monastero di San Torcuato. Purtroppo della sua salma nulla rimarrà perché nel 1800 una demolizione gli devasterà la tomba.

Dopo la morte dell’artista, El Greco fu a lungo dimenticato, in quanto le sue opere cozzavano con lo stile barocco imperante all’epoca. Verrà riscoperto a fine Ottocento con il romanticismo e saranno molti gli artisti che prenderanno spunto dalle sue opere, tra cui Pablo Picasso.

Federica.

mARTEdì: i segreti della Stanza Vaticana della Segnatura di RAFFAELLO

In occasione dell’anniversario della nascita e morte di Raffaello. avvenute il 6 Aprile, vorrei approfondire su una delle sue opere più importanti che segnarono un punto di svolta per la sua carriera di pittore. Realizzò a Roma, su commissione del papa Giulio II della Rovere, degli affreschi per decorare le stanze dei Palazzi Vaticani, oggi divenuti Musei.

Le Stanze decorate da Raffaello sono quattro conosciute come Stanza della Segnatura, Stanza di Eliodoro, Stanza dell’Incendio di Borgo, Stanza di Costantino. La Stanza della Segnatura fu la prima ad essere affrescata, adibita a studio e biblioteca del Papa. Raffaello per la decorazione di pareti, volta e zoccolatura si avvalse di alcuni aiuti di altri artisti per completare i lavori.

Decorazione della volta

Per quanto riguarda la decorazione della volta, venne divisa in 13 scomparti da grottesche cornici. Al centro è presente un ottagono con putti che reggono lo stemma papale Della Rovere, attorno ai quali si dispongono 4 troni. Su di essi sono dipinte le personificazioni di TeologiaFilosofiaPoesia e Giustizia, per esaltare le facoltà intellettuali dell’Uomo e cioè il Vero, il Bene, il Bello. Ai 4 angoli si trovano invece riquadri a finto mosaico con Adamo ed Eva, il Giudizio di Salomone, il Primo moto  e Apollo e Marsia.

Decorazione delle pareti

Sulle pareti, invece si trovano 4 celebri affreschi di grandi dimensioni: Disputa del Sacramento, Virtù e la Legge, Scuola di Atene e Parnaso. Nella Disputa del Sacramento, Raffaello pone in contrasto le due chiese. In quella gloriosa e trionfante c’è Gesù al centro, seduto in maestà fra la Madonna e San Giovanni Battista, e contornato da santi, patriarchi e angeli in volo sulle nubi. Nella chiesa sottostante, terrena e militante, è esposto un ostensorio d’oro, fulcro prospettico dell’opera, intorno al quale sono riprodotti dottori, poeti, teologi e filosofi e artisti importanti del periodo.

Nella parete a sud, c’è l’affresco a lunetta di Virtù e la Legge, di forma irregolare e spezzata per colpa della porta d’ingresso alla stanza. Ai lati della porta ci sono due scene: quella di sinistra che rappresenta l’istituzione del Diritto Civile, quella di destra invece rappresenta l’istituzione del Diritto Canonico. Nella grande lunetta superiore invece sono riprodotte le personificazioni delle Virtù cardinali: la Fortezza con un ramo di rovere, la Prudenza che si specchia e la Temperanza con le redini intrecciate. Ci sono anche le Virtù teologali sotto forma di angeli: la Fede indica il cielo, la Speranza regge una fiaccola accesa, la Carità scuote il ramo di rovere.

La Scuola di Atene, è forse l’affresco più importante realizzato da Raffaello. Fu dedicato alla celebrazione della filosofia ed evoca l’idea di “tempio della sapienza”. Vi si trovano tutti i filosofi e i saggi più importanti dell’antichità, raccolti su una gradinata. Al centro, nel fulcro prospettico, sono raffigurati Platone e Aristotele. Ogni personaggi ha dettagli ed elementi che rimandano alle proprie personalità, e si articolano dinamicamente in gruppi, concatenando gesti ed espressioni. A destra di Aristotele, Raffaello raffigura se stesso.

Nella parete nord della stanza, invece c’è l’affresco del Parnaso, il celebre monte della Grecia considerato dagli antichi sede delle Muse. Al centro troviamo il dio della musica e della poesia, Apollo, che suona una lira a ricordare il rapporto inscindibile tra la musica e la poesia. Intorno a lui, sono presenti le Muse, tra cui Calliope ispiratrice della poesia epica e Tersicore ispiratrice della poesia lirica. A questa assemblea partecipano anche molti poeti dell’antichità come Omero, Virgilio, Dante, Saffo, Petrarca, Ariosto e Boccaccio.

Altre decorazioni

Delle altre decorazioni della sala, non si occupò Raffaello direttamente, ma subentrò Pierin del Vaga. Esso decorò la parte sottostante agli affreschi raffaelleschi, ovvero la zoccolatura, formata da una serie di riquadri in finto legno. Essi furono incorniciati a monocromo e intervallati da festoni e cariatidi a finto rilievo. Questi riquadri proponevano le scene di un Sacrificio pagano, la Visione di sant’Agostino del fanciullo in riva al mare, Sibilla Tiburtina che mostra la Vergine ad AugustoSolone che arringa il popolo atenieseMosé che porta agli Ebrei le tavole della Legge, la Filosofia, i Magi che discutono circa la sfera celeste, la Morte di Archimede e assedio di Siracusa.

Per quanto riguarda il pavimento, invece vi è una decorazione a mosaico in stile cosmatesco, nel quale sono inseriti gli emblemi di Niccolò V e Leone X, nonché il nome di Giulio II.

Federica.

ALMANACCO: 6 Aprile nasce e muore Raffaello Sanzio

Il 6 Aprile, fu una data molto importante per l’artista Raffaello Sanzio, in quanto ricorda la sua nascita ma anche la sua morte, avvenuta lo stesso giorno a soli 37 anni. E’ stato un pittore e architetto italiano, fra i più celebri del Rinascimento. La “maniera” di Raffaello fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico diffuso dalla scuola del manierismo.

Nato ad Urbino nel 1483, divenne allievo del padre Giovanni Santi e in seguito del Perugino. In quel periodo ad Urbino c’era una vera e propria scuola pittorica che influenzò il pittore profondamente, tanto da portare sempre con sè le tracce di quel luogo, atmosfera piena di fermento e di linfa creativa. Si affermò ben presto come uno degli artisti più rinomati, realizzando la sua prima grande opera, Lo sposalizio della Vergine, molto simile a quella del Perugino.

Da Firenze a Roma

Nel 1504 si trasferisce a Firenze per studiare i grandi pittori Leonardo da Vinci e Michelangelo. Qui fa, inoltre amicizia con i pittori locali, come Fra’ Bartolomeo, che lo spinge verso forme più grandiose e poderose, realizzando la serie delle Madonne col Bambino, che ha saputo ritrarre innumerevoli volte senza renderle mai monotone. Di questa serie ricordiamo Dama col liocorno e Maddalena Strozzi, Madonna del prato, Madonna del Belvedere e Madonna del cardellino.

Dopo solo 4 anni si trasferisce a Roma, dove inizia a lavorare per papa Giulio II, che gli commissiona una serie di decorazioni delle stanze del Palazzo Vaticano. Ricordiamo la stanza della Segnatura, di Eliodoro, dell’Incendio di Borgo, di Costantino, commissione importante e di prestigio che segnò la svolta nella carriera del pittore. Divenne l’artista più ricercato di Roma, tanto da essere nominato nel 1514, architetto dalla chiesa di San Pietro che Giulio II sta facendo costruire. La maggior parte della sua opera architettonica va però persa con il tempo, perché demolita o modificata dagli artisti successivi.

Ultime opere prima della morte

Gli incarichi più importanti ricevuti dal Papa sono una serie di dieci arazzi con scene della vita di San Pietro e di San Paolo per la Cappella Sistina, e una pianta della città di Roma antica. Negli ultimi anni dipinse opere come la Fornarina e la Trasfigurazione di Cristo.

Raffaello morì la notte del venerdì santo del 1520, a soli 37 anni. I contemporanei affermarono che al momento della morte una crepa scosse i palazzi vaticani e il cielo si riempì di nuvole scure, come se il mondo avesse perduto una divinità. Oggi il suo corpo è conservato nel Pantheon.

Federica.

ALMANACCO: 5 Aprile si festeggia la Pasquetta

Il lunedì dell’Angelo, detto anche lunedì di Pasqua, o informalmente Pasquetta, consiste nel giorno che segue la Pasqua. Prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro tra le donne giunte al sepolcro, e l’angelo, che annuncia la Resurrezione. Quest’anno, la Pasquetta si festeggia il 5 di Aprile.

Come per i festeggiamenti della Pasqua, anche in questa giornata vorrei approfondire come gli astisti abbiano utilizzato il tema religioso della Pasquetta, per realizzare le loro più celebri opere. Il Lunedì dell’Angelo, fu un tema che prese piede soprattutto durante il Seicento, offuscato da sempre dal tema della Resurrezione, molto più in voga in quel periodo.

Annibale Carracci – Pie donne al sepolcro

Noto anche come le 3 Marie, questo dipinto del Carracci ci mostra la scena dell’annuncio da parte dell’angelo della Resurrezione di Gesù, alle tre Marie. Le figure statuarie occupano solidamente lo spazio pittorico, mentre le loro pose e i loro gesti coordinati danno vita un efficacissimo equilibrio ritmico di pesi e contrappesi che determina un effetto di sospensione. Questa sospensione delle figure isola in modo perfetto il momento topico dell’annuncio della Resurrezione. La semioscurità della scena, data dalla penombra dell’aurora, è interrotta solo dal candore della veste dell’angelo che indica la tomba vuota.

Duccio di Buoninsegna – Le 3 Marie al sepolcro

Quest’opera fa parte della serie di formelle presente sul polittico della Maestà nel Duomo di Siena, grande capolavoro pre-rinascimentale dell’artista. La serie racconta le storie di Cristo, e questa nello specifico, narra il momento in cui l’angelo sul sepolcro aperto annuncia la Resurrezione di Cristo alle 3 Marie. Così come tutto l’intero polittico della pala d’altare, anche questa formella è stata realizzata prevalentemente in colore oro, dalle aureole dei personaggi, al sepolcro, al cielo retrostante.

Beato Angelico – Messaggio dall’angelo

Conosciuto anche come l‘Angelo annuncia la resurrezione di Gesù Cristo alle pie donne, è un dipinto murale nel dormitorio del Convento di San Marco a Firenze. Anch’esso nei colori caldi e dorati, mostra l’Angelo, vestito di bianco seduto sul sepolcro che spiega alle donne l’accaduto. Con la sue mani mostra la tomba vuota ed indica verso l’alto, dove i discepoli potranno rivedere Gesù. Le 3 pie donne a destra sono presentate con alcune particolarità iconografiche, mentre la Santa Maria Maddalena china al centro, risulta autonoma ed estranea al gruppo.

Hubert van Eyck – Le tre Marie al sepolcro

Quest’opera di Van Eyck risulta molto più realistica delle precedenti, sia per dettagli sia per l’uso di colori, simili alla realtà. L’oro viene abbandonato per lasciare spazio a un mix di colori che sia armonizzano tra loro. Come di consueto, il tocco di bianco puro è dato alla veste dell’angelo sopra il sepolcro, mentre per le tre Marie, l’artista ha optato per 3 colori differenti ma complementari. Inoltre, in accordo alla sua tendenza fiamminga, Van Eyck introduce all’interno dell’opera minuziosi dettagli, dalle armi dei soldati, alla straordinaria rappresentazione della città nello sfondo, uno degli elementi più particolari della scena.

William Bouguereau – Le tre Marie alla tomba

Ancora più realista è l’opera di Bouguereau. In questo caso non è più l’angelo il punto focale e centrale dell’opera, ma in primo piano appaiono le grandi figure delle 3 Marie. Esse si accostano all’interno di un sepolcro, che non viene raffigurato orizzontale come l’iconografia classica, ma come una vera e propria porta di casa, dalla quale appare in lontananza l’angelo. Il verismo e realismo di quest’opera, lo si può notare dalle gesta e dagli atteggiamenti delle donne, soprattutto la Maria raffigurata di spalle, della quale non si vede il volto ma solo il piede sporco in primo piano.

Federica.