Nato il 2 Marzo del 1962, Enrico Faccini è un fumettista italiano meglio conosciuto come padre di Paperino e Paperoga. Fu quindi, un disegnatore e sceneggiatore nel noto fumetto Topolino.
Giunge alla redazione di Topolino nel 1988, dopo un periodo di apprendistato sotto la guida di Giovan Battista Carpi e Romano Scarpa. Esordisce con la storia Qui, Quo, Qua e il rock rimbombèros, di cui cura sia testo che disegni, pubblicata sul numero 1772 di Topolino.
Paperino, Paperoga e Timoteo Piccione
Diventa un autore ufficiale del libretto, in quanto realizza numerose strip contenute in Topolino. Le sue storie hanno uno stile spassoso e comico, utilizzando spesso come protagonisti i due cugini Paperino e Paperoga. Sono rare, invece, le sue storie su Topolino, ritenuto più impegnativo, perciò si trovò più a suo agio a scrivere brevi storie comiche con i paperi.
Insieme al disegnatore genovese Andrea Freccero, ha dato vita al personaggio di Timoteo Piccione. Si tratta di un piccione antropomorfo estremamente curioso, tanto da stancare, con le sue esasperanti e continue domande. Il suo esordio avvenne nella storia Paperino e l’ingombrante ospite petulante, pubblicata sul numero 2587 del 2005.
Altri lavori
Inoltre, a lui il riconoscimento di aver inventato le cosiddette storie mute, cioè brevi storie comiche in cui i personaggi non parlano e la trama è incentrata sulle vignette. La prima di esse è Due passi nel parco, storia di appena 5 tavole pubblicata nel 2009. Ne seguiranno molte altre.
Oltre a creare storie è l’autore di numerosissimi serie di Gulp, con protagonisti quasi sempre i due cugini, tra i quali i più famosi sono: Re di Pasticci, Zucche vuote, Minima Paperalia, Colpi di sole, Nostro Zione, Il più grande… e tanti altri.
Il 1 marzo 1938, moriva Gabriele D’Annunzio. Uno dei poeti, scrittori ed intellettuali più importanti del nostro Paese. La sua espressione più celebre fu “vivere inimitabile”. Frase che, in effetti, riassume benissimo ciò che sono state le sue esperienze e tutta la sua esistenza. Una vita che non può essere imitata.
Nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante. Già dai primi studi mostra subito un grande interesse per la letteratura ed è proprio negli anni del collegio che pubblica la sua prima raccolta poetica (Primo Vere). Tanto che lo si potrebbe definire una sorta di ragazzo prodigio!
L’esperienza romana
Si trasferisce a Roma ai tempi dell’università, iscrivendosi alla Facoltà di Lettere ma non termina gli studi. Il periodo romano sarà soprattutto un periodo di lavoro giornalistico, vita mondana, frequentazione di salotti letterari e aristocratici ma anche grandi amori e grandi tradimenti.
Per un letterato a quel tempo poteva essere facile ritrovarsi in questi vortici di passioni e vita sregolata. Sulla base di questo inizia a scrivere i suoi primi romanzi dando voce a quello che viene definito il movimento dell’Estetismo di cui D’Annunzio è il più grande rappresentante in Italia soprattutto con il suo famosissimo romanzo, Il Piacere.
Il movimento dell’Estetismo
L’Estetismo è un movimento che deriva direttamente dal gruppo del Decadentismo, il cui concetto di fondo è la rottura con la società e con l’arte ufficiale classica. Si ha un grande bisogno di allontanarsi dalla massa borghese, tanto da scandalizzarla, rompendo con le tradizioni letterarie passate. L’Estetismo è la variante che più ci interessa quando parliamo di D’Annunzio, in quanto, è un atteggiamento che coinvolse tutta l’esistenza.
In linea con la parola estetica, consiste nella filosofia che si occupa delle sensazioni, della bellezza, dell’arte. In letteratura l’Estetismo implica un culto del bello, in quanto è molto importante il modo in cui le opere appaiono, devono essere piacevoli alla vista, al tatto, alla lettura, devono sconvolgere, esprimere lusso e distacco da tutto quello che è comune. Il romanzo che meglio di tutti concretizza le tematiche dell’Estetismo e che anzi aiuta la diffusione di queste idee in Italia è Il Piacere che vedremo fra poco.
Il concetto di Superuomo
Ma la vita lussuosa che conduce a Roma lo sommerge di debiti e per scappare ai creditori comincia un periodo di spostamenti per la Penisola. Giunto a Venezia conoscerà l’attrice Eleonora Duse, il grande amore della sua vita, alla quale si ispirerà nelle sue scritture.
Questo è anche il periodo in cui, leggendo Nietzsche, si avvicina al concetto di superuomo, colui che si distacca da ogni convenzione, rinascendo come spirito libero e animalesco contro le restrizioni civili e sociali. Secondo questo concetto scrive Le Laudi, una raccolta di componimenti poetici nel quale appare il concetto di superuomo affibbiato all’idea di un Eroe greco di vitalità irrefrenabile.
Dalla vita politica agli ultimi anni di vita
Il suo periodo politico lo vede deputato del Regno d’Italia. In questa veste lotta affinché il nostro Paese entri in guerra, durante la Prima Guerra Mondiale. Parteciperà direttamente al conflitto in alcune battaglie aeree, ma riportò gravi ferite, come la perdita della vista ad un occhio.
In seguito al conflitto mondiale, e con l’ascesa di Mussolini, D’Annunzio si ritira dalla vita politica e passa gli ultimi anni sulla villa sul lago di Garda fino alla sua morte avvenuta il 1 Marzo 1938. L’importanza della sue opere è tale che gli valse l’appellativo di Poeta Vate: un poeta in grado cioè di interpretare ed esprimere al meglio le tensioni e lo spirito del suo tempo storico.
Buongiorno a tutti, qualcuno di voi si sarà chiesto come mai io abbia utilizzato la foto di un albero di mandorlo in fiore come copertina e sfondo del mio blog.
Alcuni penseranno che io mi sia lasciata ispirare dal caldo romano e dall’imminente arrivo della primavera, ma non è proprio così.
L’idea di un tocco di colore al mio blog, mi è sempre piaciuta, così come nella vita. Chi mi conosce sa che sono una persona abbastanza vivace e colorata, anche se il mio abbigliamento tende sempre ad assumere colori scuri. Le donne mi potranno capire, il nero sfina, o almeno è quello che dicono.
In realtà avendo realizzato un blog sull’arte, mi sono fatta ispirare dalle infinità di opere e di quadri che ho studiato all’Università. Ovviamente, dovevo risultare originale e non potevo mettere opere banali che conoscessero tutti, come La Gioconda di Leonardo, il Bacio di Klimt, l’Urlo di Munch, e via dicendo.
Ecco perché ho scelto un’opera di nicchia, che non tutti conoscono e di cui ignorano l’artista. Ebbene si, l’opera è di Vincent Van Gogh, chiamata Ramo di Mandorlo fiorito.
Lo so, siete abituati a conoscere Van Gogh per l’opera iconica della Notte stellata, per i Girasoli e i Caffè parigini, ma anche per la storia leggendaria dell’orecchio tagliato. E’ sempre stato descritto come un artista cupo, un po’ pazzo, dall’animo tormentato che riportava all’interno delle sue opere. Opere che apparivano, distorte, confuse e graffianti, date da colori vivaci che, da sempre, accecano la vista dello spettatore.
Ovviamente Van Gogh è stato anche molto altro. L’artista indiscusso ebbe anche un lato poetico, dettato da un frangente di vita illuminata dalla nascita di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Questo evento gli diede un’improvvisa vitalità, che dovette per forza riversare su una tela, carica di dolcezza e speranza.
Ed è proprio qui che nacque Ramo di Mandorlo fiorito come dono al fratello Theo ed al piccolo Vincent, appena nato. Il quadro diventa in qualche modo una celebrazione della vita, ed un augurio di un futuro felice e spensierato. E’ quindi una metafora perfetta della nascita e di una nuova speranza.
Ed ecco spiegato perché ho scelto proprio quest’opera per decorare il mio blog. Perché mi ricorda che anche nei periodi più bui, tristi e malinconici, ci sarà sempre uno spiraglio di luce e un fiore che cresce dentro di noi. Basta solo lasciare spazio alle nostre passioni e renderle parte integrante delle nostre vite.
La mia passione coincide con la nascita di questa nuova avventura firmata Il mondo della Ragazza Creativa, che non vedo l’ora di farvi scoprire.
Salve a tutti lettori, il mio nome è Federica, ho 24 anni (ancora per poco) e vivo nella splendida periferia romana.
Vivo una vita banale, una classica vita da ventenne, divisa tra i primi lavori dietro una scrivania da segretaria, e le uscite con le amiche.
Fin da piccolina, la mia vita è sempre stata frenetica, tanto che ad oggi penso di avere un problema con cui oramai mi sono rassegnata a convivere. Non riesco a stare ferma.
Mi riesce proprio impossibile stare con le mani in mano, devo sempre inventare qualcosa per passare il tempo, tanto da aver ottenuto il soprannome di ragazza creativa.
Terminati tutte le tipologie di hobby fai da te, ho deciso di aprire questo blog come ultima spiaggia per placare la mia movimentata e irrefrenabile creatività.
Che cos’è la Pietà? E’ un sentimento di affettuoso dolore, di angoscia e di solidarietà nei confronti di chi soffre. Il significato attuale della parola pietà, non corrisponde al significato del termine da cui essa deriva. La pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e di rispetto verso la famiglia. Oggi invece, il significato del termine si è avvicinato all’idea di misericordia con il Cristianesimo, per il quale la pietà è un attributo di Dio.
La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare queste emozioni producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale e compassionevole visione della vita. Ecco come la pietà viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere in cui vi è rappresentata la pietà, realizzate fino ad oggi.
Giotto, Compianto sul Cristo morto – Photo Credits: Studiarapido.com
Giotto, Compianto sul Cristo morto, 1303-05
Realizzata da Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, la scena del Compianto sul Cristo morto, è forse una delle più drammatiche mai dipinte prima nel Medioevo. Seguendo l’iconografia religiosa, il corpo di Gesù viene adagiato al suolo, dopo essere stato deposto dalla croce. Le pie donne intorno a lui hanno cura del cadavere, tra cui la Vergine disperata che lo abbraccia. Anche i discepoli sono immersi nel compianto, così come gli angeli dal cielo partecipano al dolore.
Qui vi è rappresentata tutta la disperazione dell’umano dolore, non solo in terra, ma anche in cielo. Ne nasce l’immagine di un dramma corale, unanime, universale. Il tutto avviene in un paesaggio desolato, con alberi spogli che richiamano alla morte di Cristo, testimonianza del dolore universale, conseguente al suo sacrificio. C’è un’altissima sensazione di drammaticità data dalle figure, ognuna con una propria posizione, come l’abbraccio tenero della Madre al figlio, il gesto disperato di Giovanni che allarga le braccia, l’urlo della Maddalena che accarezza i piedi di Cristo.
Andrea Mantegna, Cristo morto – Photo Credits: artesvelata.it
Andrea Mantegna, Cristo morto, 1480
Come nell’opera precedente, anche Mantegna accosta l’idea della pietà all’iconografia del Cristo Morto, ma in maniera del tutto rivoluzionaria e innovativa. La forza espressiva della tela, sottolinea il dramma con una sobria costruzione e un’ invenzione prospettica di grande effetto, che contribuisce a creare una scena cruda, drammatica e coinvolgente. Lo scorcio prospettico del corpo di Gesù è molto azzardato, ma realizzato con estrema precisione e realismo. Come se lo spettatore partecipasse alla scena e al compianto.
Il suo corpo giace inerme su una pietra fredda, coperto da un lenzuolo. In primo piano, sono visibili i piedi con le ferite provocate dai chiodi, così come i palmi delle mani. Dettaglio voluto, per avvicinare il devoto alla sofferenza di Cristo e la sua passione. A sinistra del dipinto, vi sono i dolenti, ovvero Maria, San Giovanni e la Maddalena, che piangono e vegliano il corpo, trasmettendo quella che è l’idea di pietà. Tutte le figure vengono evidenziate dalla luce che, invece, è assente sullo sfondo, sottolineandone la drammaticità e determinando un senso di pathos nel fedele.
Michelangelo, Pietà – Photo Credits: vaticano.com
Michelangelo, Pietà, 1497-99
La Pietà di Michelangelo è una delle statue più note e di valore dell’arte occidentale. All’interno della Basilica di San Pietro, il marmo riproduce la figura a grandezza naturale di Maria seduta, che tiene tra le braccia il corpo del figlio morto. Il gruppo statuario ha una composizione piramidale che dona una forte stabilità ma anche un movimento verso l’alto. L’influenza del naturalismo, si coglie soprattutto nel panneggio degli abiti, nella presa di Maria e nel corpo morbidamente modellato di Cristo.
La donna sorregge il figlio sulle gambe, stringendo il suo torace. Essa indossa una veste con un velo che le copre il capo e le spalle, dal panneggio molto complesso. Cristo è magro, glabro e il suo corpo è abbandonato sulla Madre. Entrambe le figure hanno dei dettagli anatomici resi alla perfezione, come muscoli, tendini, vene. A differenza dei suoi colleghi, Michelangelo propone l’espressione di Maria vuota, senza dolore, in quanto la ritiene capace di non piangere, come un qualsiasi genitore. La rende una donna sovrannaturale, celeste, scolpendola anche molto più giovane di suo figlio, come un essere immortale e senza età.
Ci sono moltissimi dettagli che hanno reso celebre questa tela di Caravaggio. Primo fra tutti è la capacità dell’artista di catturare il momento esatto precedente all’inumazione, cioè quando il corpo Gesù, viene appoggiato su di una lastra marmorea per essere lavato, unto e profumato. Tutto fu riprodotto in modo realistico, a partire dal braccio di Gesù che rendeprivo di vita, dettaglio riconducibile all’opera precedente di Michelangelo.
Nella Deposizione, vi sono altre figure che partecipano al dolore. Le 3 donne in alto, sono le tre Marie, ovvero la Vergine Maria, Maria Maddalena, e Maria di Cleofa, che alza le braccia al cielo in un gesto di altissima tensione drammatica. I due uomini sotto di loro, che sorreggono il corpo di Cristo, sono San Giovanni con il mantello rosso e Nicodemo, l’unica figura che guarda verso lo spettatore. Nel suo volto, c’è chi ha riconosciuto le fattezze di Michelangelo, come omaggio all’ammirazione sconfinata verso l’artista. La luce è una caratteristica fondamentale nei lavori di Caravaggio, e qui investe con un raggio, il costato di Cristo, mettendo in risalto tutte le ferite ed i particolari del suo corpo.
Giuseppe Veneziano, La pietà di Superman – Photo Credits: arteworld.it
Giuseppe Veneziano, La pietà di Superman, 2010
Come ultima idea di Pietà, facciamo riferimento ad un artista diverso dai precedenti. La pittura di Veneziano è provocatoria, arriva dritta allo spettatore, senza passare troppo da intellettualismi. La sua opera chiamata La pietà di Superman, è strettamente legata alla classica iconografia religiosa della Vergine e del Cristo. In questo caso, però, ispirandosi alla Pietà michelangiolesca, realizzerà una pittura che colpisce, arresta, fa inciampare e destabilizzare lo spettatore. Rende l’opera quasi blasfema.
Riesce a ridurre una tematica religiosa così drammatica e di pietà, in un cartoon, sostituendo il corpo di Cristo, morto per un sacrificio, con quello di Superman, famoso eroe dei fumetti. Con la sua tutina attillata da supereroe, viene riprodotto moribondo sulle gambe di Maria, vestita secondo l’iconografia tipica, e affiancato da un putto alato, che gli tiene la mano. L’artista, attraverso l’opera, cercò di sfidare il pubblico e la critica, creando questa fusione tra religione e fumetto, ed esponendo quest’opera a Venezia, in occasione della Biennale del 2010.
Che cos’è la Pace? E’ la condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti. Si intende il buon accordo e la concordia di intenti, l’idea di quiete, agio, tranquillità e serenità spirituale oppure anche di calma diffusa e riposante. Consiste nella situazione contraria allo stato di guerra, garantita dal rispetto dei rapporti internazionali fra diversi popoli, e caratterizzata, all’interno di uno stesso stato, dal normale e fruttuoso svolgimento della vita politica, economica, sociale e culturale.
La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro pacifica visione della vita. Ecco come la pace viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più pacifiche realizzate fino ad oggi.
Pieter Paul Rubens, Minerva protegge la Pace da Marte – Photo Credits: arteworld.com
Pieter Paul Rubens, Minerva protegge la Pace da Marte, 1629-1630
Rubens dipinse il quadro a Londra, per una missione diplomatica di pace tra la Spagna e l’Inghilterra e lo donò a re Car lo I. Il dipinto rappresenta al centro Cerere nuda, ovvero la Madre Terra che personifica la Pace. Dietro di lei, vestita con l’armatura, vi è Minerva, dea della guerra e della saggezza e protettrice degli artigiani. La dea viene raffigurata nell’atto di allontanare Marte, dio maschile della guerra, e la furia dietro di lui.
Marte è interessato alla Pace, puntando soprattutto ai suoi frutti, personificati da Bacco, dio della fertilità, i satiri e dalle ninfe dietro di lui, che trasportano ricchezze e musica. Sopra la scena vi è raffigurato un amorino che porta nella mano una corona d’ulivo, simbolo di pace. Nell’insieme allegorico e simbolico del quadro, Rubens, però, riesce ad inserire anche un richiamo alla realtà attraverso la rappresentazione dei figli dell’ambasciatore inglese, vestiti con abiti nobiliari, tipici del periodo seicentesco.
Luca Giordano, Allegoria della Pace tra Firenze e Fiesole – Photo Credits: arte.it
Luca Giordano, Allegoria della Pace tra Firenze e Fiesole, 1682
Allegoria della Pace tra Firenze e Fiesole è un’opera chiamata la Soffitta, cioè una tela da soffitto che Luca Giordano dipinse per la Sala della guardia in Palazzo Pitti. Firmata “Jordanus”, raffigura una complessa allegoria nella quale si rievoca la pace fatta tra Firenze e Fiesole in periodo romano. Non solo, è anche un’allusione alla pace durevole stabilita in Toscana dai Medici, qui rappresentati dal loro stemma che Giove, dio supremo, porge a Minerva. Essi si trovano nella parte alta dell’opera, circondati da nuvole, e il sole che si eclissa con la testa del dio Giove.
Nella parte bassa dell’opera, invece, sono raffigurati altri personaggi, riconducibili al mondo terreno. Oltre ai popolani, vi è la figura allegorica dell’Arno, nudo e sdraiato a terra con un tino pieno d’acqua. La sua mano destra è rivolta verso l’alto ad indicare l’architettura sullo sfondo riconducibile alla cupola di Santa Maria del Fiore, di Firenze. L’artista napoletano ama gli impulsi drammatici e il linguaggio concitato di Rubens, a cui Giordano si ispira molto. Infatti simile all’opera precedente del pittore fiammingo, anche Giordano utilizza sfondi scuri e cupi con personaggi agitati e movimentati.
ANTONIO CANOVA, “ALLEGORIA DELLA PACE” – Photo Credits: cultorweb.it
Antonio Canova, Allegoria della Pace, 1812
Con i suoi quasi due metri di altezza, l’Allegoria della Pace rappresenta un’opera dal forte valore simbolico e politico. Fu commissionata dal principe russo Nicolaj Rumianzev, figura russa ed europea cruciale in quegli anni. Diede l’incarico di realizzare quest’opera a Canova, per far esaltare il ruolo chiave della propria famiglia nelle vicende diplomatiche nazionali. Fu realizzata durante i preparativi della Campagna di Russia, scatenata da Napoleone nel 1812.
L’opera avrebbe quindi dovuto rappresentare un’allegoria della Pace a grandezza naturale, fornita di corona, scettro e grandi ali. Sulla base, vennero poste 3 iscrizioni commemorative dei trattati siglati da membri eminenti dei Rumianzev. Il problema fu la lingua da scegliere per le scritte. Inizialmente si pensò al russo secondo la committenza, poi però si pensò ad una lingua più internazionale per rispettare l’unità e la concordia tra le nazioni europee. Si decise quindi che l’allegoria della Pace avrebbe parlato in latino.
Pablo Picasso, Guerra e Pace – photo Credits: unagocciadicolore.com
Pablo Picasso, Guerra e Pace, 1953
Picasso realizzò quest’opera nella cappella del castello di Vallauris, sulla Costa Azzurra. I due quadri monumentali da lui dipinti di oltre 100 metri vennero realizzati su pannelli di legno che riprendono la forma della volta. Sulla sinistra vi è La Guerra, rappresentata dalla sua personificazione su di un cocchio su una terra rosso sangue. Ha una spada insaguinata, un cesto pieno di insetti e una rete piena di teschi. Contro di lei sembra avanzare il “cavaliere della pace”, contraddistinto dallo scudo con incisa una colomba, simbolo di pace.
Sul pannello di destra, invece vi è La Pace, rappresentata da figure allegre e spensierate che danzano sulla musica di un suonatore di flauto. Sotto i raggi di un grande sole, vi è un bambino con un cavallo alato, mentre sulla destra, ai piedi di un albero da frutta, riposa serenamente una famiglia. Tutto è armonioso e i colori sgargianti esprimono tranquillità e vivacità. Al centro della cappella, inoltre, fu dipinto da Keith Haring un altro pannello, con quattro persone di etnie diverse riconducibili all’idea dell’armonia tra i popoli, protetta dalla immancabile colomba.
Bansky, I soldati che dipingono la pace – Photo Credits: artescuola.com
Bansky, I soldati che dipingono la pace, 2007
Grande esponente della street art, Bansky è un writer inglese che non si limita esclusivamente all’aspetto artistico delle opere, ma anche al forte impatto sociale affrontando tematiche delicate come cultura, l’etica e la politica. Uno dei tanti argomenti affrontati vi è quello della guerra, esprimendo attraverso le sue opere un forte dissenso. Un esempio fu l’opera I soldati che dipingono il simbolo della Pace, collocata originariamente fuori dal Palazzo di Westminster.
Il murales, prontamente rimosso dalle autorità, raffigura due soldati in assetto da combattimento che dipingono il simbolo della pace su un muro. Il primo, accovacciato, imbraccia il mitra mentre l’altro completa il simbolo della pace immergendo un pennello nella vernice rossa. La satira artistica di Banksy è un’aperta critica alla repressione della libertà di parola e di pensiero praticata nelle nazioni in guerra. I soldati, temendo per la loro vita sviluppano desideri di pace, ma hanno paura di esprimerlo. Questo evidenzia come in determinate situazioni la repressione non sia solo di tipo fisico, ma anche di tipo intellettuale ed emotivo.
Che cos’e’ la Scienza? E’ un sistema di conoscenze ottenute attraverso un’attività di ricerca, prevalentemente organizzata con procedimenti metodici e rigorosi, coniugando la sperimentazione con ragionamenti logici. Si intende quindi il risultato delle operazioni del pensiero, in quanto oggetto di codificazione sul piano teorico e di applicazione sul piano pratico. E’ quindi una designazione convenzionale di una o più discipline affini nell’ambito di programmi o piani di studio o di ricerca.
La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare queste emozioni producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale e scientifica visione della vita. Ecco come la scienza viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencati alcuni degli artisti più lscientifici della storia dell’arte.
Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, 1450 – Photo Credits: artesvelata.it
Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, 1450
Colui che si avvicinò artisticamente all’applicazione delle regole della prospettiva, fu Piero della Francesca. Nell’opera Flagellazione di Cristo, infatti, realizzò una composizione che divise il dipinto in due parti attraverso una colonna corinzia. A sinistra, in una loggia classica vi è Cristo incatenato, circondato da aguzzini che lo flagellano al cospetto di Pilato seduto. A destra invece si svolge una conversazione fra tre uomini, estranei alla drammaticità e alla violenza della scena a fianco.
La matematica e la prospettiva rivestono un ruolo fondamentale nell’opera. Tutti i dettagli furono studiati con grande attenzione, servendosi della legge della sezione aurea. Le linee di fuga convergono verso un punto del pavimento e la sensazione è quella di osservare la scena dal basso. La prospettiva di grandezza, rende chiara la distanza dal primo piano allo sfondo. Il pavimento inoltre è decorato con grandi rettangoli geometrici che funzionano da griglia prospettica aiutando a percepire la profondità dello spazio.
Leonardo da Vinci, L’uomo vitruviano, 1490
Leonardo, ebbe da sempre la convinzione che tutti i fenomeni naturali potessero essere spiegati per mezzo delle leggi della geometria e della scienza. Nell’Uomo vitruviano, riuscì a raffigurare un corpo naturale sotto forma geometrica attraverso l’armonia, l’ordine e la proporzione. Infatti nel disegnare una figura umana consigliò di misurare attentamente i rapporti fra gli arti ricorrendo alla matematica e alla Divina Proporzione. Tanto da rendere l’opera un’icona contemporanea, simbolo della centralità dell’uomo come misura di tutte le cose.
Basandosi sul trattato De Architettura di Vitruvio, Leonardo disegna sul foglio un corpo umano inscritto geometricamente in un cerchio e in un quadrato. Le braccia sono riprodotte in due posizioni differenti: nella prima le dita toccano il cerchio, mentre nella seconda toccano i lati del quadrato. Idem per le due posizioni delle gambe. Alcune linee rette orizzontali separano il collo dal torace, passano sui capezzoli, sopra il pube e sotto le ginocchia. La figura umana viene quindi analizzata e misurata con strumenti della scienza, matematici e geometrici.
Georges Seurat, Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte, 1884 – Photo Credits: arteworld.it
Georges Seurat, Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte, 1884
Seurat è stato un pittore francese precursore del puntinismo. Appassionato alla teoria del colore, sperimentò a lungo una sua pittura basandosi su leggi ottiche, percezione visiva e colori complementari. Studiò a lungo il modo scientifico per cui i nostri occhi percepiscono mediante l’utilizzo di dischi cromatici riportati sulla corona esterna. La tecnica pittorica che ne scaturisce si basa sulla mescolanza ottica, fondata su una rigorosa giustificazione della scienza.
Nell’opera Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte, l’artista inserisce questo studio sui colori, componendo il dipinto di innumerevoli puntini monocromatici. La tecnica del puntinismo, consiste in un illusione ottica che rende visibili questi puntini solo avvicinandosi. Mentre ad una distanza maggiore la nostra percezione fa sì che punti vicini interagiscano e si fondano. Anche la scelta dei colori segue regole ben precise, legate al comportamento e alla variazione della luce. Le forme vengono messe in evidenza da contrasti di chiarezza e di complementari. Ad esempio, si notano le differenze di totalità nel prato, un verde chiaro e brillante nella parte illuminata dal sole, mentre un verde scuro delle zone d’ombra.
Canaletto, Piazza S. Marco, 1744 – Photo Credits: skuola.net
Canaletto, Piazza S. Marco, 1744
Canaletto, artista proveniente da una famiglia di scenografi teatrali, è noto soprattutto come vedutista. Non aveva la macchina fotografica ma utilizzava soltanto la camera ottica, con la quale riuscì ad inventare alcune delle tecniche fotografiche attuali, come il fisheye. L’artista si avvalse di valori matematici e della prospettiva. Grazie ad essi allargava la scena con viste grandangolari, conferendo così un’ampiezza particolare, diversa dal naturale. Con una tale tecnica, l’osservatore del dipinto non riesce a percepire il corretto punto di vista, venendo così ingannato dalla rappresentazione prospettica della veduta.
Ecco un esempio: Piazza San Marco del 1744 e la sua versione “incorniciata” del 1756. Nel primo caso Canaletto si affida al punto di vista rialzato. Mostra una maggiore porzione di pavimento, che consente di cogliere la lunghezza della piazza. Nel secondo caso, invece, il punto di vista è ad altezza d’uomo. Inoltre la profondità è data dalla presenza dell’arco che determina il primo piano e incornicia la rappresentazione. Entrambe le versioni hanno piccole figure che animano lo spazio della piazza, smorzando la rigidità della prospettiva.
Bill Viola, Emergence, 2002 – Photo Credits: artribune.it
Bill Viola, Emergence, 2002
Viola è uno dei massimi esponenti della videoarte, un linguaggio artistico basato sulla creazione e riproduzione di immagini in movimento mediante strumentazioni video. In questo caso l’arte si fonde alla scienza attuale dei videomaker. Nelle sue opere, utilizza filmati video o videoinstallazioni multimediali incentrate nella rappresentazione allegorica di opere classiche, in cui convergono influenze diverse, dalla musica alla filosofia, fino ai mass media. Ad esempio, famoso è il suo ciclo di video che riproduce sotto forma di piccoli cortometraggi le opere classiche dei grandi artisti del passato.
Un esempio è l’opera Emergence, che si ispira all’affresco del “Cristo in pietà” di Masolino da Panicale. Essendo un video, i tre protagonisti si muovono mettendo in scena la Pietà. Non essendo un immagine ferma e unica, Bill Viola riuscì a contaminare il dipinto classico con altre suggestioni del passato, come il legame con i sarcofagi romani, con la Pala Baglioni di Raffaello, con la Pietà Rondanini di Michelangelo, e con la Morte di Marat di David. Inoltre, introduce nell’opera l’elemento dell’acqua che sgorga dal sepolcro, simbolo di morte ma anche di rinascita in riferimento alla fuoriuscita dei liquidi amniotici durante il parto. Attraverso questa simbologia riesce a creare così una narrazione circolare tra l’inizio e la fine della vita.
Che cos’è la Lussuria? E’ l’incontrollata sensualità e l’abbandono alle proprie passioni, senza il controllo da parte della nostra ragione e morale. E’ considerato un desiderio ossessivo e smodato di soddisfare tali piaceri. Nella teologia cattolica, è uno dei sette vizi capitali, opposto alla virtù della temperanza.
La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare queste emozioni producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale e lussuriosa visione della vita. Ecco come la lussuria viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencati alcuni degli artisti più lussuriosi della storia dell’arte.
Attraverso una minuziosa simbologia, Bosch ci racconta i sette peccati capitali in un percorso sequenziale e concettuale, filosofico e teologico. L’opera appare come un grosso medaglione al cui c’entro vi è la pupilla di Dio. Le sette scene che dividono l’iride mostrano i peccati capitali, ciascuno con la propria indicazione in latino. Analizzando l’allegoria della Lussuria, appare una coppia di amanti che banchettano sotto un tendone rosso piantato in un grande prato verde.
Un personaggio disteso riempie la sua coppa con il vino versatogli da una dama. La tavola imbandita, la fiasca di profumo, gli sberleffi di un giullare sculacciato, alludono al godimento privo di scrupoli morali. Bosch censura qui non tanto il piacere sfrenato del sesso, quanto il desiderio di tutti i sensi, la concupiscenza della carnalità e gli eccessi dell’incontinenza. Vi è anche una similitudine tra gli amanti e i due buffoni, grotteschi e ributtanti per i loro codici gestuali. Inoltre sono presenti alcuni strumenti musicali a terra, che alludono al fiato demoniaco, e che sovente simboleggiano la smodata passione.
Tiziano, Danae, 1553 – Photo Credits: arte.tv
Tiziano, Danae, 1553
Secondo il mito classico, Danae era la figlia del re di Argo Acrisio, al quale un oracolo aveva profetizzato che sarebbe stato ucciso dal nipote. Per evitare l’avverarsi della profezia, il re fece imprigionare la figlia in una torre, affinché non si sposasse e non avesse figli. Ma Zeus però si invaghì della ragazza e per sedurla si trasformò in pioggia d’oro e discese su di lei. Da questo amore divino nacque Perseo, che avverò la profezia e per un errore, durante una gara di lancio, del disco uccise il nonno.
Tiziano, in quest’opera, vuole trasmettere allo spettatore l’erotismo e la sensualità del preciso istante in cui Zeus, sotto forma di pioggia dorata, scende su Danae. Questa unione, provoca nella giovane un’espressione di abbandono estatico, accentuato dalla posizione del suo corpo. Danae è infatti distesa sul letto senza veli e assume una postura di estremo abbandono fisico, senza vergognarsi della sua nudità. In questo caso la Lussuria avviene tra una giovane donna e una manifestazione divina.
Hugues Taraval, Leda e il cigno, 1785 – Photo Credits: raicultura.it
Hugues Taraval, Leda e il cigno, 1785
In pittura il mito di Leda e il cigno rappresenta l’intraprendenza sessuale maschile, nel quale il cigno è legato all’immagine traslata dell’accoppiamento tra uomo e donna, coperto dall’allegoria del mito. Secondo il mito, Leda, regina di Sparta e colei che causò lo scoppio della guerra di Troia, dormiva sulle sponde di un laghetto, quando fu sorpresa Zeus. Il capo degli Dei, innamorato della giovane, si era tramutato per poterla possedere. Concluso il rapporto sessuale, Zeus annunciò che che dalla loro unione sarebbero nati due gemelli: Castore, domatore di cavalli, e Polluce, invincibile pugile, i noti Dioscuri.
Leda, nell’opera di Taraval, è raffigurata come una bellissima fanciulla senza vesti, distesa sul prato, colta poco dopo essersi spogliata dal lenzuolo che le copriva il corpo. La donna come un’odalisca, viene sopraffatta dal cigno, simbolo divino e trasfigurazione della potenza di Zeus. Il suo lungo collo, che arriva fino alle labbra della giovane ragazza, è simbolo di Lussuria e intraprendenza sessuale. Qui è rappresentato l’atto, il momento più esplicito di passione ed estasi.
Paul Gustave Dorè, Paolo e Francesca, 1860 – Photo Credits: artslife.com
Paul Gustave Dorè, Paolo e Francesca, 1860
Doré, fu considerato traduttore della Divina Commedia di Dante, grazie alle illustrazioni e incisioni sul tema dei dannati, come la rappresentazione dell’episodio amoroso e drammatico di Paolo e Francesca, del girone dei lussuriosi. Secondo il racconto dantesco Francesca ebbe una relazione adulterina col cognato Paolo, e i due, sorpresi dal marito di lei, furono entrambi trucidati. Due amanti che non riuscirono a frenare il loro desiderio sessuale ossessivo e smodato.
Nell’inferno di Dante, si scorgono due anime appaiate simili a colombe, simbolo dell’amore carnale, poco giudizioso e di sentimento travolgente. Doré, unisce i due corpi che già Dante descrive come appaiati e abbracciati, come in un letto. Non sono più due colombe, ma una sola fusione di carne. Il corpo candido di Francesca diventa il busto della colomba, mentre quello piu’ scuro di Paolo rappresenta le ali. Il volatile assume, nella propria compattezza, la forma di cuore e/o di foglia strappata dal vento.
Tamara de Lempicka, Gruppo di 4 donne nude, 1925 – Photo credits: Stilearte.it
Tamara de Lempicka, Gruppo di 4 donne nude, 1925
L’opera Gruppo di quattro donne nude è di influenza cubista palese, per la scelta di proporzioni e prospettive geometriche che sembra portare le donne quasi a sfondare la tela, con un effetto ottico paradossale in stile picassiano. Il quadro s’ispira anche, per sensualità delle linee e per tonalità del colore, al Bagno turco di Ingres. De Lempicka, realizza questi corpi monumentali e imponenti attraverso dei giochi di sovrapposizione che esprimono forte sensualità.
Infatti le quattro donne strusciano i loro corpi una sull’altra, attraverso forte erotismo, ma esprimendo al tempo stesso anche irrequietezza e drammaticità. La drammaticità dell’opera sta nella sensazione di soffocamento. Attraverso un Facsimile di Horror Vacui, infatti il quadro non riesce a contenere le donne e i loro movimenti, non contiene i loro gesti né il loro disagio tanto da influire anche sulla psiche dello spettatore. L’oppressione, il disagio fisico e mentale delle quattro protagoniste ci coinvolge e ci trascina nella loro dimensione psichica.
Che cos’è la Magia? E’ una presunta capacità di dominare le forze della natura mediante il ricorso ad arti occulte di natura malefica o benefica. E’ in generale, una pratica e forma di sapere esoterico. E’ stata oggetto, in varie culture e nei diversi periodi storici, di valutazioni opposte, considerata sia forma di conoscenza superiore, sia rifiutata come impostura e condannata dalle autorità civili e religiose.
La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare queste emozioni producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale e magica visione della vita. Ecco come la magia viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencati alcuni degli artisti più magici della storia dell’arte.
Francisco Goya, Il grande caprone – Photo Credits: stilearte.it
Francisco Goya, Il grande caprone, 1797
Il grande caprone o Sabbah, è un opera di Goya che fa parte di un ciclo di otto tele sul tema della stregoneria, dell’esoterismo e del satanismo, e quindi di magia nera. La scena rappresentata è quella di un rito satanico, detto Sabbah, altro nome dell’opera, ispirandosi ad un antico rito di tradizione popolare spagnola. Al centro del dipinto vi è un enorme caprone, simbolo del diavolo, con enormi corna, occhi rossi e robuste zampe posteriori.
E’ circondato da un gruppo di streghe, sue suddite, che gli porgono i corpi dei bambini scheletrici, vittime sacrificali di quella notte. In lontananza vediamo glia altri bambini appesi a un bastone, sorretto da una vecchia strega. Dall’atmosfera non si comprende bene se si tratta di un rito svolto durante il tramonto o all’alba. Anche la luna, è in posizione simbolica, in quanto secondo varie interpretazioni la sinistra è la posizione del male. Goya rappresenta in questa tela volti grotteschi e deformi, con un cielo segnato dalla presenza dei pipistrelli che danno ancora più il senso cupo alla pittura.
John Anster Fitzgerald, Sogno di una nottedi mezza estate – Photo Credits: arteinsieme.com
John Anster Fitzgerald, Sogno di una nottedi mezza estate, 1860
Soprannominato anche Fairy Fitzgerald, per l’uso di sostanze stupefacenti, è noto per via del suo amore verso la pittura delle fate. Questo quadro tratto dall’omonima opera di Shakespeare, rappresenta la storia di due mondi che si incrociano tra loro. Uno incantevole, popolato da fate ed elfi, e l’altro reale, che vede protagonisti un gruppo di artigiani, amori intricati e le nozze fatate. Nel quadro viene ripresa la storia del matrimonio tra Oberon, Re delle fate e di sua moglie Titania.
Lei però invece di innamorarsi del marito, vittima di un filtro d’amore lanciatogli da un folletto, si innamora dell’artigiano Bottom, che passava di li per caso. Oberon arrabbiato per la moglie, decise di trasformare la testa del ragazzo in quella di un asino. Tutto questo accade nella notte più breve dell’anno, una notte magica in cui puoi aspettarti di tutto. È la festa del Sole che si ferma e poi riparte per la sua discesa che culminerà con il Solstizio d’Inverno.
Luis Ricardo Falèro, La strega – Photo Credits: skuola.net
Luis Ricardo Falèro, La strega, 1882
Falèro, un artista spagnolo, è specializzato in nudi femminili e ambientazioni mitologiche, fantasy e orientali. Grazie al connubio tra occultismo e simbolismo l’artista fu in grado di perdersi tra creature fantastiche, bellezze perverse e altrettante oscure demonolatrie, la cosiddetta magia nera. Nell’opera intitolata La strega, dipinge su di un tamburello, la silouette di una donna di schiena che vola su di una scopa.
Viene riprodotta come una giovane in carne, secondo i dettami estetici in voga alla fine dell’Ottocento. Ha una chioma spettinata di capelli rossi, come rosso è il colore generalmente attribuito alle streghe. Essa imbraccia una scopa al contrario, posizione che nel tempo, non ha mancato di suscitare interpretazioni a sfondo erotico. Lo sfondo è quasi monocromatico, generato da questo denso agglomerato di nubi scure, dalle quali fa capolino la luna, sempre a sinistra e alcuni pipistrelli.
Louis Chalon, Circe – Photo credits: studenti.com
Louis Chalon, Circe, 1888
L’opera di Chalon si basa su un racconto mitologico antichissimo di Omero, risalente al mito di Ulisse. Circe è una dea terribile, esotica e pericolosissima, con fascino irresistibile. Colei che, secondo il mito, riuscì a trarre in inganno i Greci, trasformandoli in maiali e rendendoli suoi sudditi. Come la femme fatale, rappresenta l’immaginario temuto e desiderato di un’inversione dei ruoli, in cui la donna domina sull’uomo.
L’iconografia antica ha ben rappresentato il processo di umanizzazione di Circe, tanto da trasformarla da dea a maga. Anche in quest’opera la donna appare nuda, in posa eroica su un trono sfarzoso. La sua casa è ricca di elementi orientaleggianti fatti di pietre ben decorate, come leoni, sfingi e serpenti. Chalon recupera alcuni elementi fondamentali del mito, come l’ascendenza solare di Circe. Questo lo si denota dal fatto che l’effetto luministico esce e colpisce solo la sua figura, mentre al contrario, le sagome dei maiali in primo piano, sempre riconducibili al mito, sono totalmente in ombra.
Edward Robert Hughes, Solstizio d’estate – Photo Credits: arteworld.com
Edward Robert Hughes, Solstizio d’estate, 1908
Lo splendido acquerello dipinto da Hughes, aderisce perfettamente alla corrente artistica dei Preraffaelliti. Essi si dedicarono maggiormente alla realizzazione di opere fantastiche, legate al mondo della magia, stregoneria ed esoterismo. Così come Fitzgerald, altro esponente dei Preraffaelliti, analizzato prima, anche Hughes si ispira a “Sogno di una Notte di Mezza Estate” di Shakespeare.
Anche in questo caso vi è l’intersecarsi di due mondi, quello fantastico e fatato con quello terreno. Al centro dell’opera, viene rappresentata una fanciulla, vestita con abiti di festa e coroncina di fiori. Ai suoi piedi, che poggiano direttamente sull’erba, in stretto contatto con la natura, c’è un cerchio di piccolissime fate e folletti che danzano intorno a lei, reggendo piccole lanterne colorate. Le pose allegre e danzanti dei personaggi magici, ci denota lo spirito festoso del solstizio d’estate. Ed è proprio nella notte più corta dell’anno, che generalmente si sprigiona tutto il folklore delle fate.
Che cos’è il Sogno? E’ un’attività psichica che si svolge durante il sonno, caratterizzata da impressioni visive, sensazioni e pensieri non coordinati tra loro logicamente ma esprimenti desideri, ricordi, emozioni inconsce. Spesso viene messo in relazione con fatti della vita reale presente o passata, e considerato come un presagio di avvenimenti futuri, quasi premonitore. Il sogno, viene definito talvolta incubo, se emotivamente provante da svegliare chi lo fa.
La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare queste emozioni producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale e sognatrice visione della vita. Ecco come il sogno viene rappresentato e addirittura suscitato negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencati alcuni degli artisti più sognatori della storia dell’arte.
Il Fauno Barberini è una delle sculture più celebrate e ammirate dell’Ellenismo greco. Proveniente da Pergamo, fu ritrovata nel 1624, in uno dei fossati di Castel Sant’Angelo, ed entrò a far parte della collezione del cardinale Barberini, da cui prese il nome. La statua, in marmo, rappresenta un fauno addormentato sopra una roccia, profondato in un sonno inquieto, probabilmente in seguito ad una memorabile sbornia. Lo scultore gioca così sul contrasto tra l’innocenza del sonno e la sensualità della posizione.
Se non fosse per le orecchie a punta e per la coda che sbuca dietro, sembrerebbe un bellissimo e sfacciato giovanotto, in una posa impudica mostrando i genitali, come ci si può aspettare da un personaggio mitologico come il fauno, dotato di spirito sensuale e disinibito. La sua eleganza, stupisce per la semplicità con cui le linee del corpo sono tracciate nel marmo. Esso da vita ad una struttura anatomica che, anche se scomposta, rivela una grazia riservata solo alle figure mitiche. Non fu facile, in effetti, mantenere una anatomia elegante in una figura dalla posa asimmetrica, ricercatamente sgraziata.
Johann Heinrich Füssli, Incubo – Photo Credits: skuola.net
Johann Heinrich Füssli, Incubo, 1781
L’incubo di Füssli, ha come titolo originale Nightmare. Secondo la lingua scandinava si può tradurre come cavalla notturna, una leggenda mitologica del luogo. Essa era un piccolo demone che, durante il sonno, poteva sedersi sul petto dei dormienti causando ansia e incubi notturni. Secondo l’artista quest’opera fu l’immagine di un sogno, con le conseguenze che l’incubo sta avendo sulla donna, ovvero un’immagine onirica che rappresenta simbolicamente il brutto sogno.
La donna addormentata in primissimo piano, è appoggiata sul bordo di un letto, con la testa e le braccia che pendono verso il basso. L’idea di “peso morto” verso terra, dà quasi la sensazione che la ragazza in realtà sia morta a causa di questi demoni che le hanno prosciugato la vita. Sul suo petto c’è un demone, che definisce l’idea di Nightmare, ovvero una paurosa esperienza simile ad un peso sul petto, come una paralisi del sonno o terrore. Nell’oscurità totale del quadro, spunta anche la testa di un cavallo con gli occhi sbarrati, a riprova del fatto che quest’opera si riferisce alla paura mitologica tedesca della cavalla notturna.
Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri – Photo Credits: artelove.com
Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797
Nell’incisione in acquaforte di Goya, il soggetto dell’immagine è un uomo, in abiti da camera settecenteschi, addormentato ad una scrivania, sul quale vi è riportato il titolo dell’opera: Il sonno della ragione genera mostri. L’uomo è colto in un sonno profondo e la sua testa è abbandonata sul piano del tavolo. Sopra di lui aleggiano alcuni grossi mostri, e uccelli notturni, tra cui civette e pipistrelli.
Secondo le varie interpretazioni, l’uomo potrebbe essere lo stesso Goya, e la folla di animali che sta alle sue spalle, sono solo il frutto della sua immaginazione. La fantasia, se lavora senza ragione, può creare elementi irreali, ma quando fantasia e ragione collaborano, possono diventare uno strumento imbattibile. Quindi, aldilà di una rappresentazione figurativa semplicistica del sogno, vi è una questione filosofica più complessa. Quest’opera quindi esprime la fede illuminata di Goya nel valore della ragione, insidiata dai mostri dell’irrazionale.
Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape – Photo Credits: stilearte.it
Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape, 1944
Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, è il titolo completo di quest’opera, realizzata da Dalì in modo visionario e surreale. E’ ispirato da un sogno della amata moglie, e di un’associazione di immagini scatenata dal rumore ronzante di un’ape che volava intorno alla donna durante il sonno. Questo suono genera l’immagine del pungiglione, che nel sogno diventa una baionetta e il senso di pericolo genera l’immagine delle due tigri, nere e gialle come l’ape.
Tutta la scena è, tipicamente, surreale e segue le regole dell’inconscio. Da una melagrana spaccata esce un grande pesce rosso, dalla cui bocca fuoriesce un’enorme tigre. Dalle fauci di quest’ultima, ne esce una seconda mentre l’azione prosegue con un fucile a baionetta la cui punta sta per toccare il braccio della donna. La scena riserva altre visioni surreali. In primo piano una piccolissima ape vola intorno ad una melagrana, mentre sullo sfondo un elefante dalle zampe scheletriche porta sulla sua groppa un obelisco di pietra.
Marc Chagall, Il sogno di Giacobbe: Photo Credits: artslife.it
Marc Chagall, Il sogno di Giacobbe, 1963
Chagall, per le sue opere attinge alle vaste storie raccontate nella Bibbia, reinterpretate attraverso un alfabeto colorato e vivace. Nell’opera il Sogno di Giacobbe, l’iconografia prende spunto dall’Antico Testamento, in cui si narra come Giacobbe ebbe in sogno una visione di una scala che saliva al cielo dalla quale salivano e scendevano angeli. Il racconto biblico è facilmente distinguibile nella parte sinistra del dipinto, anche se di carattere folkloristico e lontano da qualsiasi solenne rappresentazione dell’evento religioso.
La parte destra del dipinto è difficilmente decifrabile rispetto al tema, ma mi vi si riconoscono chiaramente le origine della sua stirpe, ovvero il figlio di Isacco. Questo lo si denota dalle scene rappresentate in basso a destra, del sacrificio di Abramo e la crocefissione di Cristo. Così come l’angelo centrale con in mano la Menorah (candelabro ebraico) riconduce alla sua cultura ebraica. L’attenta divisione dell’opera in due parti, data anche dalla varietà tonale e cromatica, indicherebbe due distinte realtà, quella terrena e passata a destra, e quella spirituale e futura di sinistra.