Emozionarsi d’arte, incontriamo l’invidia

Che cos’è l’Invidia? Sentimento di astiosa irritazione di fronte alla ricchezza, al successo, alla felicità, alla fortuna o alle qualità altrui. E’ uno dei sette vizi capitali, secondo la dottrina cattolica, opposto alla virtù della carità, consistente nel dolore per il bene altrui, considerato come una lesione o una diminuzione del bene proprio.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro visione della vita. Ecco come l’invidia viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più invidiose realizzate fino ad oggi.

Giotto, Invidia - Photo Credits: gliscritti.it
Giotto, Invidia – Photo Credits: gliscritti.it

Giotto, Invidia, 1306

L’invidia è un affresco di Giotto, che fa parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. E’ un allegoria dell’invidia, inpersonificata da un’anziana con un serpente che le esce dalla bocca, simbolo del suo maledire, e le si ritorce contro colpendole gli occhi. Le fiamme si sprigionano ai suoi piedi per simboleggiare sia l’inferno, che il bruciare del desiderio delle cose altrui che arde come il fuoco.

Quest’opera porta alla riflessione su tale sentimento, purtroppo molto diffuso, che occorre imparare a conoscere e a riconoscere in quanto causa di gran parte delle sofferenze umane. L’invidia corrompe la vita, e gli effetti sono devastanti per tutti coloro che sono coinvolti, ma soprattutto per chi è abitato da questo terribile sentimento, come nel quadro di Giotto, la malignità proiettata verso l’esterno (il serpente), gli si ritorce contro colpendo i suoi occhi.

Sandro Botticelli, Calunnia - Photo Credits: bakeca.it
Sandro Botticelli, Calunnia – Photo Credits: bakeca.it

Sandro Botticelli, Calunnia, 1494

Botticelli volle reinterpretare un dipinto allegorico dell’artista greco Apelle, realizzato in risposta all’accusa calunniosa di aver cospirato contro Tolomeo. L’opera intitolata Calunnia è una rappresentazione in forma allegorica di comportamenti e meschinità umane, tra cui anche l’invidia. Realizzato durante la sua crisi spirituale e affascinato dalle prediche di Girolamo Savonarola, Botticelli attaccò la corruzione della Chiesa e invitava tutti a pentirsi prima del giudizio divino.

Sul trono, siede Re Mida, consigliato da due donne, ovvero Ignoranza e Sospetto. Davanti a lui un uomo con il cappuccio nero, rappresenta il Rancore che le tende la mano. Il suo abbigliamento simboleggia la condizione di povertà, di fallimento nella vita, che scatena l’invidia e quindi il rancore nei confronti di chi ha ottenuto successo. L’invidia è strettamente legata alla Calunnia, rappresentata come una bellissima ragazza, che tira per i capelli un calunniato. Dietro di lei, troviamo Insidia e Frode. Mentre sulla sinistra, discostate da tutto, sono raffigurate il Rimorso, come donna anziana, e la Nuda Veritas, con il dito rivolto al cielo, ad indicare l’unica giustizia, ovvero Dio. 

Hieronymus Bosch, I sette vizi capitali (invidia) - Photo Credits: alamy.it
Hieronymus Bosch, I sette vizi capitali (invidia) – Photo Credits: alamy.it

Hieronymus Bosch, I sette vizi capitali (invidia), 1525

L’opera I sette vizi capitali, è una composizione circolare che, secondo Bosh, simboleggia l’occhio di Dio. Al centro vi è infatti l’iride, con la rappresentazione della resurrezione divina, mentre la cornea è divisa in 7 parti e riproduce i sette vizi capitali: Ira, Superbia, Lussuria, Accidia, Gola, Avarizia e Invidia. Ai lati dell’occhio di Dio, vi sono quattro cartigli circolari, che rappresentano il Paradiso, l’Inferno, il Giudizio Universale e la Morte.

Nella rappresentazione dell’invidia, vi è una scena di genere. Due cagnolini non si accontentano di alcuni ossi che hanno a portata di mano, ed ambiscono ad afferrarne uno più grande tenuto da un signore affacciato ad una finestra. L’uomo, insieme a sua moglie, guarda, con profonda invidia, un uomo nobile che si diletta con un falco appoggiato sulla sua mano, così come la loro figlia, cerca di sedurre e conquistare un secondo uomo ricco, aspirando al suo portafogli. L’uomo sulla destra, che trasporta il pesante sacco sulla schiena, simboleggia la condizione di quanti sono oppressi da questo vizio, pesante e insopportabile.

Théodore Géricault, Alienata con monomania dell'Invidia - Photo Credits: Arteworld.com
Théodore Géricault, Alienata con monomania dell’Invidia – Photo Credits: Arteworld.com

Théodore Géricault, Alienata con monomania dell’Invidia, 1822

Gèricault, realizza il ciclo degli alienati, ovvero cinque dipinti che raccontano le storie drammatiche, di sofferenza e di emarginazione sociale, di cinque personaggi. Catturati in momenti particolari, il loro volto quasi si deforma fisionomicamente al culmine della loro mania. La particolarità di questi quadri, è che viene raffigurato solo ed esclusivamente il soggetto, abolendo il contesto e l’ambiente circostante. Dunque l’unica cosa che conosciamo è la loro espressione, i loro tratti mutati, i loro occhi iniettati di sangue.

Nell’opera Alienata con monomania dell’invidia, il soggetto è una donna anziana, pallida, magra e rugosa. Essa ha lo sguardo rivolto verso qualcuno accanto a se, ed i suoi occhi rossi e la sua bocca contratta lasciano trapelare tutta l’invidia che caratterizza la sua mania. La suggestività del quadro, sta nel riuscire a riconoscere quell’espressione, che noi tutti conosciamo. L’associazione tra l’anziana e l’invidia, è data dall’idea che essa abbia ormai un retrogusto retrogrado, un sapore di vecchio che non dobbiamo più tollerare. 

Edgar Degas, Ritratto di Manet e la moglie - Photo Credits: stilearte.it
Edgar Degas, Ritratto di Manet e la moglie – Photo Credits: stilearte.it

Edgar Degas, Ritratto di Manet e la moglie, 1869

Quest’ultima opera, affronta il nostro tema in maniera diversa. Infatti l’idea di invidia, non è rappresentato all’interno del quadro, come nelle opere precedenti, ma è parte integrante nella storia della sua realizzazione. Degas, infatti, dipinse un ritratto dell’amico Manet con sua moglie Suzanne, che suona il piano. Non si capisce bene se Manet è rapito dalla sua musica o sonnecchia, disteso sul divano.

Degas fu orgoglioso del risultato. Ma il suo amico Manet, non fu dello stesso avviso. Secondo le dicerie del tempo, infatti, Manet fu geloso e invidioso di Degas, tanto da deturpare il ritratto, tagliando il volto di Suzanne ed eliminando la sua figura. Forse perchè aveva ritratto Suzanne troppo bella, o troppo brutta. Oppure, perchè Degas, attento osservatore, individuò tra i due una crisi matrimoniale, fissando sulla tela il disagio tra i due e la noia dell’amico.

Federica.

Emozionarsi d’arte, incontriamo la libertà

Che cos’è la Libertà?  E’ la capacità di un individuo di agire, pensare, esprimersi, senza costrizioni o impedimenti esterni, scegliendo autonomamente i propri fini e mezzi. Consiste in uno stato di autonomia essenzialmente sentito come diritto, e come tale garantito da una precisa volontà e coscienza di ordine morale, sociale, politico.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro libera visione della vita. Ecco come la libertà viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più libertine realizzate fino ad oggi.

Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo - Photo Credits: arteworld.it
Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo – Photo Credits: arteworld.it

Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830

Appartenente al Romanticismo francese, Delacroix, nelle sue opere diede libero sfogo alla propria ispirazione, congliendo gli istanti in cui si decidono i destini degli uomini. Con il suo capolavoro assoluto, La Libertà che guida il popolo, Delacroix volle rendere omaggio alle tre giornate della rivoluzione parigina del 1830. E’ proprio il popolo, il protagonista del quadro, che si ribella alla sottomissione da parte del Re di Francia Carlo X.

I vari personaggi simboleggiano le diverse classi sociali, unite nella lotta contro il tiranno. Al centro vi è una giovane donna dal seno scoperto che regge il tricolore francese ed una baionetta. Essa rappresenta l’allegoria della Libertà, intenta a guidare il popolo di Parigi alla rivolta. Quest’opera, animata da passione, è colma di impeto e d’irruenza emotiva. L’artista trasformò l’omaggio al moto insurrezionale francese, in un inno universale alla libertà dell’uomo.

New York, Statua della libertà - Photo Credits: ansa.it
New York, Statua della libertà – Photo Credits: ansa.it

Frédéric Auguste Bartholdi, Statua della libertà, 1886

A realizzare la famosissima Statua della Libertà newyorkese, fu l’artista francese Bartholdi aiutato dal celebre Gustave Eiffel per gli elementi di acciaio. Infatti, quest’opera fu un dono che la Francia fece agli Stati Uniti in occasione del centenario dell’Indipendenza Americana. La statua raffigurante Libertas (la dea romana della libertà), tiene in mano una fiaccola accesa, simbolo del fuoco eterno della libertà.

Si scelse questo tema per rendere omaggio alla nazione che ha combattuto per l’indipendenza, arrivando all’abolizione della schiavitù. Ecco come anche la raffigurazione delle catene spezzate rimanda al segno di libertà. Inoltre sul suo piedistallo, vi è inciso un sonetto della poetessa Emma Lazarus, in omaggio a tutte quelle persone povere, afflitte, perseguitate, costrette a lasciare la propria terra. Si tratta quindi un inno alla libertà e a una nuova vita.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto Stato - Photo Credits: analisidellopera.it
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto Stato – Photo Credits: analisidellopera.it

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto Stato, 1901

Pellizza da Volpedo realizza l’opera Il Quarto Stato, in omaggio alle rivendicazioni della classe lavoratrice, formata da operai contadini e artigiani. Anche il titolo dell’opera, si riferisce ad un termine utilizzato durante la rivoluzione industriale ottocentesca. In essa vi è rappresentata la folla che avanza con grande determinazione, fierezza e la volontà di rivendicare i propri diritti. La massa di scioperanti quindi è in cerca di libertà.

Davanti al corteo vi sono: un uomo anziano, un giovane e una donna con in braccio il suo bambino. Questi tre personaggi, con gran significato simbolico e politico, rappresentano le componenti della classe sociale più umile dell’epoca. Vestiti con abiti poveri ma dignitosi, gesticolano visivamente come per rivendicare le proprie istanze. Con quest’opera, l’artista, volle stimolare tutti coloro che subiscono ingiustizie, a ribellarsi per migliorare le proprie condizioni sul posto di lavoro ed sentirsi liberi.

Marcel Duchamp, Fontana - Photo Credits: Monlaw.it
Marcel Duchamp, Fontana – Photo Credits: Monlaw.it

Marcel Duchamp, Fontana, 1917

A differenza delle opere precedenti, di gran significato politico e sociale, nell’opera di Duchamp si fa riferimento ad un altro tipo di libertà. Conosciuto come uno degli artisti più importanti del movimento dadaista, seguì l’idea di non avere programmi, ed essere quindi libero da ogni convezione e limitazione. Liberare la mente, rompere le regole, non fermarsi alle apparenze, insegnare agli occhi ad osservare e non solo a vedere è possibile.

L’opera Fontana fu l’esempio perfetto di quello che venne definito “ready-made” dadaista, cioè un oggetto comune trasformato dall’artista in opera d’arte. Ovviamente tutti ne presero le distanze sostenendo che un orinatoio, legato agli scarti del corpo umano, non potesse essere considerato un’opera d’arte e che fosse semplicemente indecente. La serialità di un oggetto comune così semplice, viene arricchita dall’artista con una firma “R.Mutt 1917” e resa quindi unica.

Zenos Frudakis, Freedom - Photo Credits: Opinione.it
Zenos Frudakis, Freedom – Photo Credits: Opinione.it

Zenos Frudakis, Freedom, 2001

Freedom è una bellissima scultura in bronzo realizzata dall’artista Frudakis, situata a Philadelphia. Essa rappresenta la lotta dell’individuo per la conquista della libertà, attraverso il processo creativo. Secondo l’artista, tutti hanno bisogno di uscire da una lotta interiore o di una circostanza contraddittoria, e di essere liberi. Lo scultore, infatti, rappresenta i quattro stadi della libertà umana fino ad arrivare alla conquista vera e propria di quest’ultima.

La prima figura quasi inesistente, legata alla base, è simbolo di una libertà prigioniera della società. Nella seconda si vede l’inizio di un percorso di liberazione, cercando di ottenere la propria identità, staccandosi pian piano dalle restrizioni. La terza figura, con il braccio in avanti e la mano aperta quasi a toccare il mondo, rappresenta la forza dell’individuo nel conquistare la Libertà fino alla sua vittoria: quest’ultima presente nella quarta figura, gioiosa ed entusiasta. Ed è proprio nell’ultima figura, con le braccia aperte verso il cielo, che ognuno di noi si deve identificare.

Federica.

Emozionarsi d’arte, incontriamo la violenza

Che cos’è la Violenza? E’ una forma di interazione sociale, condotta con l’intenzione di infliggere un danno o altre spiacevoli conseguenze a un altro individuo. Consiste in una tendenza istintiva, ipotizzata come causata da minaccia e attacco, e considerata come provocata da situazioni conflittuali o da frustrazione.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro violenta ed aggressiva visione della vita. Ecco come la violenza viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più violente realizzate fino ad oggi.

violenza Duccio di Buoninsegna - Photo Credits:arte.coM
Duccio di Buoninsegna – Photo Credits:arte.coM

Duccio di Buoninsegna, La strage degli innocenti, 1308-11

La Strage degli innocenti, è un episodio raccontato nel Vangelo, che tratta del massacro di bambini per ordine di Erode il Grande, re della Giudea. Informato dai Magi della nascita di Gesù, e temendo che il neonato potesse rubargli il potere, commissionò la morte di tutti coloro che per età potessero essere Gesù.

Duccio di Buoninsegna, cercò di riprodurre uno degli atti più cruenti e violenti mai accaduti. Si noti, in particolare, il mostruoso dettaglio degli aguzzini che infilzano le spade nei corpi dei bambini indifesi insanguinati, sotto lo sguardo terrorizzato e turbato delle madri. Il sincronismo nell’affondare le lame mostra tutta la loro violenza verso quei piccoli innocenti.

Violenza Gerard David, Il Giudizio di Cambise - Photo Credits: artinsieme.net
Gerard David, Il Giudizio di Cambise – Photo Credits: artinsieme.net

Gerard David, Il giudizio di Cambise, 1498

David, in questa tavola, basandosi su un racconto di Erodoto, raffigura il giudizio del Re Cambise di Persia nei confronti di un giudice corrotto di nome Sisamne. Il Re in persona è presente all’arresto, condannandolo alla scuoiazione da vivo.

L’opera Il giudizio di Cambise, è una vera ed accurata lezione di anatomia, che si presenta agli occhi dell’osservatore descritta con fredda ed esemplare crudeltà. Al centro è presente il giudice corrotto su un tavolo, circondato dai barbieri di corte, che scorticano interamente la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce. La violenza del quadro è impressionante e secondo gli ideali del tempo aveva anche un forte valore educativo.

Pomarancio, Il martirologio nella Basilica di Santo Stefano Rotondo
Pomarancio, Il martirologio nella Basilica di Santo Stefano Rotondo

Pomarancio, Il Martirologio nella Basilica di Santo Stefano Rotondo – 1580

Nella Basilica romana di Santo Stefano Rotondo al Celio, Niccolò Circignani detto il Pomarancio, ricevette l’incarico di affrescare il muro che chiudeva l’ambulacro. Essendo la Basilica dedicata al primo martire della cristianità, si pensò di realizzare il cosìddetto Martirologio tra gli intercolunni del primo giro di colonne.

Questa sequenza di scene è una fedele rappresentazione dello spirito ammonitrice della Controriforma. Sono 34 riquadri affrescati raffiguranti i supplizi e le atrocità a cui furono sottoposti alcuni martiri cristiani. Questo panorama di orrore e violenza ripercorre la storia della chiesa iniziando dalla Strage degli Innocenti, continuando con la Crocifissione di Gesù, a cui segue il martirio di Santo Stefano, con sullo sfondo le raffigurazioni dei supplizi degli Apostoli. 

Giuseppe Vermiglio, Gioele e Sisara - Photo Credits: wikipedia.com
Giuseppe Vermiglio, Gioele e Sisara – Photo Credits: wikipedia.com

Giuseppe Vermiglio, Gioele e Sisara, 1621

Nell’opera di Vermiglio, vi è raccontata la vicenda dell’eroina biblica Giaele, si trova ad affrontare il generale di un esercito nemico, Sisara. Il comandante cananei, viene ospitato da Giaele nella sua tenda per giacere con lei, ma viene ingannato e ucciso.

Nell’opera Giaele e Sisara, vi è la rappresentazione dell’uccisione del comandante con un grosso chiodo appuntito che la donna gli conficca nella sua tempia. Questo tema venne ripreso da molti artisti, ma l’opera del Vermiglio si distingue per violenza e brutalità, soprattutto perché ci mostra tutta l’aggressività della donna e tutta la sofferenza dell’uomo attaccato.

Marina Abramovìc, Rythm 0 - Photo Credits: infrarte.net
Marina Abramovìc, Rythm 0 – Photo Credits: infrarte.net

Marina Abramovìc, Rythm 0, 1973


L’Abramovìc, ci ha sempre abituato a performance decisamente sopra le righe. Sotto il tema della violenza, ricordiamo l’opera Rythm0, dove lasció che la gente usasse il suo corpo come un oggetto. La performance, consisteva nel rimanere immobile per 6 ore, predisponendo su di un tavolo 72 oggetti da utilizzare sul suo corpo. 

Tra gli oggetti vi erano strumenti di piacere come piume, fiori ma anche oggetti letali come coltelli e pistole. La situazione è letteralmente degenerata quando le ferirono il collo con delle lame, abusarono sessualmente di lei, le puntarono una pistola in faccia. Lo scopo dell’opera fu dimostrare come la violenza sia capace di intensificarsi in situazioni favorevoli, contro un soggetto più debole. 

Federica.

Emozionarsi d’arte, incontriamo l’estasi

Che cos’è l’Estasi? E’ uno stato di isolamento, innalzamento mentale ed evasione totale dalla realtà circostante dell’individuo completamente assorto su un unico oggetto. E’ uno stato psichico di sospensione che viene spesso associato alla teologia cattolica, il grado più alto dell’esperienza mistica.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale ed estatica visione della vita. Ecco come l’estasi viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più estatiche realizzate fino ad oggi.

Raffaello Sanzio, Estasi di S. Cecilia: Photo Credits: analisidell'opera.it
Raffaello Sanzio, Estasi di S. Cecilia: Photo Credits: analisidell’opera.it

Raffaello Sanzio, Estasi di S. Cecilia, 1516–1517

Questo dipinto di Raffaello rispecchia l’estasi di Santa Cecilia, nel momento in cui la santa lascia a terra l’organo volgendo lo sguardo agli angeli in cielo, emblema dell’amore divino. Questa azione simboleggia la rinuncia ai piaceri della vita terrena, dei strumenti musicali rotti e buttati a terra, per dedicarsi totalmente alla vita celeste.

La santa viene rappresentata con lo sguardo assente e rivolto verso l’alto, a supporre che sia l’unica del gruppo a udire le melodie celestiali intonate dagli angeli sopra di lei. Da notare è l’assenza, in un momento di così grande importanza, di alcun simbolo divino, come la croce. La capacità innovatrice e dirompente di Raffaello, infatti, dimostrano come secondo lui la divinità non appare agli occhi, ma al cuore della santa Cecilia, così come la musica non risuona materialmente al suo orecchio, ma solo nella sua anima.

Caravaggio, Maria Maddalena in estasi -Photo Credits: cicap.org
Caravaggio, Maria Maddalena in estasi -Photo Credits: cicap.org

Caravaggio, Maria Maddalena in estasi, 1606

L’opera attribuita a Caravaggio mostra Maria Maddalena in estasi, attraverso una rappresentazione che si discosta dalla tradizione religiosa per lasciare spazio totalmente al realismo cruento caravaggesco. Ecco che appare il corpo di una donna in estasi sorgere dal buio e prendere forma in virtù di una luce abbagliante provenire dall’alto. Quella luce utilizzata sempre da Caravaggio per indentificare il divino, la luce di Dio.

La testa abbandonata all’indietro, gli occhi semichiusi, la bocca appena aperta, le spalle scoperte, le mani giunte, i capelli sciolti, dimostrano come Caravaggio non attinge al repertorio tradizionale per la rappresentazione dell’estasi. La giovane poco più che adolescente, infatti, non viene dipinta in vesti da santa, come nel quadro preso in analisi sopra, ma appare come una semplice donna che si accascia, quasi per la stanchezza.

Gian Lorenzo Bernini, Estasi di S. Teresa - Photo Credits: ioarte.com
Gian Lorenzo Bernini, Estasi di S. Teresa – Photo Credits: ioarte.com

Gian Lorenzo Bernini, Estasi di S. Teresa, 1647-52

L’episodio mistico descritto dalla santa questa volta appare sotto gruppo scultoreo realizzato dal Bernini all’interno della Chiesa romana di Santa Maria della Vittoria. Nota anche come Transverberazione di Santa Teresa d’Avila, dal latino “trans verberare”, cioè trafiggere. Secondo l’interpretazione mistica cattolica, Cristo o un angelo trafiggono fisicamente con un oggetto affilato il cuore del fedele. 

Ecco perché scolpito appare un Cherubino che scaglia un dardo per colpire al cuore la Santa sotto di lei. Santa Teresa semidistesa sopra una nuvola che la trasporta nel cielo, completamente abbandonata e con gli occhi rivolti al cielo e le labbra socchiuse. Indossa un abito ampio e vaporoso mosso dal vento, le cui pieghe sono attentamente scolpite da Bernini con estrema maestria.

Domenico Guidi, Estasi di S. Filippo Neri - Photo Credits: artslife.it
Domenico Guidi, Estasi di S. Filippo Neri – Photo Credits: artslife.it

Domenico Guidi, Estasi di S. Filippo Neri, 1691

La statua dell‘estasi di San Filippo Neri, scolpita dal Guidi, fu destinata alla decorazione dell’altar maggiore della chiesa oratoriana di Genova. In terracotta rossastra mostra il santo che si erge, con instabile equilibrio, su un piedistallo aereo formato da nuvole vorticose.

Il Neri venne riprodotto nel momento intenso del rapimento mistico, con le braccia aperte, la testa piegata all’indietro e lo sguardo rivolto al cielo, secondo quella che fu l’iconografia tradizionale religiosa. Nel gruppo scultoreo il Neri è sorretto da un angelo alato mentre un putto, seduto ai suoi piedi, solleva la mano destra per porgergli un giglio.

Marina Abramovìc, Homage to Saint Therese - Photo Credits: cultura.com
Marina Abramovìc, Homage to Saint Therese – Photo Credits: cultura.com

Marina Abramovìc, Homage to Saint Therese, 2020

Completamente diversa dagli artisti sopracitati, l’Abramovìc è un’esponente dell’arte performativa. Il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, e il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente. Ecco come proprio in quest’anno a Napoli, realizza questa performance artistica dove il personaggio principale è se stessa.

Presenta un ciclo di video intitolati “Omaggio a Santa Teresa” con il quale l’artista, inpersonifica la santa. Vestita di un abito monastico nero, interpreta fluttua in cielo sollevando braccia e gambe a formare una croce. Basandosi proprio su quelli che furono i diari della santa, che narrano come essa ebbe visioni ed estasi mistiche proprio in cucina.

Federica.

Emozionarsi d’arte, incontriamo la vendetta

Che cos’è la Vendetta? E’ un desiderio di farsi giustizia generato da un impulso volitivo che segue al rancore o al risentimento. E’ un danno materiale o morale inflitto privatamente ad altri per pareggiare un danno o un oltraggio subìto. Ne esistono varie tipologie: vendetta in seguito a sofferenze, vendetta in seguito a torti, vendetta per onore, vendetta psicotica.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale e vendicativa visione della vita. Ecco come la vendetta viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più vendicative realizzate fino ad oggi.

Michelangelo Buonarroti, Dettaglio della Cappella Sistina - Photo Credits: stilearte.it
Michelangelo Buonarroti, Dettaglio del Giudizio Universale nella Cappella Sistina – Photo Credits: stilearte.it

Michelangelo, Cappella Sistina, 1508-1512

Conosciamo tutti Michelangelo Buonarroti, per la grandiosità delle sue pitture e sculture. Ma in pochi sanno, che ha anche un aspetto vendicativo verso le antipatie e i critici. Un esempio eclatante di questo aspetto, lo possiamo notare in un dettaglio dell’affresco della famosissima Cappella Sistina.

Si disse che punì il cerimoniere papale Biagio da Cesena, per aver rivolto aspre critiche all’opera e ai suoi corpi nudi affrescati. La vendetta verso quest’ultimo, fu di inserirlo all’interno dell’affresco del Giudizio Universale, mettendo il suo volto sul corpo del Minosse. Ecco che il cerimoniere del Papa, fu ritratto imprigionato da grossi serpenti.

Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne - Photo Credits: arteworld.it
Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne – Photo Credits: arteworld.it

Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne, 1598

Artista la cui grinta e determinazione le permisero di essere una delle più grandi pittrici del mondo artistico seicentesco, dominato unicamente da uomini. La forza di questa donna deriva da un forte senso di riscatto. Questo lo si può notare nell’opera Giuditta e Oloferne.

La storia biblica di Giuditta e Oloferne racconta che la donna liberò la sua città assediata dagli Assiri, uccidere il generale assiro Oloferne. Oltre tale punizione, questo quadro rispecchia la vendetta personale dell’artista. Infatti secondo gli studiosi, la decapitazione di Oloferne potrebbe contenere dei riferimenti della violenza sessuale subita dal pittore Agostino Tassi. Ecco come Artemisia Gentileschi si vendicò del suo stupratore.

Jacques-Louis David, La morte di Marat - Photo Credits: alamy.it
Jacques-Louis David, La morte di Marat – Photo Credits: alamy.it

Jacques-Louis David, la morte di Marat

Se nelle prime due opere vi è la rappresentazione di una vendetta verso torti e violenze, in questo caso nell’opera di Jacque-Luis David è ben proposta una vendetta per il potere. Nell’opera La morte di Marat, vi è un importante giornalista francese, che con l’avvenire della Rivoluzione Francese, cominciò ad interessarsi alla situazione e avere pensieri fortemente radicali.

Marat, unitosi ai Giacobini, ne divenne il presidente. Scrisse articoli che divennero veri e propri inni alla rivoluzione, portando i cittadini ad attaccare i girondini che in quel periodo avevano il potere. Forse fu proprio questa eccessiva aggressività di Marat che portò la sua morte. Fu proprio Charlotte Corday, una giovane girondina, che tese una trappola a Marat e vendicandosi, lo pugnalò mentre si trovava in vasca nella sua casa.

Francesco Hayez, Trittico della vendetta - Photo Credits: skuola.net
Francesco Hayez, Trittico della vendetta – Photo Credits: skuola.net

Francesco Hayez, Trittico della vendetta, 1847-1853

Sul tema della vendetta desta davvero stupore un bellissimo trittico del pittore veneziano Francesco Hayez che nello specifico va ad analizzare la vendetta di una donna che ha subito un torto da un suo amante. Il trittico si compone di tre quadri tra loro separati: L’Accusa Segreta, Il Consiglio alla Vendetta e Le Veneziane.

Nel primo quadro vi è una donna che tiene in mano dietro la schiena una lettera dove è scritta la delazione che dovrebbe portare alla rovina la persona accusata. Nel quadro centrale invece la protagonista ascolta il consiglio di una donna mascherata su come vendicare l’offesa subita dal suo amante. Mentre nel terzo e ultimo dipinto ritroviamo nuovamente la protagonista e la consigliera, accompagnate da un giudice, vestito di rosso, a simboleggiare il sangue sparso qualora la vendetta verrà compiuta. 

Gustave Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I - Photo Credits: academia.edu
Gustave Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I – Photo Credits: academia.edu

Gustave Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, 1907

Il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, uno fra i più celebri dipinti di Gustav Klimt, fu al centro di un affaire incredibile e romanzesco, che interseca le vicende storiche dell’Europa del XX secolo. La dama ritratta apparteneva alla ricchissima dinastia di industriali viennesi, la cui corte fu da sempre frequentata dai più noti artisti e uomini di cultura dell’epoca, tra cui Klimt.

Già in tutta Vienna si parlava della relazione amorosa che l’artista aveva avuto all’interno della corte con la sua musa Adele, moglie del magnate austriaco Ferdinand Bloch-Bauer. Quando il marito lo venne a sapere, infuriato volle vendicarsi sui due amanti, scegliendo un modo decisamente insolito per farlo. Ordinò a Klimt il ritratto di sua moglie Adele, facendogli fare però centinaia di segni preparatori, schizzi e bozze, sperando che l’artista si stancasse della sua amante.

Federica.

Emozionarsi d’arte, incontriamo la passione

Che cos’è la Passione? E’ un stato d’animo caratterizzato da una tendenza affettiva impetuosa, che può impedire il controllo della ragione. Spesso scatenata da un desiderio ardente per qualcuno, e interpretata come amore violento e sensuale. Può essere così forte da inibire la libertà personale, uno stato in cui l’anima è in un certo senso resa passiva, da cui il nome di passioni.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare questa emozione producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale, passionale e sensuale visione della vita. Ecco come la passione viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere più passionali realizzate fino ad oggi.

Antonio Canova, Amore e Psiche - Photo Credits: aletes.it
Antonio Canova, Amore e Psiche – Photo Credits: aletes.it

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1787-1793

Canova è considerato dagli storici dell’arte lo sculture di riferimento del Neoclassicismo. Nella statua Amore e Psiche le figure classiche dei due giovani si incontrano con una composizione in perfetto equilibrio. Canova scolpì il gruppo ispirandosi alla favola narrata nell’Asino d’oro di Apuleio. Venere, dea madre di Amore, contraria all’unione tra il figlio e la bella Psiche, sottopose quest’ultima a una serie di pesanti prove.

Canova scolpì il momento nel quale i due giovani si ritrovano e si abbracciano, con azione erotica sottile e raffinata. Amore e Psiche nell’attimo che precede il bacio, si contemplano l’un l’altro con intensità. Le loro labbra, pur essendo estremamente vicine, non sono ancora unite. Con le mani si sfiorano in modo romantico, tradendo un desiderio innegabile ma non espresso. Canova comunica il loro trasporto amoroso in modo misurato ed equilibrato, sfumando la loro passione nella tenerezza e in un’affettuosa contemplazione.

Henri de Toulouse-Lautrec, A letto: il bacio - Photo Credits: dueminutidiarte.it
Henri de Toulouse-Lautrec, A letto: il bacio – Photo Credits: dueminutidiarte.it

Henri de ToulouseLautrec, A letto: il bacio, 1892

In seguito al periodo paesaggistico, Toulouse-Lautrec lavorò ad un ciclo di dipinti realistici sulla vita notturna parigina. Ecco come Cafè, locali, case chiuse e bordelli divennero per lui luoghi da riprodurre all’interno delle sue opere. Uno dei pregi del pittore fu proprio quello di raccontare le storie di persone nascoste, dimenticate o bollate con etichette superficiali.

Ecco come nel quadro A letto: Il bacio, svela l’intimità di due prostitute omosessuali, che all’interno delle case chiuse si scambiano un bacio e un abbraccio. Non ci sono moralismi, giudizi o sentimentalismi. Ma solo l’immediatezza di un’immagine rispettosa che cattura un momento passionale, intimo e familiare. Questo dipinto emana una bellezza ed una sensualità che sembrano stare lì appositamente a ricordarci che il pittore crede ancora in un amore sincero e puro.

Egon Schiele, L'abbraccio - Photo Credits: alamy.it
Egon Schiele, L’abbraccio – Photo Credits: alamy.it

Egon Schiele, L’abbraccio, 1917

Schiele, pittore considerato uno dei maggiori artisti figurativi della Secessione Viennese e del primo ‘900, nonché esponente assoluto del primo Espressionismo. Nell’opera L’abbraccio, o anche chiamata gli amanti, introduce una forte espressività e un’attrazione verso i due corpi nudi nella tela.

Sono un uomo e una donna, abbracciati con sincera passione, colti nella loro più viva e intensa intimità. La coppia, si stringe in un abbraccio che ha in sé una vera e propria potenza emozionale come se avessero paura di perdersi o separarsi. Questa forte passione e intensità viene maggiormente sottolineata dall’utilizzo delle linee nette e spezzate delle anatomie e i colori in forte contrasto.

Magritte, Gli amanti - Photo Credist: Lyceum2017.com
Magritte, Gli amanti – Photo Credist: Lyceum2017.com

Renè Magritte, Gli amanti, 1928

Il tema degli amanti, ricorre spesso nella pittura di Magritte di quegli anni. Infatti, molte sono le rappresentazioni che il pittore belga realizzò aventi come soggetto o un uomo e una donna affiancati, con il volto coperto da un lenzuolo bianco.

Anche nell’opera Gli amanti, essi hanno il volto coperto da un panno bianco, pallido, in contrasto con il rosso della parete e del vestito della donna che rimanda al colore del sangue e della passione. È presente, infatti, la contrapposizione tra il gesto dei due, ovvero il baciarsi, e la loro non identificabile identità. Questo per rappresentare un amore che ancora non c’è, ma sognato e desiderato ardentemente. Da una parte, quindi, la felicità di un sogno, dall’altro la tristezza della realtà.

Ron Hicks, Love on the road - Photo Credits: tuttartpitturasculturapoesiamusica.com
Ron Hicks, Love on the road – Photo Credits: tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

Ron Hicks, Love on the road, 1965

Da sempre appassionato di pittura realista Hicks, farà dell’amore e della passione uno dei temi principali della sua produzione artistica. Raffigura baci nei cafè, nel letto, in un parco, e addirittura per strada.

Nell’opera Amore per strada, infatti, ritrae la forte passione tra due giovani amanti che che va aldilà del tempo e dello spazio. Ecco come si protendono al di fuori delle loro auto, nel mezzo della strada, per potersi scambiare il bacio, che suggella il loro amore. Secondo l’artista l’incrocio delle due auto lungo la strada equivale all’incrocio delle vite dei due giovani e al loro amore passionale.

Federica.

Emozionarsi d’arte, incontriamo la solitudine

Cos’è la solitudine? E’ una condizione umana nel quale l’individuo si isola per scelta propria, per vicende personali o perché allontanato dagli altri esseri umani. Talvolta è il prodotto della timidezza o dell’apatia, talaltra di una scelta consapevole. Nella lingua inglese, infatti, vi sono due differenti vocaboli, solitude e loneliness, che si riferiscono rispettivamente al piacere e al dolore provati in condizioni di esclusione.

La letteratura, il cinema, l’arte, ecc, nel corso della storia, hanno saputo rappresentare queste emozioni producendo opere di grande bellezza. La storia dell’arte, ad esempio, è piena di artisti le cui opere altro non sono che la loro personale, audace e talvolta solitaria visione della vita. Ecco come la solitudine viene rappresentata e addirittura suscitata negli occhi di chi guarda. Di seguito verranno elencate alcune delle opere realizzate fino ad oggi il cui tema è la solitudine.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia - Photo Credits: arteworld.it
Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia – Photo Credits: arteworld.it

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818

Il Viandante sul mare di nebbia è considerato l’opera più importante di Friedrich e il manifesto della pittura romantica. I temi rappresentati nel dipinto sono quelli dell’infinito, della natura sublime e dello smarrimento empatico, tipici del romanticismo. In primo piano, un viandante solitario si staglia in controluce su un precipizio roccioso, dando la schiena all’osservatore e rivolgendo lo sguardo verso la valle.

Il viandante in questo caso, è solo e indifeso di fronte al meraviglioso infinito naturale che ha di fronte. Si perde così nella contemplazione della natura immedesimandosi in essa. Il mare di nebbia, rappresenta questa condizione di solitudine e di smarrimento, tipiche dell’uomo. Ed è proprio l’eroico isolamento del viandante, che diventa il suo viaggio della vita.

Edgar Degas, L'assenzio - Photo Credits: ioarte.org
Edgar Degas, L’assenzio – Photo Credits: ioarte.org

Edgar Degas, L’assenzio, 1875-76

Degas è passato alla storia per essere stato un grande pittore impressionista. Ma a differenza degli appartenenti al suo gruppo stilistico non dipinge bellissimi scorci della campagna francese. Preferiva di gran lunga la chiassosa e vivace Parigi, ricca di storie da raccontare. Nell’Assenzio riproduce questo caffè parigino, luogo di incontro e di conversazione ma anche ambiente in cui la solitudine e la tristezza sono i padroni incontrastati.

Nel caffè appaiono due personaggi, una prostituta e un barbone, seduti al tavolo che bevono. Si tratta di una scena molto forte e di cruda realtà. L’alcool consumato dai protagonisti li devasta fisicamente e psicologicamente, facendoli diventare quasi dei gusci vuoti, senza anima. Anche se vicini tra loro, sono soli, abbandonati a se stessi.

Amedeo Modigliani, Il giovane apprendista - Photo Credits: fotocontest.it
Amedeo Modigliani, Il giovane apprendista – Photo Credits: fotocontest.it

Amedeo Modigliani, Il giovane apprendista, 1918

Posa simile viene ripresa anche da Modigliani nell’opera Il giovane apprendista. Con l’atteggiamento proprio da riposo, gli occhi socchiusi o propizi alla meditazione, la figura dà un’impressione di fermezza e tranquillità. Attraverso l’artista però sappiamo che si tratta di un giovane operaio, che finito il suo stancante lavoro si ritira nella sua casa e nella sua solitudine quotidiana.

Le mani enormi che fanno contrasto con la delicatezza del volto, la camicia senza colletto, le maniche della giacca troppo corte sono sufficienti a descrivere la condizione operaia del ragazzo. Il soggetto però rimane anonimo, come a sottolineare la generalizzazione di questo ritratto che descrive la quotidianità e la vita di quel periodo. La società di inizio novecento, infatti, era completamente concentrata sul lavoro, tanto che una volta rientrati a casa dopo il turno lavorativo si doveva far i conti con noia e solitudine.

Edward Hopper, The morning sun - Photo Credits: artesvelata.it
Edward Hopper, The morning sun – Photo Credits: artesvelata.it

Edward Hopper, The morning sun, 1952

L’ultimo artista è Hopper, esponente del realismo americano, forse colui che rappresenta al meglio l’emozione presa in analisi. Nel corso della sua produzione artistica, infatti, realizzerà una serie di opere del tutto incentrata sulla “poetica della solitudine”. Di questa serie ricordiamo l’opera più famosa, The morning sun. In essa, emerge chiaramente l’essenzialità di Hopper, tutto appare fermo, immobile, privo di vita.

La ragazza si trova sul suo letto, dopo essersi svegliata da poco, e scruta quello che si trova fuori nel mondo grazie alla sua finestra. La solitudine permea nell’intera scena, attraverso lo sguardo della ragazza, circondata da un estremo silenzio. Il letto è rifatto bene, ciò lascia intuire che abbia dormito da sola, senza poter condividere le sue angosce e le sue gioie con qualcuno. La solitudine è predominante, a dimostrare come ci si possa sentire soli anche in una grande metropoli, filo conduttore di tanti quadri di Hopper.

Federica.

Piero della Francesca, pittore matematico e simbolico

Piero della Francesca nasce a Borgo Sansepolcro, provincia di Arezzo, probabilmente nel 1412. Morì nello stesso paese il 12 ottobre 1492, importante data in cui venne scoperta l’America da Cristoforo Colombo. Fra le due date non rimase nel piccolo borgo, infatti la sua carriera lo portò da Rimini a Roma, da Ferrara ad Urbino, e da Firenze ad Arezzo.

Di lui rimangono in tutto circa una ventina di opere, compresi i polittici e i cicli affrescati. Eppure così poche opere ne hanno fatto un mito della cultura mondiale. Oggi è ritenuto uno dei personaggi più complessi e importanti del Rinascimento italiano, anche se considerato per la sua epoca troppo esoterico.

Il Battesimo di Cristo, 1459 - Photo Credits: web
Il Battesimo di Cristo, 1459 – Photo Credits: web

Piero aritmetico

Piero delle Francesca è stato artista e matematico, apparentemente due ruoli agli antipodi. Fu il primo pittore della certezza, rappresentando bene quello spirito che darà vita al Rinascimento. I suoi studi prevedevano una scomposizione delle figure e dei luoghi, in singole sezioni realistiche e prospettiche, come spiegato nei suoi trattati matematici.

Sulla base di questo scrisse tre testimonianze: il Trattato d’abaco, il De prospectiva pingendi e il De quinque corporibus regularibus. Tutte muovevamo attorno all’idea che la pittura sia basata su regole aritmetiche e geometriche, e che le leggi che regolano la prospettiva siano fondamentali per una buona riuscita dell’opera.

Sezioni prospettiche sul corpo umano, Piero della Francesca - Photo Credits: web
Sezioni prospettiche sul corpo umano, Piero della Francesca – Photo Credits: web

La Flagellazione di Cristo, del 1460, è una delle opere che meglio si presta alla spiegazione della visione prospettica di Piero della Francesca. Il dipinto, infatti, è diviso in due scene: da una parte, in un’architettura classica vi è la flagellazione di Cristo; dalla parte opposta, in primo piano, vi è l conversazione di tre figure, ancora oggi non identificate.

Nella prima sezione del quadro, la posizione delle colonne e il pavimento creano lo sfondamento del piano, portando la scena di tortura in secondo piano ma perfettamente proporzionata. I personaggi in conversazione sulla destra invece, accentuano maggiormente la diversità dei piani. L’intero dipinto offre una visione che necessariamente deve essere divisa in due momenti, quasi cinematografica.

Flagellazione di Cristo,1467 - Photo Credits: web
Flagellazione di Cristo,1467 – Photo Credits: web

Piero simbolico

In un universo pittorico così pensato e scientificamente costruito, dove la geometria e la prospettiva ne fanno da padrone, anche i personaggi devono essere coerenti con esso. Ecco che in tale senso Piero della Francesca, odiando la narrazione proposta banalmente, fa assumere alle figure valore simbolico e intellettuale.

I personaggi, infatti non vengono scelti casualmente, ma incarnano valori assoluti. Piero della Francesca, in tutte le sue opere introduce svariati particolari simbolici, sottolineando un’attenzione ai dettagli, tipica della pittura fiamminga.

Resurrezione di Cristo, 1462 - Photo Credits: web
Resurrezione di Cristo, 1462 – Photo Credits: web

In merito a questo, non possiamo che citare la Pala di Brera ( o Pala di San Bernardino). Notiamo come qui sia visibile l’importanza dei personaggi e dei dettagli simbolici. Al centro della composizione vi è la Vergine e il bambino. Attorno ad essa, sono presenti tutti i Santi, riconoscibili da indumenti e oggetti che li rappresentano. Il militare in basso è il duca Federico da Montefeltro, committente della Pala.

Per quanto riguarda i dettagli simbolici nell’opera possiamo far riferimento, ad esempio, al corallo rosso al collo di Gesù Bambino, utilizzato come amuleto per la protezione dei neonati. La valva di capasanta che decora l’abside è un simbolo cristiano. Inoltre, l’uovo appeso, oggetto di perfezione, simboleggia la rinascita, quindi, la Resurrezione di Cristo.

Pala di Brera,1472 - Photo Credits: web
Pala di Brera,1472 – Photo Credits: web

Il problema cronologico

Uno tra i problemi più grandi di Piero della Francesca è la cronologia delle sue opere. Ci si trova infatti davanti ad un artista che presenta numerose varianti stilistiche e una scarsissima documentazione storica. Le uniche “certezze” in merito alla sua vita ed opere, risalgono ai racconti allo scrittore aretino Giorgio Vasari.

Federica.

Carlo Alberto di Savoia, Re di Sardegna

Carlo Alberto di Savoia nasce a Torino il 2 ottobre 1798. Fu una delle figure più importanti del nostro Risorgimento, nominato Principe di Carignano, Duca di Savoia e successivamente Re di Sardegna. Fu paladino del riscatto nazionale e della libertà italiana, nonostante il suo regno sia contraddistinto da luci e ombre.

Nato da Carlo Emanuele, precedente Principe di Carignano, e da Maria Cristina Albertina, principessa di Sassonia Curlandia. Trascorre i suoi primi anni tra Parigi e Ginevra, dove si avvicinò alla cultura francese e dalle idee Napoleoniche.

Carlo Alberto di Savoia a cavallo- Photo Credits: web
Carlo Alberto di Savoia a cavallo- Photo Credits: web

Carlo Alberto, detto l’indeciso

La formazione iniziale fu totalmente conservatrice e tradizionalista. Successivamente, a causa di idealisti rivoluzionari francesi, il sovrano iniziò ad adottare atteggiamenti politici rivolti al modernismo. Ecco spiegato come riuscì a trovare il giusto compromesso tra vecchio e nuovo, tra rivoluzione e conservazione, tra tradizione e innovazione.

Questa ambivalenza però portò a molte critiche. Infatti venne soprannominato “Re Tentenna” o “Italo Amleto“, proprio per l’indecisione nel seguire, da un lato, la tradizione di corte, mentre dall’altro, le idee liberali napoleoniche.

Mappa del regno di Sardegna - Photo Credits: web
Mappa del regno di Sardegna – Photo Credits: web

Il nuovo regno albertino

Carlo Alberto salì al trono del Regno di Sardegna il 27 aprile 1831, in seguito alla morte di Carlo Felice. Seguì le azioni del suo precedessore, avviando sin da subito una politica conservatrice e reazionaria, culminata con la repressione dei Mazziniani e dei Carbonari nel 1833-34.

anche un periodo innovatore. Carlo Alberto, infatti, attuò una politica riformatrice che mirò a migliorare lo stato economico e sociale del Regno. Queste idee rivoluzionarie lo spinsero anche a cambiare lo stemma di casa Savoia, semplificandolo con una croce d’argento su fondo rosso.

Il Re mentre firma lo Statuto Albertino - Photo Credits: web
Il Re mentre firma lo Statuto Albertino – Photo Credits: web

In campo giuridico riprese il Consiglio di Conferenza, primo passo per una collegialità governativa che darà vita successivamente alla Costituzione, detta Statuto Albertino. Fondato nel 4 marzo 1848, venne accolto con grande entusiasmo e speranza da tutto il Regno. Fu molto importante per aver trasformato la monarchia assoluta sabauda in una monarchia costituzionale.

Lo Statuto Albertino si componeva in tre poteri: esecutivo, giudiziario e legislativo. Furono rispettivamente ministri, magistrati e Camera dei Rappresentanti, eletti direttamente dal popolo, a gestire tali poteri. Ovviamente la figura del Re rimase a capo di tutto.

Ritratto di Carlo Alberto di Savoia - Photo Credits: web
Ritratto di Carlo Alberto di Savoia – Photo Credits: web

Ultimo anno del governo

L’anno decisivo per il governo di Carlo Alberto fu il 1848. Il sovrano scatenò la Prima Guerra d’Indipendenza mossa contro gli Austriaci. Dopo l’iniziale vittoria a Pastrengo, e dopo una serie di insuccessi, l’armata del Regno di Sardegna verrà neutralizzata a Custoza il 23 luglio 1848.

Questa sconfitta porterà Carlo Alberto a stringere un patto con gli Austriaci, cedendo Milano in cambio della ritirata del suo esercito. Dopo aver firmato l’Armistizio di Salasco (nome del generale italiano) il 9 agosto del 1848, tornò in Piemonte.

Prima Guerra d'Indipendenza italiana - Photo Credits: web
Prima Guerra d’Indipendenza italiana – Photo Credits: web

Un anno dopo, Carlo Alberto tentò una nuova guerra contro gli Austriaci, intorno al 20 marzo del 1849. Anche questa volta venne sconfitto a Novara. Questa seconda umiliazione, portò il sovrano alla sua abdicazione in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Inoltre si ritirò in esilio in Portogallo, dove morirà il 28 luglio del 1849.

Federica

Papa Paolo VI, un pontefice dimenticato diviso tra Chiesa e politica

Il 26 settembre 1897, a Concesio in provincia di Brescia, nasce Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI. Poiché nato da famiglia cattolica molto impegnata sul piano politico e sociale, avvertì sin da subito la vocazione sacerdotale. Ecco perché in giovane età si trasferì a Roma nel 1920, seguendo i corsi di filosofia e di lettere entrando nella Pontificia Accademia ecclesiastica.

Nella sua vita, che precede l’elezione a Pontefice, realizzò numerosi viaggi, tanto da coltivare rapporti di amicizia e confidenza spirituale con decine di giovani, ai quali presentò il concetto di «carità intellettuale». Tale passione, verrà coltivata anche durante il suo pontificato, tanto che nel 1964 fu il primo Papa nella storia a recarsi pellegrino in Terra Santa. Inoltre fu il primo dopo secoli a uscire dall’Italia, per entrare in contatto con i rappresentanti di tutte le religioni del mondo.

L'elezione di Papa Paolo VI - Photo Credits: web

L’elezione e il Pontificato

Successivamente alla morte di Papa Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963, il cardinal Montini, assunse il nome di Paolo VI. Egli cercò da subito di proseguire il percorso innovativo iniziato del Papa precedente, portando a conseguimento il Concilio Vaticano II. Lo guidò con grande capacità di mediazione, mantenendo l’unità della Chiesa cattolica, in un periodo di rivolgimenti ideologici che allontanavano la realtà sociale dalla spiritualità.

Durante tutto il suo pontificato, scrisse sette encicliche fondamentali per la vita e la dottrina della Chiesa, come l’Humanae Vitae, la più importante, scritta nel 1968. Inoltre attuò importantissime riforme nella Chiesa, che voleva più conforme al Vangelo ed efficace nell’evangelizzazione, portando un «supplemento d’anima» agli uomini del nostro tempo. Ma la sua azione più importante fu celebrare la primissima Giornata mondiale della Pace nel 1° gennaio del 1968.

Papa Paolo VI in Terrasanta - Photo Credits: web

Papa contrastato e dimenticato

Il destino di Papa Paolo VI, però fu molto sfortunato. Furono molte le critiche e contrasti dovuti al suo pontificato, ritenuto troppo rivoluzionario ed eccessivo. Ha sempre cercato di dialogare con la modernità senza condannarla a priori, ed è proprio questo che smosse le critiche della società tradizionalista. Il cattolicesimo conservatore, infatti, lo accusò di svendere la Chiesa e di causarne la crisi.

Inoltre fu il papa che ha più inciso nella storia politica italiana. Durante il Fascismo, ad esempio, animò la “resistenza culturale” e si impegnò politicamente a contrastarlo. Probabilmente anche per questo motivo, fu il primo Papa vittima di un attentato nelle Filippine nel 1970.

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Papa Paolo VI: ispirazione di Papa Francesco

I lunghi anni di pontificato furono molto duri, aspramente vissuti, segnati dall’impopolarità. Venne definito come “il Papa del dubbio“, “Papa pericoloso“, messo da parte e dimenticato. Ma è proprio sotto l’attuale pontificato che Papa Paolo VI verrà visto sotto un’altra luce. Già, perché tra gli ispiratori di Bergoglio, attuale Papa, cè sicuramente questo suo predecessore.

I due infatti, sono accomunati dall’idea di una Chiesa “samaritana”, “ancella dell’umanità”, più incline ad una visione positiva, rassicurante. Questa profonda ammirazione per Papa Paolo VI, portò proprio Papa Francesco a proclamare la beatificazione di Montini, nel 19 ottobre del 2014, e canonizzandolo lui stesso 2 anni dopo.

Federica