ALMANACCO: 31 Gennaio muore l’artista Oskar Fischinger

Animatore, pittore tedesco e autore di cortometraggi d’animazione astratta, Oskar Fischinger muore il 31 Gennaio del 1967. Viene ricordato per essere tra i più celebri esponenti del cinema astratto, riconosciuto come precursore del cinema d’animazione sperimentale e padre dei primi videoclip musicali. Nella sua carriera ha realizzato oltre 50 cortometraggi, e circa 900 tele.

Nato in Germania, a Gelnhausen, il 22 giugno 1900, come quarto di sei fratelli. Fin da piccolo si appassionò alla pittura, incoraggiato dagli artisti che venivano a dipingere i paesaggi del suo paesino. Interessandosi anche di musica, prese lezioni di violino, e iniziò a lavorare come apprendista presso un’azienda di costruttori d’organi, fino al giorno in cui i proprietari vennero chiamati alle armi.

Esordi ed influenze

Fu così che iniziò un altro lavoro, come disegnatore presso lo studio di un architetto, finché non venne chiamato anche lui alla visita di leva. Fu però respinto per motivi di salute, tanto che la sua famiglia si trasferì ad ovest di Francoforte, dove Fischinger frequentò una scuola commerciale e lavorò come apprendista presso una fabbrica, fino ad ottenere il diploma di ingegnere. Qui, nel 1920 Fischinger incontrò il critico teatrale Bernhard Diebold, all’interno di un club letterario.

Fu proprio lui che, dopo aver visto gli schizzi di scorrimento astratto di Fischinger, lo sollecita a intraprendere la strada della realizzazione di film astratti. Fu così che decise di lasciare presto il suo lavoro di ingegnere per trasferirsi a Monaco, determinato a diventare regista a tempo pieno. Nel frattempo, ebbe l’incontro con il regista tedesco Walter Ruttmann, pioniere del cinema astratto, dal quale fu fortemente ispirato. Qui iniziò a sperimentare con liquidi colorati, ma anche materiali per modellazione tridimensionale come cera e argilla.

Wax Experiments

Attraverso le sue sperimentazioni, arrivò ad inventare la “Wax Slicing Machine”, una macchina da taglio sincronizzata ad un otturatore di una videocamera, capace di far solidificare la cera liquida su una superficie fredda, la quale viene tagliata da una lama. Il risultato del film mostra un time-lapse attraverso le sezioni della cera, creando movimenti astratti. Questo destò molto interesse in Ruttmann, che utilizzò la macchina per fare gli sfondi del suo film Le avventure del principe Achemed.

Durante questo periodo Fischinger fece numerosi esperimenti sulla sua macchina, anche conosciuti come Wax Experiments. Queste idee arrivarono anche all’imprenditore americano Luis Seel, che nel 1924 assunse Oskar, per produrre animazioni satiriche per un pubblico adulto. Iniziò anche a fare film astratti provando nuove e differenti tecniche, incluso l’utilizzo del “multiple projector”, una tecnica di videoproiezione per animazioni astratte.

Tra cinema astratto e musica

Nel 1929 si ruppe una caviglia e venne ricoverato in ospedale. In questo frangente decise di dedicarsi a tempo pieno alla produzione di film astratti, producendo una notevole serie di studi in bianco e nero, strettamente sincronizzati con la musica. Sotto la guida della musica, sembra scoprire nuove leggi, e come l’acustica e l’ottica siano legate tra loro. Così il ritmo per lui divenne importante, tanto da far danzare semplici forme geometriche, dando vita a nuovi movimenti e ritmi spontanei.

Semplici forme geometriche diventano ornamento della musica, attraverso vari cambi di tonalità. Dietro la sua opera si cela un profondo misticismo, legato ai principi astrologici e ai cicli lunari, tanto che passa spesso le notti osservando la luna in mezzo alla natura, oppure praticando yoga per riallinearsi ai flussi magnetici della terra. Di questi studi ricordiamo le animazioni intitolate FieberVakuumMachtR-1 ein Formspiel, ma anche Walking from Munich to Berlin, un time-lapse documentario del suo viaggio verso Berlino.

Da Berlino a Hollywood

A Berlino, però trovò una situazione ostile. Infatti, nella Germania di Hitler, l’arte di Fischinger venne considerata come Arte degenerata, un termine che nel contesto del regime nazista indica le forme d’arte che riflettono valori o estetiche contrarie alla filosofia e alla concezione nazista. Il regime così si opponeva a molte forme di arte contemporanea, nell’intento di conservare i valori creduti tipici della razza ariana e della sua tradizione culturale.

Tu proprio per questo motivo, che Oskar Fischinger venne esiliato negli Stati Uniti, insieme alla sua arte. Fu così che decise di trasferirsi nella città che meglio potè ospitare la sua arte, ovvero Hollywood. Qui venne chiamato a lavorare presso la Paramount Studios, per cui realizza il film in bianco e nero intitolato Radio Dynamics, ma conosciuto oggi come Allegretto, nella versione a colori. Questo divenne uno dei film più proiettati e di successo di musica visiva della storia.

Ultimi anni

La maggior parte dei tentativi di regia di Fischinger in America, però ha subito difficoltà, in quanto veniva spesso chiamato per la produzione di film che poi in un modo o nell’altro non gli venivano mai riconosciuti. Frustrato per questo, nell’ultimo periodo si rivolse sempre più alla pittura a olio come sbocco creativo, anche se è proprio in questo momento che realizzerà il film Motion Painting n.1, del 1947. E’ una documentazione dell’atto pittorico, dove ogni fotogramma corrispondeva ad una pennellata

Sebbene non abbia mai più ricevuto finanziamenti per nessuno dei suoi film personali, questo film vinse il Gran Premio al Concorso Internazionale di Film Sperimentale di Bruxelles nel 1949. Tre dei film di Fischinger furono anche inseriti nella lista dei migliori film del mondo delle Olimpiadi del 1984 dell’animazione. Ha realizzato oltre 50 cortometraggi e dipinto circa 800 tele, molte delle quali si trovano in musei, gallerie e collezioni in tutto il mondo.

Federica.

ALMANACCO: 30 Gennaio muore l’ingegnere Ferdinand Porsche

Ingegnere, progettista, desiner e imprenditore austriaco naturalizzato tedesco, Ferdinand Porsche morì il 30 Gennaio del 1951. Conosciuto per aver fondato la casa automobilistica  Porsche e aver creato, su richiesta di Adolf Hitler, il celebre modello conosciuto in seguito come Maggiolino, da cui nascerà la casa automobilistica tedesca Volkswagen.

Nasce nel 1875 in Boemia, in una famiglia cattolica ma di costumi calvinisti. Sin da subito sviluppò un forte interesse verso le scienze e in particolare verso l’elettricità, tanto che comincia a condurre rudimentali esperimenti con acidi e batterie di ogni tipo, arrivando anche a costruire un marchingegno per produrre elettricità. Oltre a questo, si appassionò di automobili, di cui alcuni esemplari cominciarono all’epoca a circolare per le strade.

L’esordio e le prime sperimentazioni

Dopo aver frequentato la scuola professionale di Liberec, nel 1898 si trasferisce a Vienna durante il periodo della Belle Epoque. Fu proprio in questo periodo, che l’Europa era in una fase di forte modernizzazione e l’automobile era sul punto di spiccare il volo e diventare uno strumento della vita quotidiana. Grazie alle due sue passioni per le automobili e la scienza, entrò a lavorare nella fabbrica di automobili elettriche di Jakob Lohner, iniziando a produrre carrozze per la casa imperiale, e per i reali di Norvegia, Svezia e Romania.

Il suo trampolino di lancio però fu l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, dove riuscì a presentare la Semper Vivus Lohner-Porsche, il primo veicolo ibrido a trazione integrale della storia, dotato di un motore a combustione interna e di un motore elettrico su ciascuna ruota. Fu però due anni più tardi, che venne chiamato a svolgere il servizio militare nelle Riserve imperiali, lavorando come autista per i più alti ufficiali dell’esercito austro-ungarico, tra cui perfino Francesco Ferdinando.

La prima VolksWagen

Durante tale periodo, denso di progressi tecnici anche per via delle vicende belliche della prima guerra mondiale, Ferdinand Porsche progetta tra l’altro anche motori per aeroplani e trattori industriali, con cui guadagna in fretta una buona somma di denaro. Inoltre presenta la Sascha, un’auto da competizione, lo stesso anno, corre alla celeberrima Targa Florio, ottenendo le prime due posizioni nella propria classe. Fu anche grazie a questo che nel 1923 venne assunto alla Daimler di Stoccarda come Direttore Tecnico e membro del Consiglio d’Amministrazione.

Finita la prima guerra mondiale, però, solo i pochi facoltosi poterono permettersi un’automobile, che ancora non era accessibile a tutti. Anche con l’influenza di Adolf Hitler, prese il via uno dei progetti più ambiziosi di Ferdinand, ovvero costruire una macchina economica per tutti, un’utilitaria con basso prezzo e ridotti costi di gestione. Fu così che nacque una “macchina del popolo”, in tedesco Volks Wagen, che non costasse più di uno stipendio di un operaio, in modo tale da promuovere la motorizzazione di massa del paese, ad imitazione di quanto già avvenuto in Stati Uniti d’America con la Ford.

Dal Maggiolino alle produzioni belliche

Fu così che Porsche progettò il celeberrimo modello conosciuto come Maggiolino, la cui produzione presso lo stabilimento appositamente costruito di Wolfsburg, portò alla nascita della futura maggiore casa automobilistica europea. In seguito a questo decise di fondare uno studio privato di progettazione, dove realizzerà solo un anno più tardi, un altro prototipo ideato dalla base del Maggiolino, ovvero la Porsche Type 64, la prima vettura a portare il suo cognome.

Iniziata la seconda guerra mondiale, il prezioso patrimonio di conoscenze ed intuizioni di Porsche venne sfruttato dal partito nazista a fini bellici. Ferdinand infatti progettò il carro VK 3001 (P), ordinato in tre prototipi. Progettò inoltre una versione militare derivata dal Maggiolino, la celebre Volkswagen Kübelwagen prodotta in migliaia di esemplari ed utilizzata su tutti i fronti del conflitto mondiale dai tedeschi, ed una versione anfibia della stessa, la Volkswagen Schwimmwagen.

L’arrivo di Ferry Porsche

Ma fu verso la fine della Guerra che Porsche venne catturato con uno stratagemma dai militari francesi ed incarcerato con l’accusa di collaborazionismo. Fu così che scontò quindi circa 20 mesi di prigionia in Francia, probabilmente al fine di estorcergli progetti dell’industria dell’auto. Ma grazie all’intervento di suo figlio, Ferry Porsche, venne liberato dalla prigionia, e grazie alle stesse passioni paterne, riunisce nel paese austriaco di Gmünd, i collaboratori più validi dello Studio Porsche per realizzare un coupè sportivo che porti il suo nome.

Fu così che nel 1948, nasce il progetto Porsche 356, una piccola vettura sportiva basata sulla meccanica del Maggiolino, che traeva spunto dalla Typ 60K10. La produzione, rigorosamente a mano, nei primi tempi era di pochissimi veicoli, anche se successivamente diedero inizio all’epopea industriale e sportiva del celebre marchio Porsche. Ferry Porsche prese in mano le redini dell’industria paterna nel 1948, dopo che il padre, ormai 75enne morirà qualche anno dopo, precisamente il 30 gennaio 1951 a causa di un infarto.

Il marchio oggi

Da quel momento in poi, il marchio Porsche diventa distintivo di macchine sportive altamente raffinate e dalla linea unica, di cui la punta di diamante è rappresentata dalle mitiche e forse inarrivabili 911 e Boxster. Nel 1972, fonda la Porsche Design, dove, con un limitato numero di collaboratori, si dedica alla progettazione di veicoli sperimentali e di vari oggetti, caratterizzati da un look aggressivo e high-tech, di cui però cura solo l’aspetto stilistico-formale senza entrare in merito all’ingegnerizzazione.

Federica.

ALMANACCO: 29 Gennaio è il primo Giorno della Merla

I cosiddetti giorni della merla sono, secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio, che iniziano proprio in data 29 Gennaio, e che coinciderebbero con i tre giorni più freddi dell’anno. Questa leggenda radicata nell’immaginario collettivo, viene però di fatto contraddetta dalle statistiche meteorologiche, secondo cui dopo la prima decade di gennaio si osserva una tendenza all’aumento delle temperature.

Ma da dove trae origine questa credenza, entrata oramai a far parte della vita di tutti noi? Molte sono le versioni che spiegano l’origine di questa leggenda, alcuni simili, e altre assi diverse, ma che vedono in tutte un unico protagonista, una Merla, uccellino diventato famoso proprio per questa tradizione. 

Leggenda principale

Sono molte le leggende intorno all’origine della locuzione “I giorni della Merla”, e per questo non è ben chiara. Secondo la leggenda principale infatti, un Gennaio dispettoso avrebbe rubato tre giorni a febbraio per fare uno scherzo ad una merla che, a causa delle temperature rigide, non riusciva a trovare il cibo per i suoi pulcini. Disperata, la merla chiese clemenza a Gennaio chiedendogli di durare meno, ma senza ottenere il suo aiuto.

La mamma disse così a Gennaio che per l’anno seguente si sarebbe organizzata con una maggiore scorta di cibo, così da rimanere al caldo con i suoi pulcini per l’intero mese. Gennaio, che a quanto pare è piuttosto permaloso, decise di vendicarsi rendendo gli ultimi giorni ancor più gelidi, per mettere ancor più in difficoltà la merla e cogliendola di sorpresa. La merla non si fece scoraggiare e si nascose con la famiglia in un comignolo per scaldarsi, e per ripararsi dal freddo, fino al 1° Febbraio.

Trascorsi quei freddissimi 3 giorni uscì dal comignolo sana e salva, ma le sue candide penne e quelle dei suoi pulcini, erano diventate tutte nere a causa del fumo e della fuliggine. Da allora, secondo questa leggenda, Gennaio ha sempre 31 giorni e i merli hanno sempre le piume nere. La leggenda, infatti, vuole giustificare in maniera favolistica il forte dimorfismo sessuale che si osserva nella livrea del merlo, che è bruna nelle femmine, mentre è nera brillante e con becco giallo nel maschio.

Esistono però altre versioni della storia, come quella ambientata nel capoluogo lombardo, che ha come protagonisti un merlo, una merla e i loro tre figlioletti. Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni così che il merlo volava da mattina a sera in cerca di cibo, anche con la tormenta di neve, mentre la merla, spostò il nido su un tetto, dove fumava un comignolo per cercare un po’ di tepore. La tormenta tenne così lontano il merlo da casa per ben tre giorni, appunto gli ultimi tre di Gennaio, ma quando tornò, quasi non riconosceva più la merla e i figlioletti perchè diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Da allora i merli nacquero tutti neri.

Ulteriori tradizioni

Altre versioni della leggenda però non fanno riferimento all’animale, ma a qualcos’altro. Ad esempio secondo il reverendo Sebastiano Pauli, la leggenda tratta di un cannone, chiamato appunto ‘La Merla’, che venne trasportato oltre il Po grazie alle temperature rigide di questi giorni che resero il fiume una strada ghiacciata. Sulla scia del Po ghiacciato utilizzato come strada, ci fu anche la leggenda della Nobile Signora di Caravaggio, chiamata ‘de Merli’ che riuscì a sfruttare le temperature gelide per raggiungere il marito dall’altra parte del fiume.

Stessa cosa accade nella città di Lodi, dove i giorni della merla vengono festeggiati da cori che, posti sulle rive opposte dell’Adda, si chiamano e si rispondono. Anche in provincia di Cremona è tradizione proporre i canti popolari della merla per rivivere l’antica atmosfera contadina, e riunirsi davanti a un grande falò, sul sagrato di una chiesa o in riva al fiume, a seconda della tradizione, per intonare insieme il coro e degustare vino e cibi tradizionali. I testi delle canzoni differiscono leggermente da un paese all’altro, ma mantengono come denominatore comune i temi dell’inverno e dell’amore.

Federica.

ALMANACCO: 28 Gennaio nasce il pittore Jackson Pollock

Importante pittore statunitense, Jackson Pollock nacque il 28 Gennaio del 1912. Considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’espressionismo astratto o action painting, la corrente che rappresenta il contributo americano all’informale. Essa consiste nel trattare la tela con ampi e violenti movimenti del pennello, attraverso “azioni” appunto dinamiche, che conferiscono ai suoi quadri una selvaggia energia che non può lasciare indifferente l’osservatore.

Pollock nacque nel 1912 nel Wyoming, da una famiglia contadina assai numerosa di origine scozzese-irlandese. Jackson trascorse la sua gioventù tra l’Arizona e la California, studiando alla High School di Reverside e poi alla Manual Arts High School di Los Angeles, dove volle alimentare con lo studio quella che era la sua passione per l’arte. Qui però venne espulso per cattiva disciplina, infatti già a quindici anni era piuttosto irrequieto e dedito all’alcool.

Esordi e influenze

Nel 1929 a soli 17 anni, durante il periodo della Grande Depressione, si trasferì a New York con il fratello, per partecipare entrambi alla bottega del pittore Thomas Hart Benton alla Art Students League. I soggetti bucolici e campagnoli di Breton però non fecero effetto su Pollock, anche se il suo ritmico uso del colore e il suo fiero senso di indipendenza ebbero invece una forte influenza su di lui. Inoltre sperimenta tecniche, strumenti e materiali di pittura non tradizionale.

Fu contemporaneamente a questa avventura artistica, che però Pollock affrontò un brutto periodo, a causa di gravi difficoltà economiche e di privazioni. Fu solamente nel 1942, che partecipando alla grande mostra dell’Art of this Century, venne apprezzato dal critico Clement Greenberg, che lo seguirà e sosterrà per tutta la sua carriera futura. Nel 1943, incontra anche quella che sarà la sua mentore e farà la sua vera fortuna a livello di comunicazione e diffusione della sua arte, ovvero Peggy Guggenheim.

Il Drip Painting

Fu proprio in questo periodo che imparò il Drip Painting, una tecnica che consiste nel versare il colore direttamente sulla tela, divenuta un marchio di fabbrica di Pollock. Fu soprattutto dopo essersi trasferito a Springs, che iniziò a dipingere con la sua tecnica, stendendo le tele sul pavimento del suo studio e facendo sgocciolare il colore con pennelli induriti, bastoncini o anche siringhe da cucina. Compiva l’opera con gesti incondizionati e spontanei, tanto che i suoi lavori non nascono come “arte studiata” ma si affidano al caso, all’impulso e all’istinto. Tra le opere più famose ricordiamo Male and Female e Composition with Pouring I.

In seguito a Pollock il Drip Painting, divenne uno stile diffuso soprattutto tra gli anni 40 e 60, e consisteva nello sgocciolare del colore in modo spontaneo, lanciato o macchiato sulle tele. La tecnica inventata da Pollock infatti venne considerata come una delle basi del movimento dell’action painting. Operando in questo modo si distaccò completamente dall’arte figurativa ed andò contro la tradizione di usare pennello e cavalletto, decidendo inoltre di non servirsi per il gesto artistico della sola mano; per dipingere usava tutto il suo corpo.

Stile

Fu però questa particolare tecnica pittorica a destare dubbi e incertezze nella critica e nel pubblico. Se infatti, da una parte veniva acclamato e amato per le sue opere casuali e astratte, dall’altro c’era invece chi definiva le sue opere inutili e facilmente replicabili da chiunque.In pochi sanno però che nonostante le opere di Pollock sembrano create in modo apparentemente casuale, Richard Taylor, matematico e artista, negli anni Novanta riscontrò nelle trame dei suoi dipinti la geometria dei frattali, la cui teoria verrà introdotta solo negli anni ’60.

In un certo senso Pollock ha inconsciamente ricreato sulla tela un motivo già esistente in natura ma all’epoca sconosciuto. Infatti realizzava le sue opere in uno stato di trance, nel quale è l’inconscio a guidare il pittore nel processo creativo, come una sorta di danza sulla tela o un antico rituale. Non a caso pare che Pollock si sia ispirato alla pittura sulla sabbia dei nativi americani, praticata dagli stregoni per entrare in contatto con “il mondo degli spiriti”.

Ultimi anni

Giunto al vertice della fama, Pollock però decise improvvisamente di abbandonare lo stile che l’aveva reso famoso. I suoi lavori successivi al 1951 si presentano con un colore più scuro, spesso usando soltanto il nero, ed iniziano a reintrodurre elementi di tipo figurativo. Anche in questo caso Pollock diventò molto apprezzato sul mercato dell’arte e i collezionisti chiedevano con insistenza delle nuove opere. All’età di 44 anni, però dopo aver lottato con l’alcool per tutta la vita, la carriera di Pollock fu improvvisamente interrotta l’11 agosto 1956, quando morì in un incidente stradale, causato dal suo stato di ebbrezza.

Federica.

ALMANACCO: 27 Gennaio muore lo scrittore Giovanni Verga

tra i narratori italiani più noti della seconda metà dell’800, Giovanni Verga muore il 27 Gennaio del 1922. Fu autore di romanzi, novelle e testi teatrali. E’ inoltre conosciuto come il padre fondatore del Verismo in Italia tanto che nelle sue opere rappresenta scene umili tratte da contesti della vita quotidiana.

Nato da una famiglia nobile, è molto dedito allo studio. All’inizio si iscrive alla Facoltà di Legge a Catania, ma presto la abbandona per dedicarsi alla letteratura. Mosso dalla sua passione divenne allievo di Antonio Abate, un poeta di gusto romantico che gli trasmette la sua tendenza verso la scrittura di romanzi storico-patriottici.

Il primo Verga romantico

Nel 1869, si trasferisce a Firenze, allora capitale d’Italia, dove frequenta i salotti intellettuali e la vita mondana. Basandosi sulle storie che sentiva, scrisse una serie di romanzi passionali come EvaTigre realeUna peccatrice e Eros. Queste storie sono fondate su un elemento autobiografico, cioè si parla sempre di un giovane artista che subisce l’influsso distruttivo della mondanità per opera di qualche donna.

Vediamo il giovane Verga e i suoi turbolenti rapporti con le donne che incontra nei salotti fiorentini. Questa fu la prima maniera di Verga, dal quale nasce anche l’opera più famosa del periodo Storia di una Capinera, languida e sensuale con toni melodrammatici. In questi romanzi apparentemente romantici, già si iniziava ad intravedere la vena verista di verga, nel trattare di piaghe psicologiche e sociali.

L’avvicinamento al Verismo

Si trasferì nel 1872 a Milano, centro culturale più vivo della penisola, nel quale crescerà la sfiducia verso la vita moderna e gli ambienti mondani. Qui entra in contatto con il gruppo letterario della Scapigliatura, ovvero scrittori d’avanguardia con lo scopo di opporsi alle convenzioni borghesi e proporre una scrittura che prediliga temi realistici popolari. Grazie a questa esperienza, Verga si avvicinò al Naturalismo francese e al Verismo.

Questo processo di conversione alla maniera verista avviene con la pubblicazione della novella Nedda, nel 1874. Narra le vicende di una raccoglitrice di olive e propone una commossa partecipazione alle sue sventure. Ambientato in un mondo siciliano pieno di valori, Verga nostalgicamente ripercorre le sue origini, descrivendo un mondo gli è distante, visto che si trova a vivere lontano.

La poetica verista di Giovanni Verga

Verga sceglie di adottare un tipo di scrittura oggettiva, priva dei sentimenti e delle personali visioni dell’autore. Si tratta di una poetica dell’impersonalità, che vuole guardare al mondo popolare di contadini e pescatori, al fine di restituirne la verità, mettendo al centro il fatto nudo e crudo.

In questo senso si parla di regressione dell’autore. Lo scrittore mette da parte sé stesso, le sue conoscenze, il suo mondo, e regredisce fino a calarsi all’interno del contadino o del pescatore. Scrive e parla con le sue parole e vede il mondo attraverso i suoi occhi. In questo modo l’autore si allontana dalla realtà oggettiva e ci presenta la realtà del mondo che rappresenta, sottolineandone l’alterità rispetto alla vita moderna. 

Opere più famose

Insieme a Nedda, scrisse anche altri romanzi, famosissimi ancora oggi come Rosso Malpelo del 1878. Narra la storia di un ragazzo di miniera, dai capelli rossi, che vive in un ambiente duro e disumano, narrato in modo nudo e popolare. Nel racconto si nota tutta la drammaticità e il pessimismo dell’autore di non poter o voler cambiare la difficile realtà.

Scriverà un ciclo di romanzi dei Vinti, ovvero coloro che vengono travolti dall’avanzare del progresso, Di questo ciclo fa parte anche l’opera I Malavoglia, soprannome fu attribuito ad una famiglia di pescatori siciliani e alle sue sventure in seguito a drammi sia affettivi che economici. Verga fu anche autore di moltissime novelle in cui si esprime la poetica del Verismo. Ricordiamo qui di seguito le tre raccolte più importanti: Vita nei campi, Novelle Rusticane Per le vie.

Gli ultimi anni di Giovanni Verga

Ma durante la sua vita, questo cambio repentino di rotta e di tipologia di scrittura non ebbe molto successo. Infatti i lettori apprezzarono molto le vicende passionali ambientate nel mondo aristocratico del periodo romantico, mentre rimasero delusi dal rinnovamento delle tecniche narrative che adottò. Le cupe storie di contadini e pescatori risultano sgradevoli.

Si allontana dalla letteratura per lo scarso successo, e nel 1893 compie a ritroso il viaggio della sua giovinezza trasferendosi definitivamente a Catania. Tornato in Sicilia, continua a scrivere ma il lavoro che più gli sta a cuore non riesce a prender forma, e col passare degli anni finisce per rinunciare del tutto alla letteratura. Giovanni Verga, il 27 Gennaio 1922 morì nella sua città natale.

Federica.

ALMANACCO: 26 Gennaio muore l’artista Mario Schifano

Artista, pittore e regista italiano, Mario Schifano muore il 26 Gennaio del 1998. Fu uno dei più importanti artisti italiani della scena nazionale e internazionale degli anni Sessanta, conosciuto soprattutto per l’animo ribelle e graffiante. Insieme a Franco Angeli e Tano Festa rappresentò un punto fondamentale della Pop art italiana ed europea, e fu tra i primi ad usare il computer per creare opere, elaborando le “tele computerizzate”.

Mario Schifano nacque a Homs, città italiana della Libia, il 20 settembre 1934. Fu solamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, che si trasferì in Italia con la famiglia, precisamente a Roma dove passò il resto della sua vita. A causa del suo carattere ribelle, abbandonò presto la scuola, andando subito a lavorare, prima come commesso, e poi come archeologo e restauratore seguendo le orme del padre, presso il Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Esordio e il gruppo di Piazza del Popolo

Fu proprio grazie a quest’ultimo lavoro, che Mario si avvicinò al mondo dell’arte, appassionandosi sempre di più. I suoi primissimi dipinti furono influenzati dall’Arte Informale, tanto che assunsero caratteristiche analoghe al movimento come il forte materialismo. Inseguendo questo stile, sul finire degli anni cinquanta partecipò al movimento artistico Scuola di Piazza del Popolo, nome derivato dal Caffè Rosati, bar romano in Piazza del Popolo, in cui si ritrovata il collettivo.

Assieme ai suoi compagni, Tano Festa, Mimmo Rotella e Franco Angeli, nel 1960 espose alcune opere nella mostra collettiva presso la Galleria La Salita. Il suo stile pittorico inizialmente informale si diresse verso una pittura monocromatica, offrendo l’idea di uno schermo fotografico sul quale applicava carte incollate, segni, numeri, lettere e immagini di vario tipo, tra cui anche marchi della Esso e della Cocacola. Questa esperienza fu un trampolino di lancio per la sua arte, per la quale ricevette molti premi come il Premio Lissone, La Nuova Figurazione e il Premio Fiorino.

I lavori Newyorkesi

La sua popolarità lo portò ad allestire mostre personali sia a Roma, ma anche a Milano, Parigi e New York. Fu proprio negli Stati Uniti che frequentò la Factory, ovvero lo studio e il luogo di ritrovo di Andy Warhol, padre della Pop Art. Qui ebbe modo di esporre le sue opere a fianco dei principali esponenti del Nouveau Réalisme come Christo, Klein e il suo amico e collega Mimmo Rotella. Inoltre partecipò nel 1964 alla XXXII Esposizione internazionale d’arte.

Ma fu proprio negli USA che Mario Schifano entrò in contatto con le prime droghe, iniziando cosi le prime sperimentazioni sotto effetto allucinogeno. In questo periodo, dipinge i Paesaggi Anemici, nei quali vi è la rappresentazione della natura con piccoli particolari o scritte allusive, attraverso delle rivisitazione della storia dell’arte italiana e del Futurismo. Inizia le serie Ossigeno ossigeno, Tuttestelle, Oasi, Compagni, compagni, che portarono definitivamente al punto di rottura con la pittura monocromatica iniziale.

Attività cinematografica

Schifano oltre alle opere d’arte, si cimentò anche nella realizzazione di film sperimentali. Furono Round Trip Reflex, con i quali divenne figura centrale del cinema sperimentale italiano, al margine di quel movimento avrebbe portato alla Cooperativa Cinema Indipendente, alla quale non aderì però mai apertamente. A Roma conobbe e frequentò Ettore Rosboch, artista con cui strinse una profonda amicizia, che lo influenzò profondamente, e che gli fece conoscere i Rolling Stones.

Mario Schifano si affermò così come un artista poliedrico e versatile, capace di spaziare in vari ambiti e di produrre tramite molteplici forme arte. Ad esempio nel 1965 contribuì alla fondazione de “Le Stelle di Mario Schifano”, band dal genere rock psichedelico, anche se successivamente lasciò il gruppo per concentrarsi sul mondo cinematografico. Realizzò nel 1967 infatti una trilogia di film sperimentati intitolati Trilogia per un massacro, con i film Satellite, Umano non UmanoTrapianto, consunzione, morte di Franco Brocani.

L’arte e la multimedialità

Negli anni Settanta e Ottanta, l’artista si affermò sempre di più sulla scena nazionale, acquisendo sempre più credibilità. Fu in questi anni che abbandonò per un breve periodo la pittura, optando per tecniche innovative, come ad esempio la serigrafia, realizzando opere come EssoCompagni compagniPaesaggi. Ritornò più volte alla pittura nonostante la definisse obsoleta, anche se divenne un precursore sempre curioso e sperimentatore.

L’ultimo periodo di produzione è particolarmente segnato dai media e dalla multimedialità. Fu per questo che utilizzò per primo, l’idea della tecnologia nella sua produzione artistica, dando vita alle sue Tele computerizzate, con cui Schifano elaborava immagini prese dal computer per riportarle su tele emulsionate. Per affinità con le tendenze culturali, negli anni ottanta, entrò anche in contatto con il gruppo di creativi della rivista Frigidaire, ovvero illustratori, scrittori, fumettisti, reporter, che lo influenzarono moltissimo.

Ultimi anni

Ed è proprio l’interesse per la storia contemporanea e il suo impegno civile che lo porta a una crisi ideologica ed esistenziale, costringendolo a periodi di isolamento nel suo studio dove realizza dei lavori reinterpretando Magritte, De Chirico, Boccioni, Cézanne, Picabia. Dopo vari problemi legati alla droga, fu finalmente reintegrato dalla condanna per possesso illecito di stupefacenti nel 1997, anche se morì l’anno dopo, il 26 gennaio 1998, a causa di un’infarto.

federica.

mARTEdì: il percorso del Fregio della Vita di EDVARD MUNCH

A pochi giorni dall’anniversario della sua morte, affrontiamo oggi uno degli artisti più enigmatici e profondi della storia dell’arte, ovvero Edvard Munch. In particolare prenderemo in analisi una delle sue opere più celebri, seconda per importanza dopo l’iconico Urlo, e ne analizzeremo lo stile e i particolari. Si tratta de Il Fregio della Vita, lavoro in cui si trovano tutte le caratteristiche fondamentali per capire l’arte e l’animo dell’artista.

Partiamo dal dire che questo lavoro non consiste in una singola opera, ma è formata dai quadri più importanti di Munch racchiusi in un ciclo pittorico di straordinaria bellezza. Il ciclo è diviso in quattro tappe, che affrontano tematiche molto care all’artista che evolvono, ovvero il Seme dell’amore, lo Sviluppo e dissoluzione dell’amore, l’Angoscia e infine la Morte. Ognuno dei quattro gruppo, era composto allo stesso tempo da 5/6 diverse opere, per un totale di ventidue quadri della serie.

Munch, attraverso questo viaggio artistico nelle sue emozioni, trattava la pittura come una sorta di autoanalisi. Secondo lui infatti, il Fregio è un’indagine della propria esistenza, operata con lo sguardo consapevole di chi ha già vissuto quelle situazioni e le rielabora per ritrovarne i sentimenti, dipingerli e comprenderli. La concezione dell’opera consiste quindi in una sequenza di immagini decorative che nella loro totalità dovrebbero raffigurare il corso della vita.

Il tema del fregio principale risulta essere dunque l’amore, motivo per cui, inizialmente, era stato attribuito a questo ciclo il titolo di Studio per una serie evocativa chiamata Amore scelto per l’esposizione di Berlino del 1893. Un tipo di amore che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non porta tanto alla gioia e all’allegria, bensì punta più sulla sua fine che va pian piano scemando verso una triste e depressa solitudine, fino alla dissoluzione dello stesso. Di esso infatti, coglie il fallimento, l’impossibilità di divenire maturo e felice.

1. Seme dell’Amore

Nel primo ciclo di opere, intitolato Seme dell’Amore, troviamo opere in cui l’amore nato è il tema principale. Questa emozione viene in questa serie rappresentato secondo le due pulsioni contemporanee dell’artista, ovvero la voglia di amare ma allo stesso tempo la paura di farlo. Inoltre in questa serie che la figura della donna viene valorizzata ed esaltata, tanto che viene rappresentata come Femme Fatale, risultando la più passionale rispetto all’amato uomo, come una vera dominatrice.

Nella prima opera intitolata il Bacio, infatti, viene rappresentato un momento passionale di un uomo e una donna, che si fondono diventando un tutt’uno. Questa fusione è interpretata in modo ambivalente, sia come forte sentimento che unisce, sia come coinvolgimento amoroso che spersonalizza l’uomo, perdendo la sua individualità. L’idea di Femme Fatale, si assapora anche nell’opera Madonna, dove viene rappresentata una donna sinuosa e nuda con capelli scuri, che in modo provocatoria simboleggia la Vergine Maria, simbolo dell’amore puro.

2. Sviluppo e dissoluzione dell’amore

Il secondo ciclo di opere, viene intitolato Sviluppo e dissoluzione dell’Amore, poichè tratta sempre del tema dell’amore, che in questo caso sfuma e si trasforma. In questo momento la tematica dell’amore risulta ancora più forte e l’idea del pittore sulla donna si fa sempre più chiara. Essa appare ancora di più una creatura seducente e maligna, che trova sollievo e realizzazione nell’annientamento dell’uomo. Il piacere si trasforma così in qualcosa di straziante, triste e malinconico.

Il primo dipinto della seconda fase è Donna in tre fasi, in cui vengono disposte tre figure femminili, colte in diverse epoche della vita, e con diverse caratteristiche. La lettura va effettuata verso destra, fino alla parte più cupa del dipinto, dove c’è un uomo con il cuore sanguinante, simbolo drammatico. Un’altra opera, intitolata Vampiro, sembrerebbe trasmettere in apparenza affetto e protezione visto l’abbraccio dei due amanti. In realtà il tono cupo dell’opera rivela una vera trappola mortale, in cui l’uomo è completamente sottomesso alla donna, demoniaca e pericolosa, che tramite il letale morso strappa all’uomo la sua vitalità e la sua identità.

3. Angoscia

Troviamo un terzo ciclo, formato da cinque tele rappresentanti l’Angoscia, tema che dà titolo alla serie e che indica il sentimento dell’uomo provocato dall’amore finito e distrutto. Munch attraverso questo gruppo di opere, riesce ad affrontare il tema dell’alienazione sociale, ma al tempo stesso riesce a cogliere l’occasione per esprimere il suo disappunto verso la borghesia. I personaggi in queste opere sono come cadaveri spauriti, con occhi spalancati, come ad esprimere il soffocamento dato dalle convenzioni cittadine.

Il primo dipinto dal titolo Sera sul viale Karl Johan, rappresenta la passeggiata serale in una delle vie più affollate di Oslo, dove una folla di persone inquietanti si dirige verso lo spettatore, dando
l’impressione di travolgerlo. Lo sguardo vuoto e cadaverico della massa, vuole fungere da spaventosa e angosciosa minaccia. Altra opera della serie, la più conosciuta ed acclamata, è intitolata l’Urlo, che rappresenta l’angoscia esistenziale provata dall’artista stesso. L’uomo dell’urlo sembra uno spirito dagli occhi spalancati, che vittima del suo stesso sentimento, rappresenta il dramma collettivo delle sensazioni di angoscia, paura e dolore.

4. Morte

Nell’ultima serie di opere, intitolata Morte, Munch non vuole ritrarre il fine fisico della vita, ma il senso di solitudine che il fine vita lascia, riducendo le persone ombre di se stesse. Tutto rimanda alla morte, tema principale e tetro, che si riconduce all’esigenza propria del pittore di esprimere questo pensiero costante. Egli infatti dipinge ciò che sente, trasponendo sulla tela le emozioni che lo pervadono, soprattutto in seguito ai vari lutti che affrontò nella sua vita.

Un’opera di questa sezione è infatti La vita e la morte(metabolismo), descritte attraverso il peccato originale di Adamo ed Eva. Egli estende la definizione di metabolismo, ovvero un’energia che fluisce nel processo dell’organismo, così come gli esseri viventi contribuiscono al fluire della vita e della morte. L’opera Morte nella camera della malata, è strettamente autobiografica, perchè tratta della morte della sorella Sophie. Non risalta la sofferenza della giovane, ma vuole mostrare la fredda sofferenza che prova la famiglia. La morte, vera protagonista del dipinto, viene rappresentata più che dal punto di vista fisico, da quello psicologico.

Federica.

ALMANACCO: 25 Gennaio nasce lo scrittore Alessandro Baricco

Scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore televisivo, critico musicale, conduttore televisivo e conduttore radiofonico italiano, Alessandro Baricco, nacque il 25 Gennaio del 1958. Scrittore tra i più conosciuti e amati dai lettori di narrativa in Italia, si afferma nel panorama editoriale pubblicando diversi romanzi di grande successo, ottenendo anche il Premio Viareggio nel 1993.

Nasce a Torino nel 1958, città dove si forma, frequentando il Liceo classico statale Vittorio Alfieri, e dove si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi in Estetica. Contemporaneamente alla tesi, studia al conservatorio musicale dove si diploma in pianoforte, sua altra grande passione. L’amore per la musica e per la letteratura, ispirano fin dall’inizio la sua attività di brillante saggista e di narratore.

Articoli critici e giornalismo

La sua passione lo portò inizialmente ad iniziare la carriera di scrittore pubblicando alcuni saggi di critica musicale, come Il genio in fuga su Rossini, e L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, sul rapporto tra la musica e la modernità. Si rivelò un critico musicale scaltro e di notevole apertura, tanto che venne chiamato per collaborare con la Repubblica e sulla pagina culturale per La Stampa.

Per queste due testate editrici, realizzerà una bellissima rubrica, in cui Baricco, con stile narrativo, stendeva articoli e riflessioni circa gli avvenimenti più disparati, dalla partita di tennis al concerto pianistico, dalle performance delle star del Pop alle rappresentazioni teatrali. Il tentativo era quello di ritrarre fatti legati alla quotidianità o al campo mediatico tramite un’ottica secondaria, con l’intento di svelare cosa si cela dietro il grande circo che la realtà rappresenta.

L’attività letteraria

Nel 1991 prende corpo il primo esempio della sua vena narrativa, con il suo primo romanzo intitolato Castelli di Rabbia, prontamente pubblicato da Bompiani. Con questo lavoro si aggiudica il Prix Médicis étranger e partecipa alla selezione finale del Premio Campiello dello stesso anno. Nel 1993 pubblica Oceano mare, uno dei suoi romanzi più apprezzati, e pubblicato da Rizzoli con cui inizierà una collaborazione di molti anni. Mentre il 1996 è l’anno di Seta, da cui sarà tratto un film per la regia di François Girard.

La collaborazione con Rizzoli termina nel 2002, con la pubblicazione di Senza sangue, cui precede City, uno dei primissimi casi di lancio editoriale effettuato esclusivamente online. Nel 2004 comincia la collaborazione con l’editore Feltrinelli con cui pubblica Omero, Iliade, una vera riscrittura e reinterpretazione del poema omerico. Dopo una breve parentesi con Fandango, con cui pubblica Questa storia nel 2005, tornerà in Feltrinelli pubblicando l’opera Emmaus, dove parlerà di temi religiosi per la prima volta.

Carriera televisiva

Contemporaneamente alla brillante carriera letteraria, Baricco collaborò a trasmissioni radiofoniche sempre come critico musicale, come Radio Tre Suite sul canale radio della Rai. Fu grazie a questo incarico che sbarcò in televisione, il cui esordio arrivò nel 1993, come conduttore di L’amore è un dardo, una fortunata trasmissione di Raitre dedicata alla lirica. Questa idea fu un un ponte tra il mondo affascinante ma spesso impenetrabile della lirica, e il comune pubblico televisivo.

Fu solamente un anno dopo, nel 1994, che crea e conduce un programma dedicato interamente alla letteratura, chiamato Pickwick, del leggere e dello scrivere, in cui venne affiancato dalla giornalista Giovanna Zucconi. Nel 1998, è protagonista di un’altra avventura televisiva, ovvero la trasmissione Totem, durante la quale commenta e narra i passi più salienti di racconti e romanzi. Nel 2017 tornò su Rai3 con la riproposizione televisiva dello spettacolo Steinbeck, Furore, in cui ci fu la lettura del romanzo Furore di Steinbeck accompagnata da una selezione musicale.

Filmografia

Nel 1998 il regista Giuseppe Tornatore ha diretto un film tratto dal romanzo, La leggenda del pianista sull’oceano. Lezione ventuno invece fu il suo primo film, del 2008, da lui scritto e diretto, che ruota attorno al personaggio del professor Mondrian Kilroy, che è ad una sua lezione, la numero 21, riguardo alla nascita della nona sinfonia di Beethoven. Nel 2018 ha fatto parte della Giuria nella 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Federica.

ALMANACCO: 24 Gennaio muore il politico Winston Churchill

Politico, storico, giornalista e militare britannico, Winston Churchill morì il 24 Gennaio del 1965. Fu considerato uno dei più importanti uomini di Stato della storia inglese, soprattutto per per essere stato Primo ministro del Regno Unito dal 1940 al 1945, ma anche membro del Parlamento e leader del Partito conservatore. Fu l’uomo che condusse l’Inghilterra alla vittoria nella Seconda guerra mondiale.

Nasce a Woodstock, nell’Oxfordshire, il 30 novembre 1874, da due genitori che provengono da due ambienti molto diversi tra loro. Il padre, appartiene alla migliore aristocrazia britannica, mentre la madre, fu figlia del proprietario del New York Times, sangue americano che fu fondamentale per la futura amicizia che crea tra Gran Bretagna e Stati Uniti.

Dal militare al giornalismo

Dopo aver trascorso l’infanzia in Irlanda, il giovane Winston studiò presso la scuola di Harrow e nel 1893 venne ammesso all’Accademia militare di Sandhurst, per volere del padre. Qui venne nominato sottotenente nel IV battaglione ussari, partendo al seguito dell’esercito spagnolo per reprimere la rivolta di Cuba. In seguito fece poi parte di una missione come ufficiale e corrispondente di guerra del Morning Post nel Sudan, esperienza che farà da spunto al suo servizio giornalistico.

Tentato dall’attività politica, Churchill si ritira dalla vita militare e si presenta come candidato alle elezioni a Oldham. Non venne eletto, ma decise comunque di guardare da vicino la guerra del Transvaal, andando in Africa del Sud e documentare le zone colpite dalla guerra. Anche se venne inizialmente imprigionato dai Boeri, riuscì ad evadere ed inviare la relazione al suo giornale, e farsi conoscere.

Inizio attività politica

Nel 1900 approfitta della notorietà acquisita, per lanciarsi nella campagna elettorale durante le Elezioni generali nel Regno Unito. Dopo l’elezione alla Camera dei Comuni, prosegue la sua carriera politica per altri dieci anni. La sua fama cresce in Parlamento, dove Churchill colpisce tutti per la sua grande capacità oratoria. Anche per questo motivo, nel 1911 Churchill viene investito del ruolo di Lord dell’Ammiragliato, carica che ricoprirà per cinque anni, avviando una profonda modernizzazione della Marina militare.

Ma il ruolo di Churchill nella prima guerra mondiale fu contraddittorio, rischiando di compromettere tutta la sua carriera politica. I problemi con la Marina militare e il suo appoggio alla disastrosa campagna di Gallipoli, lo costringono a dimettersi dall’Ammiragliato e decide di entrare a far parte del gabinetto di coalizione di Lloyd George. Tra il 1917 e il 1922 ricoprì così numerosi incarichi di rilievo, fra cui quello di ministro dei Rifornimenti e di ministro della Guerra.

Il periodo della guerra

Fin da quando il Nazismo si affermò in Germania, Churchill identificò in Hitler un pericolo per tutta l’Europa. Difatti, non perse occasione per contrastarlo, arrivando persino a ipotizzare una paradossale alleanza con l’Unione Sovietica di Stalin, anche se non venne mai ascoltato. Solamente dopo il 1939, quando l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania, il punto di vista di Churchill venne rivalutato, tanto che dopo un anno venne nominato Primo Ministro.     

Nel frattempo l’esercito nazista avanzava in maniera travolgente. Nei difficili giorni di guerra che seguono la rotta di Dunkerque, la battaglia d’Inghilterra e la guerra lampo, la sua combattività e i suoi discorsi incitano gli inglesi a continuare la lotta. Collaborando con il presidente americano Roosevelt, Churchill riuscì ad ottenere aiuti militari e il sostegno degli Stati Uniti. Questo avvicinamento ai britannici si compì ufficialmente il 14 agosto 1941, con la firma della Carta Atlantica, a bordo della nave da guerra britannica Prince of Wales.

La Carta Atlantica e la vittoria

Nella Carta atlantica, Roosevelt e Churchill furono d’accordo sul fatto che entrambe le nazioni avrebbero dovuto inviare aiuti all’Unione Sovietica, che stava barcollando di fronte all’invasione tedesca sul suo territorio. In guerra furono poi coinvolti anche gli Stati Uniti, per volere del Giappone, che nel 1941 attaccò la flotta degli americani ancorata a Pearl Harbor. A questo punto serviva una strategia comune per gli anglo-americani e i sovietici, sottoscrivendo il Patto delle Nazioni Unite, riuscendo a vincere.

Fu però nell’ultima conferenza in particolare il vertice di Jalta del 1945, che i leader dei Paesi vincitori discussero e raggiunsero accordi sulla gestione dell’immediato dopoguerra, per ridisegnare la carta dell’Europa postbellica.  Fu dopo Jalta, che Churchill venne ammirato in tutto il mondo, anche se venne sconfitto alle elezioni nello stesso anno dal Partito laburista. Divenne così primo ministro Richard Attlee sostenitore del Welfare State e di politiche assistenziali che potrebbero avviare la ricostruzione del paese postbellico.

Ultimi anni

Terminato il conflitto, Churchill volle comunque raccontare La Seconda Guerra Mondiale a modo suo, scrivendo migliaia di pagine e realizzando un monumento storico e letterario, che verrà premiato nel 1953 con il Nobel. In esso possiamo seguire, giorno per giorno, la nascita e l’evoluzione dell’atlantismo anglo-americano. Venne nuovamente eletto primo ministro, rimanendo in carica fino al 1955, anche se l’età avanzata e i problemi di salute lo inducono a ritirarsi a vita privata.

Nell’ultima e più oscura parte della sua carriera, cercò inutilmente di opporsi ai movimenti di indipendenza che stavano nascendo in tutto l’Impero. Quando morì, nel 1965, dieci anni dopo, l’era delle colonie era finita e l’Impero britannico aveva oramai cessato di esistere.

Federica.

ALMANACCO: 23 Gennaio muore il pittore Edvard Munch

Importante artista norvegese, Edvard Munch muore il 23 Gennaio del 1944. Viene inserito tra i simbolisti e tra i primi esponenti dell’Espressionismo, un importante movimento artistico del primo Novecento. La sua arte era incentrata sulle emozioni, imponendo l’aspetto psicologico e soggettivo, in cui furono centrali temi come come l’angoscia, la depressione, la morte, la gelosia e la melancolia.

Nasce il 12 dicembre 1863 a Löten, in una fattoria norvegese, come secondo di cinque fratelli. Trascorse un’infanzia devastata dalla povertà e da profondi lutti, come la morte della madre e della sorella per tubercolosi, quando aveva solo 5 anni. A curarsi del giovane Munch, dopo la morte della madre, vi erano però il padre e la zia Karen, che lo spinse ad interessarsi all’arte.  Insieme a sua zia, abile pittrice, il piccolo Edvard, realizza i primi disegni e acquerelli.

Prime esperienze e influenze

Nel 1879, Munch iniziò a frequentare un istituto tecnico per studiare ingegneria, ottenendo risultati ottimi in fisica, chimica e matematica. Fu qui che familiarizzò con il disegno prospettico, decidendo di frequentare corsi di scultura e pittura alla Scuola d’Arte e Mestieri nel 1881. Qui Munch seguì le lezioni dello scultore Julius Middelthun, che lo influenzò nelle sue prime opere d’arte.

In questo periodo Munch entrò in contatto anche con i circoli bohémien della città, e conosce l’avanguardia norvegese dei pittori naturalisti. Questo lo portò a ricercare la sua identità artistica, sia legata ad impronte naturalistiche, ben visibili nel Ritratto di Hans Jæger, sia impressioniste, come in Rue Lafayette.

Periodo parigino

Ma sarà soprattutto nella tela Inger sulla spiaggia, che Munch iniziò a costruire il proprio stile. Dietro una composizione apparentemente realistica, infatti, vi cela un determinato stato d’animo. Preferiva l’immaginazione piuttosto che la raffigurazione, con un’ideologia totalmente simbolista. Con quest’opera ebbe l’opportunità di mostrare il suo operato al grande pubblico nel 1889, in una grande mostra, con la quale vinse una borsa di studio a Parigi, per studiare arte.

Durante il soggiorno parigino inoltre Munch ebbe modo di ammirare le opere di molti artisti influenti, accomunati dal sapiente uso del colore per trasmettere emozioni, come Gauguin, Van Gogh e Toulouse-Lautrec. Ecco che il suo stile si allontanò definitivamente dal naturalismo e dall’impressionismo degli esordi, lasciando spazio alla resa emozionale cupa. E’ infatti dopo la morte del padre, che Munch cadde in un profondo stato di afflizione, emerso nel dipinto Notte a Saint-Cloud.

Berlino e il successo

La bravura emozionale di Munch divenne nota anche in Germania, tanto che venne invitato a esibirsi a Berlino. Il clima artistico li era tuttavia molto teso a causa dei contrasti tra i tradizionalisti e gli artisti innovativi, che vennero a galla soprattutto nella mostra di Munch, che venne chiusa dopo pochi giorni dall’apertura. Lo scandalo, soprannominato “Caso Munch”, fece il giro delle maggiori città tedesche, tanto da renderlo famoso in tutta Europa.

Il pubblico dell’epoca, d’altronde, non poteva che rimanere turbato dalla forza espressiva dei suoi quadri. Nella sua pittura troviamo anticipati tutti i grandi temi del successivo espressionismo, dall’angoscia alla crisi dei valori etici e religiosi, dalla solitudine all’arrivo della morte, dalla incertezza del futuro alla disumanizzazione della società borghese. Il linguaggio pittorico di Munch, si colloca quindi in una dimensione molto più personale rispetto agli altri pittori simbolisti.

Le opere più famose

Da allora, Munch vive per la maggior parte del tempo in Germania, a Berlino, ad eccezione di qualche viaggio a Parigi e in Italia. Molti sono i quadri dipinti in questa parentesi berlinese, come La morte nella stanza della malata, dove si materializza nuovamente la morte della sorella, ma soprattutto il suo più grande capolavoro, ovvero L’Urlo. Quest’opera riesce più di tutti riesce a condensare con inaudita violenza la disperazione esistenziale dell’artista norvegese.

Nel 1893, Berlino fu teatro di un’altra mostra di Munch, dove vennero esposte sei opere che fecero parte de Il Fregio della vita, che riporta i temi di vita, amore, paura, morte, malinconia e ansia. Il ciclo venne suddiviso in quattro tappe, ovvero Seme dell’amore, Sviluppo e dissoluzione dell’amore, Angoscia e Morte, ognuno dei quali racchiudeva 5/6 diverse opere. Furono in molti a manifestare il proprio disappunto, soprattutto verso le tele più provocatorie, ma non mancarono, tuttavia, i ferventi ammiratori.

Ultimi anni

Nel 1908, le condizioni di salute di Munch si aggravarono, anche causa della sua dipendenza dall’alcool, inizia così a soffrire di allucinazioni che lo portarono ad un crollo nervoso. Venne così ricoverato per otto mesi durante i quali trasforma la sua camera in atelier. Dopo la permanenza forzata, l’artista fece ritorno in Norvegia, un periodo molto felice, durante il quale le sue opere si tinsero di colori più vivaci, meno pessimistici. Gran parte dei suoi ultimi dipinti celebrano la vita agreste, con scene bucoliche e animali.

Ma fu tra gli anni 30 e 40, che l’avvento del nazismo in Germania segnerà il declino dell’arte di Munch, che venne bollata come “arte degenerata”, tanto che circa 82 opere esposte nei musei vennero rimosse. Munch ne soffrì amaramente, e a ciò si aggiunse la paura, sorta nel 1940 con l’occupazione nazista della Norvegia, a seguito dell’esplosione di una nave tedesca nel porto di Oslo che provocò seri danni al suo atelier. Questo misto di ansia e preoccupazione, gli fece trascurare la sua polmonite che lo fece morire nel gennaio del 1944, all’età di 80 anni.

Federica.