ALMANACCO: 13 Gennaio muore lo scrittore James Joyce

Scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, James Augustine Aloysius Joyce, semplicemente conosciuto come James Joyce, morì il 13 Gennaio del 1941. Considerato uno dei più grandi autori di narrativa del XX secolo, in particolare della corrente modernista. Il suo romanzo più noto Ulisse, così come il suo successivo Finnegans Wake, furono una vera e propria rivoluzione, soprattutto in relazione alla sperimentazione linguistica.

James Joyce nasce a Dublino nel 1882, in una famiglia cattolica benestante che però poco per volta perse la propria ricchezza. I suoi genitori lo iscrissero all’istituto cattolico di gesuiti, il Clongowes Wood College, dove si rivelò uno studente brillante, tanto che continuò gli studi all’Università di Dublino, dove si laureò in lingue moderne nel 1902. 

Esordio narrativo

Durante il periodo universitario però, cominciò a ribellarsi alle restrizioni morali e politiche dell’Irlanda che considerava un ostacolo alla sua crescita artistica e dopo essersi laureato, lasciò Dublino per la prima volta. Si recò a Parigi, dove incontrò importanti esponenti della letteratura europea, che lo portarono ancora di più a far emergere la sua vocazione di scrittore, che si rivela definitivamente fra il 1900 e il 1904.

A causa del suo carattere anticonformista e ribelle, inizialmente scrive articoli e testi, definiti immorali e sovversivi, come da esempio l’opera Il giorno del Volgo, un pamphlet nel quale si scaglia contro il provincialismo della cultura irlandese. Questa sua scrittura irriverente però ebbe culmine in uno dei suoi più noti romanzi, intitolato Ulisse, pubblicato a Parigi nel 1922, ma proibito in Inghilterra e negli Stati Uniti per le espressioni blasfeme e le oscenità.

Opere più famose

Nello stesso anno Joyce si stabilì a Trieste, per lavorare come insegnante di inglese presso la Berlitz School. In questo periodo scrisse molte opere tra cui Chamber MusicDubliners ma anche il suo romanzo semi-autobiografico, A Portrait of the Artista as Young Man, con la storia del giovane artista, Stephen Dedalus, che si ribella contro il suo paese e la sua famiglia, lasciando l’Irlanda per esprimere la sua creatività liberamente. Per lui Dedalus, non era un semplice personaggio, ma era una grande metafora dell’artista moderno.

Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1940, Joyce si trasferì a Zurigo, dove inizia a progettare un racconto di vita dublinese, quello che successivamente fu il suo capolavoro Ulisse. Il romanzo si presenta come un’epica al contrario, in cui il protagonista, Leopold Bloom, un moderno Ulisse, vaga nel caos della Dublino d’inizio secolo. Esso rappresenta una rivoluzione estetica, i cui si intrecciano le vicende del mito dell’Odissea e le vicende reali della vita dublinese, con un gusto personale per la filosofia, l’arte, la storia del linguaggio e le sue variazioni.

Stile narrativo

Una particolarità tecnica di Joyce, che utilizza in Ulisse, ma anche in altri romanzi, è l’uso dello “stream of consciousness”, ossia il flusso di coscienza o monologo interiore, che perviene a livelli estremi ed insuperabili. Joyce sviluppò nuove tecniche narrative per rappresentare un flusso spontaneo dei pensieri dei personaggi, prima che questi siano ordinati logicamente. Infatti non c’era più divisione tra passato e presente, e non era più necessario raccontare le storie in ordine cronologico, tanto che la trama di un romanzo poteva dipanarsi nell’arco di un giorno.

Joyce inoltre usa diverse tecniche narrative per esprimere cosa accade nella mente di un personaggio. Usa ad esempio l’epifania, cioè un momento di rivelazione spirituale causata da un oggetto o un evento quotidiano, oppure il monologo interiore, attraverso cui il personaggio esprime i suoi pensieri senza una sequenza logica, senza punteggiatura, senza seguire le regole grammaticali e senza la mediazione di un narratore, proprio per riflettere il caos della mente umana. Altre tecniche sono il flash back, la storia nella storia, le similitudini, le metafore, ecc.

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Ultimi anni

Ormai Joyce era tra gli scrittori più apprezzati del tempo, tanto che nel 1923 cominciò a scrivere il suo ultimo romanzo Finnegans Wake, un’opera caratterizzata da una struttura molto complessa, la cui narrazione ha luogo nell’arco di una sola notte a Dublino. Nell’ultimo periodo di vita viaggia frequentemente tra Inghilterra, Svizzera e Germania, anche se alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Joyce si trasferì di nuovo a Zurigo dove morì nel 1941.   

Federica

ALMANACCO: 12 Gennaio nasce il politico Edmund Burke

Politico, filosofo e scrittore britannico di origine irlandese, nonché uno dei principali precursori ideologici del Romanticismo inglese, Edmund Burke nacque il 12 Gennaio del 1729. Venne ricordato soprattutto per il suo sostegno alle colonie americane contro re Giorgio III, e alla sua opposizione alla Rivoluzione francese, divenendo una delle figure principali del partito conservatore dei Whig.

Nasce a Dublino nel 1729 da padre anglicano e da madre cattolica. Venne per questo educato secondo formazione anglicana perché possa intraprendere in futuro la carriera pubblica, seguendo le orme del padre. In realtà Burke vive e cresce nell’ambiente cattolico della madre, coltivando studi di pensiero cattolico. Ecco perchè

Formazione e ispirazione

Dal 1743 al 1748 studia quindi arti liberali al Trinity College di Dublino formandosi su autori classici greci e latini, come Cicerone e Aristotele che lo influenzano profondamente. Nel 1750, a Londra, studia invece diritto al Middle Temple, ma fu subito stanco della metodologia meccanicista dell’insegnamento, tanto che decise di abbandonare gli studi per iniziare una carriera letteraria.

Ma, con il tempo, il futuro statista acquisisce comunque una seria conoscenza del diritto europeo continentale e di quello britannico, dalla romanistica al Common Law. Altra fonte importante della sua formazione prima, e del suo pensiero poi, fu la catena dei grandi giuristi britannici moderni, da sir Edward Coke fino a sir William Blackstone. Si sofferma anche sul pensiero moderno di Richard Hooker, che considera come la massima fonte del diritto canonico dell’epoca della Riforma protestante. 

Le prime opere

Fu nel 1756, che Burke pubblica come anonimo il suo primo scritto intitolato A Vindication of Natural Society, per deridere la filosofia libertina e deista allora in voga. Stesso anno i cui pubblica anche A Philosophical Inquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, opera dedicata all’estetica, in cui indaga le fondamenta psicologiche dell’arte, identificandole come semplice prodotto di rigide regole teoretiche, anticipando aspetti importanti del pensiero filosofico della maturità. 

Nei mesi precedenti era apparso anche l’anonimo An Account of the European Settlements in America, nel quale sono stati individuati numerosi apporti del pensatore anglo-irlandese. L’opera ottenne un buon successo e contribuisce a incrementare l’attenzione britannica sull’America, in quanto simpatizza con l’idea di libertà politica espressa dalle Colonie britanniche, mettendo in guardia i propri compatrioti.

L’ascesa politica

Fra il 1758 e il 1759 scrive Essay towards an Abridgment of the English History, un’opera pubblicata però postuma nel 1811. In questi anni Burke frequentò Samuel Johnson, il letterato partito del re, con cui instaura una grande amicizia, grazie al quale divenne segretario e assistente politico di William Gerard Hamilton, membro attivo in Parlamento. Successivamente ad un viaggio in Irlanda, però conobbe Charles Watson-Wentworth, secondo marchese di Rockingham, divenendone presto segretario personale.

Quest’ultimo nel 1765, venne nominato primo ministro da re Giorgio III di Hannover, e di conseguenza Burke venne eletto alla Camera dei Comuni. In breve divenne la guida intellettuale e il portavoce della corrente Rockingham del partito Whig, sedendo nei banchi dell’opposizione per la maggior parte della propria carriera politica. Ed è proprio durante questo periodo che lo statista-pensatore pubblica le sue opere più note, fra cui Thoughts on the Causes of the Present Discontents, Speech on the Conciliation with the Colonies, e molte altre.

Missione politica

Dato il sostegno di Burke all’indipendenza americana e la sua compagna contro la prerogativa regia, molti si sorpresero quando pubblicò Reflections on the Revolution in France, opera con cui criticò fortemente la Rivoluzione francese, per essere una violenta rivolta contro la tradizione e un esperimento sconnesso con la realtà della società umana, che sarebbe finito in un disastro. Fu per questo che venne accusato di essere diventato reazionario e nemico della democrazia.

Questi fatti ed il disaccordo, portò alla divisione del partito Whig, che continuò fino al 1791. anno in cui Burke pubblicò Appeal from the New to the Old Whigs, opera in cui rinnova le sue critiche alla Rivoluzione francese ed attacca i Whigs che la appoggiano. Gran parte del partito seguì Burke, votando a favore del governo conservatore di William Pitt il giovane, che dichiarerà guerra alla Francia rivoluzionaria nel 1793. Burke terminò così la sua missione politica e stanco, decide di lasciare il Parlamento. Morì qualche anno più tardi, il 9 luglio 1979 in Inghilterra.

Federica.

mARTEdì: la valenza allegorica di LORENZO LOTTO

L’Allegoria della Virtù e del Vizio è un dipinto a olio su tavola di Lorenzo Lotto, datato al 1505 e conservato oggi nella National Gallery of Art di Washington. Quest’opera passò alla storia, non solo per essere uno dei lavori più famosi dell’artista, ma soprattutto perchè si tratta della coperta protettiva di un altro quadro molto famoso, ovvero il Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi.

Il ritratto, venne portato a Parma nel 1524 dal suo stesso committente, ovvero il vescovo trevigiano Bernardo de’ Rossi. La presenza di una coperta, ovvero una vera e propria custodia, era una pratica diffusa per proteggere la ritrattistica dell’epoca. Il problema è che con il tempo, i critici finirono per considerarla come uno dei maggiori capolavori del pittore veneto.

Descrizione generale

Si tratta di una scena allegorica, con protagonista lo stemma araldico del vescovo de’ Rossi, appoggiato su un albero al centro. L’albero divide in due la composizione, per indicare la divisione tra i vizi e le virtù, sottolineata anche dal fatto che le due ramificazioni dell’albero siano una verde, a sinistra e una secca, a destra. La raffigurazione pittorica delinea chiaramente l’antitesi fra i due poli, come da un solco, nettamente separati da un tronco mozzo.

Questo tema forse deriva da un’incisione di Dürer, intitolata l’Ercole al bivio, dove è presente un albero analogo tra due paesaggi “moralizzati”. L’accostamento di simboli e figure allegoriche è trattato con libertà, annunciando l’interesse di Lotto per gli emblemi e significati nascosti nei ritratti. Inoltre la delicata resa atmosferica dei due paesaggi, ha fatto rilevare assonanze con la resa atmosferica di opere come la Tempesta di Giorgione, che alcuni datano proprio al 1505.

Le due allegorie

Alla ramificazione verde corrisponde l’allegoria della Virtù, dove un putto gioca con alcuni libri, simboli di sapienza e con un flauto, un quadrante, un compasso, un radiante, un cartiglio, ecc., tutti simboli delle Arti liberali. Sullo sfondo troviamo un paesaggio assolato, dove un putto alato si arrampica su un cammino difficile, irto e in salita, premiato però dalla visione celeste, illuminata da strabilianti bagliori.

La metà destra invece mostra un sileno ebbro dal fallo eretto, addormentato tra i simboli del vizio, come brocche, vasi e piatti. In questo caso il paesaggio, corrisponde ad una vallata dal cammino agevole ma buia e cupa, in cui si vede una foresta, simbolo dello smarrimento, e una barca che naufraga, simbolo del fallimento. Si chiude così la scena raffigurativa del polo negativo del tema prescelto per rappresentare l’antitesi.

Interpretazioni e dibattiti

Negli anni Novanta la tela è stata infatti al centro della grande esposizione dedicata al Lotto dalla National Gallery di Washington, suscitando nuovi dibattiti tra storici ed esperti di ogni parte del mondo. Qual’è il suo vero significato? Secondo l’interpretazione piu’ diffusa, l’Allegoria sarebbe un quadro di lutto, eseguito per commemorare il declino della famiglia del vescovo de’ Rossi, dilaniata all’epoca da feroci lotte intestine.

Al centro della scena, spezzata da un tetro albero morto, spicca infatti un piccolo ramo florido segnato dallo stemma della nobile casata trevigiana, posto quasi come ammonimento verso i turbolenti parenti del potente prelato, responsabili della sua morte per avvelenamento. Ma le atmosfere del messaggio sono troppo bizzarre per riferirsi unicamente ad una questione privata. Come spiegare altrimenti il florido paesaggio di sinistra, abitato da un putto rilassato e sorridente, quasi ignaro del cielo tempestoso sopra di esso?

Altre interpretazioni

Ecco quindi aprirsi nuove possibilità interpretative, purtroppo non confermate da alcuna documentazione d’archivio. Si può così procedere per tentativi, cercando di individuare con precisione il significato di ciascun elemento scenico. Il putto, ad esempio, sembra racchiudere la perfezione delle virtu’ intellettuali, diretta verso la propria realizzazione finale, mentre il satiro ubriaco nell’altra parte simboleggia invece i disastri dell’intemperanza. L’albero invece rimanda alla profonda ambiguità della vita, che pur sotto una formale aridità conserva una straordinaria ricchezza affettiva.

Presi complessivamente, tutti questi elementi parrebbero suggerire una narrazione di tipo circolare, che non si chiude affatto con la morte del tronco in primo piano, ma promette bensì un nuovo inizio grazie all’esercizio corretto delle proprie facoltà morali. Passato, presente e futuro si fondono così in un inno alla conoscenza intellettuale degno delle migliori dottrine esoteriche greco-romane. Alcuni studiosi notano infatti la presenza di vari particolari riguardanti il mito classico di Cloe e Dafni, inclusa la somiglianza del satiro con il leggendario dio Pan, amico e protettore dei due sfortunari amanti.

Federica.

ALMANACCO: 11 Gennaio muore il pittore Domenico Ghirlandaio

Pittore italiano di grande rilevanza, Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio, morì l’11 Gennaio del 1494. Conosciuto per essere diventato uno dei più importanti protagonisti del Rinascimento all’epoca di Lorenzo il Magnifico. Capo di una grande bottega, viene ricordato soprattutto per i grandi cicli affrescati realizzati negli edifici più importanti di Roma e Firenze.

Nato nel 1449, ebbe fin da subito la passione per il mondo dell’arte, anche se all’inizio lavorava come apprendista orafo nella bottega del padre. Decise quindi di entrare in una bottega, per imparare la tecnica pittorica e il mosaico, diventando allievo del pittore Alessio Baldovinetti. Da quest’ultimo apprese il raffinato retaggio fiorentino e le influenze fiamminghe, facendo attenzione a valorizzare il paesaggio, rendendolo protagonista della rappresentazione.

Le prime opere

Nel 1472 si iscrisse alla Compagnia di San Luca dei pittori, anche se subito dopo entrò nei favori della ricca famiglia dei Vespucci, per i quali dipinse la Madonna della Misericordia e la Pietà, nella loro cappella nella chiesa di Ognissanti a Firenze. In queste opere la personalità artistica di Domenico appare già definita, soprattutto riguardo alla sua vivace descrizione dei tratti fisiognomici, indagati con fedeltà, che rendono così diversi i personaggi l’uno dall’altro.

La sua prima importante commissione, è però l’affresco della Cappella di Santa Fina nel Duomo di San Gimignano. Nelle Esequie di Santa Fina dispose nella scena una serie di ritratti molto umanizzati e verosimili, che saranno la sua caratteristica più apprezzata dai ricchi mecenati fiorentini, suoi successivi committenti. Si tratta di uno stile chiaramente duplice, ovvero intimo, raccolto nel caso dell’Annuncio della morte, e grandioso e solenne nelle Esequie, come evidenzia la monumentale abside classicheggiante dello sfondo.

L’esperienza a Roma

Nel 1475 il Ghirlandaio, decise di viaggiare verso Roma, per lavorare alla decorazione della Biblioteca Vaticana, ad oggi però perduta. Nella capitale venne accolto da Giovanni Tornabuoni, banchiere fiorentino residente lì, capo della filiale del Banco Medici e tesoriere di Sisto IV. Per lui affrescò le Storie di San Giovanni Battista e le Storie di Maria per la cappella funebre di sua moglie Francesca Pitti, deceduta di parto, in Santa Maria sopra Minerva. Anche questi affreschi andarono perduti.

Sempre a Roma qualche anno più tardi, nel 1481 su commissione di papa Sisto IV venne incaricato di eseguire gli affreschi del grandioso progetto della Cappella Sistina, insieme a Botticelli, Rosselli e il Perugino. Il tema di tutti affreschi era una celebrazione del papato attraverso le Storie di Mosè e le Storie di Cristo, mentre Ghirlandaio vennero affidati due affreschi, ovvero la Resurrezione e la Vocazione dei primi apostoli. Se la prima fu molto danneggiata, la seconda è un’opera di eccellente fattura, dove traspare la solennità, l’uso sapiente dei colori e ancora una volta l’abilità ritrattistica.

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Tornato a Firenze, Ghirlandaio fu letteralmente sommerso di richieste, divenendo presto il principale artista della più ricca e colta borghesia fiorentina. Tra le opere commissionate in questo periodo ricordiamo l’affresco dell’Ultima Cena nell’Abbazia di San Michele Arcangelo, la decorazione della villa di Spedaletto presso Volterra e altre opere nella chiesa di Santa Trinità, che gli confermarono la celebrità.

E’ proprio in questa chiesa che realizza gli affreschi nella cappella Sassetti, con 6 episodi della Vita di San Francesco, ma anche la pala d’altare interamente affrescata con l’Adorazione dei pastori. Anche qui i personaggi risultano contemporanei, ritratti con precisione nella loro dignità e raffinatezza, arrivando ad essere protagonisti del vivace racconto. La vena narrativa è ricca e feconda e, seppure sia quasi estranea al pathos concitato, privilegia l’armonia lineare, l’uso di colori luminosi, l’atmosfera serena.

Ultimi lavori

Mentre si apprestava a concludere gli affreschi della Cappella Sassetti nel 1482, ricevette dalla Signoria di Firenze la commissione della decorazione ad affresco, della Sala dei Gigli in Palazzo Vecchio. In un primo momento l’opera doveva essere divisa tra i maggiori artisti operanti in città, tra cui anche Botticelli, Perugino e Pollaiolo, ma alla fine se ne occupò il solo Domenico. La decorazione, comprendeva un’Apoteosi di san Zanobi e ciclo di uomini illustri, che venne però in larga parte eseguita da aiuti.

Verso la seconda metà del 1480, vista la sua grande abilità nel rappresentare realisticamente i personaggi, divenne di fatto il ritrattista ufficiale dell’alta società fiorentina. Destinati alla committenza privata si ricorda il Ritratto di Giovanna Tornabuoni. Inoltre nello stesso tempo si dedicò all’arte musiva dei mosaici, che aveva appreso nell’iniziale apprendistato presso la bottega di Alesso Baldovinetti. Delle opere musive, si conoscono l’Annunciazione nella Porta della Mandorla nel Duomo di Firenze, e altri lavori non portati mai a termine a causa della sua prematura morte. Il pittore morì l’11 gennaio 1494 a causa della peste.

Federica.

ALMANACCO: 10 Gennaio nasce il pittore Sante Monachesi

Artista, pittore e scultore italiano, Sante Monachesi nasce il 10 Gennaio del 1910. Conosciuto soprattutto per essere stato fondatore nel 1932 del “Movimento Futurista nelle Marche”. Fu un artista che diede vita ad un’intensa attività artistica e di ricerca, ottenendo l’appoggio anche dello stesso Marinetti.

Nato a Macerata nel 1910, dove frequenta la Scuola d’Arte Professionale, per inseguire il suo grande amore per la pittura. Qui  inizia la sua carriera artistica frequentando altri artisti nella scuola, come ad esempio lo scultore De Angelis, dal quale apprende la tecnica dell’incisione su legno.

I primi esordi

Nel 1936, decise di trasferirsi a Roma per frequentare il corso di scenografia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Qui ebbe l’opportunità di leggere il volume di Umberto Boccioni intitolato “Pittura e scultura futuriste”, che ispirò fortemente la sua produzione artistica degli anni trenta. Su quella lunghezza d’onda realizza l’opera Extra Plastica Futurista Aerodinamica, realizzato con strutture spiraliche e diagonali, che descrivono esattamente la sua visione artistica.

Nel 1932 fonda con Bruno Tano e altri artisti il “Gruppo Futurista Umberto Boccioni. Movimento futurista delle Marche”. È l’inizio di un intenso ritmo dispositivo che vede Monachesi partecipare alle principali manifestazioni del terzo decennio, sia in Italia che all’estero. Ad esempio nel 1934, a Recanati realizza la sua prima personale di pittura e scultura, mentre qualche anno più tardi partecipa all’Esposizione Universale di Parigi, alla XXI Biennale di Venezia e alla Esposizione della Art Department della Columbia University di New York.

Esposizioni e successi

Nel 1939 espone alla III Quadriennale di Roma, con la presentazione di F.T. Marinetti. Dopo l’esperienza futurista proietta la sua ricerca nella elaborazione di una poetica figurativa attraverso larghi piani cromatici e sintetiche profilature che caratterizzano la sua pittura negli anni ’40 e ’50. Sono di questo periodo i temi pittorici più noti di Monachesi, ispirati anche al suo soggiorno a Parigi nel dopoguerra, come le Parigi, i Muri ciechi, i Fiori e le Clownesses.

Partecipa nel 1943 alla IV Quadriennale di Roma, e 2 anni dopo sempre nella capitale, insieme a De Chirico e Mafai, espone alla galleria San Bernardo. Inoltre partecipa alla XXV Biennale di Venezia, mentre viene presentata a Parigi alla galleria Silvagni la sua seconda personale intitolata “Le nouvelles Peintures de Monachesi“. Nel 1952 vince il premio del Presidente della Repubblica al Premio Michetti a Francavilla al Mare, premio che ottenne anche 2 anni dopo. Dal 1960 è docente alla cattedra di decorazione all’Accademia di belle arti di Roma.

Il movimento Agravitazionale

Sempre interessato alla ricerca, disponibile a nuove avventure estetiche e ispirato dai nuovi materiali plastici, Monachesi realizza negli anni sessanta delle sculture in gommapiuma ed in polimetilmetacrilato. In sintonia con queste nuove scoperte sulla materia e sulla energia attraverso, anche la conquista dello spazio e lo sconvolgimento della agravitazionalità, nel 1962 fondò il Movimento Agravitazionale.

Fu solamente intorno agli anni tra il 1964 ed il 1968, che ne redasse il manifesto ideologico, dal nome Agrà. Questo movimento, spiegava Monachesi, si ispirò alle prime missioni umane nello spazio, tanto che l’utopia diventa credibile espressione estetica, che si concretizza nella levità delle forme con le opere “Evelpiuma”. L’esperienza è inoltre documentata da importanti e numerose mostre, come la Triennale dell’Adriatico a Civitanova Marche e a Roma, ma anche a Caorle nella rassegna Nuovi Materiali e Nuove Tecniche.

Ultimi anni

Negli ultimi anni, sarà sempre attivo e pieno di curiosità per il futuro, continuando la sua ricerca di scultore e pittore nella definizione di nuovi orizzonti per l’arte. La sua lunga carriera artistica è testimoniata dai importanti e approfonditi i contributi di critici sulla sua opera e da numerose mostre in Italia e all’estero. Muore a Roma nel 1991.

Federica.

ALMANACCO: 9 Gennaio nasce l’architetto Massimiliano Fuksas

Architetto e designer italiano, Massimiliano Fuksas nacque il 9 Gennaio del 1944. Considerato uno degli architetti italiani più conosciuti sulla scena internazionale, soprattutto perchè la sua attività la sua attività spazia anche nei campi della progettazione urbana e del design. Il suo mondo architettonico tende a tematiche d’avanguardia, con un approccio di tipo eclettico e originale.

Nasce a Roma nel 1944, figlio di un medico lituano di religione ebraica emigrato, e di un’insegnante italiana di origini francesi ed austriache. Nella capitale frequentò il liceo, e si appassionò all’arte, decidendo in seguito di iscriversi alla Facoltà di architettura della Sapienza. Si laurea nel 1969, e per qualche anno ancora rimase nell’università per fare da assistente ad Arnaldo Bruschi.

Esordi e influenze

Durante il periodo universitario, ebbe modo di conoscere importanti esponenti della cultura italiana dell’epoca, tra cui Asor Rosa, Pier Paolo Pasolini, Bruno Zevi, e anche Giorgio De Chirico, per il quale presso il suo studio di Piazza di Spagna. Nel corso di questo periodo, Fuksas viaggiò per tutta Europa, riuscendo a lavorare nel prestigioso studio di Jørn Utzon a Copenaghen, per Archigram a Londra e poi, per un breve periodo, per Henning Larsen.

Ritornando in Italia, fu allievo di Bruno Zevi, architetto, urbanista e critico architettonico, dal quale apprese il gusto per il gesto irruento, per il non finito, per il casual e per il kitsch. Secondo la visione del suo maestro, anche Fuksas, sente un’insofferenza contro la cultura dell’accademia, e contro l’architettura disegnata che in quell’epoca dominava l’Italia.

Il gruppo GRANMA

Fu così che per distaccarsi da quest’idea, aprì nel 1967 uno studio a Roma chiamato il GRANMA, con il quale si fece conoscere in tutta Italia e non solo. Ottenne diverse commissioni, come la realizzazione della palestra del Comune di Paliano, caratterizzata da una facciata inclinata e staccata, e da un sistema di equilibri apparentemente instabili. Entrambi fattori che sconvolgono la percezione dei fruitori e che permettono all’opera di inserirsi nel contesto dell’architettura postmoderna.

Dopo il successo ottenuto con il gruppo GRANMA, Massimiliano Fuksas venne selezionato per partecipare all’Esposizione di Parigi del 1982, incentrata sui progetti di giovani architetti europei. Oltre al suo nome, spiccano le figure di William Alsop, Jean Nouvel, Rem Koolhaas, Toyo Ito. Fu in questo modo che si fece conoscere a livello internazionale, tanto che fonda qualche anno più tardi un nuovo studio proprio a Parigi, dove si trasferì.

L’esperienza a Parigi

Il trasferimento in Francia corrispose a un moltiplicarsi di occasioni e ad una parallela evoluzione stilistica. Fuksas infatti, si allontana dalle fascinazioni postmoderne e decostruttiviste dei suoi primi progetti, sviluppando invece un approccio più scultoreo all’oggetto architettonico. Interessato alla teoria del caos, ricorre di frequente alle geometrie complesse come quelle dei frattali e delle nuvole. Esempi sono il Centro Culturale e Mediateca di Rèze, l’Îlot Candie Saint-Bernard di Parigi e Il portale d’ingresso alle grotte del Museo dei graffiti di Niaux.

Dal 1994 al 1997, anno in cui decide di candidarsi come consigliere di amministrazione dell’Institut Français d’Architecture, è membro delle commissioni urbanistiche di Berlino e Salisburgo. Durante questo periodo si occupa dei problemi delle grandi aree urbane, realizzando opere pubbliche, ma anche di un’architettura concepita digitalmente, attraverso software di progettazione parametrica e la renderizzazione. Questa evoluzione si traduce in un’ulteriore diversificazione di forme e di materiali dei suoi progetti.

Premi e riconoscimenti

Nell’ultimo decennio, Fuksas intensifica la sua attività di designer per marchi famosi, ma anche la scala dei suoi progetti architettonici e urbani. Tra i più significativi ricordiamo l’aeroporto di Shenzhen in Cina, il centro congressi La Nuvola del quartiere Eur di Roma inaugurato nel 2016, e il Grattacielo delle Regione Piemonte, a Torino, la cui apertura è prevista per il 2021. Inoltre ha progettato gli store di Armani a New York, Tokyo, Hong Kong e Milano. 

Nel corso della sua carriera ha ricevette moltissimi premi internazionali, tra i quali spiccano il Vitruvio Internacional a la Trayectoria, il Grand Prix d’Architecture e l’Honorary Fellowship dell’American Institute of Architects. Nel 2010, inoltre viene insignito della Legion d’onore e un’anno dopo del Premio Ignazio Silone per la cultura.

Federica.

ALMANACCO: 8 Gennaio muore il pittore e architetto Giotto

Pittore e architetto italiano, Giotto di Bondone, conosciuto semplicemente come Giotto, muore l‘8 Gennaio del 1337. Conosciuto per essere uno dei padri italiani della storia dell’arte, famoso a livello internazionale per aver rivoluzionato la pittura, dando un senso del tutto nuovo ai concetti di colore, spazio e volume. A lui si deve l’introduzione dell’uso della prospettiva l’utilizzo del chiaroscuro per avvicinare le sue opere alla realtà. 

Nasce probabilmente nell’anno 1267, a Colle di Vespignano, nel Mugello, da una famiglia di contadini, che si era trasferita a Firenze. Fu proprio nella città, che Giotto all’età di 10 anni, comincia a frequentare la bottega di Cimabue, dove di lì a poco suo padre finirà per collocarlo in pianta stabile. L’influenza del maestro fu evidente in quelle che sono considerate le sue prime opere.

Viaggi d’istruzione

Insieme al Cimabue realizzò moltissimi viaggi, come durante i quali realizza opere come Il polittico di Badia e la tavola firmata con le Stigmate di San Francesco. Fu proprio nella città di Assisi, che realizzò la decorazione per la Basilica superiore della città, dando vita al ciclo di affreschi che comprende Le storie di Isacco e Le storie di San Francesco. Frequenti sono i suoi viaggi a Roma, dove partecipa ai lavori del ciclo papale nella Basilica di San Giovanni in Laterano, realizzati per accogliere il Giubileo del 1300, indetto da Papa Bonifacio VIII.

Fu poi anche a Rimini, dove come ad Assisi, lavorò in un contesto francescano, nella chiesa oggi nota come Tempio Malatestiano, dove dipinse un ciclo di affreschi perduto, di cui rimase soltanto la Croce nell’abside. Il soggiorno di Rimini fu importante soprattutto per l’influenza esercitata sulla locale scuola pittorica e miniatoria detta appunto scuola riminese.

Cappella degli Scrovegni

Fu nel 1303-05, che Giotto fu a Padova, per realizzare forse una dei suoi lavori più importanti, ovvero la decorazione della Cappella degli Scrovegni, dichiarata Patrimonio UNESCO nel 2021. Dipinse l’intera superficie con un progetto unitario, divise in 40 scene incentrate sul tema della Salvezza. Si parte dall’arco trionfale, dove Dio avvia la riconciliazione con l’uomo, e si prosegue poi con le storie di Gioacchino ed Anna. Si continua sulla parete opposta con le storie di Maria, ritornando poi sull’arco trionfale con la scena dell’Annunciazione e il riquadro della Visitazione.

Sui due registri centrali delle pareti, si svolgono le storie di Gesù, con un passaggio sull’arco trionfale nel riquadro del Tradimento di Giuda. L’ultimo riquadro presenta la Discesa dello Spirito Santo sugli apostoli (Pentecoste). Subito sotto inizia il quarto registro, con quattordici allegorie monocrome, alternate a specchi in finto marmo, che simboleggiano i Vizi e le Virtù. L’ultima scena in controfacciata rappresenta il Giudizio universale e la visione del Paradiso.

Stile delle opere

Nella cappella la pittura di Giotto dimostrò una piena maturità espressiva. La composizione rispetta il principio del rapporto organico tra architettura e pittura ottenendo il risultato unitario, sia dal punto di vista prospettico che cromatico. Giotto inoltre superò l’astrattismo dell’immagine, proprio dell’arte bizantina, e si riappropriò della realtà naturale, realizzando scene con estremo realismo. Le figure sono solide e voluminose, solenni e senza fronzoli, ma con particolari realistici.

Il naturalismo giottesco, infatti, fa sì che i personaggi siano caratterizzati da notevole espressività di sentimenti, stati d’animo, gesti ed espressioni. Compie una profonda indagine nell’emozione umana, tanto da riuscire a rappresentarli con delicatezza e, nel contempo, con intensità. Alcuni personaggi sono veri e propri ritratti a volte caricaturali che danno il senso della trasposizione cronachistica della vita reale nella rappresentazione sacra. Si può quindi dire che Giotto ha attuato una riscoperta del vero nella certezza di uno spazio misurabile.

Tra Firenze e Napoli

Intorno al 1311, ritornato a Firenze, dipinse una delle opere più importanti della sua carriera di artista, ovvero la Maestà di Ognissanti, collocata nella chiesa omonima a Firenze. L’opera esprime tutta la modernità dell’artista, grazie al nuovissimo rapporto con lo spazio, come testimonia la prospettiva del trono. Sempre in quel periodo, realizza la decorazione per la Cappella Peruzzi, sita in Santa Croce a Firenze, con gli affreschi della Vita di San Giovanni Battista e di San Giovanni Evangelista. Sempre in Santa Croce, decorò anche la Cappella Bardi con gli episodi della Vita di San Francesco e figure di Santi francescani.

Nello anno 1328, Giotto si trasferì a Napoli, compie diversi studi e lavori per conto di Roberto d’Angiò, che gli diede uno stipendio annuo. Tuttavia, però del periodo napoletano non rimase quasi nulla, solo un frammento di affresco raffigurante la Lamentazione sul Cristo Morto in Santa Chiara e le figure di Uomini Illustri dipinte nella Cappella di Santa Barbara in Castelnuovo. La sua presenza a Napoli fu importante anche per la formazione dei pittori locali, come il Maestro di Giovanni Barrile, Roberto d’Oderisio e Pietro Orimina.

Ultimi anni da architetto

Nel 1334, ritorna a Firenze, dove le autorità cittadine lo nominano capomastro nell’Opera di Santa Maria del Fiore, oltre che Soprintendente assoluto alle opere del Comune. In pratica, passò gli ultimi anni lavorando come architetto, tanto che gli venne affidata la costruzione del Duomo fiorentino, oltre che la costruzione delle mura della città. L’ultima opera fiorentina è la Cappella del Podestà nel palazzo del Bargello, dove è presente un ciclo di affreschi, con le Storie della Maddalena ed Il Giudizio Universale.

Il 18 luglio del 1334, dà inizio al campanile fiorentino da lui disegnato, che prenderà il suo stesso nome. La realizzazione finale però venne affidata ai suoi allievi, in quanto lui morì in corso d’opera il giorno 8 gennaio del 1337.

Federica.

ALMANACCO: 7 Gennaio muore l’inventore Nikola Tesla

Inventore, fisico e ingegnere elettrico, Nikola Tesla muore il 7 gennaio del 1943. Famoso per aver dedicato la sua vita agli studi sull’elettricità, a invenzioni geniali e al progresso della scienza teso a migliorare dell’umanità. Conosciuto soprattutto per essere il padre di una nuova unità di misura dell’induzione magnetica, il “genio dimenticato” della storia che ipotizzò l’uso dell’energia libera terrestre per le trasmissioni.

Nacque il 10 luglio del 1856 a Smiljan, ancora a quel tempo nella Dalmazia ungherese, odierna Croazia. Il padre di origine serba, è un ministro del culto ortodosso, e secondo la tradizione familiare, anche Nikola era destinato a seguire le sue orme professionali. In realtà già dai primi anni di formazione, si distinse particolarmente negli studi di matematica e scienze, tanto che si iscrisse al Politecnico di Graz, in Austria per studiare le materie scientifiche.

La corrente alternata

Già da giovanissimo, inizia ad avere brillanti idee nel campo della fisica, dedicandosi anima e corpo al principio fisico della corrente alternata. Iniziò a studiare Ingegneria Meccanica e Elettrica presso l’Università di Graz, dove ebbe modo di osservare una dinamo, ovvero un generatore di corrente continua tramite campi magnetici. Tramite queste sperimentazioni, arrivò al 1881, lavorando al dipartimento di Ingegneria del Central Telegraph Office, dove elaborò il concetto che il campo magnetico rotante potesse essere creato usando la corrente alternata al posto di quella continua.

Trasferitosi a Parigi, lavorando per la società elettrica Edison, approfondì ancora di più lo studio delle correnti alternate. Fu così che due anni dopo, realizzò questo prototipo, che consiste in pratica in un generatore di corrente alternata. Desideroso di far conoscere le proprie scoperte, si recò negli Stati Uniti, sempre per lavorare alla corte di Edison, con il quale però, ebbe divergenze dovute sia a diversi punti di vista su temi scientifici. Fu proprio per questo che Tesla decise di lasciare la Edison Machine, vivendo di stenti. 

Engraving of Croatian-born inventor Nikola Tesla (1856 – 1943) ‘lecturing before the French Physical Society and The International Society of Electricians,’ 1880s. (Kean Collection/Getty Images)

Il prototipo

Fu però nell’anno successivo che il suo primo prototipo di motore a corrente alternata, interessò fortemente l’imprenditore americano George Westinghouse, che decise di acquistare il brevetto di Tesla. Ma per quanto le invenzioni di Tesla fossero riconosciute a livello scientifico, non si era ancora arrivati al punto di commerciare un motore a corrente alternata. Fu così che si diede da fare per accrescere la fama del suo progetto.

Ma nel 1893, ad esempio, durante l’Esposizione colombiana di Chicago, Tesla ebbe la prima occasione per presentare il suo progetto, illuminando interamente lo stabile con la corrente alternata, oppure nel 1895, costruendo una centrale idroelettrica alle cascate del Niagara, con un impianto che erogava corrente per 40 chilometri. Ma anche a Colorado Springs nel 1899, dove cercò di trasmettere energia senza ricorrere ai fili di conduzione elettrica, ma soltanto usando l’etere.

L’energia terrestre e il telegrafo senza fili

Grazie a quest’ultima impresa infatti, scoprì che la Terra, o meglio la crosta terrestre, era un ottimo conduttore di energia elettrica, soprattutto quando un fulmine che colpisce il suolo. Installò così un’enorme bobina, per mandare impulsi elettrici nel sottosuolo, e permettere il trasferimento di energia elettrica a lampadine poste a una notevole distanza. Ritornando a New York, Tesla scrisse un articolo affermando proprio la possibilità di catturare l’energia sprigionata dal sole e proponendo un sistema mondiale di comunicazione.

L’articolo catturò l’attenzione di un altro magnate J. P. Morgan, finanziò la costruzione di tale stazione trasmittente. Nel suo laboratorio a Colorado Springs, grazie a vari esperimenti, anticipò alcune idee essenziali per la telegrafia senza fili, cercando di ottenere il brevetto, ma senza mai riuscirci. Fu però Guglielmo Marconi che nel 1901, superando Nikola, riuscì a realizzare il famoso telegrafo senza fili, invenzione che gli valse il Nobel per la fisica nel 1909.

L’idea del radar

Il nome di Tesla, però viene molto più spesso e comunemente associato, piuttosto che alle sue invenzioni rivoluzionarie, al concetto di energia libera. Secondo lui, questa “nuova” energia era illimitata, estratta dall’ambiente a costo zero, e trasmessa e ricevuta ovunque con una semplice antenna. Tesla intendeva infatti usare la Torre Wardenclyffe per trasmettere grandi potenze elettriche sfruttando la risonanza naturale della Terra. Un’idea che ai finanziatori apparve una follia.  

Ma fu anche in questo caso che Guglielmo Marconi, appoggiato da finanziamenti, riuscì a sviluppare questo concetto, attuando l’idea e lavorando per la costruzione di un radar, capace di collegare radiotelegraficamente il suo laboratorio su nave ed il radiofaro di Sestri Levante. Visto questo conflitto con Marconi, nel 1912 dopo essere stato candidato al Premio Nobel per la Fisica, lo rifiutò per non averlo ricevuto prima, al posto del rivale. Stessa cosa accadde nel 1915, rifiutando di condividere il premio con Edison.

Ultimi anni e l’unita Tesla

Gli ultimi anni di Tesla furono segnati dal ritorno dei disturbi, soprattutto psicologici, che lo avevano afflitto sin da bambino. I contrasti con i colleghi accentuarono il suo isolamento e le sue ossessioni. Nel 1937 fu investito e non si riprese mai del tutto, tanto che morì da solo in una stanza d’albergo di New York nel 1943, all’età di 86 anni. Nel mese di giugno successivo la Corte Suprema degli Stati Uniti, riconoscerà Tesla come primo inventore della radio.

Inoltre dopo la sua morte, si diede il suo nome Tesla (T) ad un’unità di misura riconosciuta nel Sistema Internazionale. Si tratta dell’unità di misura dell’induzione magnetica, dove un campo magnetico ha intensità di 1 T quando esercita una forza di 1 N su un filo lungo 1 m disposto perpendicolarmente alla direzione del campo e percorso dalla corrente elettrica di 1 A.  

Federica.

ALMANACCO: 6 Gennaio si festeggia l’Epifania

L’Epifania è una festa cristiana che celebra la manifestazione di Dio, incarnato in Gesù Cristo, al mondo. E’ infatti dal termine greco femminile epifàneia che si intende l’apparizione, la venuta, la presenza divina. L’evento, che cade il 6 Gennaio, viene rappresentato anche con la visita dei Magi, intesi come rappresentanti simbolici di tutti i popoli della terra.

Viene anche chiamata impropriamente con il termine profano Befana, una corruzione lessicale di Epifania, che richiama ad una figura folcloristica diffusa in tutta la penisola italiana. Secondo la tradizione profana, infatti per Befana si intende una vecchietta brutta e misteriosa, ma bonaria collegata alla storia dei Magi. Infatti come loro, porta dei doni ai bambini, la famosa calza della befana, riempita di dolci e prelibatezze.

Epifania nell’arte

Ma vediamo come l’Epifania fu rappresentata nel corso degli anni nelle opere degli artisti più importanti della storia dell’arte. Fin dai primi secoli del cristianesimo, la rappresentazione dei Magi in adorazione assunse caratteristiche ben specifiche, dove il fulcro della composizione è Maria che, seduta, tiene in braccio il Bambino e lo mostra ai Magi, prostrati al suo cospetto mentre gli offrono i doni.

Così, ad esempio, li vediamo nella più antica rappresentazione pervenutaci, nelle catacombe di Priscilla a Roma, ma anche su numerosi sarcofagi paleocristiani o negli antichi mosaici del V secolo in Santa Maria Maggiore a Roma e in quelli di poco successivi in Sant’Apollinare in classe a Ravenna. In tutti è sempre ben visibile la raffigurazione di una stella, che richiama il brano evangelico di Matteo.

Il tema dell’Adorazione dei Magi e dell’Epifania però, fu centrale soprattutto nel Rinascimento, tanto da essere rappresentato da Masaccio, Giotto, Leonardo Da Vinci, Botticelli, e molti altri. Una delle scene maggiormente rappresentate è appunto il momento in cui i Re Magi, disposti in maniera frontale, e rappresentati di tre età diverse come simbolico le tre età dell’uomo.

La provenienza dei Magi ha fatto sì che venissero sempre raffigurati con abiti e copricapi di foggia orientale, che nel corso dei secoli divennero sempre più ricchi e sfarzosi, e accompagnati da grandiosi cortei dagli innumerevoli dettagli esotici. Questi canoni tradizionali li ritroviamo nella scena dipinta da Masaccio nel Polittico di Pisa, ma anche nell’Adorazione dei Magi di Giotto, realizzata nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

A sovvertire l’iconografia classica fu invece Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci, due grandi maestri del Rinascimento, che furono fondamentali nello stabilire nuove forme iconografiche. Botticelli fu il primo, che nel dipinto Adorazione dei Magi di Santa Maria Novella, realizzato nel 1475, introdusse un nuovo tipo di composizione della scena, ovvero una struttura piramidale. Anche i personaggi nella scena, la Sacra Famiglia e i Magi, non vengono più posizionati laterali, ma rappresentati frontali rispetto allo spettatore.

Anche Leonardo riprese questa innovazione, rivoluzionando però anche la scena stessa. Nella sua Adorazione dei Magi, realizzata qualche anno più tardi, viene raffigurato un momento ben preciso, ovvero quello in cui il Bambino, facendo un gesto di benedizione, rivela la sua natura divina di Salvatore. Questo provoca nello spettatore uno sconvolgimento interiore, un sentimento del divino e stupore, grazie all’inserimento per la prima volta di una dimensione strettamente simbolica.

Su questo tema si cimentò anche il pittore fiorentino Domenico Ghirlandaio, che ci lasciò due bellissime versioni dell’Adorazione dei Magi. La prima fu quella Tornabuoni, realizzata nel 1487 per la cappella della famiglia omonima, e la seconda quella degli Innocenti, commissionata un anno più tardi dal priore dello Spedale degli Innocenti di Firenze. La prima appare chiaramente ispirata a Botticelli, con l’aggiunta di riferimenti alla pittura fiamminga, come la rappresentazione dell’elemento naturale e la minuziosità dei dettagli.

Nella seconda opera invece il Ghirlandaio si cimenta in una vera e propria rivoluzione stilistica, ancor più all’avanguardia di quella attuata da Leonardo e Botticelli. Nell’Adorazione degli Innocenti, infatti si ritrova una composizione piramidale dei personaggi, con alla base solo due dei Magi, mentre il terzo si trova in piedi sulla sinistra, un chiaro esempio della novità introdotta da Domenico il Ghirlandaio. Invece, un particolare interessante in entrambi i quadri, è la scelta dell’ambientazione, ovvero il porticato in rovina, simbolo del declino della religione pagana da cui era nato il Cristianesimo.

Il tema eserciterà una profonda suggestione ancora nell’arte barocca, come ad esempio nelle splendide creazioni, di Rubens, Artemisia Gentileschi o Velazquez. E proprio quest’ultimo pittore spagnolo, dipinse la sua personalissima e intima Adorazione nel 1619, caratterizzata da una rappresentazione del tutto originale. A differenza delle scene bibliche tradizionali rappresentate precedentemente, nel quadro di Velasquez non compaiono personaggi importanti e legati alla religione, ma vengono rappresentati, come i membri della sua famiglia.

Nella scena infatti, compare lo stesso pittore nei panni di Gasparre, inginocchiato in primo piano. Il volto di Melchiorre sarebbe invece quello di suo suocero, mentre Baldassarre viene identificato nella rappresentazione del suo servitore. Per dipingere Maria, si racconta che Velasquez abbia fatto posare sua moglie Juana, mentre il Bambino sarebbe sua figlia, appena nata. L’Adorazione dei Magi di Velasquez, è famosa per essere diversa dalle altre, per aver rappresentato in modo intimo e familiare una delle scene più famose e ricorrenti dell’epoca.

Federica.

ALMANACCO: 5 Gennaio nasce lo scrittore Umberto Eco

Critico, scrittore e semiologo di fama internazionale, Umberto Eco nacque il 5 Gennaio del 1932. Fu uno dei più importanti saggisti italiani, diventato famoso nella letteratura con la sua opera del 1980 “Il nome della rosa“. Ma Eco è stato anche pioniere nel campo della semiotica e degli studi culturali. 

Da bambino, Umberto passava ore nella bottega del nonno dove iniziò ad avvicinarsi alla letteratura, leggendo Jules Verne, Marco Polo e Charles Darwin. Si iscrisse all’Università di Lettere e Filosofia di Torino, laureandosi a soli 22 anni con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino.

L’influenza del Gruppo 63

Lavorò come editore culturale per la RAI durante il quale, strinse amicizia con un gruppo di artisti d’avanguardia. Noto come Gruppo 63, era formato da musicisti, artisti e scrittori che diventarono un’influenza fondamentale nella carriera letteraria di Umberto Eco. Questo movimento teorico e letterario d’avanguardia, che si richiama a idee del marxismo e dello strutturalismo francese.

Sulla base del movimento del gruppo 36, nel 1962 pubblica il saggio Opera aperta. In essa riflette sulla natura delle opere d’arte contemporanee (sintomaticamente “aperte” e non concluse) e sui criteri della loro interpretazione e fruizione. Questo saggio ha notevole successo sia in Italia che all’estero.

L’importanza della semiotica e della sociologia

Mentre prende avvio la carriera universitaria tra Italia, Francia e Stati Uniti, si avvicina allo studio della semiotica e la sociologia, due discipline centrali a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Divennero una delle sue passioni principali, tanto da ottenere nel 1971 la cattedra Semiotica presso l’Università di Bologna.

Sulla base dei suoi studi scrisse importanti saggi: il Diario Minimo, Apocalittici integrati, la Struttura assente e il Trattato della semiotica generale. In essi cercò di interpretare le culture attraverso segni e simboli, analizzando linguaggio, icone religiose, pergamene, vesti, spartiti musicali e persino cartoni animati. Svolse indagini in molte direzioni: sulla storia dell’estetica, sulle poetiche d’avanguardia, sulle comunicazioni di massa, sulla cultura di consumo.

Il nome della rosa

Ma la sua carriera di narratore spiccò il volo nel 1980, quando esordisce con l’opera Il nome della rosa. Viene considerato il suo best-seller e il suo libro più importante. Il romanzo è ambientato in un Monastero benedettino in pieno Medioevo, nel quale si articola una trama costellata di delitti e indagini.

In esso Eco coniuga infatti lo sviluppo della trama “gialla” con i suoi interessi di medievalista e semiologo, così che l’opera possa essere letta a più livelli e secondo intenzioni distinte. Il romanzo ebbe grande successo, tanto da essere tradotto in quarantasette lingue. Nel 1986 inoltre ne venne tratto un film con Sean Connery nei panni del protagonista.

Gli ultimi anni di vita

Grazie alla sua influenza, Eco fu ampiamente riconosciuto e, di conseguenza, onorato con più di 30 lauree honoris causa da istituzioni riconosciute e rispettate come l’Università dell’Indiana o la Rutgers University. Morì nella sua abitazione a Milano per un cancro al pancreas la notte del 19 febbraio 2016, a 84 anni.

Federica.