mARTEdì: la matematica alchemica di ALBRECHT DURER

Tra le opere più misteriose ed enigmatiche della storia dell’arte, non poteva che esserci una di Albrecht Dürer. Pittore, incisore, matematico e trattatista tedesco, considerato il massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale, divenne famoso soprattutto per il suo legame con gli ambienti neoplatonici. Fu grazie ad essi che la sua pittura venne fortemente influenzata dall’aggregazione esoterica.

Una delle opere più misteriose dell’artista fu quella intitolata Melancholia I. Si tratta di un’incisione a bulino, siglata e datata al 1514 e conservata nella Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe. L’opera, densa di riferimenti esoterici, tra cui il quadrato magico, è una delle incisioni più famose in assoluto dell’artista.

Melancholia I

L’incisione fa parte del trittico detto Meisterstiche, insieme al San Girolamo nella cella e Il cavaliere, la morte e il diavolo. Sebbene non legate dal punto di vista compositivo, le tre incisioni rappresentano però le tre allegorie di virtù, ovvero quelle morali, teologiche e intellettuali, queste ultime prese in analisi nell’opera sopracitata.

Infatti l’opera Melancholia I, simboleggiava la sfera intellettuale, che secondo quella che era la tradizione astrologica, veniva dominata dal pianeta Saturno, legato al sentimento della malinconia, e quindi al temperamento melanconico. Esso intendeva istituire una connessione fra il mondo razionale, scientifico e quello immaginativo dell’arte. Si tratta quindi di un vero e proprio compendio del pensiero dell’artista sull’arte e sull’animo umano.

Descrizione

Il personaggio principale della scena è una figura femminile alata che, seduta su un gradino, appare pensosa, con la mano sinistra che sorregge il capo. Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, mentre lo sguardo è fisso in avanti e perso nel vuoto. Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore barocco. Questa figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio dominato dall’umore nero e malinconico.

Altra cosa che appare subito agli occhi nell’opera, è il titolo stampato su un cartello e sorretto da un pipistrello, da sempre simbolo della morte. Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di blocco creativo. Vicino ad esso vi sono altri elementi che suscitano tale emozione sono l’arcobaleno lunare dai tratti netti e precisi e la cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici. 

Elementi alchemici

Una cosa particolare dell’opera è data dalla presenza di strani oggetti, cosparsi per tutto il dipinto che apparentemente risultano casuali. In realtà secondo degli studi sono oggetti appartenenti al mondo dell’alchimia, spesso con valenza negativa quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce. Troviamo infatti una bilancia, un compasso, uno scheletro di cane, attrezzi da falegname, una clessidra, un putto, una campana, un coltello e una scala a pioli.

L’opera simbolicamente rappresenta quindi, in termini alchemici, le difficoltà che si incontrano nel tentativo di tramutare il piombo (simbolo delle anime delle tenebre) in oro (simbolo delle anime che risplendono). Oggetto di indagini controverse, l’opera è infatti l’icona di quel particolare stato d’animo di natura contemplativa di cui si è fatto cenno all’inizio, inevitabile preludio alla creazione artistica che rifiuta da sempre una qualsiasi spiegazione razionale.

Il quadrato magico

Altro dettaglio che destò l’attenzione di molti, fu il quadrato con i numeri, scolpito sulla parete dell’edificio, in alto a destra. Si tratta del famoso quadrato magico numerico di quarto ordine, un oggetto molto complesso formato da numeri che sommati sia in orizzontale che in verticale e in obliquo, dà sempre la somma di 34. Ma non solo, anche la somma dei quattro settori quadrati e la somma dei quattro numeri al centro, dà sempre 34, così come i quattro numeri agli angoli,

Inoltre se si prende un numero all’angolo e lo si somma con il numero a lui opposto si ottiene sempre 17, proprio come i numeri ai lati con i propri opposti, e come nel quadrante centrale. Nella figura di sotto sono rappresentati tutti le possibili somme che si possono ottenere dal quadrato magico. Inoltre se si prendono i numeri dell’ultima riga (15 e 14) si ottiene il numero 1514, che coincide con l’anno in cui è stata creata l’opera, mentre i più esterni (4 e 1) conducono alle iniziali dell’artista A(lbrecht) D(ürer), oppure sinonimi di A(nno) D(omini).

Federica.

ALMANACCO: 4 Gennaio nasce lo scienziato Isaac Newton

Matematico, fisico, astronomo, filosofo naturale, teologo, storico e alchimista inglese, Isaac Newton nasce il 4 Gennaio del 1643. Considerato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, noto soprattutto per aver fondato la meccanica classica, la teoria della gravitazione universale e l’invenzione del calcolo infinitesimale. Il suo nome è associato a leggi e teorie ancora oggi insegnate, e ricoprì anche il ruolo di direttore della zecca inglese e quello di Presidente della Royal Society.

Nato nel 1643 in Woolsthorpe, nel Lincolnshire, orfano di padre. Venne per questo lasciato sotto le cure della nonna, che gli impartisce un insegnamento rudimentale. Frequentò la scuola nella cittadina di Grantham e, nel 1661, entrò al Trinity College di Cambridge dove fu allievo del matematico Isaac Barrow, uno dei matematici di cui è riconosciuto il ruolo nello sviluppo del calcolo moderno.

Prime scoperte

Dopo aver ricevuto la Laurea nel 1665, Newton si ferma ancora a Cambridge per fare un master, anche se un’epidemia provoca la chiusura dell’università. Torna quindi a Woolsthorpe per 18 mesi, mesi di fermo in cui si dedica ad approfondire e a meditare i suoi studi. Erano per lo più problemi di matematica, che in quegli anni si battevano tra gli scienziati nelle università in cerca di qualche soluzione. In questi anni molto fruttuosi infatti effettua degli esperimenti fondamentali, gettando le basi teoriche per tutti i seguenti lavori sulla gravitazione e sull’ottica.

Scoprì ad esempio, le formule per il calcolo di pi greco, il teorema binomiale, l’identità e il metodo di Newton e approssimò la serie armonica tramite i logaritmi. Inoltre sempre nello stesso periodo sviluppa il suo personale sistema di calcolo infinitesimale, alla scoperta cioè dei metodi per il calcolo delle aree di figure qualsiasi (calcolo integrale), e alla determinazione della retta tangente a una curva (calcolo differenziale).  

L’importanza della gravità

I fisici in quel periodo, si interrogavano su quale forza agisse sui pianeti determinandone l’orbita attorno al Sole. Anche Newton come gli altri, ebbe modo di riflettere su tali temi, e in particolare sul rapporto tra la forza centrifuga della Luna nel moto attorno alla Terra, e la forza di gravità con cui essa attira la Luna a se. Celeberrimo è l’episodio in cui si racconta che Newton nel 1666, mentre riposava sotto un albero, venne colpito da un mela che gli cadde in testa. Un aneddoto, che seppur esageratamente romanzato, lo portò a riflettere sulla gravitazione e sul perchè la Luna non cadesse sulla Terra come la mela.

Grazie a questo episodio dunque, giunse ad un’importante intuizione che rappresenterà la base della legge di gravitazione universale, formulata poi nel 1687. Arrivò infatti a pensare alle caratteristiche di questa forza con cui i pianeti sono legati al Sole, e che varia in modo inversamente proporzionale al quadrato della distanza dal Sole. Di conseguenza scoprì che questa forza diminuisse con l’inverso del quadrato della distanza, come l’intensità della luce, ma a seguito di piccoli errori di valutazione, si rese conto che i suoi calcoli non erano corretti e deluso da ciò smise di pensare alla gravitazione.

Altri studi

Nel 1667 tornò a Cambridge dove divenne Master of Arts e, due anni più tardi ottenne la cattedra di insegnante di matematica, succedendo a Isaac Barrow. Contemporaneamente a questo, si interessò di ottica, studiando la rifrazione della luce, arrivando all’elaborazione della teoria secondo cui la luce bianca è composta da raggi di colori diversi che, passando attraverso un prisma trasparente, venivano deviati in modo diverso. Per aggirare il problema dei telescopi 
rifrattori e la dispersione della luce in colori, inventò di conseguenza il telescopio riflettore.

Sempre negli stessi anni, a cavallo tra 1679 e il 1680, studiò il moto orbitale dei pianeti,  introducendo il concetto di forza centripeta. Dimostrò che la forza necessaria a far percorrere a un corpo un’orbita ellittica deve variare come l’inverso del quadrato della distanza. Tale scoperta trovò il favore dell’astronomo Edmund Halley che lo incoraggiò a proseguire su quella linea. Con Newton nacque quindi una nuova concezione della forza, non più concepita secondo i canoni della meccanica del Seicento, bensì come qualcosa in grado di modificare dall’esterno il moto dei corpi.    

Opera principale e ultimi anni

Nel 1687 Newton pubblicò la sua più grande opera, intitolata Principi Matematici della Filosofia Naturale, nella quale spiegò la teoria della gravitazione universale, lo studio del moto dei fluidi, la teoria delle maree, le leggi dell’urto, il calcolo della precessione degli equinozi, e molto altro. Si tratta di un’opera divisa in tre libri, i primi due riguardanti la matematica, mentre nel terzo presenta la cosmologia. Tale opera, la cui edizione fu curata da Halley, rappresenterà la base per la moderna fisica-matematica.   

Il 1693, a causa di gravi problemi di salute, segnò la fine dell’attività di Newton, anche se continuarono ad essere pubblicati i suoi lavori. Ad esempio nel 1704 fu pubblicata l’Ottica, opera dove Newton espose la teoria secondo cui la luce è formata da un’infinità di particelle emesse da un corpo in tutte le direzioni. Morì il 20 marzo 1727 e fu sepolto con grandi onori nell’abbazia di Westminster. 

Federica.

ALMANACCO: 3 Gennaio nasce il poeta Pietro Metastasio

Poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano, Pietro Metastasio, pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi, nasce il 3 Gennaio del 1698. È considerato il grande riformatore del melodramma italiano, ovvero quel testo poetico colto destinato alla musica, o anche il cosiddetto libretto d’opera.

Nato nella Capitale romana nel 1698, da Felice Trapassi, ex sottufficiale del reggimento dei Corsi di papa Alessandro VIII Ottoboni, e Francesca Galastri, donna fiorentina. Grazie all’influenza della famiglia Ottoboni, per cui lavorava il padre, Pietro venne indirizzato agli studi, appassionandosi soprattutto di letteratura e poesia.

Le prime influenze letterarie

Grazie alla sua passione, la sua formazione venne affidata al noto letterato e giurista Gian Vincenzo Gravina, futuro fondatore dell’accademia dell’Arcadia. Rimase molto colpito dal giovane durante una delle sue improvvisazioni in versi per strada, nelle quali improvvisava poesie facendo scegliere un tema alla folla e rimando “a braccio”. Il talento poetico e la grazia di Pietro attraggono a tal punto il Gravina, tanto da convincerlo a seguire i suoi insegnamenti.

Da questo momento in poi comincia l’ascesa del giovanissimo Trapassi, che per volere del suo protettore, cambiò il proprio cognome in Metastasio, secondo quella che era la moda letteraria e barocca del tempo. Insieme al suo maestro studia il latino e il diritto, e viene portato in giro dai membri dell’Arcadia per entrare in competizione con i più celebri improvvisatori d’Italia. Le gare però, minano la salute del ragazzo, tanto che il Gravina decise di affidarlo alle cure di un suo parente in Calabria, ovvero il filosofo Gregorio Caloprese.

Il grande esordio

E’ proprio qui che con l’aria di mare, la sua salute migliora e comincia a darsi da fare nelle attività letterarie. Il nuovo maestro Caloprese, gli fece abbandonare l’abitudine dell’improvvisazione, dandogli una solida istruzione classica e insegnandogli la filosofia cartesiana. A soli dodici anni traduce l’Iliade di Omero in ottave, a quattordici invece compose la tragedia Giustino, in stile senechiano, ispirandosi ad un soggetto di Gian Giorgio Trissino, lavoro pubblicato dal Gravina nel 1713.

Alla morte del suo protettore Gravina, avvenuta il 6 gennaio del 1718, il quale gli lascia in eredità una fortuna di ben 18.000 scudi, Pietro decise di tornare a Roma. Sono anni difficili nella capitale per il protetto del noto critico defunto, in quanto sia gli accademici dell’Arcadia, ma anche altri letterati, temevano il suo grande talento. Fu infatti nell’opera il Giustino vi è un corpus poetico di tutto rispetto, considerando soprattutto la sua giovane età, tanto che la reazione dei colleghi nei suoi riguardi è fredda, e in molti casi anche ostile.

La carriera romana

A 20 anni decise di prendere i voti minori per ottenere lo status clericale, senza il quale pareva impossibile avere una carriera a livello nazionale nelle arti e negli studi giuridici. Per due anni cercò di accrescere la sua reputazione per applicarsi seriamente nella sua professione, tanto che andò a Napoli per lavorare per un avvocato. Durante questo periodo, compose un epitalamio e la sua prima serenata musicale, Endimione. Ma fu al compleanno dell’imperatrice Elisabetta Cristina di Braunschweig-Wolfenbüttel, che venne incaricato di scrivere una serenata per l’occasione.

Nel 1722 per il compleanno dell’imperatrice Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel, il viceré incaricò Metastasio di scrivere una serenata per l’occasione. Egli accettò l’ingaggio, producendo Gli orti esperidi, che fu messo in musica da Nicola Porpora e cantato da Farinelli, giovane artista con cui Pietro ebbe una lunga e duratura amicizia. Fu grazie a questa commissione che Metastasio conobbe i più grandi compositori del tempo, tra i quali Porpora, Johann Adolf Hasse, Giovan Battista Pergolesi, Alessandro Scarlatti, Leonardo Vinci, Leonardo Leo, Francesco Durante e Benedetto Marcello.

Esperienza viennese

Nell’aprile del 1730 Metastasio si stabilì a Vienna nell’appartamento della Michaelerhaus, dimora messagli a disposizione da Pio di Savoia, direttore dei teatri di Carlo VI. Qui il poeta divise la casa con Niccolò Martines, maestro di cerimonie del Nunzio apostolico viennese. Fu per tutto questo decennio, fino al 1740, che Metastasio dà fondo a tutta la sua arte, messa a disposizione per il Teatro Imperiale di Vienna. Scrive Demetrio, Adriano in Siria, Issipile, Demofonte, Olimpiade, l’Achille in Sciro, l’Ipermestra, e non solo. Torna anche a scrivere testi sacri e già nel 1730 compone La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, un successo senza precedenti nel XVIII secolo.

Metastasio padroneggiava la tecnica della sua arte fino ai minimi dettagli. Le esperienze che acquisì a Napoli e a Roma, così come l’entusiasmo viennese per i suoi lavori accelerarono la sua carriera. Anche se dal 1745 in poi Metastasio scrisse poco, anche a causa della sua salute, sempre più precaria. Da segnalare, soprattutto, la celebre canzonetta Ecco quel fiero istante, molto amata all’epoca. Ormai afflitto dall’avanzare della sua vecchiaia e dalla perdita della sua vena poetica, visse gli ultimi anni della sua vita rimanendo pressoché inattivo. Il 12 aprile del 1782, muore a Vienna, lasciando una fortuna di 130.000 fiorini ai figli dell’amico Niccolò Martines.

Federica.

ALMANACCO: 2 Gennaio muore il pittore Ugo Bernasconi

Scrittore, traduttore ed aforista italiano, Ugo Bernasconi muore il 2 Gennaio del 1960. Animatore culturale attraverso riviste e manifestazioni artistiche, è noto anche e soprattutto per i suoi pensieri sull’arte e per alcuni saggi anche di carattere scientifico.

Abbandonati gli studi in Argentina, si reca a Parigi nel 1899, dove incontra le arti pittoriche ed artistiche che caratterizzano la capitale francese. L’ammirazione per la pittura, lo porta a frequentare lo studio del pittore Eugène Carrière, il quale si rivelò molto importante per la sua formazione artistica.

Ugo Bernasconi e la pittura

Studiando le opere di Carrière, riproduce similmente scene familiari e paesaggi, attraverso l’utilizzo di colori e sfumature che ricordano lo stile Leonardesco. Insieme ad altri artisti come Gauguin e Denis, seguì il suo maestro conosciuto in Francia, per essere uno dei rappresentanti del simbolismo, dal fascino decadente sospeso tra realtà e sogno.

Superata la fase della Prima Guerra Mondiale, Bernasconi rientra definitivamente in Italia, a Cantù, nel 1918. Nell’arco di tempo tra il 1920 e il 1930, vede crescere la sua esperienza pittorica, conquistando gran parte di critica e pubblico. La sua produzione acquisisce a tutti gli effetti i tratti dell’italianità, riscoprendo la luce accesa e le colorazioni più vivaci, in contrapposizione con la monocromia dell’esperienza francese.

Ugo Bernasconi e la scrittura

Contemporaneamente alla pittura, nei primi anni del ‘900, Bernasconi conobbe la passione per la scrittura. Nel 1910, il pittore argentino, crea “Precetti e pensieri giovanili”, e 5 anni dopo scrive “Uomini e altri animali”. Inoltre è autore di opere di fattura differente, come i noti aforismi, spesso pungenti e mordaci, che gli diedero notorietà.

Avvicinando le sue due passioni inizia a scrivere anche, opere letterarie ispirate dalla pittura. Fra queste il saggio “Le presenti condizioni della pittura in Italia” scritto nel 1923 e, un anno dopo, scrisse l’opera scientifico-letteraria dal nome “Pensieri ai pittori”, il suo più grande successo.

Ultimi anni di vita

Bernasconi ricette il suo primo grande riconoscimento, con il premio alla Biennale d’arte di Venezia nel 1942. Dell’ultima parte della sua vita, si ricordano favorevolmente i lavori portati a termine per la Collezione Verzocchi, poi custodita nella Pinacoteca di Forlì. In particolar modo si segnalano “I vangatori“, del 1949-1950, e “l’Autoritratto“, anch’esso di questo periodo.

L’ artista, muore il 2 gennaio del 1960, a Cantù, all’età di 86 anni. Dopo la sua morte, il curatore artistico Vanni Scheiwiller riordina gli scritti di Bernasconi, accorpandoli in una antologia che contiene i “pensieri” dell’artista, pubblicata un anno dopo la sua morte.

Federica Minicozzi

ALMANACCO: 1 Gennaio muore lo scrittore Ugo Ojetti

Scrittore, critico d’arte, giornalista e aforista italiano, Ugo Ojetti muore il 1° Gennaio del 1946. Novelliere e romanziere fino al dopoguerra, i pregi più evidenti e maggiori delle sue opere sono la proprietà di linguaggio, l’ordine e la chiarezza nelle idee e nelle immagini. La sua prosa è fluida, limpida e discorsiva, che tende a mescolare con perfetto equilibrio, il gusto dei classici con una parlata viva e quotidiana.

Ugo Ojetti nasce a Roma, il 15 luglio del 1871. Figlio di un architetto e restauratore, noto nell’ambiente capitolino per alcuni edifici rinascimentali, venne quindi educato all’arte, con un insegnamento prevalentemente di tipo classicista, ma soprattutto interessato a discorsi e tematiche d’ambito artistico.

L’esordio letterario

Personalità di vastissima cultura, e sempre amante del mondo dell’arte, anche se i suoi primi studi vennero indirizzati alla Giurisprudenza, preferendo un titolo accademico più sicuro in ambito lavorativo. Dopo essersi laureato in legge all’età di ventuno anni, si dedicò però prevalentemente al giornalismo ed alla critica d’arte, sue grandi passioni da sempre. Fu proprio in questo momento che si dedicò anche alla narrativa, scrivendo il suo primo romanzo intitolato Senza Dio e datato 1894.

Uno dei suoi primi lavori più famosi è Alla scoperta dei letterati, pubblicato nell’anno successivo al suo esordio narrativo. A metà strada tra il lavoro critico e il reportage, con interviste e interventi rivolti agli autori contemporanei, in quest’opera l’autore Ojetti analizza il movimento letterario dell’epoca. In un momento di grande esaltazione e turbolenza, tira in ballo nel suo lavoro, scrittori celebri come Fogazzaro, Serao, Carducci e D’Annunzio, attraverso uno stile e un genere che all’epoca era ancora in stato embrionale.

Il giornalismo politico e artistico

È attratto dalla carriera diplomatica, ma si realizza professionalmente nel giornalismo politico. Ottenuta la fama infatti, inizia a collaborare con il giornale “La Tribuna”, per il quale scrive i suoi primi servizi da inviato estero, precisamente dall’Egitto. I suoi articoli diventarono con il tempo molto richiesti, tanto che inizia a scrivere anche per “Il Marzocco”, “Il Giornale di Roma”, “Fanfulla della domenica” e “La Stampa”.

Oltre a servizi politici, si dedicherà anche alla critica d’arte che diventerà parte integrante della sua produzione. Inizialmente scriverà articoli di stampo artistico per la testata “L’illustrazione Italiana”, lavori che verranno poi raccolti e pubblicati in 2 volumi sotto il titolo I capricci del Conte Ottavio. Nel frattempo, Ojetti scrive il suo secondo romanzo dal titolo Mimì e la gloria, anche se la sua passione e il suo lavoro, in questi anni si concentrano soprattutto sull’arte italiana, attraverso appunti e libri tecnici che evidenziano le sue buone capacità in questo ambito specifico della saggistica.

L’esperienza della Guerra

Nel 1923 inizia la sua collaborazione con il “Corriere della Sera”, per dedicarsi alla critica artistica nella cosiddetta Terza pagina del quotidiano, facendo presa su molti intellettuali italiani. Ad indirizzare i suoi interessi però ci fu il regime fascista, che in questi anni comincia il suo periodo di istituzionalizzazione noto come il “Ventennio”, agendo anche e soprattutto sulla cultura nazionale. Ojetti, acconsente al tesseramento, firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925, per poi ricevere la nomina ad Accademico d’Italia nel 1930.

Divenne così uno degli intellettuali del Regime, anche in rapporto al suo intervento durante la prima Guerra Mondiale. Infatti in quel periodo si offrì come volontario, ricevendo l’incarico specifico di proteggere dai bombardamenti aerei, tutte le opere d’arte di Venezia. Fu grazie a questo aiuto che nel 1918, venne nominato Regio Commissario per la propaganda sul nemico, e incaricato di scrivere il testo di un volantino, stampato in 350.000 copie in italiano e in tedesco, lanciato nei cieli di Vienna dalla squadriglia comandata da Gabriele D’Annunzio.

Altre attività importanti

Organizzò inoltre numerose mostre d’arte, come esperto in particolare del Rinascimento e del Secentismo, ma con interessi che spaziavano fino alla pittura e scultura contemporanea. Diede vita anche ad importanti iniziative editoriali, come Le più belle pagine degli scrittori italiani per l’editrice Treves e la collana de I Classici italiani per Rizzoli. Si dedicò nello stesso tempo anche al teatro, scrivendo, assieme a Renato Simoni, la commedia Il matrimonio di Casanova.

Nel 1920 fonda la sua rivista d’arte “Dedalo”, dove si occupa di storia dell’arte antica e moderna, dimostrando una sensibilità e un modo di accostarsi all’arte e di divulgarla diversi dai canoni del tempo. Inoltre inaugura anche la rivista letteraria “Pan”, fondata sulle ceneri della precedente esperienza fiorentina della Rassegna di lettere ed Arti “Pègaso”. Nominato Accademico d’Italia nel 1930, Ojetti divenne anche celebre per i suoi aforismi, massime e pensieri, molti dei quali sono raccolti nel volumetto Sessanta, scritto dall’autore per i suoi sessant’anni, cioè nel 1931.

Ultimi anni

Colpevolmente dimenticato dopo la morte, anche per l’enorme importanza avuta durante il fascismo, Ojetti sta ritrovando una certa visibilità e viene più frequentemente citato, specie nella storia e critica d’arte, negli ultimissimi anni. Muore il 1 Gennaio del 1946.

Federica.

ALMANACCO: 31 Dicembre si festeggia la vigilia di Capodanno

La notte del 31 dicembre si organizzano feste e cene con gli amici e i parenti più cari, per festeggiare l’inizio del nuovo anno che verrà il giorno dopo. In Italia, e in altre parti del mondo, è tradizione allestire il cosiddetto veglione di Capodanno, una serata con un abbondante pasto, in cui si resta svegli fino a mezzanotte passata, per festeggiare l’arrivo del nuovo anno.

Anche chiamata notte di San Silvestro, in quanto nella giornata del 31 Dicembre si festeggia appunto san Silvestro papa. Anche se nella maggior parte del mondo il Capodanno cade il 1º gennaio nel calendario gregoriano, ci sono invece alcuni Paesi che festeggiano in giornate diverse. La data infatti dipende dalla particolare cultura e religione.

Origini

Ma da dove nasce questa tradizione? I festeggiamenti del Capodanno hanno origini pagane, realizzati in onore del dio romano Giano, nome da cui deriva quello del mese di Gennaio e probabilmente la divinità principale del pantheon in epoca arcaica. Il Dio si festeggiava subito dopo i Saturnali, le feste romane per il dio Saturno, che chiudevano l’anno. Si poteva quindi dire che inizialmente i festeggiamenti non avvenivano in un giorno stabilito e preciso, ma duravano settimane.

Nel 46 a.C., però, grazie all’introduzione del calendario giuliano, per mano del dittatore della Repubblica romana Caio Giulio Cesare, la festa iniziò così a cadere tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, e quindi in due giorni prestabiliti. Questo calendario portò ad una rivoluzione per quanto riguarda il conteggio dei giorni, in quanto si basava sul ciclo delle quattro stagioni. Solamente a partire dal 1582, con l’introduzione dell’attuale calendario da parte di Papa Gregorio XIII, il Capodanno divenne così come lo conosciamo oggi.

Diversità e differenze

Nel Medioevo, molti paesi europei usavano il calendario giuliano, ma vi era un’ampia varietà di date che indicavano il momento iniziale dell’anno. Per esempio dal XII secolo fino al 1752 in Inghilterra e in Irlanda, il capodanno si celebrava il 25 marzo che cadeva con il giorno santo dell’Incarnazione, e spesso usato a lungo anche a Pisa e a Firenze. In Spagna, invece, fino all’inizio del Seicento il cambio dell’anno coincideva con il 25 dicembre, giorno della Natività.

Nello stesso tempo in Francia fino al 1564, il Capodanno veniva festeggiato nella domenica di Resurrezione, chiamato anche per questo stile della Pasqua. Per quanto riguarda l’Italia invece, ricordiamo come a Venezia cadeva il 1º marzo, fino alla sua abolizione, avvenuta nel 1797, mentre in Puglia, in Calabria e in Sardegna, lo si festeggiava seguendo lo stile bizantino che lo indicava al 1º settembre, tant’è vero che in sardo, il mese di settembre si traduce Caputanni (dal latino Caput anni).

Riforme e cambiamenti

Queste diversità locali però, continuarono anche dopo l’adozione del calendario gregoriano realizzato appunto da Papa Gregorio XIII. Fu solamente nel 1691 papa Innocenzo XII emendò il calendario del suo predecessore, stabilendo che l’anno dovesse cominciare il 1º gennaio, secondo lo stile moderno o della Circoncisione. L’adozione universale fece sì che la data del 1º gennaio come inizio dell’anno, divenne infine comune.

Svariati regimi politici hanno istituito riforme del calendario, come quella adottata in Francia durante la Prima Repubblica. Si trattava del Calendario Repubblicano, riformato su basi astronomiche e razionali, ma abbandonato poi durante il Primo Impero. Anche durante il periodo fascista in Italia, il regime istituì il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, come proprio capodanno, associato a una numerazione degli anni parallela a quella tradizionale contando come “Anno I dell’Era Fascista”.

Tradizione italiane

Al giorno d’oggi, in Italia, il Capodanno è accompagnato, nella notte tra il 31 dicembre e il 1º gennaio, dal tipico veglione, in cui si cena insieme ad amici e familiari e si consumano i piatti tipici della tradizione italiana come lenticchie, cotechino, zampone e stinco. Allo scoccare della mezzanotte si sparano i fuochi artificiali, si stappano bottiglie di spumante e si brinda al nuovo anno.

Sono tantissime le tradizioni legate a questa festa. Molti usano fare buoni propositi per l’anno nuovo, ma anche riti scaramantici, compiuti in segno di buon auspicio e per attirare a sé fortuna e ricchezza. Tra questi c’è la tradizione di indossare biancheria intima rossa, ma anche gettare dalla finestra oggetti vecchi, mangiare lenticchie, e baciare sotto il vischio la persona amata.

Nel resto del mondo

Ma anche nel resto del mondo hanno le proprie tradizioni. Ad esempio in Spagna è usanza mangiare dodici chicchi di uva allo scoccare della mezzanotte, mentre in Germania si festeggia in maschera. In Giappone, ad esempio, ci si reca nei templi a bere sakè e ad ascoltare centootto colpi di gong, ritenuto il numero di peccati che una persona commette in un anno. In Perù ed Ecuador si bruciano per strada dei manichini di cartapesta, mentre in Brasile bisogna indossare abiti dorati o bianchi. Un altro Capodanno famoso è quello cinese, il quale viene però festeggiato tra il 21 gennaio e il 19 febbraio.

Federica.

ALMANACCO: 30 Dicembre muore Rita Levi Montalcini

Neurologa, accademica e senatrice a vita italiana, Rita Levi Montalcini, muore il 30 Dicembre del 2012. Divenne importante per le sue ricerche con le quali scoprì il fattore di accrescimento della fibra nervosa, meglio conosciuto come NGF. Scoperta per la quale venne premiata nel 1986 con il premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia accademia delle scienze.

Rita Levi Montalcini nasce il 22 aprile del 1909 a Torino, da una famiglia ebrea sefardita. I genitori, molto colti, instillarono nei figli il proprio apprezzamento per la ricerca intellettuale, tanto che Rita decise di iscriversi all’Università di Torino per studiare medicina. Una scelta azzardata che però fu dettata dal fatto che in quell’anno morì di cancro la sua amata governante Giovanna.

L’inizio della carriera

Contemporaneamente agli studi, nel 1930 entrò nella scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi, dove cominciò gli studi sul sistema nervoso che avrebbe proseguito per tutta la vita. Ebbe come compagni universitari nella scuola medica, due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco. Fu nel 1936, che gli venne conferita la laurea in medicina e chirurgia con 110 e lode, specializzandosi successivamente in neurologia e psichiatria.

Fermamente intenzionata a proseguire la sua carriera accademica come assistente e ricercatrice in neurobiologia e psichiatria, è costretta però, a causa delle leggi razziali emanate dal regime fascista nel 1938, a sospendere le attività. In quanto ebrea sefardita, Rita inoltre fu costretta ad emigrare nello stesso anno, in Belgio insieme al suo maestro Giuseppe Levi. Fino all’invasione tedesca del Belgio, avvenuta nel 1940, fu ospite dell’istituto di neurologia dell’Università di Bruxelles dove continuò gli studi sul sistema nervoso.

©girella/lapresse archivio storico cultura anni ’80 Rita Levi Montalcini nella foto: la scienziata e premio Nobel Rita Levi Montalcini nel suo laboratorio

Le sperimentazioni a ridosso della Guerra

Nell’inverno del 1940 tornò a Torino dove allestì un laboratorio domestico di fortuna in camera da letto per poter proseguire le sue ricerche. Il suo progetto era appena partito quando Giuseppe Levi, scappato dal Belgio invaso dai nazisti, ritornò anche lui Torino e si unì a lei, diventando così, con suo grande orgoglio, il suo primo e unico assistente. In quel laboratorio scoprirono il fenomeno della morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo, fenomeno compreso solo tre decenni più tardi (1972) e definito con il termine apoptosi. 

Il pesante bombardamento di Torino, rese indispensabile abbandonare la città, iniziando un pericoloso viaggio con tutta la famiglia, che si concluse a Firenze. Sopravvissuti all’Olocausto restando nascosti nella città, la Montalcini riuscì a scampare alle deportazioni finché nel 1944 entrò come medico nelle forze alleate. Solo dopo la fine della guerra, poté riprendere con più serenità le sue importanti ricerche insieme a Levi, sempre attraverso un laboratorio domestico.

L’importante scoperta

Poco dopo, nel 1947, riceve un’offerta che non poté rifiutare dal Dipartimento di Zoologia della Washington University. Accettando, la giovane Rita non era ancora consapevole che l’America diventerà una sorta di sua seconda patria, rimanendo lì per oltre trent’anni. Fino al 1977 rimase negli Stati Uniti, realizzando esperimenti fondamentali e risultati altrettanto straordinari. I suoi primi studi furono dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati.

Fu nel 1951-52, che durante la sperimentazione di un trapianto di tumore di topo sul sistema nervoso dell’embrione di un pulcino, Rita scoprì il fattore di crescita nervoso, ovvero una proteina essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Prendendo il nome di NGF, ovvero Nerve Growth Factor, tale studio aprì la strada ad un filone di ricerca che sarà legato indissolubilmente al nome di Rita Levi Montalcini. 

Attività sociale

Per circa un trentennio proseguì le ricerche su questa molecola proteica e sul suo meccanismo d’azione, per le quali nel 1986 le venne conferito il Premio Nobel per la Medicina. Parte del denaro ottenuto dal premio, fu devoluto alla Comunità ebraica di Roma per la costruzione di una sinagoga. Rita infatti fu molto attiva anche a livello sociale e politico, ricordiamo ad esempio l’istituzione nel 1995 della Fondazione Rita Levi Montalcini Onlus, finalizzata all’aiuto delle giovani donne dei paesi dell’Africa.

Parallelamente al lavoro negli Stati Uniti, Rita Levi Montalcini continuò a seguire diversi in progetti anche in Italia, per conto del Centro nazionale delle ricerche, dell’Istituto superiore di Sanità e di numerose società scientifiche. Dal 1999 fu Ambasciatrice di Buona Volontà della FAO e nel 2001 fu nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Qualche anno più tardi fondò a Roma l’Istituto Europeo di Ricerche sul Cervello, l’EBRI, con la finalità di svolgere attività di ricerca nel campo delle neuroscienze.

Ultimi anni

Nel corso della sua carriera ricevette 20 lauree ad honorem, tanto da rappresentare un esempio straordinario anche in tal senso. Impegnata fino alla fine sia a livello scientifico che sociale, si è spenta all’età di 103 anni, il 30 dicembre 2012, nella sua abitazione romana di viale di Villa Massimo.  

Federica.

ALMANACCO: 29 Dicembre muore il pittore Jacques-Louis David

Pittore e politico francese, Jacques-Louis David, morì il 29 Dicembre del 1825. Conosciuto per essere uno tra i primi pittori ad introdurre lo stile neoclassico in Francia, e punto di riferimento fondamentale per il periodo che va dalla Rivoluzione alla caduta di Napoleone.

David nacque a Parigi nell’agosto del 1748, in una famiglia borghese molto agiata. Questo gli permise di frequentare il Collège des Quatre-Nations iscrivendosi alla classe di retorica. In breve tempo, però, mostrò una evidente predisposizione per il disegno e la pittura, decidendo di seguire i corsi d’arte all’Académie Royale. Qui ebbe come maestro il pittore Joseph-Marie Vien, dal quale apprese i canoni dello stile in voga al tempo, ovvero il rococò.

Il viaggio di formazione

Divenuto il protetto del segretario dell’Académie, David ottenne il premio al Prix de Rome nel 1774, che gli permise di raggiungere l’Italia con un grande viaggio alla scoperta dell’arte. Qui completò la propria formazione con lo studio delle arti classiche e dell’arte rinascimentale, grazie ai geni Leonardo, Michelangelo e Raffaello, ma anche l’arte barocca di Caravaggio e Correggio. In questo periodo approfondisce anche la conoscenza degli scritti di Winckelmann, Mengs e altri teorici del Neoclassicismo.

Fu per questo che David sviluppò velocemente il proprio stile neoclassico, diventando uno dei principali capofila in Francia tra la fine del ‘700 e il primo ventennio dell’800. Nel suo percorso artistico fu innanzi tutto un pittore di storia, realizzando composizioni ispirate sia a soggetti mitologici, come Andromaca, Marte disarmato da Venere, sia alla storia romana e greca, come Bruto, Le Sabine, Leonida. David diede vita al suo stile, rappresentando soggetti dal mondo antico e basandosi sulla scultura Romana per forme e posture.

il Vrai Style

Dopo il viaggio in Italia torna a Parigi, presentando all’Accademia l’opera intitolata “Il compianto di Andromaca sul corpo di Ettore” per esprimere al meglio quello che aveva appreso, con lo scopo di esporre al Salon. Ovviamente venne accolto con favore, e decise di realizzare per l’occasione una grande pittura storica, ispirata al duello degli Orazi e dei Curiazi, tragedia molto popolare in Francia. Nacque così la famosa opera “Giuramento degli Orazi”, volutamente ideato per sottolineare il nuovo Stile Neoclassico, nel quale l’impostazione drammatica veniva fortemente enfatizzata.

Quest’opera fu acclamata rappresenta il momento in cui i tre fratelli Orazi giurano di sacrificare la propria vita per la patria. Nella sua semplicità e gravità, la tela riporta l’esaltazione dei valori morali e spartana semplicità dell’antica Repubblica romana. L’opera consacra dunque David come capofila della moderna scuola di pittura, che prende il nome di “Vrai style” (vero stile). Il termine Neoclassicismo non era ancora in uso, e apparirà solo alla metà dell’Ottocento, quando la scuola neoclassica sarà ormai al tramonto.

Periodo rivoluzionario

Negli anni successivi Jacques-Louis David ottiene un notevole successo anche in virtù dei sentimenti rivoluzionari che le sue opere lasciano trasparire. Con la Rivoluzione, infatti, cercò di adattare la sua ispirazione all’antico, verso soggetti contemporanei e più realistici, al fine di rappresentare le scene contemporanee della Rivoluzione Francese. E’ il caso della drammatica Morte di Marat, Il giuramento della Pallacorda e L’incoronazione. Egli stesso prese parte, in modo ardente e attivo, alla Rivoluzione francese, tanto che venne anche incarcerato, per poi essere liberato.

Decide di aprire una scuola, frequentata da allievi che giungono da tutta Europa, diventando un pittore molto famoso. Questo suo successo, arrivò a Napoleone, che per 16 anni lo fece diventare suo pittore ufficiale, descrivendo anno per anno il suo regno attraverso opere da lui stesso commissionate. Esempi furono i lavori Consegne delle Aquile, ma soprattutto la Coronazione di Napoleone e Giuseppina, che ne fu l’epilogo. A seguito della disfatta di Napoleone, David però fu esiliato a Bruxelles, dove restò fino alla sua morte.

Ultimi anni

David, lungo il corso della sua carriera, fu anche un ritrattista molto ricercato, facendo del ritratto il suo secondo genere prediletto. All’inizio della carriera e fino alla Rivoluzione, ritrae i suoi familiari, i notabili della sua cerchia, poi Napoleone, il Papa e qualche esponente del regime. Il suo catalogo comprende anche tre autoritratti e anche tre soggetti religiosi, ovvero un San Girolamo, il San Rocco che intercede presso la Vergine e un Cristo in croce. Gli si attribuisce un solo paesaggio e nessuna natura morta.

Questi lavori risultavano più piccoli, in dimensioni rispetto alle opere storiche, ma più ricchi di espressione. I suoi ritratti, mostrano una grande capacità tecnica e una profonda empatia con il personaggio, tanto che molti critici moderni li considerano i suoi lavori migliori. Anche se negli ultimi anni passati in esilio, ritornò a soggetti mitologici traendo ispirazione dal passato greco e latino, dipingendo con uno stile teatrale.

Federica.

mARTEdì: i personaggi senza pupille del BOCCACCINO

Oggi prenderemo in analisi un’opera misteriosa, forse una tra le più incredibili ed enigmatiche mai viste in un ambiente ecclesiastico. Parleremo dell’affresco realizzato dal Boccaccino, artista molto importante nella prima metà del Quattrocento, che presenterà nel complesso monastico di San Sigismondo, l’opera intitolata l’Adultera davanti a Cristo. Un dipinto che contiene una particolarità non ancora decifrata.

La chiesa di San Sigismondo è un luogo di culto cattolico di Cremona, sede delle suore domenicane di clausura, che rappresenta uno dei più significativi complessi decorativi del Manierismo cinquecentesco dell’Italia settentrionale. Il suo stile armonico e unitario, fu dettato dall’intervento di diversi pittori come i fratelli Campi, ma soprattutto Camillo Boccaccino. E’ proprio grazie a quest’ultimo, e grazie alla sua opera misteriosa, che la chiesa divenne così famosa.

I lavori del Boccaccino

Il contratto con la fabbrica di S. Sigismondo, firmato il 25 maggio 1535, affidava a Camillo Boccaccino la decorazione a fresco della calotta absidale e della volta del presbiterio, precisando i principali soggetti da svolgere. Pochi anni dopo, chiesero a Camillo di affrescare anche le pareti del presbiterio con due grandi scene della vita di Cristo, ovvero la Resurrezione di Lazzaro e L’Adultera davanti a Cristo.

In quest’ultimo affresco viene rappresentata la scena dell’adultera narrata nella Bibbia, dove è presente anche Gesù ed i Farisei. Nella rappresentazione dell’incontro tra Cristo e la peccatrice, il pittore entra in dialogo con la pittura manierista. L’affresco fra l’altro, non si trova in una zona “secondaria” della chiesa, ,ma è stato realizzato nientemeno che sulla parete di sinistra del presbiterio. Cosa che conferisce ancora di più l’importanza all’affresco.

L’assenza di pupille

Particolarità dell’opera, però è il fatto che tutti i personaggi, Gesù incluso, sembrano ciechi, perchè le loro pupille sono completamente bianche e vuote. Dopo secoli e secoli di distanza, ancora non conosciamo le ragioni che hanno spinto l’artista a rappresentare un episodio in questo modo originale. Questo è un fatto che dà alla pittura una dimensione quantomeno insolita e misteriosa, quasi eterea.

Una spiegazione potrebbe essere il dato che le pupille erano forse state realizzate con gemme preziose che furono successivamente trafugate. Oppure realizzate forse in un materiale che le rendeva “vive” e particolarmente lucide, un materiale forse organico che sarebbe svanito con il tempo. Questa spiegazione potrebbe anche derivare dalla realizzazione a secco, con legante proteico, andato però oggi perduto.

Mistero non ancora decifrato

Purtroppo non si hanno notizie certe. Anche se ci fosse stata una spiegazione scientifica sull’utilizzo di materiali e colorazioni che con il tempo possano essere svanite nel nulla, non si spiega come sia possibile che quel quadro sia unico. Ovvero che solo quell’opera al mondo sia stata realizzato in questo modo, senza sperimentare queste nuove tecniche su altri quadri, sia dall’artista stesso, sia da altri.

E se proprio fosse così, allora perchè l’opera non fu successivamente restaurata con l’aggiunta di nuove pupille realizzate con tecniche tradizionali sopra l’errore? Il mistero rimane. E’ inoltre curiosa un’iscrizione non lontana all’opera, realizzata nel terzo schienale del complesso ligneo del coro sotto il grande organo. Essa riportata addirittura in dialetto cremonese recitava: “el torto va in tute tache”, ovvero le cose malfatte finiscono in nulla.

Federica.

ALMANACCO: 28 Dicembre nasce il fumettista Stan Lee

Fumettista, editore, produttore cinematografico e televisivo statunitense, Stanley Martin Lieber, o meglio noto come Stan Lee, nacque il 28 Dicembre del 1922. Considerato uno dei più importanti autori di fumetti, divenne noto per essere stato presidente e direttore della casa editrice di fumetti Marvel Comics. Diede vita ad un sacco di eroi dei fumetti americani come Spider-man, Hulk, Iron Man, Dottor Strange, i Fantastici 4. 

Nato nel 1922 a New York, da una famiglia di immigrati ebrei con origini romene, che si trasferirono in America in cerca di fortuna. Fin da subito amante della scrittura e dei fumetti, Stan da ragazzo iniziò a lavorare per Martin Goodman presso la casa editrice Timely Comics in qualità di addetto alle copie. Azienda che più in là sarebbe diventata la famosissima Marvel Comics.

L’esordio difficile

Nel giro di breve tempo, però, grazie alle sue qualità alla sola età di 17 anni, riuscì a passare da semplice scrittore di riempitivi, in uno sceneggiatore di fumetti a tutti gli effetti. Per un breve periodo prese parte alla Seconda Guerra Mondiale come membro dell’esercito americano, cosa che lo fece temporaneamente allontanare dalla scrittura. Fu però, solo successivamente a questi anni bui, che il giovane iniziò la sua ascesa nel mondo del fumetto, senza mai più abbandonarlo.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, tuttavia attraversò un periodo difficile, a causa delle controverse opinioni che l’opinione pubblica americana aveva del fumetto ed allo stesso tempo per il nuovo Comics Code. Infatti in quel periodo, una campagna moralizzatrice portata avanti dal senatore Estes Kefauver, accusò i fumetti di corrompere le menti dei giovani con immagini di violenza e sessualità ambigua. Questo lo portò a non sentirsi più appagato dalla propria mansione, valutando addirittura l’opportunità di lasciare il settore fumettistico.

La nascita dei suoi eroi umanizzati

Verso la fine degli anni cinquanta, la DC Comics sperimenta una nuova linfa del genere degli eroi dando vita al supergruppo Justice League of America. In risposta, Martin Goodman assegnò a Stan Lee il compito di creare un nuovo gruppo che si scontrasse con il successo ottenuto dalla DC Comics. Dalla nascita di questo gruppo sarebbero così derivati i grandi personaggi noti al pubblico come i Fantastici 4, Hulk, Thor, Iron Man e gli X Men. Fu questo il momento in cui la sua vita e la sua carriera cambiarono del tutto.

A ognuno dei personaggi su cui lavora offre un’umanità sofferta, così che il super eroe non è più un protagonista invincibile, ma ha tutti i difetti degli uomini comuni, dall’avidità alla vanità, dalla malinconia alla rabbia. Il suo merito fu infatti quello di rendere gli eroi più vicini alla gente. Questo però li portava ad avere un brutto temperamento, tanto che litigavano fra di loro, erano preoccupati dai conti da pagare e dall’impressionare le loro ragazze, e qualche volta si ammalavano pure.

Lee e la rivoluzione Marvel

Con il passare degli anni Stan Lee diventa un punto di riferimento e una figura di prestigio per la Marvel, diventandone sceneggiatore, supervisore e direttore artistico delle serie. Inoltre per l’azienda moderò le pagine della posta, scrisse una redazione mensile intitolata “Stan’s Soapbox”, e innumerevoli articoli promozionali, firmandoli sempre con il suo caratteristico “Excelsior!”. Inoltre approfitta della sua reputazione e della sua immagine pubblica per partecipare, in tutti gli Stati Uniti, a convention dedicate ai fumetti.

Per dare vita a suo lavoro in modo veloce, rispettando le scadenze, usò un sistema oggi conosciuto come il Metodo Marvel o Stile Marvel, che consisteva nella realizzazione di una sintesi schematica invece di una sceneggiatura completa. Basandosi poi su questo schema, il disegnatore riempiva le pagine, stabilendo e disegnando la composizione e la successione delle vignette (story-telling). Dopo essere pronte, le tavole venivano consegnate a Lee che avrebbe scritto i testi nelle nuvolette, controllando quindi il lettering e la colorazione. In effetti il disegnatore era anche co-sceneggiatore, provvedendo a un primo abbozzo che Lee elaborava.

Dissapori e dispute

Per via di questo sistema l’esatta divisione dei meriti creativi fu molto discussa, specialmente nei fumetti disegnati da Kirby e Ditko. Aspre furono le dispute con questi due disegnatori, tanto che portò soprattutto quest’ultimo ad abbandonare la collaborazione con la Marvel fino agli inizi degli anni 70. Coincidenza volle che fu proprio in quel periodo che Lee abbandonò le cariche creative a favore di ruoli manageriali.

Ci furono però anche dei dissapori con Kirby, in quanto reclamava i diritti sulle sue opere che la Marvel non voleva riconoscergli. All’epoca, infatti, i disegnatori venivano pagati poco per le loro opere e i diritti di sfruttamento restavano alla casa editrice, anche se a partire dagli anni novanta la situazione è nettamente cambiata, con soprattutto il riconoscimento agli autori di diritti sulle opere. Quindi anche se ci furono aspri dissapori, alla fine tra Kirby e Lee ci fu una sorta di riconciliazione.

Fama e ultimi anni

Negli ultimi anni Lee si trasferì in California per lavorare a progetti cinematografici e televisivi della Marvel, anche se non abbandonò mai la carriera di scrittore, sceneggiando fra le altre cose le strisce per i quotidiani dell’Uomo Ragno. Inoltre durante il boom delle dot-com, Lee prestò il suo nome e la sua immagine a StanLee.Net, una compagnia online amministrata da altri, nel tentativo di miscelare animazioni internet con le tradizionali strisce a fumetti. Esperimento, che tuttavia, si rivelò fallimentare, anche a causa di un’amministrazione non oculata.

Nel 2000, Stan Lee realizzò il suo primo lavoro per la DC, lanciando la serie Just Imagine, in cui reinventa numerosi supereroi DC, compresi Superman, Batman, Wonder Woman, Lanterna Verde e Flash. Nel frattempo le sue apparizioni sul grande schermo si moltiplicano, in molti film appare come comparsa affianco dei suoi supereroi. Alla sua morte, avvenuta il 12 novembre 2018, all’età di 96 anni, Roy Thomas lo successe come caporedattore della Marvel.

Federica.