ALMANACCO: 27 Dicembre muore l’ingegnere Gustave Eiffel

Importante ingegnere e imprenditore francese, Gustave Eiffel morì il 27 dicembre del 1923. Specialista in strutture metalliche sensazionali, divenne famoso soprattutto per la costruzione della famosissima Torre Eiffel, realizzata in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1889.

Nato a Digione nel 1832, da una famiglia benestante di origine tedesca. Fin da piccolo fu amante delle materie tecniche, tanto che all’inizio studiò all’École Centrale des Arts Manifactures di Parigi, per poi dopo il diploma, iniziare a lavorare per una compagnia che realizza ponti ferroviari. Le sue attività si concentrarono nell’aiuto di diverse imprese di costruzione, fino ad ottenere con il tempo, il grado di ingegnere consulente.

Le prime esperienze

Verso la metà del secolo cominciò a occuparsi di costruzioni in ferro, in relazione ai problemi suscitati dalla costruzione delle nuove ferrovie. La prima importante esperienza arrivò nel 1858, quando divenne supervisore della costruzione del ponte Saint-Jean sulla Garonna a Bordeaux. Fu grazie a questa esperienza che nel 1867, decise di dare vita ad una propria azienda per la costruzione di laminati in acciaio diventando presto un tecnico di fama internazionale nell’impiego di questo materiale.

Qualche anno più tardi infatti ottenne la commissione per un’altra grande opera, il Magasin Au Bon Marché, ovvero un edificio con un’innovativa copertura in vetro e ferro che dava l’impressione di essere all’aperto nonostante fosse al chiuso, cosa che per l’epoca era decisamente inusuale e all’avanguardia. Circondatosi di abili collaboratori, iniziò un lavoro di sperimentazione sull’uso di tecniche di costruzione innovative, come le travi reticolari, i ponti smontabili ed i cassoni ad aria compressa. 

La Torre Eiffel

Nel 1887, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, avvia la costruzione della famosissima Tour Eiffel. Costituita da una struttura di circa 16.000 travi di acciaio, la torre misura 312 metri d’altezza e pesa 7.300 tonnellate. Per l’epoca, fu un’opera talmente innovativa da valere al suo ideatore il soprannome di “mago del ferro”. Con quest’opera diede fondo alla sua visionarietà costruendo la famosa torre che ancora oggi porta il suo nome.

La struttura fu l’espressione completa di un’impostazione tecnica tesa a ottenere allo stesso tempo delle alte qualità di flessibilità e una resistenza con un minimo peso. Le notevoli dimensioni della torre, oltre alle qualità strutturali e al suo inserimento nel paesaggio urbano, però suscitarono immediati e contrastanti giudizi da parte della cultura architettonica del periodo, influenzando però senza dubbio molte successive tecniche di progettazione.

La Statua della Libertà

Tra gli incarichi più prestigiosi, c’è anche quello per la costruzione dell’intelaiatura metallica della Statua della Libertà. La realizzazione di questa struttura però ebbe una gestazione più complessa e stratificata in diversi rivoli, a partire dalle responsabilità per la progettazione. Disegnata esternamente dallo scultore Frédéric-Auguste Bartholdi, l’opera venne invece realizzata internamente da Eiffel che si occupò del supporto interno e delle intelaiature.

Dopo i travagli dovuti alla non facile costruzione, la presentazione del monumento terminata avvenne nel 1884, donata dalla Francia agli Stati Uniti, come simbolo di amicizia tra i due Paesi. per il trasporto in America, però la statua venne nuovamente smontata, i cui pezzi furono imballati e inviati via mare agli Stati Uniti, dove giunse all’Isola della Libertà il 19 giugno 1885 e di conseguenza ricostruita.

Ultimi anni

A partire dai primi anni del Novecento, Eiffel abbandona il campo delle costruzioni e si dedica allo studio dell’aerodinamica, della meteorologia e delle radiocomunicazioni. Proprio nella torre, ricava un laboratorio personale dove conduce molti esperimenti. Gustave Eiffel muore a Parigi il 28 dicembre 1923, all’età di 91 anni. Oltre alla Tour Eiffel, viene ricordato per avere aperto la strada a nuove tecniche di progettazione

Federica.

ALMANACCO: 26 Dicembre nasce il pittore Renato Guttuso

Renato Guttuso, nasce a Bagheria, in Sicilia, il 26 Dicembre 1911. Fu tra i più significativi artisti dell’arte italiana contemporanea, distinguendosi per una visione dolorosamente ma umanamente poetica e per la ricchezza delle forme stilistiche. Artista che segnò profondamente il Novecento, inconfondibile per l’uso di forti colori e tratti nelle sue opere.

Nato tra gli acquarelli di suo padre, entrò da giovanissimo a far parte di alcune botteghe di pittori emergenti, tra cui Emilio Murdolo. Successivamente al completamento degli studi classici, si trasferì a Roma, intorno al 1930. Qui strinse rapporti di amicizia con Mafai, Pirandello, Trombadori, che influenzarono molto la sua pittura.

Guttuso e il mondo della politica

L’impegno politico è stato forse l’elemento che più caratterizzò la pittura di Renato Guttuso. Divenne il portavoce di una giovane generazione di artisti con un’avversione per la politica e le mode culturali del regime fascista. Essi esprimevano sui giornali e attraverso le loro opere, le opinioni sulla libertà creativa e sull’imperativo morale del realismo.

Guttuso, infatti, illustrò i suoi ideali in una serie di opere di grandi dimensioni, da “Esecuzione in campagna” (1938-39), “Fuga dall’Etna” (1940) e “Crocifissione” (1941). Quest’ultima è la sua opera più famosa ed uno dei quadri più significativi del Novecento. Accentua la sua vena polemica verso le questioni sociali, diventando un animatore del movimento realista. Tanto che dopo il 1943 partecipa attivamente alla Resistenza antifascista.

Il periodo del realismo

In vari articoli, Renato Guttuso si batte a favore di un realismo descrittivo, popolare e accessibile alle masse, guardando con interesse alle soluzioni dell’avanguardia europea. Fonte d’ispirazione per le sue opere furono i grandi artisti del tempo, come Botticelli e Picasso, nel cosiddetto primo periodo “Blu”.

Le sue opere trattarono sempre, di temi sociali e di vita quotidiana, come nella serie delle Cucitrici. Durante gli anni Cinquanta, infatti, il pittore fu l’esponente principale di una corrente realista, impegnata a fianco del Partito Comunista Italiano. Il legame tra Guttuso e il PCI iniziò già negli anni ’40, per il quale disegnò anche il celebre simbolo con falce e martello su bandiera rossa.

Ultimi anni di vita

Negli anni della maturità, Guttuso, continuò a dipingere grandi affreschi di eventi contemporanei, spesso con toni allegorici, immagini di ispirazione autobiografica e contadina, politicamente connotate. Lo spirito polemico affiora prepotente nell’artista raggiungendo la punta massima con la grande tela “I funerali di Togliatti” (1972), opera manifesto dell’antifascismo.

Nominato senatore della Repubblica nel 1976, muore a Roma il 18 Gennaio 1987 lasciando alla sua città natale molte opere che sono raccolte nel museo di Villa Cattolica a Bagheria. Alla sua morte, ebbe anche un funerale laico e di partito, caratterizzato dalla presenza di bandiere rosse del Partito Comunista Italiano.

Federica.

ALMANACCO: 25 Dicembre si festeggia il Natale

Tra i momenti che hanno segnato un solco nella storia dell’umanità, di certo vi è la nascita di Cristo. A prescindere dal significato religioso che si voglia attribuire al Natale, quel giorno, datato a oltre duemila anni fa, cambiò per sempre la storia del nostro mondo. Certamente nella storia dell’arte, il tema del Natale ci porta a considerare l’aspetto religioso e dunque l’arte Sacra, in cui viene rappresentato il momento della Natività del Signore.

Per Natività nell’arte si intende una rappresentazione della Sacra Famiglia, con Maria e Giuseppe e il piccolo Gesù neonato in fasce, in una grotta o in una capanna, e spesso raffigurati con il bue e l’asino. Spesso troviamo anche a volte i pastori con le pecore e i Magi, che in adorazione salutano la nascita del Messia. Di particolare importanza è la stella cometa in cielo.

Opere e cambiamenti

La celebrazione del Natale nella tradizione cristiana si impose intorno al IV secolo per sostituire la festa del “dio sole mai vinto”, legata al solstizio d’inverno. Anche per questo motivo, gli elementi iconografici del Natale sono legati alla luce e le tenebre. La prima rappresentazione della Natività si rintraccia addirittura nelle Catacombe di Priscilla a Roma, espressione del desiderio dei primi cristiani di raffigurare visivamente il momento decisivo descritto dai Vangeli.

Ma è soprattutto durante il Medioevo e il periodo rinascimentale, che abbiamo i più grandi esempi di opere d’arte raffiguranti la natività. Fra le rappresentazioni più importanti c’è ovviamente quella di Giotto, affresco del ciclo delle Storie di Gesù nella Cappella degli Scrovegni di Padova databile tra il 1303 e il 1305. La capacità dell’artista si nota soprattutto nell’originalità di composizione, in quanto Giuseppe, risulta accovacciato, stanco e dormiente, per evidenziare il suo ruolo non attivo nella procreazione. Stessa cosa per Maria, distesa dopo aver partorito Gesù, e accudita da un’inserviente.

Altra opera della Natività è quella di frate domenicano Beato Angelico, che considerava la pittura un atto di devozione, simile a pregare. Il suo affresco venne realizzato tra il 1440 in un ciclo svolto per decorare le stanze del convento di San Marco a Firenze. Nella sua opera si ritorna alla tradizionale composizione, con la nascita del Bambin Gesù, circondato da Giuseppe e Maria in adorazione e preghiera, e altre due figure. La particolarità dell’opera, sta nel fatto che la mangiatoia non viene usata come culla per il neonato, che invece viene riposto a terra, senza veli ne coperte.

Analizziamo anche Piero della Francesca, uno degli artisti più interessanti dell’arte italiana, per l’uso di prospettiva e rigidi calcoli matematici. Anche nella sua Natività gli elementi dell’opera e le figure simboliche rispettano quelle che erano le sue idee geometriche. Contrasti che possiamo vedere nell’asino che raglia posizionato affianco al coro degli angeli che inneggiano al Gesù bambino. Tale contrasto evidenzia la netta contrapposizione tra la volgarità terrena e la poesia celeste. Di rilevante importanza è invece l’assenza di Giuseppe.

Anche Botticelli dipinse nel 1501 una Natività, definita Mistica dagli storici, per il complesso sistema di simbologie e rimandi con il quale è progettata. Quest’opera infatti venne realizzata nel secondo periodo artistico dell’artista, ovvero quello in cui diventa mistico, quasi fanatico e assuefatto dai temi sacri. Ovviamente troviamo la composizione tradizionale della Natività nella parte inferiore, con la presenza di molti angeli disposti in maniera ritmica. Nella parte superiore invece sembrano danzare sospesi, quasi a formare una cupola sopra la Sacra Famiglia.

Qualche anno più tardi, esattamente nel 1505, anche Giorgione si dedicò alla rappresentazione della Natività, ma come vedremo, in modo completamente diverso rispetto a Botticelli. Come sempre, nelle opere di Giorgione ci sono due elementi che colpiscono lo spettatore: l’attenzione ai paesaggi e la resa dei colori, che rendono l’opera molto realistica. L’artista veneto infatti ha sempre curato con molta attenzione gli ambienti nei quali colloca le sue opere, spesso colmi di significati simbolici, come lo sfondo placido e sereno che fa da contorno ad una scena in cui prevalgono la dolcezza e il silenzio.

Di particolare e straordinaria fattura è l’opera di Jacopo Tintoretto, artista soprannominato “Il furioso”, per l’uso violento dei colori e le sue iperboliche prospettive. Dettagli che colpiscono lo spettatore, dando l’impressione di precipitare nel dipinto. Anche in quest’opera, realizzata per le sale della Scuola Grande di San Rocco a Venezia, la prima cosa che colpisce è la profondità della scena, che si sviluppa su due diversi piani, quella dei pastori al piano terra e quella della Sacra Famiglia in alto. Molto importante è anche l’uso del contrasto tra ombre e luce.

Dello stesso avviso fu anche Caravaggio, artista che divenne famoso proprio per la realizzazione di opere totalmente in ombra ma estremamente simboliche. Questo dipinto è una bellissima rappresentazione della natività in modo del tutto realistico, trasformando le figure sacre in personaggi quotidiano, individui poveri e umili in cerca di un posto dove dormire. La madonna, in particolare, è rappresentata nella sua essenza terrena, come una madre stanca dopo il parto che ammira Gesù bambino, frutto del suo grembo.

Per ultimo nella lista di artisti che raffigurano l’evento della Natività, troviamo a distanza di anni dai precedenti, il pittore ferrarese Gaetano Previati. Appartenente al filone dell’arte divisionista, amava dividere il colore in singoli punti e linee, che interagendo tra loro, donavano un senso di continuità visiva. Inoltre questa resa visiva spettacolare, era aumentata dai colori abbaglianti e chiari che venivano posti in contrasto. Anche nel caso della Natività, non farà eccezioni.

Federica.

ALMANACCO: 24 Dicembre nasce Sant’ Ignazio di Loyola

Famoso santo spagnolo, Ignazio di Loyola nacque il 24 Dicembre del 1491. Diventò celebre per essere fondatore della Compagnia di Gesù, un istituto religioso maschile di diritto pontificio, i cui membri sono chierici regolari, detti Gesuiti. Nel 1622 fu proclamato santo da papa Gregorio XV.

Íñigo López nacque nel 1491 nel castello di Loyola, in Spagna, città da cui poi prese il nome. A soli 7 anni, dopo la morte precoce della madre, fu costretto a diventare paggio al servizio di Juan Velázquez de Cuéllar, tesoriere del regno di Castiglia e di lui parente. La vita cortigiana in cui è costretto a vivere, è improntata sulla lealtà alla corona e sui desideri di potere, ma anche al contrario su uno stile di vita sregolato e senza freni morali.

La conversione

E’ proprio qui che le arti, gli agoni e la guerra diventano il suo pane quotidiano. E’ infatti nel 1507 che prese servizio nell’esercito, partecipando a diverse campagne militari, dando prova di caparbietà e destrezza. Ma fu durante l’assedio del 1521, al Castello di Pamplona da parte delle truppe francesi, che Ignazio rimase gravemente ferito e costretto ad una lunga convalescenza nella casa di famiglia.

Durante la degenza ebbe l’occasione di leggere numerosi romanzi cavallereschi ma anche testi religiosi, molti dei quali dedicati alla vita di Gesù e dei santi. Travolto dal desiderio di cambiare vita, decide di convertirsi e, ispirato dalla vita di San Francesco d’Assisi, si recò in Terra santa, per vivere come mendicante. Iniziò un lungo periodo di pellegrinaggio esteriore e interiore, realizzando un vero e proprio itinerario del “pellegrino”, che ebbe come prima tappa il paese di Manresa, vicino Barcellona.

La missione e gli Esercizi Spirituali

E’ un tempo di consolazioni e profonde desolazioni, dove la vita passata non smette di tormentarlo, così come i mille scrupoli del presente. Il suo modo di vivere, con frequenti digiuni e penitenze, indebolirono il suo corpo e il suo spirito, tanto che penserà anche al suicidio. Ovviamente però ebbe anche momenti mistici e di elevazione spirituale, come la grande visione che ebbe sul fiume Cardoner a Manresa.

Fu però in questo periodo che elabora un proprio metodo di preghiera e contemplazione, basato sul discernimento, ovvero una capacità per la differenza tra gioia e tristezza. Risultato di tutte queste esperienze darà vita agli Esercizi Spirituali, opera in cui descritte una serie di meditazioni che il futuro ordine dei Gesuiti adotterà, e che influenzerà profondamente anche i futuri metodi di propaganda della Chiesa cattolica.

I viaggi di formazione

Il cammino, sempre improntato a quello di un pellegrino, lo portò a Gerusalemme, dove però gli fu proibito di stabilizzarsi come avrebbe voluto, per cui decise di tornare in Europa. Qui fece tappa a Roma, durante la Settimana Santa di papa Adriano VI, e a Venezia. Ritornò poi in Spagna, più precisamente a Barcellona, dove si dedicò agli studi della grammatica latina, con l’obiettivo di intrattenere conversazioni spirituali e per aiutare al meglio gli altri.

Questi studi lo portarono a Parigi, per approfondire la formazione filosofico-teologica, riuscendo anche a concluderli, ottenendo il grado di maestro in artibus. Tra i banchi di scuola, si legò ad un gruppetto di giovani studenti di diversa nazionalità, che erano animati dallo stesso ideale di aiutare gli altri. Ignazio, chiamando il gruppo “gli amici di Gesù”, iniziò a predicare a loro e a diffondere quelli che erano i suoi Esercizi Spirituali. Tutti insieme decisero di fare voto di castità e di obbedienza, e di partire in Terrasanta per annunciare il Vangelo.

La Compagnia del Gesù

Fu il 15 agosto 1534 che Ignazio e gli altri sei studenti fondarono la “Compagnia di Gesù”, allo scopo di vivere come missionari a Gerusalemme o recarsi incondizionatamente in qualsiasi luogo il Papa avesse loro ordinato. Ignazio preparò il testo per la costituzione del nuovo ordine, la cosiddetta Formula Instituti, in cui vennero espressi tutti i principi, le attività e i voti fatti dalla Comunità. Con questo testo si diresse a Roma per farlo approvare, dove trovò una congregazione di cardinali che si dimostrò favorevole al testo.

Di conseguenza Papa Paolo III il 27 Settembre del 1540, confermò ufficialmente, con la bolla papale Regimini militantis Ecclesiae, la fondazione della Compagnia di Gesù. L’unica limitazione del Papa fu però circoscrivere a sessanta il numero dei membri dell’ordine, anche se questa idea venne completamente cancellata solo 3 anni più tardi. Con l’approvazione papale, inoltre la Compagnia dovette eleggere un proprio superiore, che fu ovviamente Ignazio, diventando a tutti gli effetti un preposito generale.

Ultimi anni

Negli ultimi anni di vita, Ignazio decise di raccontare per iscritto come il signore lo avesse guidato dall’inizio della sua conversione fino alla fondazione della Compagnia. Questa Autobiografia intitolata anche Il racconto del pellegrino, narra in terza persona gli eventi accaduti come se fosse un vero e proprio testamento spirituale. Nello stesso anno Ignazio di Loyola fonda il primo Collegio dei Gesuiti, prototipo di tutti gli altri collegi che i gesuiti fonderanno nel mondo, facendo dell’insegnamento caratteristica distintiva dell’ordine.

Ignazio di Loyola muore a Roma il 31 luglio 1556. Viene beatificato nel 1609 da Papa Paolo V, e proclamato santo nel 1622 da papa Gregorio XV. Il suo corpo verrà collocato in un’urna di bronzo dorato, e posizionato nella Cappella di Sant’Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma.

Federica.

ALMANACCO: 23 Dicembre muore la collezionista d’arte Peggy Guggenheim

Collezionista d’arte e mecenate statunitense, Peggy Guggenheim morì il 23 Dicembre del 1979. Divenne celebre per essersi dedicata completamente all’arte e alla sua collezione di opere risalenti a gran parte del XX secolo. Si legò quindi a molti artisti importantissimi del periodo, dando vita successivamente ad un vero e proprio museo, oggi sito in un palazzo galleggiante di Venezia, il Palazzo Venier dei Leoni.

Nacque nel 1898 a New York, in una famiglia ricca e influente, di banchieri, da parte materna, ed estrattori di metalli preziosi, da parte del padre. Peggy però fin da subito si mostrò disinteressata ad accumulare ricchezze e minerali, preferiva infatti l’arte e gli ambienti delle Avanguardie artistiche.

Il suo mondo nell’arte

A soli 14 anni, con la morte del padre avvenuta a causa dell’affondamento del Titanic, ereditò circa 2,5 milioni di dollari statunitensi. Con tale somma, Peggy decise di intraprendere un viaggio alla scoperta del mondo, dalle Cascate del Niagara alla frontiera messicana, fino ad arrivare all’Europa. Fu proprio in giro per il mondo, e frequentando circoli e salotti, che conobbe Laurence Vail, un pittore squattrinato del movimento dadaista, che la avvia al mondo dell’avanguardia, e lo sposò subito dopo.

Grazie al marito, a Parigi iniziò a frequentare i salotti bohémien e strinse amicizie con i primi artisti dell’avanguardia europea, molti di coloro che avrebbero scritto la storia dell’arte del Novecento. Tra questi ci fu Marcel Duchamp, Constantin Brancusi, Romaine Brooks, Man Ray, e strinse amicizia, inoltre, con la scrittrice Djuna Barnes, di cui diventa protettrice durante la fase di scrittura del libro “Nightwood“.

La prima galleria

In seguito al divorzio dal marito, avvenuto nel 1928, Peggy inizia a vagare per il continente europeo insieme ai figli, facendo spesso tappa a Londra e Parigi. Fu proprio nella capitale inglese che nel 1938 inaugurò, insieme a Jean Cocteau, la Galleria Guggenheim Jeune, che avrebbe ospitato la prima di una lunga serie di collezioni che la renderanno negli anni, la più importante sostenitrice dell’avanguardia europea. Tra i vari artisti che esporranno nella galleria, ricordiamo Kandinskij, Picasso, Ernst, Braque, Moore, Boccioni, Brancusi, Duchamp, Arp, Dalì, Mondrian.

Appassionatasi all’arte, Peggy decise, esattamente un anno dopo, di trasformare la sua collezione londinese in un vero e proprio museo. Incurante della Seconda Guerra Mondiale inoltre, decise di acquistare un grande numero di opere d’arte, tra cui spiccano i nomi di artisti che di lì a pochi anni faranno la storia dell’arte del XX secolo. Era infatti intenzionata a comprare un grande quadro al giorno. Ma con l’avanzata dell’esercito tedesco verso Parigi, nel 1941 la collezionista decise di lasciare la città e tornare a New York, la sua città natale.

Il successo

Tornata a New York, inaugurò nel 1942 la galleria d’arte Art of This Century, progettata dall’architetto Frederick Kiesler attraverso spazi espositivi innovativi, che la resero subito una delle sedi espositive di arte contemporanea più stimolanti di tutta la città. Peggy espose qui la propria collezione di arte cubista, astratta e surrealista, di cui ne pubblicherà successivamente un catalogo curato insieme ad André Breton e Max Ernst. Fu proprio con quest’ultimo, pittore surrealista, che si sposò, anche se vi rimase per soli due anni.

Organizza inoltre mostre dei maggiori artisti europei e di molti giovani artisti all’epoca sconosciuti, tra cui spicca il nome di Jackson Pollock. Fu infatti grazie alla Guggenheim che egli, così come altri artisti, poté entrare in contatto con l’avanguardia europea e, di conseguenza diventare il maggiore esponente dell’Espressionismo astratto, che affonda le radici nel Surrealismo. E così Peggy e la sua collezione svolsero un ruolo chiave nello sviluppo del primo movimento artistico americano di importanza internazionale.

La Collezione di Venezia

Con la fine del conflitto mondiale, Peggy decise di ritornare in Europa, più nello specifico a Venezia, dove la sua collezione venne esposta per la prima volta alla XXIV edizione della Biennale d’arte nel 1948. Non solo è la prima volta che in Europa si ha occasione di vedere le opere di artisti come Pollock e Rothko, ma la collezione racchiude opere cubiste, astratte e surrealiste, tanto che l’intero padiglione diventa l’esposizione più completa e coerente del modernismo mai presentata fino ad allora in Italia.

Fu grazie a questa grande fama che ottenne in Italia, che decise di acquistare nello stesso anno il Palazzo Venier dei Leoni, un edificio settecentesco incompiuto lungo il Canal Grande, dove si trasferì. Qui spostò definitivamente anche la sua collezione che dal 1949 venne aperta al pubblico come Collezione Peggy Guggenheim. Essa divenne uno dei più importanti musei italiani sull’arte europea e americana della prima metà del XX secolo, abbracciando opere che vanno dal Cubismo, al Surrealismo e all’Espressionismo.

Ultimi anni

La collezionista visse a Venezia nel Palazzo Venier dei Leoni fino al 1979, anno in cui si spense all’età di 81 anni. Le sue ceneri sono oggi conservate nel giardino del palazzo veneziano. Prima di morire però Peggy Guggenheim decise di donare sia il palazzo che l’intera collezione di opere d’arte alla Fondazione Solomon Guggenheim, creata dallo zio Solomon a New York nel 1937. Della Fondazione fanno parte anche il celebre Solomon R. Guggenheim Museum di New York e il Guggenheim Museum Bilbao.

Federica.

ALMANACCO: 22 Dicembre nasce il pittore Jean-Michel Basquiat

Writer e pittore statunitense, Jean-Michel Basquiat nacque il 22 Dicembre del 1960. Esponente del graffitismo americano, divenne famoso anche per la sua forte amicizia con Andy Warhol, con cui portò avanti il genere artistico della Pop Art. Portò l’arte alla disposizione della metropoli, città in pieno fermento dove soldi, droga e divertimento scorrevano a fiumi. Ecco perchè la sua arte viene considerata folle, fugace ed esplosiva.

Nasce a New York nel 1960, da genitori di origine portoricana, cosa che influenzò molto il suo aspetto e la sua bellezza. Sin da piccolino Basquiat, mostrò un forte interesse per l’arte, spinto anche dalla madre che lo accompagnava in giro per i grandi musei di New York. Con il divorzio dei suoi, all’età di 7 anni, fu costretto a vivere in un istituto artistico per ragazzi dotati, dove fece amicizia con Al Diaz, un writer di talento, che dipinge graffiti per le città newyorkesi.

Gli esordi artistici

Fu proprio in seguito all’amicizia con Al Diaz, che Basquiat verrà rapito dall’arte dei graffiti, iniziando proprio a dipingere su muri e su tele. Entrambi iniziano a realizzare i misteriosi aforismi firmati con l’acronimo SAMO (SAMe Old Shit), graffiti contenenti spesso frasi rivoluzionarie o apparentemente insensate. Ma la svolta della sua vita avviene quando, all’età di diciotto anni, decide di abbandonare gli studi, pagati dal padre, per iniziare una vita da artista di strada e si guadagna da vivere vendendo cartoline e magliette da lui dipinte.

Ovviamente però questo non gli permise di vivere al meglio, tanto che spesso dormiva in un cartone in un parco di New York. Ecco perchè la sua vita spesso iniziava di notte, frequentando i locali più cool della città, bevendo alcool e assumendo droghe. Questa vita poco sana, non gli permetteva di vivere bene tanto che alcune volte, aveva il bisogno di prostituirsi con molte donne e anche con gli omosessuali incontrati nei club, per guadagnare qualche soldo in più.

Amicizia con Warhol

E’ proprio in uno di questi club, che una sera, incontrò il suo idolo Andy Warhol, artista già affermato a New York. Barquiat lo fermò per parlargli e proporgli le sue cartoline dipinte, ed fu così convincente che alla fine riuscì a vendergli alcuni suoi lavori. L’artista stupefatto del talento del giovane, lo coinvolse nella sua arte, insegnandogli le tecniche di pittura tipiche della Pop Art. Nell’autunno del 1982 inizia una relazione con la giovane cantante italoamericana Madonna, anno in cui entra anche nella Factory di Andy Warhol.

La conoscenza di Warhol influisce profondamente sulle opere di Basquiat, tanto che i due infatti intrapresero una proficua collaborazione, allestendo assieme una mostra il cui manifesto li ritrae come protagonisti di un incontro di boxe. Fu così che in soli tre anni, Basquiat diventa un simbolo del movimento pop art. La sua caratteristica è usare le parole nei dipinti che riflettono soprattutto la condizione della comunità afroamericana. Parole, che spesso vengono cancellate, irrompono sulla tela come parte integrante, sia concettuali che decorative.

La fama e il successo

La sua carriera comincia a decollare, tanto che partecipa all’esposizione collettiva The Times Square Show e alla retrospettiva New York/New Wave, insieme ad altri artisti come Robert Mapplethorpe e Keith Haring. Oltre che a New York, inizia ad esporre anche in tutte le capitali mondiali, come Zurigo, Rotterdam, Hannover, fino ad arrivare a Tokio

Nel giro di poco tempo, ottenne un discreto successo negli ambienti culturali dell’Est Village, grazie anche alle ripetute apparizioni televisive ai programmi di Glenn O’Brien. Ciò apre la strada al successo della street art e alla sua consacrazione nel panorama dell’arte contemporanea. Le opere di Basquiat con dei netti riferimenti al graffitismo, hanno aiutato fenomeni futuri come Banksy a ottenere il successo della critica d’arte e ad entrare nei musei.

Ultimi anni

Le sue priorità appaiono però sempre le stesse, ovvero l’arte, le donne, la droga. Anche il suo rapporto con il lavoro è altalenante. Passava da stati di inerzia assoluta a periodi di improvvisa iperattività. Spesso si svegliava nel cuore della notte e dipingeva come se si trovasse in uno stato di trance, forse a causa dell’uso di stupefacenti che Basquiat fece fin dai 17 anni di età.

Questo lo portò con il tempo ad avere disturbi mentali, che ovviamente influenzarono negativamente la sua carriera. Man mano i suoi amici, che avevano tentato di aiutarlo a disintossicarsi, cominciano ad allontanarsi da lui, tanto che alla morte di Warhol gli venne chiesto di non partecipare ai funerali. Basquiat muore all’età di ventisette anni per una forte overdose di eroina.

Federica.

mARTEdì: le 3 versioni del Bacio di FRANCESCO HAYEZ

Come sappiamo, oggi è la data in cui morì uno fra i pittori più importanti della storia dell’arte, ovvero Francesco Hayez. Conosciuto come il massimo esponente della pittura romantica, divenne famoso per dare vita a ricostruzioni storiche veritiere, date dalla fusione tra soluzioni formali ancora neoclassiche e nuovi temi storici di valore civico-politico.

Un’opera fondamentale per capire questo stile romantico, politico e patriottico dell’artista, è il Bacio, quadro di straordinaria rilevanza, conosciuto in tutto il mondo. Questo quadro, per quanto iconico, venne riprodotto in 3 versioni differenti, realizzate tra il 1859 e il 1879 e che sono attualmente esposte insieme, l’una accanto all’altra, in una sala della Pinacoteca di Brera a Milano, insieme ad altre opere dell’artista in una mostra dedicatagli.

Prima Versione

La prima ed ufficiale versione del dipinto fu presentata nel 1859 all’Esposizione annuale dell’Accademia di Brera. Questa avvenne appena tre mesi dopo l’ingresso trionfale a Milano di Vittorio Emanuele II e dell’imperatore francese Napoleone III, in seguita vittoria di Solferino e alla liberazione del lombardo-veneto dagli Austriaci. Quest’opera se pur apparentemente romantica, nasconde però una simbologia politica riferita proprio alla libertà del popolo italiano.

Ponendo maggiore attenzione, si comprende come la figura della ragazza, vestita di colore azzurro in abiti rinascimentali, riprende quelli che erano i toni della bandiera francese. Al contrario il ragazzo indossa una calzamaglia medievale di colore rosso e un ampio mantello bruno, che ricordano invece le tonalità italiane. L’opera è quindi un simbolico bacio tra le due nazioni, alleate per liberare il regno Lombardo Veneto dal giogo austriaco, rappresentato invece come ombra sullo sfondo del quadro.

Seconda Versione

Nella seconda versione, realizzata nel 1861, la composizione rimane identica così come le pose dei due personaggi. L’unica cosa che cambia è l’abito della donna che passa dal colore azzurro, di simbologia francese, al colore bianco perlato. Questo colore rapportato al mantello verde scuro e alla calzamaglia rossa del giovane, ha dato adito a interpretazioni circa un’eventuale allegoria della bandiera italiana. E’ proprio il tricolore italiano che colpisce lo spettatore, pur rimanendo sigillato dietro una scena di un bacio romantico tra due ragazzi.

Probabilmente Hayez realizza quest’opera in seguito agli accordi stipulati negli stessi anni tra il governo francese e quello austriaco, in modo tale da contestare questa unione. Ribadisce con l’opera che in un modo o nell’altro, l’Italia avrebbe riscattato la propria indipendenza senza l’aiuto di altre nazioni. L’opera quindi ci risulta essere una decisa dichiarazione di amore patriottico per l’avvenuta e tanto agognata Unità d’Italia.

Terza Versione

La terza opera, venne realizzata nel 1867, per l’esposizione universale di Parigi ed ebbe un grandissimo successo. Quest’ultima versione sembrerebbe essere una fusione delle prime due, in quanto ritorna preponderante in colore azzurro nell’abito di raso della ragazza, ma allo stesso tempo ritroviamo anche il colore bianco. Infatti la novità presente nell’opera è questo drappo bianco disteso in modo irregolare. Sembrerebbe infatti essere scivolato improvvisamente dalle spalle della ragazza, e caduto sulla gradinata ai piedi dei due giovani.

In quest’opera quindi c’è un tripudio di colori, che partono dall’azzurro delle veste femminile, al verde del mantello dell’uomo, al rosso squillante della calzamaglia, e al drappo bianco a terra. Tutti colori che alluderebbero ai due tricolori, quello italiano e quello francese. Questa scelta deriva dalla recente Alleanza franco-italica che venne stipulata, ma anche perchè questa ultima opera venne inviata per essere esposta all’Esposizione Universale di Parigi di quell’anno. Ovviamente questa fu la versione che ebbe più successo e che ancora oggi è conosciuta in tutta Europa.

Federica.

ALMANACCO: 21 Dicembre muore il pittore Francesco Hayez

Iconico pittore italiano, Francesco Hayez morì il 21 dicembre del 1882. Conosciuto come il massimo esponente in Italia della pittura romantica, grazie alle sue ricostruzioni storiche veritiere e agli accenti sentimentali romantici. Fu inoltre legato agli ideali del Risorgimento, come il concetto di patriottismo e libertà, tanto che divenne il pittore simbolo dell’Unità d’Italia. Tra le sue opere più simboliche e patriottiche, c’è l’iconico Bacio, dipinto in tre versioni.

Hayez nasce nel 1791 a Venezia, in una famiglia particolarmente povera. Proprio in conseguenza delle notevoli difficoltà economiche, il piccolo Francesco venne lasciato in affidamento a uno zio benestante, Giovanni Binasco, mercante d’arte genovese e proprietario di una galleria di quadri. Fu proprio in questo ambiente che Hayez riscopre il suo talento artistico, tanto che venne spinto dallo zio a lavorare inizialmente come restauratore per le proprie attività commerciali.

L’esordio aristico

Hayez però non seguirà la carriera da restauratore, ma vista la sua passione per il mondo dell’arte, decise di entrare nel 1798, nello studio di Francesco Maggiotto, dove ricevette una formazione classica basata su letture storiche e mitologiche. Dal 1803 invece inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Venezia, seguendo lezioni di pittura, corsi di nudo e studi dell’arte. All’età di 18 anni vinse un concorso indetto dall’Accademia, ricevendo una borsa di studio che gli consentì di passare alcuni anni a Roma.

Fu così che nell’anno successivo, si trasferì nella capitale dello Stato Pontificio, entrando in contatto con le opere dei grandi maestri romani. Fu proprio qui che conobbe il celebre scultore Antonio Canova, che divenne per il giovane Hayez una guida e un protettore. Le sculture di quest’ultimo esercitarono una suggestione notevole, al punto che molti suoi soggetti e situazioni saranno riferiti direttamente alle composizioni canoviane. Inoltre fu proprio grazie alla sua influenza che riuscì a mettersi in mostra, collezionando premi e riconoscimenti.

I viaggi e le prime opere

Hayez decide quindi di stabilirsi definitivamente a Roma, realizzando molte fra le opere più famose, tra cui l’opera Rinaldo e Armida, che venne spedito come prova conclusiva del suo alunnato all’Accademia di Venezia. Costretto ad abbandonare Roma, dopo un’aggressione di cui rimane vittima, decise di spostarsi a Napoli, dove dipinse Ulisse alla corte di Alcinoo, su incarico di Gioacchino Murat, e spedito al re Ferdinando I di Borbone. Questo periodo fu caratterizzato però da diversi spostamenti per l’artista, tanto che tornerà per un periodo a Venezia, poi a Milano.

E’ proprio a Milano che nel 1820, che presenta nell’Accademia di Brera l’opera Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri, un’opera ritenuta il manifesto del romanticismo storico tipico dell’artista. Grazie a quest’opera otterrà molta fortuna, tanto che lo farà entrare in contatto con personalità importanti, come Alessandro Manzoni, di cui diventerà buon amico, ma anche Tommaso Grossi ed Ermes Visconti, alfieri del romanticismo e ferventi patrioti. Nel 1822 ottenne inizialmente una cattedra di supplenza all’Accademia di Brera a Milano, per poi stabilirsi definitivamente come professore di pittura, carica che manterrà fino al 1850.

Stile

Grazie alle influenze delle personalità lombarde, estremamente romantiche e patriottiche, Hayez prese a cuore questi ideali, mettendosi al lavoro per realizzare alcune delle sue opere più celebri. E’ con queste opere che divenne il caposcuola del romanticismo pittorico italiano, i cui interessi, a dispetto delle soluzioni formali ancora neoclassiche, ruotano intorno ai nuovi temi storici di valore civico-politico. L’uso di personaggi mitologici e di scene ambientate in un passato lontano è una tecnica a cui ricorre spesso per rappresentare e diffondere gli ideali del Risorgimento, evitando la censura dell’oppressore “austriaco”.

Hayez propone un’arte a volte fredda e artificiosa, al punto che molti hanno considerato il suo romanticismo formale, più che sostanziale. Molte delle sue opere sono prive di data o di firma: pertanto, la loro elencazione è tutt’altro che semplice. Oltre che per i dipinti con soggetti epici e mitologici, Francesco Hayez fu celebre per aver ritratto gli uomini più famosi del suo tempo, come testimoniano quello di Alessandro Manzoni, Rossini, Rosmini, Massimo D’Azeglio, Ugo Foscolo e di Camillo Benso conte di Cavour.

Federica.

ALMANACCO: 20 Dicembre nasce il chimico Thomas Graham

Chimico scozzese, di fama mondiale, Thomas Graham nacque il 20 Dicembre del 1805. Notevole per aver aperto la strada alla pratica medica della dialisi e per aver stabilito il campo scientifico della chimica dei colloidi. Anche ricordato per aver formulato un’importante teoria e formula scientifica nota come legge di effusione di Graham.

Nato e cresciuto a Glasgow, in Scozia, figlio di un uomo d’affari. Vista la sua agiata famiglia, ebbe l’opportunità di studiare nelle migliori scuole, tanto che conseguì anche un master nell’Università di Glasgow. Qui conobbe T. Thomson, il suo docente di chimica che lo avviò alla grande passione per la materia.

Lo studio sui gas

Ottenuta la laurea riuscì anche ad insegnare chimica all’Università di Londra e nel 1836 al Royal College of Science and Technology. Fu in questo periodo da docente che effettuò notevoli ricerche in ambito scientifico e chimico. Prima fra tutte le sue scoperte, fu lo studio sui fenomeni diffusionali in seno ai gas e ai liquidi, osservando una sostanziale analogia di comportamento.

Sviluppò su questa tesi la nota legge di Graham, per misurare la velocità di diffusione dei gas, scoprendo di conseguenza che le velocità relative dell’effusione dei gas sono paragonabili alle velocità di diffusione. Dall’esame della diffusione di un liquido in un altro, riuscì a distinguere du tipi di sostanze: colloidi e cristalloidi. I primi simili alla gomma erano soggetti a bassa diffusibilità, mentre i secondi, come il sale comune avevano un’elevata diffusibilità.

Ideazione della Dialisi

Sulla base di queste teorie, riuscì ad ideare anche la Dialisi, ovvero il procedimento di separazione delle particelle colloidali da quelle cristalloidi. La separazione per dialisi fu un processo lento, che dipende per la sua velocità dalle differenze di dimensione delle particelle e velocità di diffusione tra i colloidi e i cristalloidi. Esso però poteva essere accelerato dal riscaldamento o, se i cristalloidi sono carichi, dall’applicazione di un campo elettrico, che da vita ad un altro procedimento, che prende il nome di elettrodialisi.

Per questi lavori e per i suoi contributi alla conoscenza dello stato colloidale, venne considerato un precursore degli studî chimico-fisici e uno dei fondatori della chimica dei colloidi. Fu grazie alla sua fama, che divenne collaboratore di Thomas Charles Hope all’Università di Edimburgo e collaboratore alla fondazione della Chemical Society of London, uno dei primi casi di istituto al servizio delle scienze chimiche, che diede l’esempio ai francesi, tedeschi e statunitensi. Di tale istituto divenne il primo presidente.

Altre scoperte

Notevoli furono anche le ricerche sugli acidi e i sali fosforici. Nel 1833 Graham infatti studiò le tre forme di acido fosforico, lavoro dal quale si sviluppò il concetto di acidi polibasici. Fu anche fra i primi scienziati chimici, ad osservare il fenomeno dell’iper-assorbimento dell’idrogeno su un elettrodo di palladio, un cristallo che permetterebbe, secondo la teoria di Fleischmann-Pons, un reciproco avvicinamento tra gli atomi di idrogeno, tale da permettere la controversa “fusione nucleare fredda”, che attualmente si ritiene un fenomeno non dimostrato né spiegato in modo scientifico.

Inoltre nel 1835, studiò la natura della combinazione dell’acqua di cristallizzazione nei sali. Riferiì infatti sulle proprietà di tale acqua, e ottenne di conseguenza anche composti definiti dalla mescolanza di sali e alcol, i cosiddetti “alcolati”, composti analoghi degli idrati. Fu anche grazie a questa scoperta che il suo nome venne legato alla miscela detta appunto sale di Graham. Inoltre, proseguendo gli studi sul cianogeno intrapresi da L. Gmelin, scoprì l’elemento radicale cianurico.

Premi

I suoi studi spaziavano in diversi campi e, furono talmente rivoluzionari che gli valsero due medaglie reali nel 1837 e nel 1863, ma anche la medaglia reale “Copley” nel 1862 e il premio “Jecker” dell’accademia delle scienze di Parigi nel 1862.

Federica.

ALMANACCO: 19 Dicembre nasce lo scrittore Italo Svevo

Italo Svevo, nasce a Trieste il 19 dicembre 1861, ed è ritenuto uno dei principali esponenti della cultura mitteleuropea. Pseudonimo di Ettore Schmitz, scelse di chiamarsi “Italo” per dichiararsi italiano come sua madre, e “Svevo” per mostrare la sua origine tedesca da parte paterna. Il suo nuovo nome, quindi rimanda direttamente alla sua origine geografica controversa.

La sua fama sta nell’aver contribuito alla nascita del romanzo contemporaneo, inteso come il romanzo che tratta dei conflitti dell’uomo moderno, delle sue ansie e contraddizioni. Ma non fu solo un romanziere, ma anche critico letterario, scrittore di opere teatrali e novelliere, ma senza successo.

Italo Svevo e l’avvicinamento al mondo letterario

Subì, fin da giovane, il fascino della letteratura, con la quale intrattenne tuttavia, un rapporto conflittuale. Da lui, fu sempre considerata solo una malattia, che lo discostava dalle concretezze della vita. Anche la scrittura non ebbe mai potere estetizzante, ma piuttosto fu un mezzo per la conoscenza di sé stesso e del mondo.

Ecco che anche nella lettura, preferì autori che s’impongono per la concretezza dei loro contenuti, più che per la loro proprietà formale e stilistica. Notevole fu il suo interesse per il filosofo Schopenhauer e per i grandi narratori realisti, come Zola, Machiavelli, Boccaccio e De Sanctis.

I suoi primi romanzi

I suoi primi due romanzi Una vita (1893) e Senilità (1898), non ebbero gran successo. Queste opere, trattano di due giovani protagonisti, Alfonso Nitti e Emilio Bretani. Entrambi impiegati ordinari poco realizzati, con passioni letterarie. Sono inetti, incapaci di vivere la vita. Essi aspirano a qualcosa di più, senza mai raggiungerlo, a causa dei propri limiti, delle proprie paure e della propria inadeguatezza a stare al mondo.     

I due romanzi iniziano in modo realistico e naturalistico, ma si concludono in maniera psicologica emotiva. Chiamato per questo, “romanzo analitico”, è una descrizione oggettiva dei fatti, che muta in una complicata e profonda angoscia esistenziale. Essa è sostenuta dal monologo interiore, indiretto e automatico, per cui gli avvenimenti si presentano solo attraverso il riflesso che hanno avuto nella coscienza del protagonista.

Ideali e poetica di Italo Svevo

La sua è una tematica esistenziale, di rappresentazione della solitudine e dell’aridità degli individui, che avvertono con disperazione la loro incapacità di aderire alla vita. La sua poetica, in un certo senso, rientra nel vasto movimento decadentistico. Rifiuta l’estetismo letterario e la ricerca della perfezione linguistica, in favore di una maggiore adesione alla realtà esteriore del mondo e a quella interiore dell’uomo.      

Nei suoi romanzi, la solitudine e l’alienazione dei protagonisti sono manifestazioni di una “malattia mortale” che corrode i singoli individui, e l’intera società borghese. Svevo si inserisce perfettamente in questa scoperta dell’inconscio, iniziata da Freud e continuata con Proust.

La coscienza di Zeno

Il fiasco che ebbero queste due opere lo demoralizzò al punto che per 25 anni non scrisse più niente. Nel 1905 si dedicò allo studio della lingua inglese, insegnata da James Joyce, colui che sarebbe diventato uno dei più grandi scrittori inglesi del 900. Fu proprio lui a puntare su Svevo, risvegliando in lui la fiducia nelle sue capacità artistiche.

Dopo la I Guerra Mondiale infatti, scrisse un altro romanzo, La coscienza di Zeno, che uscì nel 1923. Si tratta di una narrazione autobiografica di Zeno Cosini, un ricco triestino. Esso per liberarsi da una nevrosi che gli impedisce di smettere di fumare, si sottopone a una cura psicanalitica. Zeno racconta vari episodi della sua vita: il tentativo di smettere di fumare, la morte del padre, il matrimonio, che terminano con l’abbandono della cura.

Ultimi anni di vita

Grazie a Joyce e a due critici che lo definirono innovativo e importante, Italo Svevo, ebbe i primi riconoscimento esteri, in tutta Europa. In Italia, anche Montale aveva manifestato la sua ammirazione per il romanzo, imponendolo all’attenzione della critica italiana. Gli ultimi anni di Svevo furono quindi abbastanza felici.

Morì a Motta di Livenza (Veneto) il 13 settembre 1928 per un incidente automobilistico.

Federica.